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Vergine giurata

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Mark (Alba Rohrwacher) lascia le isolate e remote montagne albanesi e arriva in Italia. Ma cosa cerca Mark? È la domanda ricorrente che tutti, compreso se stesso, gli rivolgono, a cui seguono silenzi carichi di confusione e dolore.

Laura Bispuri segna il suo esordio nel lungometraggio cercando ispirazione nel libro di Elvira Dones per raccontare una figura particolare, e forse insolita, quella della vergine giurata. Una vergine giurata è una donna che per avere gli stessi diritti degli uomini, e per non diventare quindi moglie e serva, si appella alle regole del Kanun, giura eterna verginità in cambio della libertà accordata solo ai patriarca e, di fatto, si veste ed è trattata come fosse un uomo.

Quando Mark arriva da Lila (Flonja Kodheli) in Italia la sua sembra una personalità costretta in un corpo votato a una promessa troppo grande e ingiusta. La Bispuri decide di svelare a poco a poco le ragioni sottese a questa scelta rispettata con abnegazione, affidandosi a flashback che ci riportano alla vita di Hana e al suo cambiamento in Mark. Hana, rimasta orfana da bambina, era stata affidata alle cure degli zii e con Lila, sua cugina, è cresciuta come fossero sorelle. Incapace di accettare le regole arcaiche di una comunità patriarcale, con l’aiuto dello zio trova la sua strada verso la libertà, una libertà pagata a caro prezzo.

Vergine giurata mostra con occhio delicato e silenzioso il disgelamento di un corpo rinchiuso in una prigione di ghiaccio, un corpo nato in un villaggio retrogrado dove gli uomini sono liberi e le donne sono serve e chi nasce donna per essere libera deve diventare un uomo casto per sempre, una vergine giurata appunto. La storia di Mark/Hana è una storia di rinuncia, rinuncia alla propria sessualità in nome di un diritto evidentemente da conquistare. Quando Mark/Hana arriva a Milano il processo di ri-scoperta del corpo e del desiderio ha inizio e muove i primi passi in piscina, quando Mark/Hana accompagna la figlia di Lila agli allenamenti. Attratta dall’acqua e da ciò che essa rappresenta – vita, libertà, maternità, femminilità ma anche fatica e lotta – Mark/Hana trascorre molto tempo in piscina osservando corpi che, messi quasi a nudo, raccontano e rappresentano ognuno una storia. La piscina, luogo di fatica, dedizione, disciplina e vittoria, diventa per Mark territorio di scoperta degli altri e di sé, nonché terra di incontro con quell’Hana soffocata in una fasciatura per appiattirne il seno.

La Bispuri riduce all’essenziale il dialogo – in albanese, peraltro – e con la camera insegue e scruta la metamorfosi di una creatura soffocata che per la prima volta si lascia andare all’istinto e accetta il proprio corpo. La condizione di Mark/Hana segue metaforicamente il cambiamento di stato dell’acqua: da ghiaccio della neve delle montagne al confine con il Kosovo, dove gli uomini sono i soli a poter accompagnare la salma del defunto con un lamento funebre, a imbracciare un fucile, a bere e fumare nei luoghi proibiti alle donne, a poter combattere in guerra e a gestire la proprietà, si ‘scioglie’ fino a diventare acqua, stato naturale e più gentile dell’elemento. Quando Mark/Hana abbandona la neve per liberarsi nell’acqua, si concede finalmente la possibilità di abbandonarsi alla fluidità della sua essenza, fatta di ‘Mark’ e di ‘Hana’, per ‘essere’, incondizionatamente.

Francesca Vantaggiato, da “taxidrivers.it”

 
Hana, orfana albanese, viene accolta in casa da Gjergi, un montanaro con moglie e una figlia più o meno dell’età della ragazza, Lila. Ma la cultura arcaica che abita quelle regioni, seguendo il severo codice del Kanun, mortifica e reprime il femminile, e Hana si ritrova a compiere una scelta drastica: diventare una vergine giurata, ovvero giurare verginità eterna e assumere un’identità maschile. Da quel momento sarà Mark e condurrà la sua vita come un uomo, ovvero con maggiore autodeterminazione, ma al prezzo di un rifiuto radicale della propria femminilità. Molti anni dopo Mark si reca in Italia, dove ritrova Lila. Nessuno sa il perché della sua venuta, ma a poco a poco, in contatto con una cultura più aperta, Mark ritroverà in sé le tracce di Hana.
Vergine giurata, lungometraggio d’esordio di Laura Bispuri, già David di Donatello per Passing Time e Nastro d’Argento per Biondina, esplora il tema dell’identità, non solo di genere, attraverso immagini essenziali, e allo stesso tempo rigogliose: i corpi sono descritti da vicino con un’intimità fisica quasi disturbante – carne, macchie, muscoli, pieghe della pelle.
La regia di Bispuri ha una qualità ipnotica, soprattutto durante le sequenze acquatiche che stanno diventando un suo “marchio di fabbrica”. I dialoghi sono ridotti all’osso, ma la storia è resa esplicita dalla limpidezza della narrazione e dalla recitazione intensa e rigorosa di Alba Rohrwacher, interprete di una femminilità di confine priva di vanità ma non di sensualità segreta.
La cinepresa che soffia sul collo dei personaggi, inseguiti da dietro, ricorda lo stile “documentario” dei Dardenne, e quella del “film di realtà” è evidentemente una scelta narrativa: non a caso Vergine giurata è prodotto, tra gli altri, da Vivo Film, che da sempre predilige questo genere. Ma l’appeal carnale delle immagini ricorda soprattutto l’opera di Lucrecia Martel, la regista argentina che ha raccontato la femminilità, soprattutto adolescente, in modo magistrale in La ciénaga e La niña santa (dove l’acqua assumeva la stessa valenza amniotica che ha in Vergine giurata). Entrambe le registe maneggiano con disinvoltura gli elementi naturali, e non hanno paura di ciò che può apparire osceno o imbarazzante. Attraverso di loro, la conoscenza del corpo e dell’animo femminile si fa forma filmica, e accende un altro riflettore su una realtà diversa (sommersa?) ancora poco vista al cinema.

Paola Casella, da “mymovies.it”

 

Hana cresce in un paesino di montagna in Albania dove vivono ancora le vecchie tradizioni, i vecchi codici e la supremazia dell’uomo sulla donna. Riesce però a ‘fuggire’ a tutto questo applicando l’antica legge albanese, il Kanun, che prevede che una donna possa diventare ‘vergine giurata’. Significa diventare a tutti gli effetti a livello giuridico un maschio, ricevendone tutte le libertà. Ora Hana si chiama Mark. Ma dopo 10 anni decide di cambiare vita e prende un treno per Milano, dove vive da tempo la sorellastra Lila che non vede da anni..

Sorpresa: siamo ancora capaci, addirittura con un’opera prima, di fare un film dal respiro un po’ più ampio del solito, un respiro europeo. Quindi fruibile anche dai mercati esteri, e se il film è finito di colpo in concorso al Festival di Berlino un motivo doveva esserci. Ed è una bella sfida quella di Laura Bispuri, che racconta una storia locale che però tutti possono capire.

Tratto da un romanzo dell’albanese Elvira Dones, Vergine Giurata è un film di contrasti: maschile e femminile, montagne e città, l’arcaico e il moderno, gender e corpo. È soprattutto un film sul corpo, e sulla libertà del proprio corpo, il quale definisce chi siamo. Hana/Mark va in giro con uno strettissimo bendaggio per schiacciare il seno, non ha forse mai indossato un reggiseno e non si è mai truccata.

Orfana in età giovanissima, è stata portata in salvo da un uomo col quale resterà a fianco fino alla fine, mentre la sorellastra decide di fuggire non vedendo un futuro in Albania. Sin da giovane Hana ha atteggiamenti ‘da maschio’: ma l’orientamento sessuale non c’entra, c’è solo voglia di affermarsi come persona. Ma in Albania una donna non può ad esempio usare il fucile. Agli uomini del posto non sta bene che Hana abbia questi atteggiamenti, e provano pure a violentarla per darle una lezione.

Pur di ottenere la libertà che vuole – e di cui ha francamente bisogno – diventa così una ‘vergine giurata’. Però dopo anni e anni a indossare un vestito e un ruolo che non rispecchiamo la sua identità, decide che è il momento di provare a cambiare ancora. Però Lila non si aspetta il suo arrivo a Milano. I rapporti si sono raffreddati, e insersi nella sua famiglia per Hana sarà faticoso.

Lila vive col marito e con una figlia adolescente con la quale ha un rapporto piuttosto difficile. Sarcastica e un po’ arrogante, la figlia prende subito di mira Hana, e non ci mette molto a capire che di fronte non ha di certo un maschio. La ragazzina pratica nuoto sincronizzato, e per passare il tempo Hana decide di accompagnarla tutte le volte in piscina (“Ti avevo detto di non venire, mi vergogno!”, le dice la nipote).

La Bispuri parte dalle tradizioni locali per delinare un’odissea personale che tocca l’identità sessuale, i ruoli sociali e di gender, e i legami famigliari. Per questoVergine Giurata è un prodotto non solo italiano. È molto europeo anche nello stile, che insegue un po’ il cinema dei Dardenne. La regista sa come muovere una macchina da presa e giostra bene le due linee temporali della storia. Si salta infatti dall’oggi a 10 anni prima, e il film ci guadagna pure in interesse e ritmo.

Non è privo di problemi, Vergine Giurata. Il rischio di questo stile collaudato ed ‘europeo’ è quello di raffreddare un po’ la materia, mentre i silenzi tengono subito un po’ a distanza. Non manca nemmeno qualche passaggio un po’ insitito e di cui forse si potrebbe fare a meno, come quello in cui Hana si trucca gli occhi per la prima volta davanti allo specchio nello spogliatoio in piscina.

In questo senso il film lavora come uno slowburner che comincia ad accendersi per davvero solo nell’ultima parte, quando guarda caso Hana comincia a scoprire il sesso (curioso il parallelo con Eisenstein in Guanajuato, sempre in concorso a Berlino). La (ri)scoperta dell’identità di gender passa anche attraverso la scoperta del sesso, e la Bispuri non si tira indietro (si veda la masturbazione in bagno).

Così come non ha paura di nulla Alba Rohrwacher, qui in uno dei suoi ruoli più convincenti. Nel film parla pochissimo, e parla sempre in un albanese che ci dicono essere davvero perfetto. Ha più o meno sempre la faccia triste di chi ha l’anima ferita e confusa, ha spesso la schiena curva. E ha ovviamente il magnetismo androgino perfetto per il ruolo. Bisogna dare atto che regge tutto il film sulle sue spalle.

Aiutata da una fotografia straordinaria e da una musica che funziona quando meno te lo aspetti, la Bispuri può pure un po’ peccare – come ogni debuttante – di una ricerca stilistica insistita, ma innegabilmente non le manca il cuore. Si vede che a questi personaggi ci tiene e che tifa moltissimo per Hana. Raggiunge anche un finale veloce e bellissimo, questo sì pieno di un calore che ti travolge.

Gabriele Capolino, da “cineblog.it”

 

 

Le donne dei film di Laura Bispuri non parlano quasi mai, esprimendosi attraverso altri codici. In “Passing time” e “Biondina“, due dei corti realizzati dalla regista romana, sono il gioco paradossale che rovescia la percezione della morte e il gesto anarchico a spezzare gli argini delle convenzioni; non una fuga dal reale ma dall’ordine delle famiglie, come “le figlie prodighe” di Alice Ceresa, forse meno feroci e alla ricerca di un proprio spazio affettivo, ma ugualmente tese verso la definizione di una soggettività che possa eccedere l’appartenenza alle istituzioni. La fonte d’ispirazione per Vergine Giurata è il romanzo omonimo di Elvira Dones, racconto di formazione che prende vita da quel complesso di leggi riconosciute come patrimonio costituzionale dall’Albania clanica del nord, nate anticamente per difendere l’identità del popolo dall’invasione dell’impero Ottomano e tuttora influenti per la comunità. Le regole del “Kanun” intervengono in materia di diritto civile e penale, identificando proprio nella famiglia una delle istituzioni chiave entro cui esercitare la legge. Quello che interessa alla Dones e a Laura Bispuri è il ruolo delle donne entro i confini di un ordine fortemente patriarcale, spinto in una posizione di totale subalternità, tanto da consentire l’omicidio in caso di adulterio oppure il ripudio se la donna accolta come moglie si rivela infeconda nell’arco di un periodo prestabilito. Ma “Vergine giurata” parla di un aspetto specifico del “Kanun”, ovvero la possibilità offerta alla donna di autoproclamarsi uomo nel caso in cui una famiglia si fosse trovata senza alcun erede maschio. Tutte le attività e il potere concessi all’uomo vengono trasferite alla donna prescelta dietro giuramento di verginità, una vera e propria trasformazione identitaria forzata che coinvolgeva l’abbigliamento, la vita comune insieme agli uomini, l’arte della caccia e quella della guerra. Su questa declinazione illegale del diritto, non riconosciuta ufficialmente ma tramandata come una vera e propria coscienza giuridica dei montanari albanesi, tanto da essersi innestata culturalmente per lungo tempo come ostacolo fortissimo al riconoscimento dei diritti delle donne in quei luoghi, Laura Bispuri partendo dal romanzo della Dones, elabora una riflessione che non è strettamente etno-antropologica, ma un lavoro di scavo “situato nel corpo” (per usare una Definizione di Donna Haraway) ovvero, l’idea che la conoscenza sia in qualche modo interconnessa a pratiche materiali e politiche incarnate. La storia di Hana costretta a diventare Mark, nel libro della Dones si svolge in un arco di tempo circoscritto tra la fine degli anni ottanta e l’inizio del nuovo millennio; dal piccolo villaggio sulle montagne albanesi si rifugia in America per recarsi da una cugina, così da sfuggire alle regole del “Kanun” da lei scelte come via d’uscita ad un matrimonio combinato. Laura Bispuri, al contrario, non definisce temporalmente la storia di Hana, toglie tutti gli elementi che precedono la scelta di affidarsi al “Kanun” ed elimina i numerosi riferimenti alla poesia che la Dones inserisce nel romanzo con una doppia funzione diegetica e metadiscorsiva; quello su cui lavora la regista romana è uno scavo silente, durissimo, che elide la parola oppure la riduce ad un elemento funzionale alla realtà petrosa dell’immagine, senza ricorrere ad un surplus didascalico di poeticità, ma lasciando che questa emerga dal corpo e dal gesto, dai graffi sulla schiena di Alba Rohrwacher, dalla costrizione come immagine che contiene, visivamente e “direttamente”, il suo rovescio politico. Perchè “Vergine Giurata” è un film fortemente politico per il modo in cui mostra la coincidenza tra desiderio e negazione come spazio “eccentrico” e ambivalente dove può formarsi la soggettività, quel territorio di necessità, fantasmi e solitudine di cui parla Teresa De Lauretis per descrivere le ragioni del discorso politico, ovvero le donne come “soggetti concreti”. Il punto di vista scelto sembra simile a quello del cinema di Cristian Mungiu (ma per non tirare in ballo i soliti Dardenne, al netto della cudeltà, ci sono venuti in mente il Dumont migliore meno simbolico e più fisiologico, la Nina Menkes meno visionaria e più frontale, quella di “Magdalena Viraga” non importa se consapevolmente o inconsapevolmente) nel lavoro sulla necessità rituale dell’immagine, legata ad un continuo processo di adattamento dove il corpo, come si diceva, occupa una posizione centrale attraverso la dimensione aptica del gesto; il fasciarsi e lo scoprirsi, l’esplosione di una necessità sessuale che non viene caricata di nessun significato morale e psicologico, l’osservazione di un mondo di corpi diversamente disciplinati come quelli del nuoto sincronizzato; il luogo della piscina, tra l’altro, torna per la seconda volta nella breve filmografia della Bispuri, dopo l’esperimento in 3D per il corto “Salve regina“, con intenzioni similmente tattili; in quel caso si trattava di sperimentare la dimensione acquatica come esperienza immersiva e contemplativa allo stesso tempo, mentre in “Vergine Giurata” è il brodo primordiale che ospita una successione di corpi tatuati, liberi, fuori forma, infantili, estatici che si aprono sulla visione di quel limen che consente la possibile formazione di una o più soggettività. Laura Bispuri, che fa semplicemente cinema (una cosa rara in Italia) ci mostra un processo identitario reversibile, interstiziale e in transito, nel suo farsi, disfarsi e ridefinirsi senza addensare le immagini con stratificazioni concettuali che si sostituiscano alla loro chiarezza, Judith Butler parlerebbe di “significante libero”, a noi piace pensare, sfruttando in modo indebito le riflessioni della filosofa americana, che i gesti, le azioni, i movimenti, l’abbigliamento e il corpo di Alba Rohrwacher lavorino performativamente attraverso gli interstizi del potere, mentre guardiamo, anche per questo il film di Laura Bispuri ci piace molto.

Michele Faggi, da “indie-eye.it”

 

Bisogna partire dal presupposto cheVergine giurata è un’opera prima e già da tale dato di fatto si deve riconoscere la tenacia e il talento di Laura Bispuri, scelta come unica italiana a rappresentare il nostro cinema nel Concorso alla 65° Berlinale.

E non ci sono dubbi – il che non è affatto un difetto – che il suo film sia stato assolutamente disegnato su misura per rispettare quello che da ultimo è il trend del prodotto oggi più apprezzato: cinema post-neorealista, attrice famosa e piuttosto peculiare nella tipologia (non bella, non mediterranea, non diva), ma abbastanza azzeccata in ruoli già interpretati precedentemente, laddove deve calarsi nei panni delle “Piccole Dorrit” o delle “Cenerentole moderne”, per intendersi donne sfortunate, tristi, malconce e soprattutto dalla vita impossibile.

Anche qui, come in altri casi, la protagonista Alba Rohrwacher ha rispettato il copione: il film si apre con una scena che la ricorda in quello della brava sorella Alice Le meraviglie, anche qui come allora è alle prese con una vita piuttosto bucolica, in cui capre, suggestive montagne e impetuosi fiumi si alternano in significative scene del film.
Il racconto di Vergine giurata si basa sull’alternarsi dei ricordi del passato della vita di Hana, adottata dopo la morte dei genitori naturali dalla famiglia di Lila, all’interno del piccolo villaggio albanese e un presente in cui la protagonista decide di ricongiungersi con la sorella dopo tanti anni di lontananza.

A costo di rimanere saldamente ancorata alla propria famiglia adottiva, Hana aveva rinunciato, secondo un particolare rito tribale, ad essere donna e sposa, immolandosi a vergine e mortificando il proprio corpo; in questa maniera però aveva dovuto e potuto condurre un’esistenza al maschile.

Hana assume così le sembianze di una vera e propria eroina post-femminista in contrasto con una piccola comunità piuttosto arcaica e patriarcale; Alba Rohrwacher, all’altezza del personaggio, si muove piuttosto bene e comunica perfettamente l’idea della donna che può, alla bisogna, diventare un maschio e sovvertire l’ordine prestabilito. Dopo aver perso i genitori adottivi, a cui era rimasta sino allora sempre a fianco, sacrificando la propria sessualità e diventando una sorta di Giovanna D’Arco balcanica, deve affrontare dei cambiamenti sostanziali visto che decide di raggiungere la sorella trasferitasi da anni in una indistinta città del nord Italia.
Ciò che emerge in questa parte del film e che non si comprende bene del personaggio è l’aura di forzata santità e l’eccessiva estraneità al contesto cittadino, giocando troppo con dei contrasti della fisicità rispetto all’ambiente.

Fulcro del film è dunque il rapporto tra le donne di questa storia: la sorella Lila, al contrario di Hana fuggita dalla famiglia per essere libera e la nipote, anche lei ribelle e piuttosto intraprendente come da tradizione di famiglia; è attraverso un ridotto ma efficace dialogo nei messaggi al femminile, che si comprende lo spessore letterario di un lavoro tratto dal romanzo omonimo di Elvira Dones.

L’immagine poi sostituisce astutamente e colma le lacune dovute all’assenza della parola, facendo emergere comunque la forza dei sentimenti dei personaggi.
Il film di Laura Bispuri è un buon inizio per inaugurare una futura carriera, in cui potrà rischiare e osare di più, intanto possiamo esserle grati per aver rappresentato il cinema italiano al femminile in un festival ancora tra i più importanti in Europa.

Monia Manzo, da “close-up.it”

 

 

Abituato a raccontarsi all’interno dei confini nazionali, il cinema italiano negli ultimi anni è attraversato da una necessità di cambiamento che interessa tanto il sistema produttivo, con progetti nati sulla scia di nuove forme di sovvenzionamento e di distribuzione (pensiamo allo streaming on demand e al crowdfunding), quanto la sua genesi narrativa, sempre più propensa a occuparsi di storie che enfatizzano la trasformazione attraverso continue fughe dalla terra natia. Soffermandosi su quest’ultimo aspetto e tralasciando gli esempi, peraltro numerosissimi, riconducibili alla commedia italiana più recente che ha fatto del “movimento logistico” il volano di ogni intreccio (“Sei mai stata sulla luna?” ne è solo il modello più recente) la ricerca di nuovi spazi vitali ha dato vita a una sorta di osmosi geografica e antropologica, resa tale dai movimenti da e verso il nostro paese. Se la fuga dall’Italia coincide quasi sempre con motivi di ordine esistenziale, come accade in “Un giorno devi andare” di Giorgio Diritti e in parte in un film “leggero” come “Viaggio sola” di Maria Sole Tognazzi, la presenza straniera nella nostra penisola nasce molto spesso da vicissitudini di tipo economico, legate al fenomeno migratorio che ha investito l’intero continente.

In un contesto che abbraccia entrambe le possibilità si inserisce “Vergine giurata”, dell’esordiente Laura Bispuri che, rifacendosi all’omonimo libro di Elvira Dones, narra le vicende di una ragazza albanese (Alba Rohrwacher), costretta dalla legge del Kanun -praticata nelle zone più remote di quel paese- , a rinunciare alla propria femminilità per acquisire gli stessi diritti della compagine maschile. E, contemporaneamente, dopo la morte dei genitori adottivi, della decisione di Hana (diventata nel frattempo Mark) di trasferirsi in Italia per ritrovare la sorella e forse se stessa.

La Bispuri, pur assegnando alla sua protagonista una condizione di sofferenza e di subordinazione appartenente alla maggior parte dei clandestini che sbarcano ogni giorno sulle nostre coste, evita di consegnarsi alla scelta più facile e remunerativa dal punto di vista empatico. Così, benché la regista non risparmi nulla degli aspetti più crudi della cultura albanese, arrivando a toccare momenti di puro cinema antropologico nella scena del funerale, con le donne in secondo piano e gli anziani del villaggio a guidare la cerimonia, a ribadire l’assoluta supremazia della componente maschile, “Vergine giurata” evita di stigmatizzare quelle usanze ed anzi, attraverso il rispetto di Mark nei confronti del padre padrone, si accosta a quel mondo in punta di piedi e con una delicatezza che stempera in qualche modo la violenza di quei comportamenti. Ma non solo, perché liberando il film da qualsiasi tipo di ricatto terzomondista, e lasciando che a parlare sia la fisicità dei suoi protagonisti, la regista riesce a trasformare l’intera vicenda in qualcosa di diverso ed eccezionale. Da una lato, esplorando la realtà con “un’estraneità” derivata in parte dall’adozione del punto di vista di Mark/Hana, in parte dalla scelta di precludere l’ambiente italiano a una riconoscibilità topografica e folkloristica; dall’altra, trasformando “Vergine giurata” in un percorso di liberazione tutto al femminile, che coinvolge in una sorta di reciproco soccorso anche Iolanda, la figlia italiana di Lila, la sorella di Mark, a testimonianza di una condizione, quella della donna, che è universale e non legata ad alcun particolarismo.

La Bispuri utilizza una tecnica mista, che prende molto dal cinema del reale (oltre allo stile di ripresa e al rispetto delle location, efficace e coraggiosa è la scelta di far parlare Mark in lingua albanese), senza rinunciare a momenti di lirismo che prendono forza dall’assoluta veridicità di ciò che vediamo. A cominciare dalle suggestioni indotte dagli inserti dedicati al rapporto tra la protagonista e il ragazzo conosciuto in piscina, in cui l’istintualità violenta e rapace dei personaggi sottolinea la volontà di liberarsi da qualsiasi tipo di condizionamento o sovrastruttura. Oppure, nelle due scene, quella delle ragazze che urlano di gioia, schiamazzando sotto i portici, e nella ripresa subacquea, con la soggettiva sulle gambe in movimento delle atlete di nuoto sincronizzato, in cui le pulsioni sessuali di Mark vengono anticipate dalla spontaneità di quelle esternazioni. Contribuisce al risultato una straordinaria Alba Rohrwacher, capace di calarsi nel ruolo con immedesimazione da Actors Studio. Il resto del cast, formato anche da attori alla prima esperienza non gli e’ da meno, a conferma di una bontà complessiva davvero sopra la media.

Carlo Cerofolini, da “ondacinema.it”

 

 

Lottare per sentirsi donna
Il film ci racconta la vita di Hana, una ragazzina albanese rimasta orfana e adottata da una famiglia che vive nelle montagne albanesi. Uno di quei luoghi in cui il tempo sembra quasi essersi fermato, e in cui tradizione e arcaiche leggi non scritte vengono ancora rigorosamente rispettate.

Hana però è uno spirito ribelle, e vorrebbe fare cose tipicamente esclusive per gli uomini. Continuamente ostruita dagli uomini – rischiando anche uno stupro di gruppo – Hana decide di diventare una “vergine giurata”. Un’antica pratica che permette alla donna di acquisire tutti i diritti degli uomini, giurando per l’appunto verginità eterna e trasformando il suo nome da Hana a Mark.

Dopo dieci anni vissuti tra i monti, e in piena crisi di identità, Mark decide di abbandonare tutto e raggiungere a Milano la sorellastra Lila, che una decade prima, per evitare un matrimonio combinato, era scappata dall’Albania. L’arrivo in Italia coinciderà con un viaggio estremamente complesso per ritrovare la sua identità non solo sessuale, ma anche di donna.

L’opera prima della Bispuri è un film complesso, ricco di spunti narrativi interessanti ed in grado di raccontarti con semplice naturalezza passaggi molto importanti che alcune persone si trovano ad affrontare nella propria vita. C’è tutto all’interno del film: la volontà di rivalsa ed emancipazione, il racconto delle tradizioni, la necessità di sentirsi donna e molto altro ancora.Sono diversi gli elementi che dimostrano infatti la volontà di osare da parte della regista
Il tutto è perfettamente cadenzato da una interpretazione magistrale di Alba Rohrwacher, in uno tra i suoi ruoli più difficili, ma anche tra i più riusciti. I suoi silenzi, il perfetto accento albanese, la volontà di scoperta, e la riscoperta di essere donna passa tutta attraverso le sue parole e i suoi gesti, con la registra che non rinuncia a portare sullo schermo passaggi fondamentali, che grazie alla potenza delle immagini riescono a trasmettere perfettamente al pubblico passaggi molto importanti. La fascia che Hana/Mark utilizza per non mettere in evidenza il seno, passando per il primo contatto con un trucco da donna sino ad arrivare alla forte scena di una masturbazione.

Tutto ha un senso preciso, un percorso perfetto che riesce a dimostrare quello che vuol dire lottare per essere donna. Ad aiutare quest’opera, bisogna dirlo, c’è un romanzo da cui è tratto molto valido, scritto dall’albanese Elvira Dones, al quale si aggiunge una fotografia che abbiamo trovato praticamente impeccabile.

Pur non essendo un’opera perfetta, a causa di una ridondanza in alcuni passaggi francamente evitabile (pecche che si possono perdonare ad una esordiente!), Vergine Giurata è un’opera forte, incredibilmente attuale e finalmente lontana da quel modo di fare cinema “all’italiana” che ultimamente sta attraversando un periodo di fortissimo imbarazzo.
Sono diversi gli elementi che dimostrano infatti la volontà di osare da parte della regista. Le scene sopracitate ne sono un limpidissimo esempio, come la scelta di girare quasi tutto il film in lingua albanese, trasmettendo ancora di più il senso di appartenenza. Non ultimo, un perfetto incastro con tutti i personaggi presenti nella pellicola, in particolare con la figlia della sorellastra, che grazie ad un carattere diretto e sfrontato diventerà uno “strumento” fondamentale per la sua realizzazione.

Se avete palati e volontà per accingervi ad un film di questo tipo, non rimarrete sicuramente delusi. Vergine Giurata è un inno alla libertà di sentirsi donna anche all’interno di contesti che la vogliono ancora soffocata all’interno di arcaiche leggi non scritte. Ma grazie alla Bispuri, diventa anche una pellicola che infonde speranza, perché essere donna è un diritto che tutte le persone dovrebbero avere la possibilità di raggiungere.

da “gamesurf.tiscali.it”

 

L’antico codice albanese delKanun – canone – che risale al 1400, mantiene consuetudini che ordinano e che sembrano tutt’oggi regolare la vita sociale di alcune zone montuose e remote del paese. Tra le leggi fondamentali che compongono il canone – tramandato per lo più a voce, considerando l’alto tasso di analfabetismo degli abitanti locali – una delle più singolari, tuttora vigente, e non solo in Albania ma spesso anche nel nostro sud Italia dove la norma è stata importata, è sicuramente quella di vendicare con l’omicidio i parenti maschi dell’assassino, addirittura fino alla terza generazione.

Ma è delle vergini giurate – le burneshat, che sembrano ancora essere vigenti -che vogliamo parlare, e quindi del film tratto dall’omonimo libro dell’albanese Elvira Dones, portato sugli schermi dalla giovane regista romana Laura Bispuri.

Trattiamo di condizione femminile, di donne che, per i medesimi diritti degli uomini, o più semplicemente al fine di non subire costrizioni dal genere maschile, accettano di rinunciare alla propria femminilità, votandosi alla verginità e rinunciando per sempre alla sessualità. In tal modo esse infatti acquisiscono il “privilegio” di indossare abiti maschili e di imbracciare un fucile fino al punto di vendicare i parenti –e fumare, bere, cavalcare e bearsi di tutto il resto possibile agli uomini.

Hana, ragazzina orfana, viene introdotta nella famiglia dello zio e lì incontra Lila, sua cugina e da quel momento in poi compagna di vita. La condivisione di una quotidianità semplice ma limitativa tra le nevose montagne dell’entroterra albanese spingeranno ben presto le due ragazze a scelte contrapposte ed estreme: la fuga in Italia, per Lila; diventare vergine giurata, con tanto di cerimonia, per Hana, che assumerà il nome di Mark. Fino alla morte degli zii quest’ultima trascorrerà molto tempo tra i pastori, dopo deciderà di recuperare qualcosa di perduto. Ed è proprio questo il viaggio più importante che la ragazza si accingerà a fare.

Alba Rohrwacher non delude, il suo silenzio esprime, attraverso il corpo androgino ed il taglio di capelli maschile e l’espressività rassegnata accompagnata da gesti stanchi, la drammaticità di una persona che, come una pianta costretta al buio, non riesce ormai più a proseguire. Da qui ritratti di una solitudine infinita, avvalorata dal contesto algido delle montagne, del tutto prive di anime, dove Mark/Hana, nella casa spoglia, sopravvive ad una totale mancanza di affetto. Non si riconosce più in lei la ragazzina vitale che è stata – la storia corre tra presente e passato – né, oramai, la ragione della scelta fatta. E dunque vivere o morire: questo sarà il movente per cui Mark si muoverà altrove.

Non si inquadrano più le montagne, ora, e la macchina da presa rincorre Mark in città – un centro abitato disadorno al punto da somigliare quasi un po’ ai rilievi lasciati alle spalle, come fosse anch’essa proiezione del pensiero introspettivo della giovane, inquietudine come freddo serrato dentro -, mentre lui diviene sempre più Hana.

Un’accoglienza senza entusiasmo, dove la giovane nipote irriverente, così diversa da quel che Hana e Lila sono state, sarà però l’anello di congiunzione che, inconsapevolmente, porterà Hana ad affrontare ciò che sta cercando. Nella piscina che la ragazza frequenta, si avvicendano all’infinito, come in una stazione termale senza tempo, corpi tatuati maschili e femminili, attraenti o meno e di ogni età, aspetti carnosi od ossuti e comunque oggetto di una cinepresa curiosa ed ingorda che diviene lo sguardo concupiscente di Hana. Tra corporature e costumi, odore di cloro e umidi umori, ci nutriamo di quella fisicità rendendoci conto che è all’amore che Hana sta pensando e che dunque, presto, l’erotismo sarà la logica conseguenza che irromperà nella realtà della ragazza – rompendone l’integrità. Sesso rubato e fugace, ma comunque efficace. Non ci si chiede che tipo di amore sia quello tra Hana ed un ragazzo qualsiasi che non esita a farsi toccare nella toilette della piscina. E’ il superamento del tabù, sacrificato per la riconquista di qualcosa di fondamentale. E questo è quanto basta.

Nel ricomporre se stessa, Hana ritroverà anche Lila, fuggita via da lei come quella stessa parte che va, lentamente, ritrovando.

Ed anche attraverso l’ultima scena non possiamo esimerci dall’ammirare la Rohrwacher che, con semplicità e garbo, ci comunica la serenità ritrovata di un’esistenza finalmente schiusa.

Nadia M. Mazzullo, da “schermaglie.it”

 

 

La questione del ruolo della donna nelle società contemporanee è, spesso, al centro dei dibattiti pubblici. Se ne discute sempre molto, almeno in apparenza. E per i motivi più svariati. Uno dei problemi che affligge le teste di coloro che si dicono progressisti e tolleranti è come cogliere la giusta distanza fra rispetto per sistemi di valori diversi e necessità di garantire a ciascuno alcuni diritti umani che si ritengono fondamentali – diritti che, secondo alcuni, altro non sono che la maschera ideologica di un sistema culturale che è, in fondo, soltanto il nostro. In alcuni casi, la distanza fra due apparati valoriali è siderale, impossibile da colmare con mezzi puramente intellettuali. È vero che ogni scelta di vita, per quanto estrema, può essere normalizzata attraverso il riferimento a un certo quadro di appartenenza?

Il film di Laura Bispuri, presentato in anteprima all’ultima Berlinale, ci mette di fronte a una situazione limite. Il fenomeno delle vergini giurate, o burrneshe in lingua albanese, ha un’origine antica nell’area balcanica. Un luogo che appare, qui come non mai, così lontano e così vicino. Il codice medievale del Kanun, per lo più tramandato oralmente, prevede la possibilità, per donne che rinuncino alla vita femminile e scelgano la castità, di vivere come uomini in mezzo agli uomini. In una società rigidamente patriarcale, ove a una donna non è consentito quasi nulla – imbracciare armi, scegliere lo sposo, passeggiare da sola fra i monti – l’essere uomini possiede innegabili vantaggi. Tuttavia, all’origine della drastica scelta delleburrneshe, vi sono, storicamente, ragioni di vario tipo. Ricerca di libertà precluse alle donne, volontà di sottrarsi al matrimonio, effettivo desiderio di vivere come uomini, necessità di supportare la famiglia. Nella società contemporanea, in rapida evoluzione, l’impiego effettivo del Kanun, che regola rigidamente ogni aspetto dell’esistenza individuale e collettiva, sta progressivamente sparendo. Eppure, qualcosa sopravvive nelle regioni più remote dell’Albania.

La ricerca di Laura Bispuri – al suo primo lungometraggio, dopo una serie di corti al femminile (Passing Time, Biondina) – parte da qui. Dalle istantanee della fotografa bulgara Pepa Hristova che, nel libro Sworn Vergins, alterna panoramiche di scenari naturali montagnosi a ritratti delle vergini giurate, dalle foto in bianco e nero di Paola Favoino, dal romanzo della scrittrice albanese Elvira Dones, e da incontri personali con alcune vergini – una compare nel film, nella parte di Pal. Di questo materiale, Bispuri fa una sintesi, cercando di cogliere l’essenziale, sfrondando la trama del romanzo di Dones, e trasferendone l’ambientazione dagli Stati Uniti all’Alto Adige. Evitando psicologismi posticci, offre la spiegazione più semplice e al contempo più enigmatica a supporto della scelta di Hana, che decide di diventare un uomo, almeno apparentemente, perché lo stile di vita che ritiene a lei più consono è compatibile esclusivamente con un codice di comportamento maschile. Bispuri mette  quindi a confronto due tipi di ribellione, quello di Lila, che passa attraverso la fuga, e quello di Hana, che consiste nell’adesione totale alle regole della comunità. La terza figura, in una sorta di arco ideale che va dalla tradizione al rinnovamento, sarà quella della nipote Jonida, tipica adolescente occidentale, che plasma il proprio corpo attraverso lo sport, e rifiuta ostinatamente tutto ciò che la riporta alle proprie origini etniche.  Allontanandosi dal particolare e dall’aneddoto, Bispuri trasforma una storia personalissima – quella di unaburrnesha che lascia l’Albania per l’Italia – in una riflessione globale sull’identità personale e sessuale, o in un’educazione sentimentale sui generis, tema caro alla regista fin dai precedenti cortometraggi.

Nella realtà, pare siano pochissime le vergini che decidono di lasciare l’Albania dopo aver prestato giuramento di castità. Difficilissimo da capire, per noi, come un codice civile e penale di origine medievale possa tenere legati i propri figli servendosi esclusivamente di concetti quali “onore”, “rispetto” o “promessa”. Bispuri preserva il mistero. Non ci spiega esattamente perché, a diversi anni dalla morte dei genitori adottivi, Mark senta, proprio in quel preciso istante, la necessità di allontanarsi dal proprio paese per raggiungere la sorella che, nel frattempo, si è trasferita in Italia con il marito e la figlia. Nessun risvolto psicologico da indagare o da scoprire. Nessuna rabbia repressa per i genitori adottivi – Hana appenderà subito una loro foto in salotto. Alba Rohrwacher, magrissima, spalle incurvate e sguardo schivo, sembra l’interprete perfetta.

Con un gioco di specularità magmatiche,Vergine Giurata è costruito su un doppio binario. Temporale e ideale. Nel tempo presente, Mark, di nuovo orfano, è accolto dalla sorella Lila, che vive con il marito Stjefen – con cuiterra, anni prima, era fuggita dall’Albania – e con la figlia Jonida. Dopo un difficile inserimento nella nuova famiglia, Mark comincerà un percorso di trasformazione, recuperando la parte più femminile di sé. Nel tempo passato, l’orfana Hana è accolta in un’altra famiglia, quella composta dal ruvido montanaro Gjergi, da sua moglie Katrina e della loro unica figlia Lila, che la tratterà come una sorella. Superate innumerevoli difficoltà iniziali, Hana intraprenderà il cammino che la porterà all’abiura della propria sessualità. Più che su un presente reale e su un passato rievocato attraverso una serie di flashback, il film si gioca sull’innesto continuo dei due segmenti temporali, raccordati, nei minuti iniziali, dalle scene che documentano il viaggio di Hana per raggiungere Lila. In entrambi i casi, al centro sta la difficile costruzione dell’identità personale. Un tema universale, che va ben oltre la differenza di genere. Quando Hana decide di diventare Mark è ancora un’adolescente. Diventerà un uomo senza mai essere stata, completamente, una donna. Senza mai aver conosciuto l’amore. Ecco perché, quando sentirà la necessità di tornare a essere Hana, dovrà costruire dalle radici, con l’aiuto della sorella e della nipote, il proprio modo personale di essere una donna.

I medesimi rapporti, di sovrapposizione e contrasto, si ritrovano sul piano visivo e stilistico. Nelle scene in Albania prevalgono i verdi, i bianchi e gli azzurri. Grandi spazi aperti e panoramiche maestose dei monti ricoperti di neve. A fare da sfondo al segmento ambientato in Italia, è invece la periferia di Bolzano, uno spazio urbano destrutturato e amorfo, dove l’azione si svolge per lo più in interni tipologicamente ben definiti ma anonimi (la casa, la piscina, il parcheggio sotterraneo, bar).  Camera a mano a seguire i movimenti nervosi di Hana/Mark, impiego della luce naturale, uso minimo di musica extradiegetica – si sente, ad esempio, in uno dei rari momenti di lirismo, quando Hana e Lila corrono lungo un sentiero di montagna –, Bispuri fa proprio uno stile che, nei circuiti internazionali, è comunemente associato al cosiddetto cinema del reale. Ne fa uso con intelligenza, concedendosi qualche divagazione, come nelle scene acquatiche in piscina, quasi oniriche, con i corpi delle nuotatrici che si sovrappongono, scivolando l’uno sull’altro. Ed è proprio l’acqua – la neve nella prima parte, l’acqua della piscina nella seconda – l’elemento naturale che sembra guidare e proteggere i cambiamenti e le trasformazioni dei personaggi.

Eppure Hana parla talmente poco e risponde talmente di rado che non riusciamo a individuare il momento preciso in cui qualcosa cambia davvero, che sia il dialogo notturno con la sorella, la contemplazione della superficie scura della piscina, il gioco del fiato cominciato da Ionida. Nella trasformazione di Hana, c’è qualcosa d’impalpabile. La sua iniziazione all’amore non ha nulla di tenero o sentimentale. Il primo, parziale, rapporto di Hana con Bernhard, in bagno, è volutamente depotenziato di ogni enfasi. Nella parte finale, quando il cognato si rende conto del cambiamento in atto, trasferisce Hana in un appartamento tutto suo. Hana scrive su una lavagnetta alcuni propositi che, nella sua testa, sono indice di una modificazione profonda – cose come usare sempre l’italiano, guardare negli occhi Bernhard quando le parla, o comparare una gonna. È forse inevitabile che, a questo punto, lo spettatore abbia l’impressione che Hana vada incontro a un cambiamento radicale e che nulla sarà come prima. Ma non è esattamente così. Quel che farà, di lì a poco, è soltanto indossare, con una punta di scetticismo, un reggiseno che le ha portato la sorella. Quando Bernhard le sfiorerà il braccio, in piscina, Hana non potrà evitarsi un moto di fastidio. Bispuri rifugge dagli approdi troppo facili. Il percorso è ancora lungo. Quel che vediamo – Hana che canta una vecchia canzone albanese con la sorella – è una scintilla di luce.

Sofia Bonicalzi
Voto: 7.5
da “spietati.it”

 

Abiurare per sopravvivere

Quando una donna vuole vivere liberamente, indipendente da tutti, anche se questo non implica libertà di costumi sessuali ma solo che nulla le venga precluso in quanto appartenente al sesso femminile, si dice che vuole vivere come un uomo. E già qui ci sarebbe da riflettere. In una società patriarcale e arcaica come quella che ci viene mostrata nel film Vergine giurata, Albania al confine con il Kosovo, la situazione è ancora più drammatica. Attenendosi all’antico codice Kanun, se una donna si ostina a non volersi piegare al suo ruolo, le viene concesso di sfuggire al giusto castigo diventando una specie di monaca laica, con tanto di taglio di capelli.
Diventa infatti “vergine giurata” con il divieto assoluto, per tutta la sua vita, di avvicinarsi all’altro sesso, costretta ad assumere, fin dal nome, un’identità maschile. Un prezzo molto alto da pagare, con una scelta da fare in giovane età e dalla quale, restando sul posto, mai potrebbe recedere. Hana, rimasta orfana, cresce con la famiglia di uno zio, legatissima alla cugina Lila, quasi coetanea, e mostra un carattere libero, refrattario alle rigidissime regole del luogo. Quando vede la cugina fuggire vero un futuro incerto per sottrarsi a un destino obbligato, decide di operare anche lei una forma di fuga, che le consenta però di restare nell’amata famiglia, nell’amato luogo. Ma molti anni dopo, morta l’ultima persona a lei cara, Hana/Mark raggiunge Lila in Italia, dove vive con l’uomo con il quale era fuggita e col quale ha avuto una figlia, che vede di malocchio questo ambiguo ospite, rinchiuso dietro la sua lingua e dietro il suo riserbo, dentro abiti sbagliati. Per Hana/Mark comincia una vita nuova, dall’isolamento fra le sue bellissime montagne le tocca perdersi nella bruttezza affollata della città, custodire auto in un garage notturno invece che pecore nei campi. In cambio però, e molto faticosamente ma sempre umilmente, potrà essere se stessa, solo Hana. Tratto da un libro dell’albanese Elvira Dones, Vergine giurata è diretto dalla giovane Laura Bispuri e deve molto (tutto) all’interpretazione di Alba Rohrwacher, che costruisce un personaggio duro eppure fragile, una patetica creatura che una crudele cultura ha costretto a reprimere la sua vera natura perché non consona a regole medievali, con’espressione di diffidenza e dolore stampate in faccia. Perché Hana è come un animale tenuto sempre in gabbia, al quale per una volta si lasci socchiusa la porta e osi avventurarsi all’esterno, in attesa della punizione per quanto ha osato fare, perché non è suo diritto. Vergine giurata ricorda un altro film centrato su una figura femminile, Ida, diretto da Pawel Pawlikowski, Oscar come miglior film straniero. Mentre in Ida l’aprirsi sul mondo della protagonista la induceva a ritornare a chiudersi nel convento da cui era uscita, qui Hana/Mark socchiuderà la porta che la chiude fuori dal mondo e poco alla volta lo spiraglio si allargherà. Molte società ancora discriminano le donne, anche in aree molto vicine a noi. Fermiamoci a pensare al fatto che, in quei luoghi, simbolicamente una futura sposa viene condotta a casa del marito bendata, così non saprà trovare la via del ritorno.

Giuliana Molteni, da “moviesushi.it”

 

 

 

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