Wild

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La giovane Cheryl decide di dare uno strappo alla sua vita. Ha vissuto un’infanzia difficile ed ora un grave lutto l’ha messa a terra, è piombata in un buio esistenziale, dove galleggia fra sesso consumato e morboso, e dipendenze da alcol e droghe, il fondo è più che mai raggiunto. Decide allora di intraprendere da sola una dura prova per dare un senso a tutto il vuoto che ormai la pervade. Si arma dunque di uno zaino abnorme e pesantissimo, riempito di tutto l’occorrente per affrontare il Pacific Crest Trail (PCT, il Sentiero delle Creste del Pacifico), in un’escursione in solitudine dal Deserto del Mojave fino alla regione del Pacific Northwest.  Lungo il percorso sarà costretta ad affrontare le più difficili insidie in un viaggio selvaggio alla ricerca di sé stessa.

Wild è un lungometraggio tratto dall’omonimo bestseller autobiografico di Cheryl Strayed. Ad interpretarla nel film una bravissima Reese Witherspoon che scommette con coraggio in questo film tanto da produrlo oltre che interpretarlo. La direzione è affidata a Jean-Marc Vallée, signor regista di film sontuosi come C.R.A.Z.Y. e Café de Flore e candidato all’Oscar con l’ultimo Dallas Buyers Club. La sceneggiatura e di Nick Hornby (An education eAbout a boy). Suddetti credits lasciano trapelare che il progetto si preannuncia interessante, ancor più, conoscendo la capacità del regista franco-canadese di emozionare e colpire al cuore, elementi questi che sembrano calzare a pennello con il soggetto e la sorprendente storia della giovane Cheryl.

I temi sono quelli del viaggio, della colpa e della redenzione. Emergono a bizzeffe le dicotomie avventura e formazione, fuga e rinascita, paura e coraggio. Quindi il percorso selvaggio e primordiale per ritrovarsi, un percorso arduo, pericoloso, ma ciò che non uccide fortifica e spesso quando non abbiamo più nulla da perdere è proprio una prova estrema che ci porta a capire l’essenza di noi stessi. Ed ecco quella di Cheryl, una donna che cammina sola in zone selvagge per migliaia di chilometri a fare i conti con sé stessa e con i ricordi che riaffiorano, così piccola, fragile e impotente dinnanzi alla vastità incontaminata del mondo, della natura selvaggia. I paesaggi incontaminati e il ritorno alla dimensione animale di una donna sola nella natura, sono accompagnate dalle musiche sapientemente allegate e montate alle immagini. Alcune sequenze sono potentissime ed emotivamente pregne, sia nel visivo che nel sonoro. Vallée già c’aveva abituato ad un sapiente utilizzo delle musiche e del montaggio sonoro, qui ce ne offre un’ulteriore conferma.

Il film incede nella narrazione fra presente selvaggio e flashback che mettono chiarezza su cosa ha portato Cheryl alla scelta di intraprendere quell’ardua prova di coraggio. Nell’arco del racconto ci troviamo soli con Cheryl e le sue paure nel bel mezzo del deserto, per poi ritrovarci catapultati nei suoi flussi di coscienza, nei suoi ricordi, fra gioie e dolori, rimorsi e rancori. In questo senso, Hornby ha sfruttato in modo formidabile il coinvolgente soggetto di partenza redatto dalla Strayed, compilando una sceneggiatura ottima in grado di esaltare l’umanità, le relazioni profonde ed emozionali che contaminano le scelte e il percorso di crescita della protagonista. Hornby con questa prova conferma la sua capacità unica di raccontare il mondo femminile con la stessa efficacia e naturalezza di quello maschile che tanto lo ha reso famoso, un assaggio ce lo aveva già dato con An education, un altro brillante racconto sul mondo al femminile e sulla formazione di una donna.

Il registro è quello della cruda realtà, di non nascondere nulla, ma di dare talvolta un pugno allo stomaco allo spettatore, coinvolgendone senza filtri l’emotività e la sensibilità. Diciamo che Vallée non rimanda molto alle intuizioni, non nasconde granché, se c’è da vedere un unghia che si spezza o una dose di eroina in procinto di entrare in circolo non si risparmia e te la fa vedere, perché l’atto si certifica con la forma e il contenuto che ci rimangono impressi nella memoria, laddove la forza di un’immagine impattante si fa portatrice di significati, simboli e poetica anche nella sua cruda durezza necessaria.

La storia di Cheryl è una storia di dolore, della perdita di un amore, quello materno, della “pervasività” della malattia e dell’elaborazione di un lutto. Di una vita giovane che ormai sembra finire, densa e lunga, così piena e compiuta da giungere prematuramente svuotata, destinata a chiudersi per voltare pagina, per ricominciare. Per farlo grazie a un viaggio che significa redenzione ma soprattutto rinascita e ricongiunzione con l’essenza stessa. Un  viaggio che si compie su oltre mille miglia e all’interno degl’oltre mille pertugi dell’animo umano. Un viaggio sul mondo e attraverso il mondo, ma anche all’interno della coscienza e dello spirito. Per trovare un senso, per evadere, per fuggire da tutto ciò che è perdizione e per perdersi negli spazi selvaggi cercando se stessi.

Quello di Cheryl è un viaggio vero, quello più significativo e necessario verso la propria consapevolezza dopo altre evasioni ed espedienti autodistruttivi come le droghe ed il sesso meccanico, che non hanno fatto altro che isolarla ancora di più da quel poco che le rimaneva di veramente autentico. La lezione di vita si compie in solitudine, riflettendo sui rimpianti, sulle proprie perdizioni, cercando di perdonarsi, superando la vergogna e ricostruendosi, elaborando il dolore e trovandosi definitivamente.

Il viaggio di Cheryl è anche il viaggio che compie lo spettatore alla visione di questo film, nato da un progetto che si preannunciava interessante e che non ha deluso affatto le aspettative. Siamo di fronte ad una storia importante raccontata con un’opera e una maniera stilistica importante, che conferma lo straordinario talento di Jean-Marc Vallée e la capacità di raccontare impeccabilmente l’umanità e la profondità delle nostre vite, delle nostre avventure come quella straordinaria di Cheryl Strayed. Una capacità che in questo caso è stata coadiuvata anche dall’ottimo script di Hornby e dalla performance d’alto livello di Reese Witherspoon, attrice negli ultimi tempi  un po’ defilata  che grazie a questa pellicola, possiamo dirlo, si è rilanciata nuovamente in un certo cinema che conta.

Lorenzo Ceotto, da “storiadeifilm.it”

Nel 1995, la ventisettenne Cheryl Strayed intraprese un viaggio che l’avrebbe dovuta condurre dal deserto del Mojave fino al confine tra U.S.A. e Canada. Dal suo memoriale, pubblicato nel 2012, il canadese Jean-Marc Vallée ha tratto il suo ultimo film, Wild, presentato al Festival di Londra per la gioia di tutti gli amanti dei grandi paesaggi americani. Sorge spontanea la domanda: non ne avevamo già abbastanza di viaggi epici, di scontri uomo-natura al limite della sopravvivenza?

Forse sì, ma vale la pena citare Borges, che asseriva con dogmatica certezza: “Quattro sono le storie. Per tutto il tempo che ci rimane, continueremo a narrarle, trasformarle.” Superata questa prima, legittima – ma non troppo – perplessità, le due ore scarse di Wild assicurano allo spettatore il miglior sviluppo possibile della trita e ritrita parabola umana del viandante alla ricerca di sé stesso. La regia di Vallée aderisce alla sceneggiatura di Nick Hornby, concentrandosi su Cheryl (Reese Witherspoon) e non cedendo mai il passo alla tentazione del mero compiacimento estetico, come gli sconfinati scenari degli States potrebbero suggerire. Wild è la storia di un’anima, e ogni metro di terra, di roccia o di torrente inquadrato viene filtrato dall’esperienza diretta della protagonista, e su di lei imprime la sua decisa impronta, sia essa fisica o spirituale. Più scarno e crudo rispetto al lirismo furbetto del pregevole Into the wild, il film di Vallée fiorisce grazie a una narrazione lineare che non è mai schiava delle proprie regole, alternando con sensibilità il viaggio di Cheryl con sprazzi analettici che ne rievocano il tormentato passato – reso ancor più vivido dall’ottima performance di Laura Dern nel ruolo della madre, Bobbi. In quest’ottica, lo spettatore cammina al fianco della protagonista e compie, assieme a lei, la graduale scoperta del suo ego nascosto, della sua vera essenza.

A scanso di equivoci, va detto che Wild non è quello che si definirebbe un film coraggioso: si attiene infatti ai canoni del racconto di viaggio, riuscendo a fonderlo con il dramma biografico di una donna che non riesce a perdonarsi. Siamo sugli stessi binari geografici di Into the wild, ma le tematiche e le riflessioni suggeriscono somiglianze ben più evidenti col recente Tracks, dove una stravolta Mia Wasikowska attraversava il deserto australiano alla ricerca di redenzione personale. Lo stesso fa Cheryl, intraprendendo un percorso che è agli antipodi di quello di Christopher McCandless, in fuga dalla società ma fiducioso e ottimista. L'(anti)eroina di Vallée è invece circospetta, a tratti sfiduciata e sopraffatta da un mondo che, in tutto e per tutto, sembra volerla sommergere: in questo, i suggestivi ma ostili paesaggi degli Stati Uniti diventano specchio delle passate vicissitudini di Cheryl, del dolore che l’ha aggredita sin dall’infanzia, senza che vi fosse stata preparata. Meraviglia bambinesca e cinismo si danno la mano nell’interpretazione di Reese Witherspoon (qui anche in veste di produttrice), che offre la summa delle sue capacità metamorfiche nell’affrontare un personaggio dall’adolescenza fino all’età adulta, mostrandone le contraddizioni con una verosimiglianza che supera i confini della messinscena e diventa verità. L’immersione dell’ex fidanzatina d’America in un ruolo non privo di zone d’ombra conferma il talento di Vallée nel ritrarre personaggi travagliati e emotivamente policromi, a maturare un interesse già palesato con Dallas Buyers Club.

Si perdona volentieri a Wild qualche scivolone nel miele – la scena più patetica coinvolge un lama e un bambino che intona Red River Valley, alla vigilia di un catartico pianto della nostra Cheryl. In fondo, è pur sempre una storia sentimentale, e se l’intento era quello di emozionare e avvicinare il pubblico alla protagonista a prescindere dal suo discutibile percorso biografico, Vallée ha centrato il bersaglio con rara precisione, superando i precedenti da cui muove i suoi passi con parecchi punti di scarto. Non resta che aspettare il prossimo passaggio di testimone, per assistere a una nuova trasformazione di una storia antica come il mondo, vera come la natura.

Alessia Pelonzi, da “badtaste.it”

 

 

Calze sporche di sangue, lividi sulle gambe, e l’unghia del pollice distrutta da strappare via. Comincia così Wild, e pare ci dica che non sarà di certo un percorso leggero per la protagonista Cheryl Strayed, avventuratasi nel Pacific Crest Trail, il sentiero che va dal confine con il Messico a quello con il Canada.

“Puoi mollare quando vuoi, ricordatelo”, le aveva detto un’amica nel momento in cui la ragazza decise di partire. Quella frase le ritorna in meno di continuo, perché la possibilità di mollare tutto è lì, facile e a portata di mano. Nessuno le darà della perdente, perché Cheryl non vuole dimostrare nulla a nessuno, forse manco a sé stessa. Deve solo andare, perché il passato recente l’ha segnata e non c’è altro modo per disintossicarsene.

La storia di Cheryl Strayed è un concentrato di luoghi comuni. Nessuna offesa: sono cose che nella vita succedono, ma che è difficile rendere sul grande schermo senza concessioni al patetismo o alla retorica. Devo ammettere che mi spaventava parecchio il fatto che alla regia ci fosse Jean-Marc Vallée, che credo non faccia un film davvero interessante dal 2005, anno di C.R.A.Z.Y..

Idolatrato da critica e pubblico, soprattutto grazie a Dallas Buyers Club, Vallée è invece per chi scrive una promessa non mantenuta. Café de Flore s’inceppava nel suo stesso meccanismo narrativo, mentre il suo già citato ultimo lavoro mi pare soprattutto un veicolo per i premi che contano per i due attori protagonisti, senza troppo di nuovo da raccontare.

Il timore era che Vallée si sarebbe approcciato alla storia di Cheryl nel modo più hollywoodiano possibile, azzerandosi completamente e mettendosi al servizio di una sceneggiatura che avrebbe fatto dei luoghi comuni il suo punto di forza. Cheryl infatti ha un passato piuttosto turbolento, in cui si incastrano e si danno vita l’un l’altro molti problemi che l’hanno segnata nel profondo.

Tutto comincia con il rapporto con la madre, Bobbi (Laura Dern), che ha praticamente cresciuto da sola la ragazza e, durante il liceo, ha frequentato la sua stessa scuola per recuperare gli anni di studi che non ha mai avuto la possibilità di frequentare. C’è poi la storia d’amore con Paul, durata 7 anni e finita con un tatuaggio in comune fatto da entrambi lo stesso giorno del divorzio, per segnare sui propri corpi quel periodo che comunque è stato indimenticabile.

 

Da lì il passo è breve, ed entrano in scena elaborazione del lutto, tossicodipWild recensione in anteprimaendenza, sesso compulsivo. Raccontato così effettivamente Wild fa orrore, perché sembra davvero che il fine di Vallée nel raccontare questa “parabola” voglia andare a parare su lidi non solo già visti e stravisti, ma persino moralisti. Quello che però fa la differenza è il montaggio “emotivo”, che raggiunge a tratti momenti sinceramente toccanti.

Perché Wild altro non è in fondo che la messa in scena di un flusso di coscienza di una persona che ad un certo punto della vita si ritrova in stallo, incapace di andare avanti, spaventata da sé stessa e da tutto il mondo lì fuori. Già tutto detto (da Into the Wild fino a persino Tracks)? Vero. Ma è l’approccio stesso del regista che questo giro fa la differenza e mi sembra tenere in piedi il progetto, e mica è cosa da poco.

Non è che poi il film non abbia ricevuto delle critiche, però francamente mi sento di difendere Wild: perché trovo che l’approccio del regista sia quello giusto. Vallée racconta un viaggio sia fisico che mentale in una natura che è sì affascinante e bella, ma soprattutto faticosa. Wild è scandito dal passare dei giorni e dei km percorsi da Cheryl, e proprio il “Giorno 1” la ragazza dice fra sé e sé, dopo aver camminato per neanche un minuto, “Chi cazzo me l’ha fatto fare?”.

Segue un momento piuttosto divertente (uno fra molti: il film è anche pervaso da uno humour irresistibile) in un motel in cui la ragazza deve inventarsi un modo pratico per mettersi sulla schiena il suo enorme e pesantissimo zaino, che porterà addosso per ore e ore di camminata. Va quasi da sé che il “Giorno 36”, ad esempio, sia un “Day Fucking 36”. In questo tessuto canonico da road movie affrontato a piedi, in cui la ragazza incontra ovviamente diversa gente che sta percorrendo come lei il PCT, si inseriscono i suoi ricordi.

Mi pare che tutto si possa dire a Vallée tranne di aver giocato sporco. Se la materia è quella che è, lui ha provato a darne un senso attraverso un montaggio che veramente fa il film. Schegge di memoria, suoni e frasi e canzoni che ritornano (attenzione alla OST, strepitosa tra Simon & Garfunkel e Bruce Springsteen), flashback e via dicendo. Ci sono la fatica e il dolore fisico del viaggio, ma c’è anche la fatica e il dolore mentale del ricordo. Tutto ciò per descrivere a 360° un personaggio femminile con il quale lo spettatore è davvero chiamato a viaggiare assieme.

Il film cade e si rialza continuamente con Cheryl (a cui Reese Witherspoon regala forse davvero la sua migliore interpretazione), donna resa fragile dalle circostanze della vita e decisa a prendersi una svolta. Quale ancora non lo sa, ma dopotutto è il viaggio che conta. E se il viaggio serve a farti capire che le scelte che hai fatto in passato, discutibili quanto si vuole (ancora oggi Cheryl si dà al sesso occasionale, e fortunatamente non se ne pente!), allora vuol dire che non si è buttato via proprio nulla della propria vita. Nonostante tutto il dolore provato.

Gabriele Capolino, da “cineblog.it”

 

Bisogna avere una certa sensibilità e una giusta predisposizione per il viaggio per riuscire ad apprezzare Wild, il nuovo film del regista canadese Jean-Marc Vallée, ormai richiestissimo negli Stati Uniti dopo il grande successo di Dallas Buyers Club. Qualcuno potrebbe obiettare, sostenendo che ormai, dopo Into the Wild di Sean Penn dal libro di Jon Krakauer, è difficile aggiungere ed evocare qualcosa di nuovo sull’argomento. E invece, che ci crediate o no, Wild  lo fa, anche perché, a ben vedere, tra il film di Penn e quello di Vallée una differenza sostanziale di fondo c’è. Da una parte c’è un approccio al viaggio istintivo, di pancia, dettato da una spinta tipicamente giovanile di scoperta e dall’insofferenza nei confronti della ripetitiva normalità del mondo degli adulti priva di stimoli per cui valga la pena di lottare, e che però, in questo, rivela anche tutta la sua intrinseca immaturità, tanto è vero che la peregrinazione del protagonista si conclude in tragedia. Dall’altra, c’è la visione del viaggio di Wild, inteso come percorso terapeutico che da una vita precedente ci permettere di rinascere, più forti e pieni di nuovi stimoli.

Wild è tratto dal romanzo autobiografico di Cheryl Strayed, ed è stato adattato per lo schermo dal famoso scrittore Nick Hornby. Da ragazza, la Strayed era rimasta profondamente toccata dalla morte per malattia della madre (nel film interpretata da Laura Dern). Il venir meno di questo legame, si traduce contemporaneamente nella perdita delle coordinate fondamentali che fino ad allora avevano condotto Cheryl lungo la retta via. Così, la donna fa fallire il matrimonio, diventa una specie di ninfomane, rinuncia al lavoro e sprofonda nel tunnel dell’eroina. Eppure, proprio quando è a un passo dal baratro, raggiunto il quale è impossibile tornare indietro, Cheryl ha un’illuminazione, interrompe questo suo processo di autodistruzione e decide di intraprendere un avventuroso viaggio a piedi di oltre mille chilometri che dal deserto del Mojave la porterà, sola, in compagnia unicamente del suo zaino, attraverso il Sentiero delle Creste del Pacifico fino al confine tra gli Stati dell’Oregon e di Washington.

Raccontato da Vallée avvalendosi del suo consueto, ma mai scontato o manierista, stile personale, fatto di ellissi e un arco narrativo non lineare, Wild è un film costruito su misura per Reese Witherspoon, convincente nei panni di Cheryl Strayed e visibilmente ben disposta a sopportare la fatica, il sudore e l’adrenalina delbackpacker, tra insidie naturali e umane, fugaci incontri formativi e passionali, e la paura onnipresente di non riuscire ad arrivare fino in fondo. Alla fine, però ci sono solo la soddisfazione e la gratificazione personali e la determinazione a fare di questa inimitabile esperienza non solo una grande virtù ma il punto di partenza per una nuova vita che è anche una vera e propria resurrezione.

Marco Cacioppo, da “nocturno.it”

 

 

La macchina produttiva che c’è dietro il film Wild crea “da sola” alte, altissime aspettative: la regia Jean-Marc Vallée (Dallas Buyers Club), una sceneggiatura di Nick Hornby (tratta dal libro di memorie di Cheryl Strayed) l’interpretazione, e la produzione, di Reese Witherspoon.

E regista, sceneggiatore e attrice/produttrice hanno vinto la sfida a testa alta.
Wild è un film dalla bellezza selvaggia, non perfetto, ma di un impatto emotivo straziante e gratificante.

Dopo la scomparsa dolorosa, incolmabile, della madre Bobbi (Laura Dern), dovuta a una feroce malattia, Cheryl Strayed (in realtà il suo cognome sarebbe Nyland, poi ha ne ha scelto un altro per non essere più quella che era stata; lo ha cambiato con un nome che richiamasse il termine randagio – stray), curiosa studentessa, amante dei libri, inizia un viaggio nei bassifondi dell’umanità.
Il dolore per la perdita di sua madre la trasforma, trascinandola nel baratro dell’eroina, del sesso sfrenato e meccanico con sconosciuti, fino alla devastante fine del suo matrimonio.
La sua battaglia per la sopravvivenza, per ricominciare, parte da una sfida impegnativa: camminare le 1.100 miglia (4.500 km) del Pacific Crest Trail, la strada tortuosa che dal Messico arriva fino in Canada; una sfida o meglio un capriccio inconsapevole, perché lei, prima di partire, era completamente impreparata ad affrontare quello che la natura le avrebbe offerto, e lo si capisce dallo zaino, “il mostro” come viene chiamato da un altro escursionista, carico all’eccesso di oggetti non indispensabili.
Testarda e rigorosa inizia questo lungo, incosciente percorso di sofferenza (fisica) e solitudine, imprecando quasi ad ogni passo.
Ogni tanto lungo la strada brulla, le montagne innevate, le salite rocciose, il suo viaggio è alleviato da animi gentili e altri un po’ meno, ma ha sempre una buona stella dalla sua parte.

E ogni passo, ogni canzone che ricorda o che si ritrova per caso ad ascoltare in questa fauna selvatica le evocano ricordi del suo passato; e così noi, attraverso un montaggio perfetto di flashback che ci riportano fino a quando era bambina, scopriamo le turbolenze della sua infanzia e, più o meno, quello che l’ha portata a scivolare via dentro ad un baratro.
Più o meno perché qui la sceneggiatura di Hornby è narrativamente brusca, lacunosa sulle cause psicologiche che dalla morte della madre, hanno portato Cherlyl, che comunque aveva una famiglia stretta intorno a lei, il marito e il fratello, negli abissi di un’agonia sentimentale; ed è qui che il film accusa i colpi di un’imperfezione.

Comunque, le nostre lodi vanno a Jean-Marc Vallée e Nick Hornby, che hanno preso un tema molto comune, forse addirittura abusato, quello del viaggio on the road, frustrante dal punto di vista fisico che diventa metafora di un percorso interiore, tuttavia lo hanno sviluppato in modo da creare subito una grintosa immediatezza emotiva, dando luce alle lotte interne ed esterne dell’animo umano.
Wild è anche dotato di situazioni simpatiche, dovute all’ironia della vita e all’inesperienza della protagonista (le fumettistiche vestizioni di Cheryl con lo zaino suscitano ilarità), che allietano la visione, come una tregua per lo spettatore dalle sofferenze di Cheryl.
Reese Witherspoon, da parte sua, si immedesima alla perfezione in Cheryl, catturandone vulnerabilità e conflitti nella sua battaglia per la sopravvivenza. Perché è di questo che si tratta, nessuna ricerca di redenzione o di infinito, ma sopravvivere a sè stessi.

Ilaria Falcone, da “nonsolocinema.com”

 

La cultura americana è fondata sul viaggio come frontiera fisica ed esistenziale. I pionieri erano persone alla ricerca di un cambiamento nella loro vita. Non stupisce quindi che queste tematiche siano un archetipo del cinema o della letteratura americana, tanto che talvolta non si capisce fino a che punto chi cerca un’esperienza estrema per purgarsi e ricominciare non agisca per emulazione o per reale volontà. In ogni caso Cheryl Strayed ne ha passate tante nella sua vita e ha voluto raccontarle in un libro che Reese Witherspoon ha letto avidamente e lottato per portare sul grande schermo. L’attrice ormai fa pochi film, ma bisogna dire che si ritaglia dei ruoli significativi e di grande appeal per la stagione dei premi. Dopo l’Oscar perQuando l’amore brucia l’anima con Wild si candida per un riconoscimento importante.

Da tempo anche produttrice, la Witherspoon ha scelto l’emergente regista di Dallas Buyers Club, Jean-Marc Vallée, e affidato l’adattamento del libro di memorie della Strayed a Nick Hornby. Una cosa sicuramente l’ha ottenuta, un’attenzione particolare alla musica, vista la comprovata abilità dei due nel campo.

Cheryl decide di affrontare uno dei percorsi di trekking più affascinanti ed estenuanti: la Pacific Crest Trail, dal Messico al Canada per 4000 km, a piedi e senza particolare allenamento. La troviamo già provata, i piedi massacrati, nel mezzo delle montagne. Vallée nel corso del film ci svela i dettagli della sua vita, le ragioni che l’hanno spinta fino a lì, la morte fulminea della madre per un tumore, il divorzio dal marito per la sua reazione al lutto sconsiderata, fra droghe e tradimenti. Ha perso ogni speranza e affidandosi al ricordo della madre, con la sua forza e la sua generosità nel mettere i figli nelle migliori condizioni per avere una vita migliore, si fa forza per cercare dentro di sé le energie per ricominciare.

Al contrario di Into the Wild, viaggio definitivo alla scoperta della natura, o altri film di questo genere, che raccontano di esperienze estreme orientate a ricostruire un rapporto con qualcuno rimasto nella civiltà, Wild è la proiezione interiore di una donna che si lascia alle spalle la sua vita e il suo passato e vuole guarire da una ferita interna. Un percorso che grazie alla convincente messa in scena possiede un ritmo appassionante, alterna visioni oniriche a esperienze sensoriali forti, flashback sulle persone che ha amato, su di lei bambina, sulla musica e i libri che l’hanno segnata. Lungo il cammino gli incontri che fa la segnano e proseguono il percorso di formattazione emotiva, una tabula rasa con l’effetto memoria dei ricordi positivi, per poter trovare un senso nuovo alla sua vita una volta arrivata alla fine del percorso.

In Wild, al contrario dell’affine Tracks , non è il paesaggio che circonda la nostra camminatrice a contare, o la visione realistica delle condizioni estreme in cui si trova, quelle sono il condimento per un percorso a ritroso che ci allontana dal cammino e ci porta nel dolore vissuto da Cheryl. La ferita viene suturata in parallelo a una ritrovata autostima, al superamento del senso di colpa per aver distrutto il suo matrimonio. Peccato che emerga nella scena conclusiva quella tendenza alla retorica semplicistica che ha contraddistinto gli ultimi romanzi dello sceneggiatore, Nick Hornby.

Mauro Donzelli, da “comingsoon.it”

 

Jean-Marc Vallée regista dell’intenso “Dallas Buyers Club”, tratto dalla storia vera di un elettricista texano (che ha fatto vincere l’Oscar® a Matthew McConaughey e Jared Leto), torna dietro la macchina da presa, prende un best seller, un’altra storia vera e, con l’aiuto dall’acclamato scrittore Nick Hornby, la porta sullo schermo affidandosi ad un altro premio Oscar®, Reese Witherspoon (qui anche in veste di produttrice).

A metà anni ’90, la ventiseienne Cheryl Strayed, è una giovane alla deriva, strafatta di eroina, che tradisce il marito con il primo che passa. La prematura morte della madre le ha fatto perdere il baricentro e ora, è sola, disorientata ma determinata a tornare la donna che era. Quindi, divorzia, molla tutto, e si mette in cammino, nel vero senso della parola. Con uno zaino in spalla, percorre un bel pezzo di Stati Uniti seguendo il Pacific Crest Trail (PCT). Un percorso di trekking che va dal deserto Mojave sino al confine con il Canada, immerso nella natura incontaminata di un Paese che cambia e che ha tanto da offrire. Oltre tre mesi ((in totale 94 giorni), in solitudine, con la voglia di pensare e di trovare il modo di andare avanti. Dalle pianure alle montagne, attraverso il caldo torrido e temperature rigide. Pochi gli incontri, molti i pericoli, tantissime le paure, ma alla fine la protagonista vince tutto ed è pronta a rinascere.

Photo: courtesy of 20th Century Fox

Cavalcando un filone molto amato, quello che ha visto il successo di opere come “Into the Wild” e “127 Ore”, questa pellicola non si sofferma sulla sofferenza fisica tipica del genere, ma preferisce indagare il lato psicologico, il crollo interiore della protagonista. Quindi, si concentra su ricordi e pensieri, parla di affetti, amore, (auto)distruzione e perdita. Cheryl stessa, nonostante le croste e le contusioni provocate dai 1600 chilometri percorsi, pare affrontare le difficoltà pratiche con brillantezza ed enorme fortuna, mentre il suo passato conquista sempre più la scena ed essere archiviato solo una volta raggiunta la meta.

Photo: courtesy of 20th Century Fox

“Wild”, senza porsi troppi problemi pratici e con un dolore interiore che intuiamo (ma non vediamo né tocchiamo mai), è una favola incorniciata da panorami unici che asseconda perfettamente le esigenze del pubblico in vacanza: è leggero, veloce, non doloroso, a lieto fine e ben si guarda dal dilaniare lo spettatore. Con il sentimento che latita, quindi, direi che non è adatto a chi ama le pellicole che, nel bene o nel male, emozionino e facciano meditare.

Vissia Menza, da “masedomani.com”

 

 

 

 

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