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Trash

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Il giovane Billy Elliot, alla domanda: “Cosa è per te la danza?”,rispondeva: “Elettricità”. E sembra che Stephen Daldry – autore dell’omonimo famoso film del 2000 – dia la stessa risposta con il suo stile di regia. Con soli 5 film all’attivo, il regista britannico ha dato prova di essere un sofisticato direttore d’orchestra, capace di coordinare alla perfezione i magici strumenti che ogni pellicola dovrebbe possedere per (ri)suonare in modo magico. Sceneggiature possenti, cast di attori sempre di altissimo livello (nel suo The Hours vinse l’Oscar una certa Nicole Kidman che vestiva i panni di Virginia Woolf e in The Reader si aggiudicò ancora il prestigioso Oscar per la migliore interpretazione femminile una superba Kate Winslet) e un’enorme carica di pathos sia nella narrazione che nel montaggio. Lo stesso pathos e la stessa elettricità li ritroviamo nel suo ultimo lavoro: Trash.

Daldry colloca l’occhio della macchina da presa lontanissimo dal benessere occidentale passivo a cui siamo abituati, decidendo di raccontare una storia ai margini del mondo: nelle favelas brasiliane. Una storia vera. Non “vera” perché i fatti sono realmente accaduti, ma perché incredibilmente verosimile nonostante gli eventi che si susseguono sulle schermo possano apparire straordinari. È sicuramente fuori dall’ordinario che tre ragazzini di 14 anni ritrovino un portafoglio appartenuto a un importante attivista politico rovistando nella spazzatura, oppure no? È certamente improbabile che gli stessi 3 ragazzini non accettino dalla polizia locale una lauta ricompensa in cambio di quel portafoglio, o no? Sono tante le domande che affollano la mente durante la visione del film. Domande curiose, accompagnate da immagini di azione ricche di tensione emotiva, che ti incollano alla poltrona e ti pervadono di una strana sensazione: un mix tra un senso di forte pericolo e di frizzante avventura. Non è una dote comune, per un regista, saper mescolare in modo sapiente diversi generi cinematografici; ci si accorge subito che l’obiettivo è stato centrato quando, a sorpresa, ti ritrovi catapultato dentro la storia e ne vivi sulla tua pelle i suoi drammi.

Il cuore, la trama e il significato del film girano tutti attorno a questi invisible children brasiliani: vivaci, coraggiosi, imprevedibili. Aggettivi riferiti non solo alle caratteristiche dei lori personaggi, ma ai pregi dei giovanissimi attori di talento che li interpretano. Sono spinti da un’irrefrenabile voglia di cambiare il mondo, tipica non solo di chi vive in una condizione di povertà e disperazione, ma soprattutto di chi vive dentro sé un forte senso di giustizia e lealtà. Qualità che, tra l’altro, possiedono i popoli dalla cultura e dalla mentalità rivoluzionaria. La rivoluzione. Merce rara, di questi tempi. La giustizia. Sbeffeggiata dagli uomini di potere e considerata un’utopia dalle genti disilluse dagli stessi, ipocriti burattinai dei governi. Quante persone metterebbero a repentaglio la propria vita per un ideale giusto? I 3 bambini sono convinti che ne valga la pena e iniziano ad indagare sul contenuto di quel portafoglio, intuendo che si tratti di qualcosa di tanto misterioso quanto rischioso. Si accavallano scene risalenti ad episodi passati con quelle che ritraggono il presente che, pian piano, diradano la nebbia fitta dell’enigma. Si respira una nera atmosfera di thriller e subito dopo si passa a momenti più leggeri e ironici. I bambini, con la loro innocenza ma al tempo stesso con la loro candida saggezza, si scambiano diverse battute brillanti che regalano al film una lieve (ma sagace) connotazione di commedia. Si nota come Daldry abbia concesso molto spazio alla recitazione spontanea, che ha dato modo ai giovani talenti di potersi esprimere al meglio tramite l’improvvisazione scenica, sia per quanto riguarda la sceneggiatura che i piani sequenza d’azione più adrenalinici. Vedere correre la piccola comitiva di brasiliani sui tetti della baraccopoli, inseguiti dalla polizia a cui, spesso, veniva esposto loro il dito medio…è senza dubbio materiale ottimo per una sana, catartica risata. Il film mantiene fino alla fine una sua coerenza, esalta l’umanità di un semplice gesto di amicizia e solidarietà tra chi ha un percorso in comune che  necessita di essere portato a termine con tutte le forze. Un messaggio ben preciso di vera speranza contro il triste cinismo dilagante. Un elogio alla purezza.

Oltre all’inedito cast di attori brasiliani, riconosciamo due volti hollywoodiani: Martin Sheen che interpreta il prete del villaggio e arricchisce l’opera con la sua evidente, sostanziosa esperienza attoriale e Rooney Mara, il cui ruolo avrebbe dovuto comunicare una dolcezza tipicamente femminile ma che si è rivelata inspiegabilmente catatonica. Si piange, si balla (attenzione, niente a che vedere con la favola di Danny Boyle, The Millionaire), si lotta fianco a fianco dei protagonisti. E poi esplode un grande applauso in sala che ti scalda come un abbraccio. Se si tenesse fede allo stesso calore provato davanti a uno schermo anche quando si ritorna alla realtà, sarebbe certamente un mondo migliore.

“…dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”.

Giovanna Ferrigno, da “taxidrivers.it”

 

 

 

Forte del suo impianto classico, Trash si presenta come un progetto ben congegnato, capace di modulare i diversi caratteri della storia, muovendosi agilmente tra toni disimpegnati da commedia, parentesi più malinconiche, dinamiche da action e parabole da fiaba moderna.

All’ombra del Pan di Zucchero
Rafael e Gardo, due ragazzini che vivono nelle baracche di una favela di Rio de Janeiro, lavorano in una discarica smistando rifiuti e cercando fra gli scarti oggetti di valore: un giorno nel corso delle loro ricerche si imbattono in un portafoglio e quando la polizia comincia a presentarsi nella loro comunità offrendo addirittura una ricompensa a chi riuscirà a ritrovarlo, i due intuiscono di essere entrati in possesso di qualcosa di molto prezioso e misterioso. Con l’aiuto di Rato, un coetaneo della favela, i ragazzi decidono di sfidare la corrotta polizia locale e di lanciarsi in un’autentica indagine per riuscire a decifrare i segreti che si celano dietro al portafoglio… [sinossi]
“Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior” cantava De André ed effettivamente la sua riflessione ben si adatta alla linea di pensiero sviluppata da Stephen Daldry nel suo ultimo progetto: Trash è una storia di amicizia e amore di giustizia ambientata in una Rio de Janeiro spaccata a metà, dove alla vita placida e opulenta dei quartieri altolocati si contrappone la quotidiana lotta per la sopravvivenza che si consuma nelle favelas, fra baracche fatiscenti e immense discariche a cielo aperto dove centinaia di adulti e ragazzini trascorrono le giornate smistando rifiuti per una manciata di real. Ed è proprio fra i cumuli di immondizia che si nasconde il nucleo pulsante della storia al centro del film, un portafoglio dal contenuto misteriosamente prezioso che finisce per trascinare tre ragazzini in un pericoloso braccio di ferro con i vertici politici locali e la polizia corrotta.

L’infanzia e la prima giovinezza si confermano autentico pallino di Stephen Daldry (Billy Elliot, Molto forte incredibilmente vicino), che anche stavolta sceglie di filtrare la narrazione attraverso lo sguardo ingenuo, spregiudicato e libero di tre giovanissimi protagonisti, dapprima coinvolti dall’aspetto ludico di una sorta di “caccia al tesoro”, poi sempre più pronti a sacrificarsi in nome della giustizia. Il film è tratto dall’omonimo romanzo di Andy Mulligan, ambientato nel quartiere discarica di Behala – una città fittizia la cui localizzazione non è precisata – ma Daldry sceglie di trovare una latitudine al racconto, trasferendo l’azione nel Brasile contemporaneo, quello sferzato da sempre più insistenti venti di ribellione rispetto ad un sistema che fa della corruzione e della violenza il proprio biglietto da visita.

Trash racconta la presa di coscienza civile e sociale di tre meninos de rua ma soprattutto si presenta come un vero e proprio inno all’amicizia, alla speranza, alla solidarietà e alla giustizia: malgrado le rischiosissime premesse del progetto, il regista si dimostra abile nel confezionare un lavoro coerente con se stesso, compiuto e ben articolato, capace di assorbire e rielaborare con intelligenza l’energia dei tre protagonisti, esaltandone le caratteristiche senza trasformarli (eccessivamente) in eroi a tutto tondo. Soprattutto a dimostrarsi vincente è la scelta di affidarsi a una struttura narrativa che trae linfa vitale più che dal vago ritratto pseudo-sociologico dal carattere “thriller” del racconto, che regala all’incedere della storia un piglio accattivante che argina la potenziale deriva buonistico-retorica. Infatti più che tratteggiare un ritratto intriso di pietismo, Trash sembra orientato a voler fotografare la spontaneità e la naturalezza dell’incredibile vicenda dei suoi protagonisti, perfettamente integrati nell’ambiente circostante e al contempo consapevoli delle continue ingiustizie perpetrate ai danni della loro comunità. Peccato che sul finale il film cominci a mostrare una serie di sfilacciamenti narrativi, virando su un impianto favolistico che più che all’ottimismo sembra ispirarsi al surrealismo: è allora che Trash smarrisce la compattezza che caratterizza tutta la prima porzione del suo sviluppo, in cui apprezzabilmente Daldry aveva evitato di compiacersi nel fotografare le difficoltà estreme della vita in una favela (tanto che anche nei primi minuti a stonare rispetto al meccanismo di rappresentazione dell’ambiente troviamo la presenza dei due missionari americani, il combattivo Padre Julliard interpretato da Michael Sheen e la giovane volontaria Olivia, che ha il volto di Rooney Mara).

Forte del suo impianto classico, Trash si presenta come un progetto ben congegnato, capace di modulare i diversi caratteri della storia, muovendosi agilmente tra toni disimpegnati da commedia, parentesi più malinconiche, dinamiche da action e parabole da fiaba moderna: certamente manca quel quid di originalità, sfrontatezza e carattere che avrebbero aggiunto spessore alla storia ma Daldry – che al di là di tutto sembra più interessato al racconto astratto della lotta per la giustizia sociale che a un effettivo ritratto del Brasile – a dispetto delle aspettative finisce per lanciare uno sguardo convenzionale ma non sgradevole sull’infanzia come bacino di nuove energie positive.

Priscilla Caporro, da “quinlan.it”
Una favola sulla povertà e la corruzione, sulla fede, la giustizia, l’amicizia e la speranza, splendidamente recitata da tre giovanissimi brasiliani che il regista britannico Stephen Daldry ha trasformato in attori. Questo è Trash, il film che ha trionfato al RomaFF9, vincitore del Premio del Pubblico BNL per la sezione Gala, la più competitiva e ambita, nonchè del Premio Speciale della Giuria Alice nella Città, categoria collaterale. La trasposizione cinematografica dell’adventure story di Andy Mulligan, è ambientata in Brasile, nelle favelas di Rio, dove Rafael e Gardo ritrovano un portafoglio tra i rifiuti nella discarica in cui lavorano. Resisi conto dell’importanza dell’oggetto, insieme al loro amico Rato, decidono di tentare il tutto per tutto per scoprire cosa c’è dietro, combattendo contro la polizia alle loro calcagna. E’ ai tre piccoli eroi che appartiene questa missione in nome del “ciò che è giusto”, filo conduttore di un film profondamente drammatico, addolcito da senso di umorismo e moralità che non vuole avere intenti politici espliciti. I protagonisti hanno il potere di bucare lo schermo, parlando direttamente al pubblico in sala tramite un video, una scelta azzeccata, nel tentativo di rendere le situazioni il più reale possibile. Lo stile adottato dal regista (Billy Elliot, The Hours) si serve di preziosi elementi stilistici messi insieme alla perfezione, come il montaggio dal ritmo serrato e mai stancante. Ad innalzare ulteriormente il livello sono gli attori di supporto, Martin Sheen e Rooney Mara, bravissimi.

Claudia Porrello, da “40secondi.com”

 

 

Direttamente dal Festival Internazionale del Film di Roma, dove ha meritatamente vinto il premio nella sezione Gala, arriva nelle sale italiane distribuito da Universal Pictures Trash, il nuovo film di Stephen Daldry. Eh già, proprio quello Stephen Daldry di Billy Elliot e The Hours, reuccio del cinema inglese da Festival che, però, a questo giro mostra una personalità inedita, firmando una bellissima favola che mescola in maniera efficace azione avventurosa e una certa implicazione sociale di base.

Però bisogna subito mettere in chiaro una cosa: si, c’è un fondo di denuncia sociale che va ad esplorare la miseria degli abitanti delle favelas brasiliane e lo strapotere delle autorità, che li, spesso, sono estremamente corrotte. L’ancorarsi a un argomento che ha riguardato molto l’attualità di quest’anno, ovvero gli sprechi economici pubblici in Brasile, che diventano drammatici soprattutto se si considera la povertà e la miseria in cui vivono interi quartieri di importanti città. Ma tutto questo fa da sfondo (a tratti anche un po’ sfocato) a una storia di crescita e di formazione tipica del cinema per ragazzi, cosa che Trash, in fin dei conti, è. Ed è proprio il linguaggio della favola a dettare il tono del racconto, con una prova da affrontare, un tesoro da trovare, una sfida da portare a termine e un cattivo da sconfiggere.

Trash ci racconta di tre ragazzini quattordicenni, abitanti delle favelas, che si guadagnano da vivere smistando la spazzatura nella discarica locale. Uno di loro, un giorno, trova un portafoglio contenete soldi, una fotografia con dei numeri sul retro e una chiave. Ma qualcuno è sulle tracce di quel portafoglio, appartenuto a una persona scomoda che ha lasciato una testimonianza altrettanto scomoda e compromettente capace di incastrare dei potenti locali. Per questo motivo, i bambini sono in pericolo e non possono neanche cercare aiuto nella polizia, visto che è coinvolta nella questione.

Immaginate uno Stand by me con implicazioni meno adulte e condito con un’estetica particolarmente moderna, con ritmi da action alla Jason Bourne. Sembra uno strano mix, e di fatto lo è, ma in Trash tutto funziona magnificamente. Non era scontato aspettarsi da un regista come Stephen Daldry un film di questo tipo con un senso del ritmo molto accentuato, malgrado non manchi qualche lungaggine nella parte centrale. Colpisce, poi, la fotografia di Adriano Goldman, così luminosa, a tratti “smarmellata”, come diceva qualcuno, ma assolutamente funzionale a dipingere un mondo colorato e colmo di positività, malgrado la miseria e la drammaticità in cui è immerso. Perché si sa, lo sguardo di un bambino tende a colorare di giallo e rosso qualsiasi cosa, anche quella più buia e opprimente.

E un altro punto a favore di Trash va attribuito al cast, soprattutto ai tre giovani protagonisti Rickson Tevez, Gabriel Weinstein e Eduardo Luis, veri bambini delle favelas che hanno un carisma e una carica tale da oscurare completamente gli altri attori in scena, comprese le quote hollywoodiane, rappresentate da Rooney Mara e Martin Sheen, presenti in ruoli secondari.

Trash è tratto dall’omonimo romanzo di Andy Mulligan ed è sceneggiato daRichard Curtus, regista di Love Actually, I Love Radio Rock e del bellissimoQuestione di tempo. Un prodotto anomalo perfino nella carriera di chi vi ha lavorato!

Roberto Giacomelli, da “darksidecinema.it”

 
Rafael, Gardo e Gabriel detto Rato hanno 14 anni e vivono nelle favelas brasiliane, campando grazie allo smistamento dei rifiuti. Un giorno Rafael trova nella discarica un portafogli che contiene denaro, una foto con alcuni numeri sul retro, un calendario con l’immagine di San Francesco e una chiave. Subito dopo la polizia locale, per cui i ragazzini non nutrono né fiducia né simpatia, cala sulle favelas alla ricerca del portafoglio. Il gioco si fa duro, ma i nostri piccoli eroi non rinunciano a giocare. Trash è l’adattamento cinematografico del romanzo omonimo per ragazzi scritto da Andy Mulligan, e il film è sceneggiato da Richard Curtis(sì, quello di Quattro matrimoni e un funerale e Love Actually) e diretto da Stephen Daldry (sì, quello di Billy Elliot eThe Hours). Ci sono anche una troupe brasiliana e un produttore esecutivo, Fernando Meirelles, utili a certificare la “credibilità etnica” dell’operazione. Ma a reggere il timone è il talento, e il punto di vista, riconoscibilmente anglosassone di regista e autori, e la produzione britannica Working Title.
Il risultato è un film che è puro entertainment dalla confezione formale impeccabile ma dalle implicazioni etiche discutibili, non perché parla di polizia corrotta e giovani ladruncoli, ma perché osserva una realtà degradata attraverso lo sguardo del benessere angloamericano. Le concessioni all’estetica brasiliana, in particolare quella di City of God, cedono presto il passo ai canoni di genere del cinema d’azione yankee, da Traffic alla saga di Bourne, e in assoluto la pietra di paragone è The Millionaire, operazione altrettanto narrativamente coinvolgente e altrettanto accusabile di “colonialismo commerciale”, con cui l’inglese Danny Boyle ha raccontato l’India degli slum.
Sia chiaro, dal punto di vista meramente cinematografico, Trash è un film eccezionale ed eccezionalmente godibile, a cominciare dai tre giovanissimi protagonisti scelti dalle favelas (quelle vere) con un casting fra migliaia di aspiranti, tutti e tre irresistibilmente carismatici e convincenti sia nella recitazione verbale che in quella fisica: tre action figure in miniatura a metà fra Oliver Twist e Huckelberry Finn, che ci trascinano nelle loro avventure picaresche tenendoci inchiodati alla sedia nella preoccupazione (adulta) per la loro incolumità, e allo stesso tempo convincendoci della loro insopprimibile capacità di sopravvivenza. I tre piccoli non-attori saltano dentro e fuori le inquadrature come cartoni animati (o come il ballerino Billy Elliot), e la cinepresa di Daldry (ma anche la cinematografia del direttore della fotografia brasiliano Adriano Goldman, sodale di Meirelles e veterano delle produzioni hollywoodiane) è abilissima nell’intercettarli in velocità, raccontandoceli per parti anatomiche: gambe e braccia di scattante magrezza, occhi sgranati, sorrisi strafottenti.
Il montaggio tiene dietro al ritmo incalzante della narrazione grazie anche all’accompagnamento musicale del compositore brasiliano Antonio Pinto, altra iniezione “etnica” all’operazione e altra eredità di City of God, ma anche di action movie hollywoodiani come Collateral e The Host. Daldry usa, come di consueto, la decostruzione temporale con numerosi flashback e flash forward, per stratificare la linea narrativa e aggiungere movimento alla storia. La sola scena iniziale riesce a concentrare più informazioni di mille lungaggini sceneggiate a tavolino. Anche il mix di tecniche cinematografiche, che segnala la presenza della tecnologia informatica ed elettronica anche nelle favelas di Rio, funziona bene come espediente drammaturgico, senza mai diventare vezzo registico.
Trash è un vero spasso e una festa per gli occhi, ma lascia lo spettatore occidentale con il disagio per aver contemplato come fonte di svago la miseria delle bidonville del Terzo Mondo e l’esistenza dei “bambini spazzatura” che, nella vita vera, vengono fermati da una pallottola se rischiano anche solo una delle bravate dei nostri tre piccoli eroi. Il modo migliore di godersi il film è quello di leggerlo come una favola, o come una parabola sul potere salvifico della fede (sarà un caso che due su tre dei giovani protagonisti portano il nome di un arcangelo?) in ciò che è giusto. Se poi sia giusto raccontare questa storia da ovest, invece che affidarla ad una narrazione autoctona, è la domanda che determinerà l’opinione sul film, una volta smaltito il rush di adrenalina.

Paola Casella, da “mymovies.it”

 

Si è chiuso il sipario sui film in gara per questoFestival di Roma 2014 e il pubblico, per la categoriaGala, ha decretato vincitore Trash, il film di Stephen Daldry ambientato nelle favelas brasiliane.

In un mondo dove a farla da padrone sono guerra e crisi economiche internazionali, Trash di Stephen Daldry cerca di emergere in un contesto di spazzatura (proprio come il titolo) evidenziando gli enormi problemi del Brasile. Il film, che vede la partecipazione di attori importanti come Rooney Mara assieme all’immortale Martin Sheen, mostra una perfetta vetrina del paese delle false apparenze per eccellenza. I giovani attori che interpretano dei bambini, abitanti delle sporche favelas brasiliane, sono davvero assorti nella loro parte; merita poi una nota di stima la grande prestazione del direttore della fotografia del filmAdriano Goldman, che ci porta tra una panoramica e una focale fissa nei meandri più oscuri del Brasile attuale. La trama è semplice e lineare, ma risulta essere coinvolgente con l’incedere del film, una sorta di sinfonia mozartiana.

Due bambini, durante una delle molte giornate trascorse a spalare rifiuti in una discarica, trovano una borsetta con all’interno un segreto talmente pericoloso che mette a repentaglio non solo la loro vita, ma anche quella degli abitanti della favela. All’inizio i ragazzi sono attratti dall’idea della ricompensa offertagli dalla polizia, ma poi cominciano a capire che dietro questa losca vicenda si nasconde un mistero ben più fruttuoso dell’offerta degli agenti. L’indagine li porta in spericolate avventure attraverso colori sgargianti abbinati a bui oscuri passando per le tortuose strade di Rio de Janeiro. La lotta per la sopravvivenza li porterà alla scoperta di una giro criminale nazionale e ad una ricca ricompensa per ogni singolo abitante della favela, in uno splendido epilogo di suoni e colori.

Stephen Daldry torna ad affrontare le tematiche care al mondo giovanile, precedentemente approfondite con Billy Elliot, questa volta inserendo sullo sfondo una triste storia di corruzione appartenente al Brasile. Il paese dei colori sgargianti è sempre stato al centro della cronaca per le sue altalenanti condizioni economiche e sociali e questo cine-documentario (così potremmo definirlo per assurdo) cerca di sviscerare le più profonde membra della malavita e della povertà.

I ragazzi della favela sono scaltri perché cresciuti ed educati dalla vita che vivono; la polizia mostra fin dal primo momento le chiare ombre di corruzione mentre scorrono inesorabili sullo schermo scene di altalenanti ceti, anche se appartenenti alla stessa sfera sociale. Il grido disperato che viene mostrato alla fine della pellicola è un monito per tutto il mondo, non solo per il Brasile: non esistono ceti, razze o classi sociali, alla fine dobbiamo essere tutti uguali. Daldry ci dimostra come la rivoluzione sia un obiettivo da prefissarsi fin dalla più tenera età, i bambini possono cambiare questo mondo e la storia di questo film ne è la dimostrazione. Profondo.

Emiliano Cecere, da “mistermovie.it”

 

 

Quando si parla di ghetti o di favelas ci si aspettano sempre storie di ordinario squallore, criminalità, nichilismo, dolore, sofferenza, assenza di luce. È la visione pre-confezionata del mondo dell’homo sapiens sapiens 2.0, spesso incapace di guardare oltre la superficie dipinta da altri. Ci si immagina che, nel mezzo di quella cacofonia di lamiere e umanità, si passi inevitabilmente ogni secondo dell’esistenza a compiangere le proprie sfortune, a cedere alle lusinghe della criminalità e a nascondersi dai pericoli ringraziando per ogni giorno che si riesce a strappare all’inevitabile morte. La realtà, in molti casi, supera l’immaginazione, ma contiene anche altre storie più lievi e non meno tragiche, da raccontare senza obbligatoriamente affidarsi al verismo. Come hanno dimostrato lo sceneggiatore Richard Curtis e il regista Stephen Daldry in Trash (premiato dal pubblico alla nona edizione del Festival del Cinema di Roma), adattando per il grande schermo l’omonimo romanzo di Andy Mulligan.

Dramma, azione, thriller e denuncia sociale si mescolano nell’avvincente parabola del quattordicenne Raphael (Rickson Tevis), giovane catador di una immensa discarica della Rio de Janeiro pre-mondiali calcio, che ritrova un portafogli contenente una serie di indizi per un mistero da svelare. E che, sostenuto dagli amici Gardo (Eduardo Luis) e Rato (Gabriel Weinstein) e l’involontario aiuto di un prete missionario (Martin Sheen) e di un’insegnate d’inglese (Rooney Mara), lo porterà a rivelare una catena di corruzioni e violenze, con quella ostinazione e caparbietà giovanile che Daldry riesce a catturare e trasmettere senza trasformarla necessariamente in eroismo. E la fotografia patinata, i ritmi serrati anche nella colonna sonora (che a molti hanno ispirato l’ovvio paragone con The Millionaire) a rafforzare il messaggio. Trash, in fondo, è una favola scritta sui visetti sporchi di adolescenti che, nonostante la miseria che li circonda, sanno ancora sorridere e credere che un giorno sarà possibile vivere beatamente vicino al mare. E di favole, in questo momento, c’è un gran bisogno. Per non crollare sotto il peso di un annichilente disfattismo.

Daniela Liucci, da “freequency.it”

 

 

 

 

Per la prima volta il pubblico ha decretato il vincitore della nona edizione del Festival Internazionale del Film di Roma e a trionfare è stato Trash di Stephen Daldry. Il film racconta la storia di Rafael (Rickson Tevez) e Gardo (Luis Eduardo), due ragazzi delle favelas di Rio de Janeiro che cercano oggetti fra i rifiuti della discarica locale e trovano nella spazzatura un portafoglio che cambierà per sempre le loro vite. Quando la polizia annuncia una ricompensa in cambio del portafoglio, i due ragazzi, insieme a Rato (Gabriel Weinstein), tentano di scoprire il perché di tanto interesse. Daldry, con Trash, torna alle origini del suo debutto cinematografico, dove con il suo Billy Elliot conquistò la platea mondiale raccontando con semplicità e delicatezza i sogni di un ragazzo e delle difficoltà affrontate per raggiungerlo. Qui i protagonisti sono tre ragazzi che lottano per la giustizia , per l’amicizia e “perché è giusto”. Fonte inesauribile di entusiasmo, sono la colonna portante del film, coloro che tra i rifiuti, le discariche e la spazzatura continuano a credere nei loro sogni e fanno tutto il possibile per inseguirli e realizzarli. Perché Trash è un film sulla povertà e sulla corruzione che conquista lo spettatore fin dalle primissime inquadrature, grazie ad un ritmo incalzante e ad una regia abilissima nel reggerlo, che riesce ad esaltare le qualità dei protagonisti, loro che con la loro agilità saltano sui tetti e corrono per le strade per portare a termine quello che si sono prefissati, con ottimismo e determinazione. Daldry, quindi, coglie perfettamente la vita oltreoceano, analizzando dal punto di vista anglosassone – grazie anche alla presenza di Martin Sheene e Rooney Mara – le favelas brasiliane senza però mai dimenticare chi sono e da dove vengono i protagonisti della storia. Merito anche della sceneggiatura di Richard Curtis – sì, quello di Quattro matrimonio e un funerale e Love Actually – che riesce ad imprimere dialoghi essenziali e mai fuori luogo, che permettono di alternare diligentemente azione, avventura e sentimentalismo. Perché nonostante Trash si presenti come un film di denuncia sociale – e per gran parte del film lo è – ben presto si trasforma in una favola per ragazzi dove la speranza, il sorriso, l’amicizia e un inesauribile ottimismo sono le chiavi del successo. E Daldry, con la sua abilità e sensibilità, riesce a trasmettere il coraggio di questi ragazzi che credono fermamente nel lieto fine e se lo vanno a prendere. Trash diventa così, grazie anche ad una colonna sonora impeccabile, un film emozionante e coinvolgente, dove la realtà che diventa fiaba fa sia commuovere che riflettere.

Martina Farci, da “cinema4stelle.it”

 

 

Come ogni giorno due ragazzini di una favela di Rio scavano fra i detriti di una discarica locale e non possono immaginare che il portafoglio appena trovato cambierà le loro esistenze per sempre. Solo quando si presenta la polizia, disponibile addirittura a offrire una generosa ricompensa per la restituzione, i ragazzi, Rafael e Gardo, realizzano di avere in mano qualcosa di molto importante. Dopo aver coinvolto l’amico Rato, il trio affronta una straordinaria avventura per scappare dalla polizia e scoprire i segreti contenuti nel portafoglio.
Guardando Trash non possono che venirci alla mente alcuni dei titoli brasiliani che sono già riusciti in passato a superare con la loro fama i confini nazionali – e a mostrarci con la giusta dose di realismo e crudezza la folle e ingiusta realtà delle grandi favelas – come ad esempio City of God e Tropa de Elite. Un particolare legame è da sottolineare con quest’ultimo dove Wagner Moura interpretava Roberto Nascimento, capo della polizia speciale molto contrariato dall’inaudita violenza del suo corpo militare e che nel seguito del film (Tropa de Elite 2)  ha una evoluzione ulteriore che non può che ricordarci l’icona che interpreta qui in Trash, quella del martire Josè Angelo.

Adesso unite questo contesto drammatico ai tocchi english di Steven Daldry e di Richard Curtis, i quali mettono il tutto in un’ottica in parte favolistica (come accade analogamente in The Millionaire) in particolare grazie al punto di vista dei tre ragazzi protagonisti, uno piu bravo e adorabile dell’altro: grazie a loro la favela diventa uno spunto di un’avventura leggermente imbevuta di un pensiero e un realismo magici.

La regia di Trash, soprattutto all’inizio, è velocissima, complice un montaggio estremamente serrato che restituisce la sensazione di un posto dove fermarsi e nascondersi è piu difficile che mai, praticamente impossibile se ci sono interessi che remano in senso contrario. Un film gradevole, una favola contemporanea, una piccola finestra su un mondo a noi lontano ma i cui meccanismi ingiusti e speculativi tendono a somigliare molto a certe situazioni nostrane. Del resto grandi interessi economici e benessere della popolazione raramente remano nella stessa direzione e in uno dei “brics” come il Brasile sembra quasi inevitabile si vengano a scontrare in modo per nulla soft reflussi di socialismi e neoliberismi, creando situazioni controverse, da anni oggetto del cinema brasiliano. Qui si tratta ovviamente di una coproduzione anglobrasiliana e di una situazione volutamente più edulcorata rispetto alla realtà e al cinema di casa. Il vero peccato del film è il poco spazio riservato a Rooney Mara e a Martin Sheen.

Annalisa Graziosi, da “storiadeifilm.it”

 

 

 

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