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Youth – La giovinezza

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L’abbiamo sentito, palpabile nell’aria improvvisamente immobile, mentre le ultime immagini di Youth scorrevano magnifiche sullo schermo del Grand Théatre Lumière per la proiezione stampa del 68. Festival di Cannes, che qualcosa di singolare stava per succedere. Qualcuno si è alzato dopo un applauso di rito, ma quasi tutti sono rimasti immobili ad aspettare che arrivasse quel momento in cui il nostro impavido Paolo Sorrentino, calatosi infine nei panni del ritrovato eroe e maestro Fred Ballinger/ Michael Caine, si sarebbe fatto avanti per ricevere il suo tributo e i suoi fischi. Perché naturalmente a qualcuno dà fastidio che lui lo sappia, di aver aver girato un film splendido.
In realtà in Youth il Sorrentino funambolo e sfacciato è meno presente che in altri suoi film; ma è il direttore d’orchestra ai margini della performance che fa brillare i suoi solisti, ma soprattutto assicura che ci siano fluidità ed equilibrio al cuore dell’esibizione. Cosa che gli riesce stavolta come mai prima.
Le cose belle
Youth – La giovinezza: Michael Caine con Paul Dano e Harvey Keitel in una scena del film
Ha certamente senso che, al centro della sua personale ed emozionante riflessione sulla memoria e sulla vecchiaia, oltre che il regista interpretato da Harvey Keitel, Sorrentino voglia un musicista, direttore d’orchestra e compositore; per lui il cinema è sempre stato come una sinfonia, con tanti elementi che si rincorrono e si sovrappongono alla ricerca della bellezza assoluta, e per noi il suo cinema è come la musica, così bello e istintivo che non c’è bisogno di applicarsi per capirlo.
L’amicizia è uno dei temi portanti del film, e Fred e Mick, amici da sessant’anni, sono quasi la stessa persona: appunto, non c’è bisogno di applicarsi per capirlo. Non è la stessa cosa nemmeno per una coppia longeva; gli sposi condividono ogni cosa, la gioia e lo strazio, le emozioni e la noia, ma gli amici hanno l’opzione di condividere solo i momenti felici e le notizie liete – solo le cose belle, quelle che rendono più preziosa la reciproca compagnia. Fino a che punto lo scoprirete vedendo il film.
Sulla montagna incantata
È un pensiero naturale quello che, di fronte a questo idilliaco scenario alpino, di fronte a questo luogo liminale dove varia umanità converge per una lussuosa, indolente vacanza, corre a Thomas Mann e a uno dei massimi romanzi europei. Ma se Sorrentino guarda a Mann è per allontanarsene. Questa montagna incantata che assomiglia tanto al Berghof manniano non è pervasa dalla malattia e dalla morte, se Hans Castorp lascia la sua storia per andare a morire in guerra, Fred Ballinger, davanti a sé, ha le sterminate possibilità della giovinezza.
Basta anche solo un giorno, un’ora; magari sarà un anno. Lo diceva Cicerone nel De senectute, invitandoci attraverso i secoli a non morire prima del tempo: “Nessuno è tanto vecchio da non pensare di poter vivere un altro anno”. Altro che Cicerone, Sorrentino il pensiero del futuro lo mette in bocca al suo eroe di gioventù Diego Armando Maradona, anche lui (fittizio) ospite del nostro Berghof: rovinato dagli stravizi, grottesco nella stazza, ma amichevole, grato, e ancora capace di dare calci a un pallone con gioia, El pibe in Youth è una tra le tante festose celebrazioni della vita di cui è disseminato il film e la battuta in questione (“A cosa stai pensando?” “Al futuro”) ricorda talmente da vicino quella che chiude Mia madre di Nanni Moretti da creare un legame arcano e pieno di ottimismo tra i due meravigliosi film italiani in concorso in questa edizione del Festival.
Le emozioni sono tutto ciò che abbiamo
Si dice sempre che ai vecchi restano solo i ricordi; in Youth c’è una scena in cui Mick / Harvey mostra il passato e il futuro attraverso un binocolo alla sua giovane collaboratrice: il futuro è un enorme massiccio montuoso che sembra venirci incontro, tutto da esplorare, ammirare, scalare (come fa, letteralmente, la figlia di Fred, interpretata da Rachel Weisz); il passato è un’immagine deforme che si proietta lontano da noi. I ricordi ci sfuggono, mutano, e qualche volta si ripresentano inattesi; siamo fatti di ricordi e per questo siamo destinati a svanire, i più oscuri di noi come i più celebri.
Siamo fatti di ricordi ma non sono tutto quello che ci resta: finché respiriamo abbiamo un futuro, e la possibilità di sentire. Questa è la lezione di Mick, che non si sazia della sua lunga carriera e ha sempre bisogno di un nuovo progetto, di un ultimo film, al suo amico che, lasciando la musica, ha lasciato tutto il resto, spegnendosi come sua moglie, dimenticando la vita prima della morte.
Che musica, maestro
Accanto a questo insegnamento, che abbiamo sentito altre volte ma che raramente è stato trasmesso con tanta commovente purezza, ruota il piccolo mondo dell’hotel alpino, ruota un film che pieno di vita, orchestrato come una sinfonia, ma stavolta senza sbavature e senza eccessi. Paolo Sorrentino non si nasconde, sarà sempre l’artista che è, uno che non ha paura di far vedere quanto è bravo, ma qui anziché lasciarsi andare ai virtuosismi e alle immagini d’effetto si mette al servizio di un sentire universale, e si affianca premuroso, sincero, al suo protagonista e al suo pubblico.
Alessia Starace, da “movieplayer.it”

Un invito a godere delle piccole cose, è questa la massima che traspare da Youth – La Giovinezza, il nuovo film diretto da Paolo Sorrentino che, dopo aver attraversato il tunnel dorato dell’Oscar con La Grande Bellezza è pronto anche quest’anno a sfidare la dea bendata della settima arte, recandosi in quel di Cannes dove – riporta la nostra inviata – si è condensata un’inevitabile opposizione di pareri.
In occasione del suo secondo film in lingua inglese, il giovane regista napoletano si serve della maestosità attoriale di Michael Caine, Harvey Keitel, Rachel Weisz, Paul Dano e Jane Fonda, distaccandosi dalla calorosità della Capitale per dirigersi nel cuore verde delle Alpi svizzere.
Fred (Michael Caine) e Mick (Harvey Keitel) sono due amici di vecchia data, arenatisi lungo il precipizio dei loro ottant’anni, in una concezione esistenziale in cui non è prevista continuità, bensì un semplice tornare indietro tramite ricordi felici che purtroppo, nella burrasca delle loro vite devastate, sembrano restare impigliati in un presente statico e privo di migliorie.
L’hotel in cui alloggiano è una cassaforte silenziosa, rispettosa e artisticamente imponente: un teatro in cui corpi cadenti e tondeggiati o altresì tonici e pieni di vita danno spettacolo di sé prestandosi senza opposizione alla metamorfosi di un specchio d’acqua o alla pressione di giovani e sapienti mani, che silenziosamente modellano, recano sollievo e abbelliscono chi della forma fisica non sa più cosa farsene.
A far da protagonista, però, non è tanto l’esperienza fugace dei due, quanto la loro essenza, quella che il regista non mette in scena, bensì adagia a piccole dosi lungo il palcoscenico delle sensazioni, intromettendosi nel labirinto della psicologia umana e della sua reazione alla vecchiaia. La vacanza primaverile di Fred e Mick è intervallata da constatazioni circa la salute della prostata a rimembranze del loro passato glorioso con il quale, nel bene e nel male, non hanno mai chiuso i conti. Così, mentre Mick resta fortemente avvinghiato alla sua figura di regista, intenzionato a firmare attraverso la pellicola il suo testamento morale, intellettuale e artistico, Fred si rifiuta di tornare a dirigere l’orchestra, trincerandosi in “motivi personali” vaghi e incomprensibili agli estranei.
La musica di David Lang è una divinità onnipresente e ossessiva, capace di solcare il cuore con ramificazioni strazianti d’infinito, che raramente allentano la tensione. Ma il filo rosso della carriera di Fred non raggiunge l’acme alla fine, con l’approvazione del pubblico e la presenza della soprano Sumi Jo, bensì al centro nevralgico della pellicola, in cui le sue mani danzano su immaginari spartiti, dirigendo adagio la natura: la sinfonia più dolce ed eterna che esista.
Nei meandri di un luogo apatico si susseguono inquadrature sobrie e dai colori assenti: profili in carne e ossa incastrati perfettamente ad opere d’arte prive del loro smalto primordiale; corpi nudi che si concedono in tutta la loro umanità, senza paura di mostrarsi, consci del fatto che il loro tempo è ormai volato via e pelle, tanta pelle, che abbonda sullo schermo (senza tralasciare neanche il minimo di dettaglio di imperfezione o perfezione) come a creare un tappeto umano. Ma ciò che più sconvolge sono quei volti immortalati: estrapolazione diretta di un Caravaggio moderno, armato di scatti in cui emergono punti di luce come dagli abissi.
Harvey Keitel con Chloe Pirrie, Mark Gessner, Nate Dern, Tom Beckett, Tom Lipinski
Come altre opere di Sorrentino, anche Youth cela al suo interno diverse chiavi di lettura, in grado di mimetizzarsi in base alle nostre emozioni e al nostro percorso di vita. Senza dubbio resta incisa nella coscienza la volontà errata di insabbiare la bellezza della vita nelle ceneri della vecchiaia, salvo poi lasciarsi riscoprire sul finale, nella scintilla di una giovinezza che non conosce età.
Teresa Monaco, da “cinematographe.it”

È arrivato il giorno di YOUTH, il nuovo film di Paolo Sorrentino. La curiosità era tanta, anche perché questo festival ha sempre fatto da buona stella al regista italiano. Due anni fa abbiamo vissuto in prima persona l’inizio di quella che si è rivelata una vera e propria marcia trionfale e, dopo aver visto il trailer di questo nuovo lavoro, non stavamo più nella pelle. La salle Lumière, la più grande del Palais, era gremita già alle 8:00 del mattino e allo spegnersi delle luci in molti abbiamo trattenuto il fiato sperando che avvenisse il miracolo, che almeno questa volta gli esponenti del Tricolore fossero soddisfatti.
Partiamo dalla trama, dalla giovinezza sbiadita dei protagonisti di questa piccola opera d’arte che è YOUTH. Fred e Mick sono ospiti di una SPA sulle alpi svizzere. Un luogo in cui rimettersi in forma con i propri cari. Fred e Mick sono, infatti, amici da sempre. Fred è uno stimato compositore e direttore d’orchestra, mentre Mick è un famoso regista, attualmente impegnato a scrivere la sceneggiatura del suo film – testamento. Perché i due uomini sono ottuagenari, con poca voglia di mollare ma completamente coscienti della stagione che stanno attraversando.
I due artisti sono in compagnia una manciata di personaggi, che danno loro spessore senza rubare mai la scena alla vera protagonista: la vita. Esatto, YOUTH non è una pellicola sulla vecchiaia o sulla vita che si spegne, non parla di rimpianto, di quello che è perduto e/o di ciò che la nostra esistenza poteva essere, YOUTH mostra la vita in tutta la sua bellezza, con il suo mutevole fascino, spesso crudele ma che non viene mai meno, e con le sue continue sorprese che possono regalarti schegge di felicità in ogni momento.
Protagoniste di questa poesia per gli occhi (la raffinata e intensa fotografia è oramai uno dei tratti distintivi del regista), per le orecchie (ogni accordo, ogni strofa, emoziona e dona profondità alla dolce storia che ci scorre davanti) e per la nostra anima, sono le emozioni che, come dice Fred “sono la sola cosa che abbiamo”.
Complici dei dialoghi acuti e taglienti, la narrazione è sobria, giocosa, a tratti burlona. Tutto scorre e il messaggio ci raggiunge senza essere spiegato. In sala si sentono distintamente risate e sospiri, gli applausi arrivano, anche se il silenzio composto che è regnato soprattutto durante il finale mi aveva illuso che all’accendersi delle luci l’entusiasmo sarebbe esploso.
Perché YOUTH, anche se arriva a soli due anni da LA GRANDE BELLEZZA, merita di andare lontano. È un racconto senza patria, di una dolcezza e lucidità sorprendente, con grandi interpreti: Sir MICHAEL CAINE è da brividi, così come vorremmo abbracciare HARVEY KEITEL e JANE FONDA per la bravura con cui dominano ogni singolo muscolo di un volto segnato dal tempo. Ce la farà a vincere la Palma d’Oro? Non so. Quello che invece so è che è inutile affermare il contrario, Paolo Sorrentino riporta il cinema italiano ai fasti di un tempo andato, quando era apprezzato da grandi divi e divine che consideravano il Bel Paese al pari di Hollywood, anzi, con uno charme inimitabile.
YOUTH è emozionante, poetico e imperdibile.
Vissia Menza, da “masedomani.com”

Quanto è facile, pensare che sotto gli strati di strutture e sovrastrutture, sotto l’accumulo di incrostazioni estetiche barocche, sotto il suo provocatorio (e affascinante) sensazionalismo visivo, in Youth ci sia poco o nulla. E invece il gioco delle tre carte di Paolo Sorrentino è assai più raffinato di così: perché il regista, sotto quell’accumulo, sotto l’apparente, quasi ingenua banalità di quel che dice, nasconde una complessità sovrabbondante di contenuto che fa il paio con quella della forma.
È provocatorio, Sorrentino, con i suoi spettatori ci gioca a rimpiattino, indica la luna per vedere se siamo tutti così polli da guardare il dito invece di quel che il regista allestisce con l’altra mano sfruttando la luce argentea del satellite e abbagliandoci con essa.
L’estremizzazione coerente e avanguardistica del suo percorso estetico è un vero e proprio guanto di sfida lanciato in faccia a chi guarda, ne mette alla prova la resistenza e la capacità di perdersi in quella sublimazione, di abbandonarsi a un godimento estetico che via via è del tutto slegato dal contenuto e dalle meccaniche del desiderio: è quel godimento puro e paradossalmente asessuato provato da Michael Caine e Harvey Keitel che, immersi in una piscina, osservano sfilare davanti a loro e adagiarsi mollemente tra le acque una Madalina Ghenea vestita solo di sé. Un godimento senza brame e senza illusioni che avvicina al nirvana, quel nirvana suggerito dalla figura del monaco buddista ospite dell’albergo sulle alpi svizzere che è teatro di Youth, e che ospita sosia di Maradona, coppie silenziose, giovani irrequieti e anziani spaventati, donne velate e alpinisti timidi e barbuti.
Perfino sotto questa spessa glassa zuccherosa fatta di elegantissimo rococò e di linearità minimal-chic, l’amaro e l’amarezza di Youth si fanno strada e pervadono il film e i nostri sensi, la potente semplicità di emozioni basilari e umanissime buca la superficie come stelle alpine che emergono dalla neve.
Il merito è senz’altro anche di un cast di attori in forma strabiliante, con un Caine che lascia senza parole, notevoli duetti con Keitel, una Jane Fonda che appare e scompare potente come un tuono, un Paul Dano che regge senza timori i confronti con i mostri sacri. Ma è anche di una complessità tematica che è quella della vita, e che ancora una volta viene mascherata, camuffata: ancora una volta Sorrentino ci svia, lanciandoci facili ami ai quali farci abboccare, con linee di dialogo ingannatrici mescolate a altre esplicitamente rivelatrici.
Sorrentino mente, spudoratamente, e si diverte come un matto a farlo. O forse non mente, e si diverte semplicemente a abbracciare la contraddizione, il paradosso della vita, la compresenza di opposti che è un po’ il motore immoto dell’esistenza.
Caine e Keitel, amici di vecchissima data perché parlano tra loro solo “delle cose belle”, non parlano affatto solo di cose belle. Sono sinceri fra di loro e con sé stessi, eppure si dicono bugie, si nascondono le piccole e grandi cose, mettono costantemente sul piatto la scommessa della verità e della fiducia: ma come un gioco, senza agonismi o cattiverie. Assaporano le madeleine dei ricordi, pur sapendo che il tempo le ha rese immangiabili, e che quelle rimaste sono una parte esiziale rispetto a quelle perse nei meandri della memoria.
Il loro bilancio esistenziale vale tanto quanto quello del ben più giovane Dano, perché alla fine tutti dobbiamo fare i conti con poche domande fondamentali: a cosa valgono le nostre azioni e le nostre opere? E se valgono, nel bene come nel male, sono davvero quelle che ci possono salvare dal vuoto dell’esistenza, che possono dare senso all’insensatezza che Sorrentino ricostruisce con tanti sberleffi grotteschi e surrealisti?
Travestito come Hitler, a ricordare le installazioni di Maurizio Cattelan più che il reale dittatore nazista, Dano confessa a Keitel di aver capito che, tra orrore e desiderio, è il secondo l’unico che vale la pena raccontare. E Caine, anziano afasico e padre a lungo anaffettivo, sostiene, a un certo punto che “l’emozione è sopravvalutata.”
Quanto ci sia di vero in queste battute così didascaliche, per Youth e per Sorrentino, è tutto da dimostrare. Perché il regista racconta certo il desiderio, ma anche la sua futilità, e di certo non si esenta dall’orrore, pur mascherandolo. Perché anche l’emozione, alla fine esiste, e conta eccome, e forse conta solo quella: ma, come nel concerto che chiude il film, non deve trapelare dalla maschera del distacco, deve rimanere un segreto tra due anziani coniugi che si confrontano in un (non) dialogo e un’inquadratura di potenza disturbante.
Allora, o ci si lascia travolgere dall’orrore e dalla paura, come farà Keitel, o si vive appesantiti e deformati all’inverosimile dalla propria gloria passata, come il simil Maradona, o si fa come Caine: si accetta che l’unico bilancio possibile è fregarsene dei bilanci, dei successi e degli errori, e continuare a agire nel presente, in quello spazio di futuro cui si pensa anche e soprattutto guardando al passato, per prolungarlo. Agire senza l’illusione del piacere, senza brame, senza passioni e senza dolore inutile, per il raggiungimento di quel piccolo nirvana che è rappresentato, ancora, dal perdersi dentro la bellezza del gesto, dell’opera stessa, assaporando la vertigine della libertà.
Alla fine, quindi, Youth non è solo un film sulla vita, sulla vecchiaia, sullo spettro della morte, ma anche sull’eterna giovinezza dell’arte, di quel cinema e quella musica che rimbombano e ridondano tanto attraverso i suoni e le immagini sullo schermo, quanto nelle parole dei protagonisti, mescolando alto e basso, sacro e profano, sublime e grottesco.
È questo, forse, che a Sorrentino non verrà perdonato: questa sua ribellione alle convenzioni, questo suo mirare altissimo rimestando nel torbido, il suo approccio epidermico. Il suo essere, per dirla con il Fred Ballinger di Michael Caine, uno che è tutta la vita che cerca di non diventare un intellettuale.
Federico Gironi, da “comingsoon.it”

Se con La grande bellezza si era fatto dei nemici, Youth-La Giovinezza non gli porterà nuovi amici. Fondamentalmente chissenefrega. Paolo Sorrentino piace. Non a tutti, però a molti. E piace per gli stessi motivi per cui gli altri lo detestano. Forte iconismo dei personaggi, sceneggiature che sembrano scritte incollando aforismi, messa in scena pantagruelica, la furbizia napoletana di risolvere tutto con una battuta. Un modo brillante di cavarsi dagli impicci di una pretesa profondità. Del resto questo sostantivo, “profondità”, fa venire l’orticaria solo a pensarlo. E’ roba – sembra dirci Sorrentino anche stavolta – da sepolcri ammuffiti, da “persone che non hanno gusto”. In una parola: da intellettuali. E via un altro sassolina dalla scarpa. Sorrentino è moderno perché non è profondo, fa solo finta di.
Della trama di Youth non si sapeva molto perché non c’era molto da sapere. Due vecchi amici, un compositore in pensione (Michael Caine) e un regista cinematografico (Harvey Keitel) in procinto di girare il suo “film-testamento”, si ritrovano come altre volte in un sanatorio svizzero alle pendici delle Alpi, dove trascorreranno qualche giorno di relax prima di tornare a impegni e routine. Chiacchiere, passeggiate, memorie, ore passate ad osservare gli altri. Passatempi da vecchi. Però che sballo questi ospiti: bizzarri, idiosincratici, litigiosi, come l’attore hollywoodiano con l’ego trafitto (Paul Dano), l’alpinista con la faccia da stoccafisso che cerca di conquistare la figlia del compositore (Rachel Weisz), il monaco tibetano pronto a levitare, la coppia matura che non scambia una parola, la ex gloria del cinema passata alla tv (Jane Fonda), Maradona versione bonzo e Miss Universo (Madalina Ghenea). Gravitano tutti attorno alla coppia di magnifici vegliardi che Sorrentino ha il merito di trasformare in attori “sorrentiniani”: Caine ricorda Jep Gambardella/Servillo per l’indolenza da flaneur arrivato e l’enorme montatura degli occhiali, mentre Keitel è un mix di cinica leggerezza e ridicola tronfiezza, due caratteristiche riconoscibili nei lavori del regista.
Un sanatorio che sembra uscito dalle pagine della Montagna incantata di Thomas Mann, anzi è lo stesso. Un curioso confronto generazionale. Una riflessione sul tempo e l’età, la vita compresa oggi in rapporto al futuro e al passato. L’arte, la fama e la vanagloria. Tutti temi presenti e non presenti, sventolati e appena abbozzati. Chi trascrivesse i dialoghi si troverebbe alla fine con un elenco di massime e frasi fatte. E’ la drammaturgia del profondismo. Un trucco, un effetto scenico. L’illusione di entrare a far parte di qualcosa di serio e importante – di artistico! – e il sollievo di essersi sbagliati. Chi vorrebbe essere considerato importante al giorno d’oggi fino al punto da essere preso sul serio?
Avere intuito questo fa di Sorrentino un autore moderno, amato e detestato. La critica storce il naso? Bene, lui allarga la platea del suo cinema, continuando a vendendogli l’Opera al prezzo di un concerto da stadio. E’ pop come lo erano i Queen di Bohemian Rhapsody. Lui e Luca Bigazzi seguitano a costruire cattedrali nel deserto: architetture visive esteriormente ricche, iper-barocche, dentro vuote o quasi. Manierismo fatto stile. Non smettono di cercare la stupefazione di sguardo, rapito dal moto fluido della mdp, dalle sue traiettorie quasi impossibili. Il tutto tenuto insieme dal Tempo. Il tempo musicale, la ritmica della messa in scena. Il repertorio di brani e motivetti al solito fondamentale alla buona riuscita dell’impresa. Il cinema di Sorrentino è anche questo: un enorme e laccato videoclip. Sarebbe persino brutto se non fosse mostruosamente divertente.
Lo stupore ha bisogno dell’ironia perché distrugge ciò che l’altro crea, lasciando che la bolla d’aspettative esploda ogni volta per una battuta, una gag. Parossismo e vanificazione. Fellini soffiato via da Peter Sellers e preso a calci da Monicelli, il regista che si lancia dal balcone. Capita anche qui.
Succede anche che la dedica finale sia per Francesco Rosi. Persino una boutade può essere autentica.
Gianluca Arnone, da “cinematografo.it”

Paolo Sorrentino, fin dagli esordi, ha cercato in tutti i modi di rendere immediatamente riconoscibile il suo cinema, come se le ossessioni, i temi e i luoghi ricorrenti, l’architettura dell’immagine e la geometria dei movimenti fossero gli elementi di una semantica fondata sull’evidenza del segno; è un aspetto innegabile e per noi assolutamente negativo, perché sottolinea la presenza dell’autore con quella prevalenza calligrafica che in certi casi affligge i cineasti stanchi, a fine carriera e gravidi di riconoscimenti, dai quali ci si aspetta quell’immagine, quella situazione, quell’atmosfera. In questo senso Sorrentino costruisce blockbuster con il bollino blu dell’autore, rivolgendosi ad un certo tipo di pubblico e ovviamente senza l’onestà artigianale e vitale del cosiddetto cinema dai grandi numeri. Come a dire che in un certo contesto, se ti servi di David Lang per la colonna sonora originale, se inserisci i Godspeed You! Black Emperor, se sei così “originale” da selezionare un brano dei coltissimi Rachel’s, conquisti una zona di sicurezza che per lo meno può ambire all’ostentazione della “diversità”, quale sia e sopratutto che sostanza abbia è tutto da stabilire, al momento ci interessa sottolineare che il metodo Sorrentino, dal primo film fino a Youth, non è mai cambiato. L’utilizzo delle musiche, oltre a rappresentare un involucro di lusso, definisce personaggi e ambienti proprio a partire dalle caratteristiche d’ameublement, sono tinte che si accordano con la parte più esterna dell’immagine descrivendone lo spazio secondo coordinate superficialmente sinestetiche, un esempio specifico è presente proprio in Youth, quando Michael Caine guida la direzione di una musica immaginaria in mezzo ad un prato delle alpi svizzere regolando muggiti e campanacci; invece di evocare una dimensione metafisica, come vorrebbe costantemente suggerirci il cinema di Sorrentino, con le levitazioni ostentate en plein air, l’apertura dello spazio architettonico verso l’espansione onirica, la relazione “estetica” tra corpi e volumi, questa combinazione tra immagine e suono rimane in superficie, non buca l’inquadratura ma al contrario ne sottolinea la composizione equivocando l’idea di un’immagine contemplativa con la disposizione di corpi, oggetti e colori. Questa propensione all’ornamento è chiarissima osservando diacronicamente la filmografia del regista Napoletano e prendendo in esame gli ambienti; l’hotel de “Le conseguenze dell’amore” e di “Youth“, la Roma immaginata de “La grande bellezza“, l’America mai vista di “This Must Be the Place“, l’Italia tra terrazza e “palazzo” ne “Il Divo“, la separazione dal mondo in “Youth” e allo stesso tempo i temi che questa drammaturgia dello spazio include; il desiderio e la morte, le pulsioni creative e l’annullamento, l’oblio e l’estasi. È uno schema preciso, sempre uguale a se stesso, e rappresentato attraverso il raggelamento dell’immagine operato con i mezzi di una retorica linguistica molto più evidente di quella utilizzata da Giuseppe Tornatore, al quale va riconosciuta la capacità di avvicinarsi a quel cinema, per quanto abusato, onestamente radicato nella tradizione del set, come organizzazione di un mondo collettivo complesso e molto più aperto delle macchine celibi Sorrentiniane. Ecco allora i corpi di Youth, la loro decadenza fisica, il contrasto con le tette di marmo di Miss Universo, le geometrie dell’hotel e l’innesto di una natura già inquadrata come bozzetto artificiale, tanto da temere persino la vertigine dell’altezza, basta pensare a quel quadretto così composto che avvolge in un abbraccio posturale Rachel Weisz e il nuovo amante alpinista, sono motivi di un’armonia cosmica che Sorrentino vorrebbe farci credere “semplici”, come gli ultimi lieder di Strauss dedicati alla moglie soprano Pauline Strauss-De Ahna, scritti per descrivere il ciclo vitale fino all’interrogativo estremo “Ist dies etwa der Tod ?“. Le “simple songs” sembrano alludere a questa cultura da salotto, non tanto per i riferimenti più o meno espliciti, ma per la volontà di trasformare ogni elemento in campo in un segno marcatamente pregno, quasi fosse un tutorial ad uso e consumo degli allievi delle scuole secondarie, proprio per i suoi continui rimandi didascalici: i dialoghi, il cinema nel cinema, Jane Fonda come una Lauren Bacall in cancrena, la maschera orrorifica della sempre splendida Sonia Gessner la cui postura statuaria torna a suggerirci quello che non ci è più possibile immaginare, durante l’ultima esecuzione delle celeberrime “songs”. Del ciclo tra vita e morte del resto Sorrentino sembra preferire il teatrino della seconda, un’ipostasi del potere nella sua fase terminale, si proprio quello che plaude al suo cinema.
Giovanna Farulli, da “indie-eye.it”

Potremmo stare ore ed ore a discutere di “Youth: La Giovinezza”, perdere voce ed energie pur di provare a far valere un opinione su di un’altra, ma su una questione tuttavia dovremmo comunque essere tutti d’accordo:‎ Sorrentino ha stravinto.
Ha stravinto perché può permettersi di fare un film come questo, ha stravinto perché, possa piacere o meno e venga capito o meno, di lui e del suo lavoro se ne parlerà a prescindere fino alla nausea, senza alcuna possibilità, ovviamente, di risolvere il diverbio.
E questi sono onori che accadono solamente a coloro divenuti (o considerati) Grandi Maestri.
Ora, se Paolo Sorrentino sia un Maestro o meno, non sta certo a noi decretarlo, ma che sia Grande, sicuramente, è un dato di fatto su cui nessuno potrebbe mai mettersi ad obiettare. Discorso anagrafico a parte (cinquantacinque anni del resto non sono poi molti), stiamo parlando infatti di un regista magnifico, sperimentale, innovativo e spesso spiazzante, riconosciuto a livello europeo (e mondiale) come tra i migliori talenti in circolazione. Un peso non da poco, insomma, di cui lui stesso è consapevole nei minimi dettagli e con il quale, merito del il suo ego, è sceso a patti prendendosi il lusso di ricavarne persino dei vantaggi.
Uno di questi è proprio “Youth: La Giovinezza”, una pellicola probabilmente figlia delle bozze di uno scrittore adagiate a forza su di una struttura invisibile e inesistente. Una catena di dialoghi, di emozioni, di riflessioni e pensieri, attaccati tra loro con la colla e mai quindi davvero parte di un armonia come quella che sapeva creare il maestro d’orchestra Michael Caine, prima di entrare in pensione e ritirarsi in vacanza (a riposo) nello stranissimo albergo svizzero dove anche il suo amico fraterno Harvey Keitel sta scrivendo il suo film- testamento e, a sua detta, capolavoro. Un luogo astratto, riposante, allo stesso tempo però colmo di personalità variegate (tipo Maradona) alla ricerca di un equilibrio e di un senso che forse non esiste o non sono destinati a trovare. Comincia dalla vecchiaia allora Sorrentino, dalla meta in cui a certe domande si dovrebbe aver già risposto. Comincia da li per andare a ritroso, a ritroso verso una giovinezza che scopriremo, secondo lui, non è misurabile tanto con gli anni, o con l’avvenenza fisica, quanto con la voglia di potersi (e non volersi, attenzione) continuare a muovere ed emozionarsi. Questo perché per lui giovinezza è sinonimo di movimento, così come il movimento è vita, cioè la condizione basilare per fare, cambiare e modificare. L’età assume perciò le fattezze di un elemento relativo, confusionario, che imporrebbe un determinato stato e approccio, ma che può essere scavalcato nell’istante in cui ci rendiamo conto di stare ancora bene come cavalli e di avere occasione per procedere sulla nostra strada, come eravamo da sempre abituati a fare (guardando al futuro).
Nella dose di appunti raggruppati da Sorrentino – che per l’occasione torna a scrivere senza un aiuto al suo fianco (e si sente) – però c’è di più. Uno spazio che va a sconfinare dalle riflessioni accampate nei meandri della terza età, allargandosi a tutto tondo alla ricerca di risposte su leggerezza, desideri ed epifanie, quelle orbitanti attorno all’essere umano, eppure costantemente irraggiungibili, dimenticate e bramate. Come anticipato d’altronde “Youth: La Giovinezza” è un contenitore di emissioni, frutti della mente di un vulcano inarrestabile, che prova a studiare, ogni tanto ironizzandoci su, curiosità e paure che girovagano sciolte nel cervello e chiedono di venire quantomeno notate e analizzate.
Un trattato allenato per corteggiare la vita, ammirarla, assaggiarla, ma incapace di comprenderla nonostante la buona volontà e l’interesse vorace di farlo. Un’azione carica di umanità, ma inquinata dalla presunzione e dall’arroganza tipica di Sorrentino, la stessa che fino ad ora lo aveva portato in alto fino all’Olimpo, e che adesso – chissà magari per sue stesse intenzioni – appare come non mai prepotentemente fuori luogo e ingiustificata.
Sta di fatto che un principio di dubbio che tra le viscere di questa pellicola possa esserci in realtà qualcosa di davvero compiuto resta ed è persino una frustrazione enorme. Come un pilota alle prese con una macchina bellissima, esteticamente formidabile, con interni e accessori da sturbo che non riesce a intuire come andare oltre la terza marcia. Impossibile certificare se per sua stessa colpa o per quella della fabbrica.
E “Youth: La Giovinezza” è esattamente come quella macchina: elegante, attraente, estasiante, ma maldestro quando si tratta di dover smettere di scaldarsi per fare sul serio e ultimare.
Certo, rimane da capire se la colpa è di noi-piloti o di Sorrentino-fabbrica.
Giordano Caputo, da “ingloriouscinephiles.com”

“Si può nascere vecchi, come si può morire giovani” diceva Jean Cocteau, e Paolo Sorrentino non deve pensarla in maniera molto diversa stando a quanto visto in “Youth- La Giovinezza”, il suo ultimo film presentato in concorso a Cannes. Anche questa volta, cosi come per “La Grande Bellezza” qualche anno fa, il regista napoletano ha letteralmente spaccato in due la critica, ma pur non raggiungendo i picchi di poesia del precedente lavoro, Youth risulta un film più che dignitoso che merita almeno una visione. Al centro della pellicola ci sono Fred Ballinger, anziano direttore d’orchestra, e Mick, attempato regista ancora in attività. I due risiedono in un elegante hotel ai piedi delle Alpi, e si trovano a pensare insieme al futuro, osservando con curiosità le vite dei propri figli e degli ospiti dell’albergo in cui risiedono. Mick trova delle difficoltà nel portare a termine il suo ultimo film, mentre Fred si è ritirato dalle scene ormai da molti anni, fino a quando un giorno busserà alla sua porta un emissario arrivato direttamente da Buckingham Palace per conto della Regina Elisabetta, che lo vorrebbe a dirigere un concerto in occasione del compleanno del duca di Edimburgo. Le vicende dei due protagonisti si intrecciano con quelle di una serie di comprimari di lusso, personaggi che si muovono sullo sfondo di una location asettica (un vero e proprio “nowhere” ) come figure di un dipinto su tela: corpi bellissimi ma anche decrepiti che il regista non esita a mostrare alla telecamera. Differenti per aspirazioni ed età anagrafica, in alcune tra queste “maschere” non è difficile identificare personaggi anche noti, come un disincantato Diego Armando Maradona, mito assoluto di Sorrentino e forse sintesi perfetta di una giovinezza di successo oscurata da una “vecchiaia” fatta di acciacchi fisici e impossibilità a realizzare i propri sogni.
Se si volesse trovare una definizione al film si potrebbe dire che “La Giovinezza” è lo sguardo disincantato del passato sul futuro, della vecchiaia sulla giovinezza e di come due uomini più in là con l’età si rapportino ad essa. A contrario della maggior parte dei film su questo tema, la pellicola rimane tuttavia profondamente ottimista: la giovinezza non è esemplificata unicamente dal bellissimo corpo nudo della Miss Universo Madalina Ghenea (che i due protagonisti guardano più con malinconico distacco che con volgare lussuria come vogliono suggerire alcune critiche), né può essere circoscritta ad una mera questione anagrafica. Il segreto di un’eterna fanciullezza per Sorrentino è invece tutto racchiuso nella capacità che si ha di guardare al futuro e di essere liberi, e si è liberi solo quando si è realmente spinti a realizzare i propri sogni, anche quelli più nascosti: è in questo che differiscono Fred e Mick, per i quali l’arte, rispettivamente la musica e il cinema, ha sempre avuto un ruolo predominante, e dalla quale dipenderà la propria sopravvivenza. E’ per questo stesso motivo che nel film ci sono dei vecchi giovani ma anche dei giovani vecchi, imprigionati nella propria esistenza e incapaci di guardare al proprio futuro.
SORRENTINO STYLE
Da un punto di vista formale, la messa in scena è, come sempre, puro Sorrentino style: composizioni ricercate, un impeccabile gusto estetico, e scene che si fissano nella memoria proprio come dei bellissimi quadri da cui non si riesce a staccare lo sguardo (su tutte quella in cui tutte le “donne” del regista, ormai avviato sul viale del tramonto, tornano a fargli visita su un campo incontaminato o quella in cui Michael Caine riesce a vedere una potenziale orchestra da dirigere anche in un pezzo di carta o nei campanacci al collo delle mucche in pascolo). I dialoghi brillano per spiritosaggine e in più di un caso si ride a scena a aperta, ma resta la sensazione che in qualche punto Sorrentino abbia tirato troppo la corda e ceduto ad un po’ di sano narcisismo stilistico, o piuttosto che abbia pagato lo scotto del voler strafare dopo la statuetta vinta lo scorso anno. In conclusione “Youth- La Giovinezza”, volendo restare in “tema”, è un ’orchestra il cui direttore, nonostante qualche piccola stonatura, ha ottimamente coadiuvato uno splendido coro di musicisti\attori, tra i quali spicca un solista d’eccezione: un perfetto Michael Caine, che ad 82 anni suonati si avvia a conquistare il suo primo riconoscimento personale a Cannes.
Dubois, da “melty.it”

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