Young Syrian Lenses

Young Syrian Lenses: il regista Ruben Lagattolla e il fotoreporter Enea Discepoli presenti in sala

“Raccontare è diverso dal guardare”. Nonostante la forza intrinseca delle parole e la capacità coinvolgente della narrativa, a volte il racconto per quanto intimo e toccante non basta. Soprattutto se si racconta una guerra.
Non basta a descrivere il clamore di una bomba, il tremore della terra, il nuovo rapporto che si instaura con la morte, la familiarità che, tutto a un tratto, avvolge la parola “fine”.
Per percepire cos’è davvero una guerra, a Ruben Lagattolla non sono bastati i racconti dei rifugiati siriani incontrati nei campi profughi iracheni: “non sono mai riuscito a ottenere una descrizione ‘reale’ di quello che succedeva in Siria. Chiedevo: ‘com’è la guerra?’ Ma per loro era un qualcosa di scontato, una realtà che hanno vissuto, non riuscivano a fornirmi tutti i dettagli di cui avevo bisogno. Il fatto che a un certo punto decidi di chiudere la porta di casa e lasciarla per sempre. Per loro era normale il flusso della vita che ti porta in un campo profughi, era normale il loro stare lì. Dovevo capire com’era”.
E per capirlo doveva guardare.
L’occasione gli si è presentata con la conoscenza di Enea Discepoli, fotoreporter che era già stato in Siria e che voleva tornare ad Aleppo per organizzare una mostra con i fotografi di Halab news.
Halab news è una rete di media attivisti nata in seguito della rivoluzione del 2011. Ad oggi conta “più di sessanta giornalisti e reporter in varie regioni della provincia di Aleppo, così come nelle zone controllate dalle forze del regime”.
L’obiettivo di questa rete è “trasmettere immagini e voci dalla realtà” della guerra siriana, come si legge nel loro sito. L’obiettivo è raccontare quanto sta accadendo. Nonostante siano consapevoli, anche loro, che il racconto non è sufficiente.
“ Sono coscienti di non essere seguiti” ci racconta Lagattolla, “la situazione di stallo che vivono non interessa ai media occidentali che hanno bisogno di novità anche nel conflitto. Per cui una volta che ci sono stati 100 morti c’è bisogno di 200 morti per far notizia, questo lo sanno”, ma nonostante ciò sanno anche che informare è importante tanto quanto imbracciare le armi.
“Quando siamo arrivati in Siria la situazione ci è apparsa molto peggiore rispetto a quella che Enea aveva trovato nei mesi passati” continua Lagattolla, “il caravanserraglio del Seicento in cui dovevamo fare l’esposizione fotografica era stato bombardato” e quindi sono stati costretti ad abbandonare l’idea della mostra. Ma non quella di documentare la guerra.
Decisero, infatti, che la loro esposizione si sarebbe trasformata in un documentario, che il loro racconto della guerra siriana non sarebbe stato altro che il racconto del lavoro dei giovani reporter e giornalisti di Halab News.
“Young Syrian Lenses. Media Attivisti in Aleppo” è proprio questo. Uno sguardo sulla vita dei media attivisti siriani filmato “andando in giro con loro, vedendoli lavorare e trovandomi nelle situazioni in cui loro si trovano ogni giorno”. La storia dei media attivisti è anche il frammento di un ragionamento più grande che Lagattolla vuole portare avanti: far capire la realtà della Siria anche al di là delle bombe. “All’inizio la gente piangeva si disperava, perché tutti ad Aleppo hanno perso un familiare, un padre,una madre.. adesso invece è diventata una routine e anche la vita ad Aleppo si svolge in modo incredibilmente normale. La gente, per esempio, cerca di mandare avanti il negozio. All’inizio per me questo era incomprensibile. Ci ho messo tanto a capire questo rapporto con la morte”.
La Siria che Lagattolla ci descrive è un paese contraddittorio: coraggioso e forte ma allo stesso tempo rassegnato. “I siriani sanno che l’Occidente vuole far vincere Assad e sanno che stanno perdendo, per questo i ragazzi cercano tutti di scappare. Uno di loro mi ha scritto che sta aspettando di avere i soldi sufficienti per poter lasciare il paese, altrimenti la lama dell’Isis arriverà anche alla sua gola”. Per lui e per molti altri giovani siriani, l’obiettivo è diventato l’Europa.
Seguire il loro viaggio è il prossimo obiettivo anche di Ruben Lagattolla: “Parlare dell’immigrazione rappresenterebbe per me come completare un percorso, chiudere un cerchio partito dai campi dei rifugiati in Iraq, passando dalla Siria. Visto che ogni giorno sento discutere di muri e frontiere penso sia necessario parlare di questo perché non è tanta strada, è Mediterraneo, la Siria sta sul Mediterraneo” .
Silvia Di Cesare, da “arabpress.eu”

Il lavoro di documentazione e trasmissione dei fatti alla comunità internazionale, fatti non distorti e snaturati, è il lavoro quotidiano dei media attivisti di Halab News, il canale di news indipendente di Aleppo. Un lavoro pericoloso, svolto nei luoghi degli scontri, sotto i bombardamenti. Sono passati quattro anni dall’inizio della guerra civile in Siria, eravamo nel marzo del 2011 quando sono cominciate le prime manifestazioni pubbliche per richiedere le dimissioni del presidente Bashar al-Assad, che il 3 giugno 2014 è stato riconfermato presidente nelle elezioni svolte nei territori controllati dal suo governo.
“Prima di essere media attivisti, siamo tutti ribelli, il nostro impegno nella rivoluzione si è evoluto nell’informazione”. Parla così il reporter Karam Al Halabi, uno dei protagonisti del prezioso documentario “Young Syrian Lenses” (52’) di Ruben Lagattolla e Filippo Biagianti, sostenuto da Amnesty International sezione Italia.
Il film segue i giovani reporter, mostra le macerie causate dalle bombe lanciate dagli elicotteri delle forze armate del governo siriano, mostra un barile-bomba inesploso, gli stessi barili-bomba (armi non convenzionali) che il presidente Bashar ha sempre negato di usare contro i rivoluzionari (anche recentemente, 10 febbraio 2015, in una lunga intervista per la BBC) ma che diverse associazioni umanitarie accusano di essere state usate, come anche le armi chimiche contro i manifestanti all’inizio delle proteste. Il film mostra come la vita resiste, abituando le persone a persistere nelle condizioni più difficili. Mostra le conseguenze e le reazioni, gli immediati primi soccorsi al cadere delle bombe.
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E ci fa vivere attraverso lo sguardo dei reporter, che sono i primi a muoversi assieme ai soccorsi quando c’è un attacco, quei momenti terribili fatti di paura, di dolore e indignazione mista a impotenza. Una bomba che cade non colpisce solo un obiettivo prefissato; distrugge, massacra e fa morti, feriti e mutilati tra i civili. Fa vivere in uno stato di continua tensione e malessere. E vedere tutto ciò ripreso da una videocamera, quando si è capaci di usarla come nel caso di questo documentario, è molto più forte e intenso di qualunque altro modo di trasmissione dei fatti, siano le fotografie o l’audio o le parole.
Lagattolla e Biagianti (di Ancona il primo, pesarese il secondo) hanno effettuato le riprese tra il 30 aprile e il 9 maggio 2014. Lo hanno fatto con competenza e serietà, rischiando molto. Il risultato finale entra di diritto nella schiera dei lavori (film documentari libri reportage) che devono essere sostenuti e mostrati a quante più persone possibile. Un documentario necessario, che serve a far capire ancora meglio la situazione in Siria.
da “redattoresociale.it”

“Young Syrian Lenses – media attivisti ad Aleppo”, documentario di Ruben Lagattolla e Filippo Biagianti, patrocinato da Amnesty, per la prima volta ha mostrato la vita quotidiana della città siriana sotto i bombardamenti.
A raccontare la genesi di “ Young Syrian Lenses” ci sarà il regista Ruben Lagattolla, documentarista esordiente nato ad Ancona, dove vive; negli ultimi anni Lagattolla ha trascorso molto tempo in Medio Oriente per la sua attività di cameraman per l’agenzia EPOS e proprio nei campi di profughi siriani in Kurdistan ha sviluppato il desiderio di testimoniare la guerra raccontatagli da oltrefrontiera.
“Young Syrian Lenses” racconta la quotidianità dei componenti di Halab News, un network nato da un
gruppo di giovanissimi media-attivisti che hanno deciso di raccontare la guerra nella loro città, Aleppo; armati solo di videofonini e telecamere, sono diventati tra le maggiori fonti di notizie per i media di tutto il mondo. Il documentario mostra la vita quotidiana della città sotto i bombardamenti e gli effetti devastanti dei barili carichi di esplosivo e proiettili sganciati dagli elicotteri dell’esercito governativo.
Amnesty International, impegnata dall’inizio del conflitto siriano nel denunciare le violazioni dei diritti umani e nel tenere alta l’attenzione dell’opinione pubblica, ha appena lanciato la campagna #OpenToSyria, che punta ad ottenere un impegno da parte di numerosi governi in Europa, Asia ed Americhe per accogliere entro la fine del 2016 il 10% dei rifugiati siriani (circa 380.000 persone); attualmente i rifugiati vivono nei cinque principali Paesi ospitanti: Libano, Giordania, Turchia, Iraq ed Egitto.
Isabella Tombolini, da “adriaticonews.it”

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