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Al di là delle montagne

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Fenyang, 1999. La Cina è a un passo dal nuovo secolo e da Macao, ultima colonia portoghese in Asia. Mentre il Paese si appresta a ristabilire la propria sovranità, Tao, una giovane donna di Fenyang, non sa decidere a chi appartenere. Corteggiata da Zhang, proprietario di una stazione di servizio che si sogna capitalista, e Lianzi, minatore umile che estrae speranze e carbone, Tao prova a fare chiarezza nel cuore. Tra una corsa in macchina e un piatto di ravioli al vapore, sceglie Zhang e getta nella disperazione Lianzi, che abbandona casa e città. Quindici anni, un matrimonio e un figlio dopo, Tao è separata e sola, Lianzi ha un cancro e Zhang vive a Pechino con un’altra donna. Cinico e ricco ha ottenuto l’affidamento del figlio, che ha chiamato come la valuta americana (Dollar) e ha deciso di far crescere in Australia. Terra promessa dall’altra parte del Mondo, l’Australia diventa la patria di Dollar che maggiorenne e inquieto ha deciso di ritrovare sua madre e la Cina. A ostacolarlo c’è Zhang, che non ha mai imparato l’inglese e non ha parole per raggiungere il suo ragazzo. A casa e sotto la neve, attende da sempre Tao.
La mutazione accelerata del (suo) mondo è l’oggetto ideale del cinema di Jia Zhangke. Registrare una realtà che evolve sotto gli occhi con tale velocità e tali proporzioni è la sua vocazione e in un certo senso quella del cinema (delle origini). Dopo il gigantismo del cantiere di Still Life, che conduceva a conseguenze gigantesche, Jia Zhangke svolge una relazione d’amore attraverso gli anni e le trasformazioni economiche del suo Paese. Cuore centrale della storia è ancora una volta Fenyang, città natale dell’autore e punto di ancoraggio estetico e sociale del suo cinema. La sua produzione artistica, avviata nel 1995 e rimasta a lungo clandestina in Cina, testimonia da sempre la fragilità dell’uomo sottomesso a volontà che lo doppiano. Funambolo su un filo teso tra fiction e documentario, l’autore è ritrattista e paesaggista insieme di sentimenti forti emersi da una società in crisi. Vedere i suoi film è come accedere a un laboratorio estetico, un diapason che produce un suono puro, frequenze armoniche che accordano tecnica digitale e finzione, documentario e lirismo elettrico, (iper)sensibilità poetica e interazione tra uomini e ambiente.
Se il suo cinema precedente minacciava l’assorbimento dell’individuo nelle metamorfosi capitaliste, Al di là delle montagne realizza la minaccia e la spiega lungo un’asse temporale che contempla presente, passato e futuro. Sospeso tra la certezza di quello che è stato, il film apre sul Capodanno del 1999, e l’ipotesi di quello che potrà essere, il film chiude sull’inverno del 2025, Al di là delle montagne materializza l’ambizione cinese nella figura di Zhang. Indietro restano Lianzi, senza lavoro e in compagnia del suo cancro, Tao, corpo nazione indecisa sulla strada da prendere al debutto e poi votata al consumo, e Dollar, il prezzo pagato alla conversione economica. Dopo aver reso conto di milioni di persone povere e profughe e aver registrato centinaia di città e siti archeologici sommersi, il regista affronta i flussi migratori e disloca per la prima volta i suoi personaggi al di là dei confini cinesi. L’Australia diventa la terra promessa di Zhang e la terra straniera di Dollar, dentro un melodramma superbo su due generazioni che non riusciranno più a comunicare. In fondo al loro silenzio, che ormai parla soltanto la lingua inglese, resiste la tradizione incarnata da Tao, punto fermo del film che prepara ravioli e ‘riconosce’ la voce cara. Dentro un contesto (sur)reale, dentro città simbolo della cultura classica cinese ridotte a cantieri, Zhangke accomoda tre personaggi in cerca di qualcosa, forse l’amore, forse una famiglia, forse il successo, forse la propria identità, forse una finestra verso il mondo esterno, che ha smesso di essere clandestino e contempla adesso l’occidentalità pop dei Pet Shop Boys.
Come nella canzone “Go West” i personaggi cercano una nuova frontiera e di questa ricerca il regista fa un gioco plastico e narrativo, che produce uno smarrimento emozionale attraverso uno sguardo critico. Come in Still Life osserviamo volti rivelati in piani densi e corpi in bilico sul vuoto. Se ieri era un vuoto reale provocato da una diga, oggi è quello ideale prodotto dall’esodo. Come il fiume Yangtze la Tradizione è interrotta e la geografia (umana) alterata. I tempi cambiano, gli uomini passano ma resta il cinema a mostrarceli.

Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

 

 

Dovessimo indicare dieci grandi cineasti capaci di raccontare i mutamenti del presente, il cinese Jia Zhang-ke sarebbe sicuramente nel gruppo. Eppure ogni volta che esce un suo film bisogna ripartire da zero. Per un regista abbonato a Cannes e Venezia (…) è un bel paradosso. Il provincialismo del nostro mercato e la dittatura del doppiaggio certo non aiutano. Ma è un peccato anche perché Jia, come ogni grande narratore, sa illuminare il suo angolino di mondo come se fosse nostro, cancellando d’un colpo abissali differenze di lingua e cultura. Prendiamo questo Al di là delle montagne (…) può sembrare una grande allegoria confusa e macchinosa, e tornano in mente gli scivoloni di maestri come Wenders e Wong Kar-wai. Invece il film vive di idee semplicissime, fisiche, immediate, che aderiscono come una seconda pelle a personaggi e destini. A partire da quel primo e sfrenato ballo collettivo, che traduce come meglio non si potrebbe il desiderio di cambiamento, la sete di piacere, la febbre di vivere che si è impadronita della Cina e dei cinesi. Finalmente, insomma, un film che interroga corpi, spazi, luce, paesaggi, durata. Accordando sentimenti personali e mutamenti collettivi in una musica unica e speciale, nuova e insieme immediatamente comprensibile, che è il marchio distintivo del grande cinema. Il tutto raccontato con un’adesione fisica e emotiva ai suoi protagonisti di grande impatto (…). La Cina non è mai stata così vicina. Purtroppo.

Fabio Ferzetti, ‘Il Messaggero’, 5 maggio 2016

 

 

Due ragazzi, una ragazza. Chissà se c’entra l’eterno modello truffautiano di ‘Jules et Jim’. Chissà, perché siamo in Cina e come al solito non è proprio facile comprendere modelli e riferimenti. Malgrado il regista, Jia Zhang-ke (….), non sia di certo uno sprovveduto quanto a conoscenza del cinema. Una ragazza (…) e due ragazzi, con il loro legame e i loro ambigui e divisivi sentimenti, sullo sfondo delle colossali trasformazioni vissute dal grande paese; attraversate dal racconto, e anche questo è un elemento ricorrente nei film del regista Leone d’oro di Venezia (…), con una carrellata di lungo respiro. Qui l’arco temporale è di un quarto di secolo. Tutto inizia nel 1999, all’alba del nuovo millennio, e si protrae fino a proiettarsi in un futuro, il 2024, narrativamente risolto con uno spiazzante ibrido tra quotidiano realismo e metafisica distopia. Spiazza sempre lo stile di Jia, senza dubbio una delle maggiori personalità emerse nel cinema mondiale dell’ultimo quindicennio (….) ma già attivo dagli anni Novanta nonostante il faticoso percorso che lo ha lentamente liberato dai condizionamenti censori e dall’esclusione dai finanziamenti di stato (perché, come i nostri De Sica e Zavattini, si soffermava troppo sui ‘panni sporchi’). Apparentemente, e ricercatamente dimesso, insiste su vicende umane malinconiche, deprimenti, su condizioni ambientali (…) di fatica, delusione, frustrazione, fallimento, sradicamento imposto da cambiamenti e innovazioni disposti dall’alto. (…) In più e di diverso rispetto ai precedenti, ma senza perdere coerenza, c’è qui un’accentuazione in senso melodrammatico.

Paolo D’Agostini, ‘La Repubblica’, 5 maggio 2016

 

 

Nei suoi complessi dietrofront, il cinema cinese di oggi non sempre riesce a recuperare gli splendori del recente passato ed era lecito sospettare di Jia Zhang-ke, un regista sin troppo incalzato dalla censura del regime. La bella sorpresa è che «Al di là delle montagne» si rivela, invece, un buon film diviso in tre capitoli (ripresi in altrettanti formati fotografici diversi) sulla deriva traumatica, forse inevitabile, dei sogni generazionali innescati dall’ibridazione del comunismo nel capitalismo dirigista. (…) per fortuna la mano del regista di «Still Life» (…) ha la forza poetica d’insistere sulla disillusione insita nella crescita degli ex ventenni cinesi, non più incapsulati nella falsa sicurezza dei destini individuali governati dal partito e dallo stato. Lo sfascio familiare di Tao (…) potrebbe persino adattarsi ad altri assetti societari convogliando, non a caso, le emozioni dello spettatore verso un rimpianto universale per il diritto alla felicità. Che si può nutrire o perdere sia sotto il cielo post-maoista che sotto quello australiano.

Valerio Caprara, ‘Il Mattino’, 5 maggio 2016

 

 

(…) Jia Zhang-ke è un regista che merita attenzione: fosse solo che il suo cinema fa capire meglio di tanti saggi il modo devastante in cui modernizzazione e crescita economica stanno distruggendo l’identità della Cina. Diviso in tre parti, ‘Al di l à del le montagne’ inizia nel 1999 con un triangolo amoroso in un contesto rurale già infiltrato di motivi occidentali (…). Evidente metafora della complessa trasformazione in atto nel paese, il film risolve il discorso nel tessuto del racconto, focalizzandosi sui personaggi e giocando sul flusso dei sentimenti. Stavolta Jia evita la polemica aperta, e tuttavia è chiarissima la sua critica di una società tutta votata al Dio denaro.

Alessandra Levantesi Kezich, ‘La Stampa’, 5 maggio 2016

 

 

E’ il film di una vita, di una generazione, di un popolo. (…) Grande film, da vedere.

Alberto Crespi, ‘L’Unità’, 5 maggio 2016

 

 

(…) è un mélo pop sontuoso, massimalista, perfino totalizzante. Una sorta di iperbolico, magniloquente affresco socio-sentimentale, che utilizza il triangolo di Tao (Zhao Tao) e dei suoi corteggiatori e amici d’infanzia Zhang (Zhang Yi) e Liangzi (Liang Jin Dong) per delineare le geometrie variabili, ovvero politico-economico-esistenziali, del gigante asiatico: tre blocchi temporali, tre formati differenti (1.33 – 1.85 – 2.39) e un unico approdo – ancorché parziale – nel nome del figlio, Dollar. Raramente nel cinema degli ultimi anni abbiamo assistito a una così esplicita volontà di incidere (sul)la realtà con potenza analitica e – il terzo episodio in Australia – nitore immaginifico: sì, ‘Al di là delle montagne’ spunta il capolavoro. (…) non fate scherzi: è imperdibile.

Federico Pontiggia, ‘Il Fatto Quotidiano’, 5 maggio 2016

 

 

(…) grande ritorno di Jia Zhang-Ke a uno dei temi favoriti della sua opera – l’impatto del capitalismo e dell’impennata economica sull’identità della Cina e sulla sua geografia, fisica, umana e sociale. Dopo l’approccio quasi documentario di ‘Still Life’ e quello obliquamente metaforico di ‘The World’ il regista/sceneggiatore sceglie una grammatica epico-minimalista simile a quella di un altro suo film, ‘Platform’. e una tela molto ampia per tratteggiare questo affresco, che si muove dal melodramma classico fino a sfiorare la sci fi: dalla città natale di Fenyang (dove spesso ambienta i suoi film) all’Australia; dal formato del fotogramma «quadrato», dell’1:33, a quello allungato, futuribile dello scope. Diviso in tre parti (i credit non arriveranno che dopo cinquanta minuti) rispettivamente ambientate nel 1999, nel 2014 e nel 2025, ‘Al di là delle montagne’ racchiude nel percorso di tre personaggi la storia della Cina del terzo millennio. Al suo cuore, ancora una volta è la performance straordinaria di Zhao Tao (…). II mood unisce l’esuberanza della gioventù alla promessa del nuovo millennio – squarci di cultura pop irrompono nelle immagini delle celebrazioni tradizionali del Capodanno. La dinamica del rapporto tra i tre amici è raccontata magnificamente da Zhang-Ke e dal suo abituale direttore della fotografia, Yu Lik Way attraverso le relazioni spaziali e la composizione del fotogramma. (…) La sua è indubbiamente una riflessione sulla Cina (la cui conclusione viene affidata, con enorme dolcezza e ironia a un’ultima immagine di Thao (…). Ma è abbastanza inevitabile, guardando il film non vederlo anche come una riflessione sul cinema.

Giulia D’Agnolo Vallan, ‘Il Manifesto’, 4 maggio 2016

 

 

Il tema del film è semplice e non certo nuovo: come resistono al passare del tempo i sentimenti umani? Quello che però fa la specificità del film di Jia Zhang-ke ‘Al di là delle montagne’ è come il regista cinese affronta questo tema, come lo «piega» alla sua visione del cinema e delle cose, come lo declina di fronte alle reazioni dei suoi personaggi, come lo confronta con l’evoluzione degli avvenimenti. In una parola, come quel tema così semplice e risaputo diventa cinema. (…) Jia è probabilmente il più conosciuto e bravo dei giovani protagonisti del cinema cinese (…): lontano dall’idealizzazione del mondo arcaico delle campagne ma anche dagli incubi delle megalopoli come Pechino e Shanghai al centro dei film di chi l’aveva preceduto, ha saputo raccontare quella Cina di mezzo su cui è caduto il peso del la modernizzazione e sta pagando lo scotto maggiore delle nuove forme di organizzazione sociale, proprio come è successo nella sua città natale, Fenyang, nel nord della Cina, dove inizia anche ‘Al di là delle montagne’. (…) Una stessa storia divisa in tre periodi (dove quello ambientato nel futuro è di fatto il ritratto appena un po’ romanzato di un possibile presente) e che Jia utilizza non solo per scavare nella fragilità e nella volatilità dei sentimenti umani ma anche per raccontare la mutazione antropologica del proprio Paese e dei propri concittadini. È questo il nodo del film e la sua forza, che la messa in scena sottolinea a partire dal diverso formato dell’immagine («classico» nel 1999, «panoramico» nel 2014, «scope» nel 2025), utilizzato però con una curiosa inversione di senso: più si allarga l’inquadratura più si riduce lo spazio dedicato al paesaggio per portare in primo piano i volti dei vari personaggi. Jia non è mai didascalico, non cerca di lanciare messaggi agli spettatori, piuttosto chiede loro di mettere assieme i vari «segni» che la sua macchina da presa coglie, a volte anche in maniera apparentemente incongrua, come il giovane che porta in giro l’alabarda col pendaglio rosso tipica della divinità mitologica Guan Gong (…). O come la tigre in gabbia o il camion carico di carbone che non riesce a rimettersi in cammino. Oppure scegliendo canzoni che illustrano precisi stati d’animo, come «Go West» dei Pet Shop Boys il cui fascino libertario accende un sogno di cui non si misureranno le conseguenze o come la pop star cantone se Sally Yeh che canta «Take Care», il cui testo esalta il valore eterno di quei sentimenti che invece i protagonisti del film hanno tradito. A ribadire una complessità e un’ambiguità che i vent’anni di vita cinese raccontati dal film hanno mostrato al lavoro sulle persone.

Paolo Mereghetti, ‘Corriere della Sera’, 3 maggio 2016

 

 

Di padri e figli, passato e futuro parla anche (…) ‘Mountains May Depart’ del cinese Jia Zhang-Ke, meritatamente accolto con molto entusiasmo. (…) Il regista, sempre impegnato a fotografare con straordinaria forza, lucidità e sensibilità le mutazioni di un paese che ha calpestato passato e tradizioni per abbracciare una modernità schiacciata dal denaro e dall’avidità, ci racconta prima una Cina che ha rinunciato alla propria identità, agli antichi valori, agli affetti familiari e persino alla propria lingua (Dollar e suo padre hanno bisogno di un interprete per comunicare) per rincorrere uno stile di vita occidentale, poi una nuova generazione che tenta di ricucire lo strappo riappropriandosi delle radici perdute e dell’idioma dimenticato.

Alessandra De Luca, ‘Avvenire’, 21 maggio 2015

 

 

Malinconico, ironico, con qualche lungaggine compensata però dalla freschezza dello sguardo di chi racconta, ‘Mountains May Depart’ è piacevole, colorato, sincero. Per rimpiangere la Cina di un tempo, Mao e dintorni, bisogna proprio che quella attuale sia un inferno.

Stenio Solinas, ‘Il Giornale’, 21 maggio 2015

 

 

(…) convince il cinese ‘Mountains May Depart’ di Jia Zhang-Ke. È un racconto tumultuoso, discontinuo ma potente (…). Il regista racconta con un’energia che commuove, magari sbanda, diventa naif in certi momenti, poi si riprende, e ha la forza di certi eventi naturali. Lo capisci che non è legato a una forma sola di narrazione, lo vedi che mescola – cinematograficamente – sacro e profano. E racconta l’ossessione cinese per l’Occidente e per il capitalismo meglio di un trattato. Superbi i protagonisti.

Luca Vinci, ‘Libero’, 21 maggio 2015

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