timbuktu

Timbuktu

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Un gruppo di ragazzini gioca in un campo di calcio dal terreno sabbioso. Scattano e dribblano, colpiscono di testa, effettuano passaggi, tirano in porta. Giocano però senza il pallone. Siamo a Timbuktu, storica e antica città nel Mali, e la popolazione sta subendo l’occupazione da parte di un gruppo di jihadisti che hanno imposto tutta una serie di divieti: non si fuma, non si canta, non si ascolta la musica, non ci si siede davanti casa e non si gioca a calcio. Ai ragazzi non rimane quindi che immaginare la palla e giocare lo stesso, in un atto di sfida al nuovo regime degli occupanti. Uno stacco e vediamo che nello stesso campo un uomo e una donna sono sotterrati in piedi, solo la loro testa resta fuori, una accanto all’altro. Li uccidono entrambi con la lapidazione. Ma l’uomo e la donna non sono solamente eliminati fisicamente, ma vengono svestiti della loro umanità da parte dei carnefici: le teste che spuntano dal campo di calcio sembrano due palloni a cui lanciare pietre. Doppia uccisione: fisica e spirituale, anche l’immaginazione deve essere controllata e punita se va contro la legge di un integralismo religioso.

Sequenze di alta intensità emotiva, ma tutto il film del regista africano Abderrahmane Sissako è un susseguirsi di scene di ugual tenore, dove l’orrore è sempre presente e la tensione pervade ogni fotogramma. Del resto, il film è stato girato in parte nei luoghi dove tutt’ora sono in corso scontri armati e, seppur Timbuktu è stata liberata nel 2013, Sissako non è riuscito a portare la sua troupe per pericoli di attentati. Per analogia, molte sequenze all’interno del centro abitato sono state girate a Oualata e altre città simili in Mauritania, in un perfetto gioco di mimesi e trasposizione dell’essenza della realtà che il regista voleva raccontare.

La sceneggiatura di Sissako si basa sulla trama portante della vita del pastore tuareg Kidane insieme alla moglie Satima e alla figlia dodicenne Toya. La loro vita è fatta di piccoli gesti e attività quotidiane, in un susseguirsi delle giornate regolate dal tempo naturale. Vivono in una tenda nel deserto a poca distanza dalla città e Kidane decide di non fuggire, come hanno fatto altri, ma di rimanere, confidando che i jihadisti così come sono venuti così se ne andranno. Sullo sviluppo delle dinamiche di questi personaggi – che porteranno poi al confronto di Kidane con il tribunale islamico e alla sua drammatica fine – Sissako (insieme al co-sceneggiatore Kessen Tall) innesta tutta una serie di sotto trame secondarie, creando un struttura narrativa di voci individuali, che s’inseriscono in una diegesi collettiva, complessa e allo stesso tempo equilibrata.

Sissako ha raccolto le testimonianze di episodi vissuti direttamente dalla gente di Timbuktu, facendo un lavoro di (de)costruzione cronachistica e (ri)composizione narrativa, scegliendo gli episodi più funzionali per la rappresentazione di quello che voleva mettere in scena. Così, solo per citarne alcuni, abbiamo la pescivendola che si rifiuta di mettersi i guanti perché non potrebbe pulire il pesce al mercato e si ribella alla polizia islamica; i ragazzi fustigati per aver cantato e suonato e per essere stati nella stessa stanza; il ragazzo fustigato per aver ascoltato musica; il confronto tra l’imam della moschea di Timbuktu e il leader dei jihadisti sull’interpretazione dell’Islam, dove il primo propugna un’idea di pace e di dialogo, il secondo vede solo una fede cieca dove applicare la sharia alla lettera. Sissako mette in scena il dramma di un’intera popolazione, quella africana, di fronte alla barbarie di una religiosità integralista e ottusa. A un certo punto del film, c’è il jihadista che con il megafono va in giro per la città e parlando in francese – perché lo possano capire anche chi non parla arabo – dopo aver elencato tutto ciò che è vietato fare, esclama alla fine: “E’ vietato tutto”. Ovviamente l’assurdità di tale affermazione è ancora più rafforzata dall’assurdità dei comportamenti. E sembra ridicolo – se non fosse nella realtà tragico per le conseguenze che ne derivano – la caccia notturna della polizia islamica alle case da dove provengono musica e canti.
Se il tema principale è quello della denuncia drammatica delle violenze subite da un’intera popolazione, un tema prettamente politico, abbiamo sicuramente un paio di sotto temi collegati strettamente a questo e un altro profondo a un secondo livello di lettura.

Il primo sotto tema è la raffigurazione dei jihadisti come uomini ipocriti, tanto decisi nel far rispettare la legge islamica, quanto pronti poi a lasciarsi andare: c’è chi fuma di nascosto, chi danza su un tetto, chi parla con passione e competenza di calcio europeo, chi concupisce la donna di altri e così via, come a dire da parte di Sissako che i mostri sono uomini e hanno le stesse debolezze delle vittime e l’ossessione del controllo e della distruzione di tutto ciò che non è conformato risulta un’affermazione della loro quotidiana ottusità e debolezza.

Il secondo sotto tema è rappresentato dai personaggi femminili che sono quelli che tengono più testa agli integralisti e allo stesso tempo sono più colpiti dalla nuova legge, costringedoli a vestirsi di nero integralmente e soffocare qualsiasi elemento di femminilità. La resistenza delle donne è allo stesso tempo passiva e attiva (come la ragazza che continua a cantare mentre viene fustigata) o come Satima che dignitosamente respinge le avances del jihadista e cerca di consigliare il marito in modo saggio. Le donne sono rappresentate come le principali vittime, ma anche come le prime che tentano una forma di ribellioni (siano esse madri, figlie, sorelle) a costo della loro vita e integrità fisica e spirituale.

L’altro tema principale, sotto traccia da un punto di vista narrativo, ma ben riconoscibile nella messa in scena e nella messa in quadro, è il confronto tra sacralità e religiosità. Il sacro dei rituali africani, della vita quotidiana in armonia con la natura, con il paesaggio, con gli altri esseri viventi, si scontra con la religiosità degli arabi dove il dogma diventa legge a cui sottomettersi. Qui non si tratta di recuperare nulla. Viene messa in scena l’entrata di un concetto oscurantista in un tessuto stratificato, fatto di secoli di storia e tradizioni sedimentati. E anche se ci sono telefonini, motociclette, suv e jeep che scorrazzano nel deserto, restano strumenti funzionali e integrati all’interno di una vita tutto sommato fatta da una pacifica regolarità. Del resto, l’incipit di “Timbuktu” è composto da due sequenze immediate e giustapposte, senza nessun filtro: con la prima, abbiamo l’entrata in scena di una jeep con un gruppo di jihadisti e la bandiera nera svolazzante che insegue una gazzella tra il confine della savana e le dune del deserto. Sparano con i kalashnikov e il rumore delle pallottole è sovradimensionato acusticamente. La gazzella corre, fugge via dai suoi assalitori, mentre uno di loro dice: “Sfiancala!”. La seconda sequenza è una serie di inquadrature di dettagli di statuette di arte africana, rappresentanti delle figure femminili e della fertilità, che sono crivellate dai proiettili. Sono due sequenze simboliche, due sequenze dove si assiste all’assassinio di una cultura, di una società, dove la sacralità della natura e del passato remoto è ancora presente e viva, da parte di una violenza accecata dalla religiosità dogmatica. E del resto, per analogia, l’incipit si ricollega al finale con la corsa a tre, in un montaggio alternato, tra i jihadisti che rincorrono un uomo tra le dune – che si è intromesso nell’esecuzione di Kidane – il giovane pastore, Issan aiutante di Kidane, alla rincorsa del piccolo gregge di buoi, e alla corsa disperata di Toya, la figlia di Kidane. Sissako sceglie di chiudere, in una dissolvenza al nero, sul primo piano propria di Toya mentre corre verso di noi, verso lo spettattore, cantando una nenia di dolore, testimone e messaggera di un popolo che vuole essere ricordato.

Tutta la sacralità che pervade “Timbuktu” è rafforzata dalla scelta stilistica di Sissako che prende attori non professionisti, volti espressivi e rappresentanti i vari personaggi, e utilizza una costante alternanza di primi piani e di campi lunghi per mostrare, da un lato, l’intensità degli sguardi, la rappresentazione dei volti come geografie dello spirito e, dall’altro, la bellezza – appunto sacrale – del paesaggio che resta immutato e intatto, pur essendo scena di violenze continue.

Sissako sembra quasi che reinterpreti a suo modo la lezione pasoliniana, creando un cinema di poesia di una complessità narrativa, dove la perfetta costruzione della messa in scena è costantemente bilanciata dal nitore delle immagini in una fotografia calda e avvolgente (del bravo Sofian El Fani, direttore della fotografia anche della Palma d’oro “La vita di Adèle” di Abdellatif Kechiche).

Antonio Pettierre, da “ondacinema.it”

 

 

Il Mali non è mai stato definito dalla sua religione. I musulmani sono la grande maggioranza (siamo intorno all’80 per cento), ma c’è dell’altro e fino a qualche tempo fa non era un problema. Viene da pensare al Festival au Désert, nato nei dintorni di Timbuctù, e ora trasformato in una manifestazione itinerante, come i tuareg con il loro meraviglioso blues del deserto. Quando nel gennaio del 2012 alcuni gruppi jihadisti hanno cominciato ad avanzare nel nord del paese in pochi se ne sono preoccupati. Timbuctù è stata occupata in primavera e con l’arrivo degli estremisti islamici è arrivata anche la sharia con le sue rigide imposizioni. È stato un miracolo che si siano salvati alcuni dei manoscritti antichissimi che provano che l’Africa non esisteva solo per essere colonizzata da qualcuno. Timbuktù, il meraviglioso film di Abderrahmane Sissako in corsa per l’Oscar come miglior film straniero, racconta l’impatto jihadista sulla placida popolazione locale.

I ragazzi non possono più giocare a pallone, non si può cantare e molti tuareg che vivono intorno alla città se ne vanno altrove. L’imam del posto è preoccupato, ma il capo dei jihadisti non è disposto a mettere in discussione la legge che impone. I miliziani che pattugliano la città non sembrano neanche così convinti e cattivi. Alcuni, mentre impediscono ai ragazzi di giocare a calcio, discutono se Messi è più forte di Zidane. Altri non parlano nemmeno bene l’arabo e sono costretti a usare un inglese stentato per capirsi tra di loro. L’ex rapper che ha scelto di andare a combattere la guerra santa non è capace di fare proclami davanti a una videocamera. Ma presto ci si rende conto che l’imam non si preoccupa invano e allora cominciano ad arrivare le frustate, le lapidazioni, la morte. Sissako si conferma un grande regista, intelligente ed essenziale senza dimenticarsi però di dispensarci un po’ di poesia. Poesia vera, di quella che riesce a tenere tutto insieme con forza e semplicità. Grande cinema.

Piero Zardo, da “internazionale.it”

 

Un tempo, si nominava Timbuktu (o Timbuctù, secondo la nostra grafìa) per indicare un posto lontanissimo ed esotico. Con il film di Abderrahmane Sissako, l’antica città del Mali diventa invece luogo di sintesi e simboli di questioni centralissime nel mondo globalizzato di oggi.

Timbuktu, il film, racconta della lenta, vagamente grottesca e progressivamente drammatica presa del potere all’interno della città e nelle zone adiacenti di un gruppo di jihadisti che impongono la sharia, proibendo musica e sport, obbligando le donne al velo e non solo, diffondendo il terrore e contagiando lentamente con la violenza lo spirito libero e riflessivo di molti personaggi.

Quello di Sissako, però, non è affatto un film di denuncia urlato e aggressivo; non mira a scandalizzare lo spettatore occidentale con l’uso della violenza o mostrando gli eccessi della repressione. Scritto e girato con grande consapevolezza, mille miglia lontano dai pauperismi e di naturalismi esasperati di troppo cinema africano e semmai fin troppo smaliziato, Timbuktu è al contrario un film che fa propri gli spazi e i tempi – dilatati ma mai molli, sereni ma mai ingenui – di quello spicchio di terra che racconta, cedendo solo lentamente e con riluttanza a quel nervosismo che gli è imposto dal suo stesso racconto.

Sissako dosa con sapienza i suoi ingredienti, riuscendo a bilanciare l’assurdo, il comico e il tragico dell’imposizione miope e violenta di un credo e una cultura che “miopi e violente non sono affatto, regalando spazi di distensione e momenti di una tensione più mentale che fisica, utilizzando senza inutili estetismi le bellezze dei luoghi e della musica che lì ha origine (basti citare il bellissimo Talking Timbuktu) di Ali Farka Touré e Ry Cooder).

Ma soprattutto, evitando di strillare proclami, o abusare nel mostrare violenza, o di correre inutilmente, Timbuktu trasmette tutta la dignità di alcuni suoi personaggi, la loro cultura, la loro riluttanza e la loro sofferenza, così come le contraddizioni e le chiusure di altri. E, in un finale di certo non roseo ma comunque aperto, lascia la speranza che certe fughe possano trasformarsi, se non in ritorni, in nuove partenze.

Federico Gironi, da “comingsoon.it”

 

Timbuktù di Abderrahmane Sissako dell’Africa canta la disperazione e la felicità, la bellezza originaria e la violenza predatrice che da secoli la distrugge. Oggi è la Jihād islamica, ieri i mercanti di schiavi e la rapace follia dei colonizzatori europei. Eppure è la bellezza quella che vince, è la gazzella che corre nel deserto inseguita da uomini armati che gridano “Sfiancala!”; sono le donne dallo sguardo fiero che gli uomini lapidano esultanti; i ragazzi snelli e veloci che mimano una partita di football, il pallone non c’è, la Jihād ha proibito il calcio; i giovani riuniti a far musica e i kalashnikov che sfondano porte e disperdono al vento le note colorate di Timbuktù Fasso di Fatoumata Diawara e Amine Bouhafa, la musica non piace alla Jihād ; sono i bambini che fuggono ansimanti fra le dune. Ma oltre le dune non c’è il mare, e se anche ci fosse? Gli occhi della bambina oltre la quarta parete chiedono perchè. Questo e tanto altro è Timbuktù, sguardo su un mondo troppo poco conosciuto e amato, un’Africa fatta di suoni, atmosfere, colori, case di sabbia, orizzonti lunghissimi, silenzi ovattati e spari improvvisi, esplosioni devastanti. Alla periferia di Timbuktù c’è il deserto, ma si può anche vivere sulle sponde del Niger. Lì si è trasferito in tenda Kidane (Ibrahim Ahmed), pastore touareg con la compagna Satima ( Toulou Kiki) e la figlia Toya (Layla Walet Mohamed). Con loro c’è Issan (Mehdi A.G. Mohamed) un pastorello che gli pascola le otto mucche che ha. Capiamo ben presto che Kidane si è rifugiato lì per scampare al clima della città, dove l’arrivo dell’islamismo radicale ha imposto la sharia con leggi assurde che ne hanno distrutto l’equilibrio, negando anche le libertà più elementari. Nel deserto c’è pace e silenzio intorno alle magre risorse che la natura offre, Kidane è un uomo di pace e la sua fedele compagna lo ama e lo segue devota. Fino al brusco cambiamento di rotta. Kidane uccide accidentalmente Amadou, il pescatore che ha massacrato Gps, il bue della mandria. Scontro tra confinanti in tempo di sharia, Zidane è innocente e orgoglioso, il processo/farsa del tribunale islamico sarà solo un pretesto per un nuovo capitolo della violenza ai danni di popolazioni inermi. Sissako si è ispirato ad una storia vera (una delle tante) di quei tristi tropici, storia di insabbiamento e lapidazione visibili in un brevissimo flash di insopportabile durezza, e ne ha fatto un racconto libero e inventivo, in cui funzione narrativa e aspetti antropologici della rappresentazione convivono con un’attualità mai come oggi urgente. Film corale, pellicola lacerata tra la greve brutalità di bande armate che stuprano territorio e uomini e la commovente leggerezza di donne, uomini, bambini che la violenza sfianca e afferra come la gazzella del deserto, spoglia il suo linguaggio di ogni spettacolarità in nome di un’esigenza di verità che tocchi il cuore delle cose, che affidi alla verità del cinema quello che cronaca e Storia sono incapaci di dire. Sissako fa parlare il tono medio della vita, e il dramma ne esce multiforme, variegato, riflesso di una realtà che nella tragedia può anche assumere il tono scherzoso della parodia, quando fa fumare di nascosto lo jiahidista “duro e puro” (Abel Jafri), o ne fa il protagonista del siparietto “lo jiahidista innamorato”, o ancora mette quegli uomini armati fino ai denti, di cui si vedono a malapena solo gli occhi, a filmare video di propaganda molto casereccia da postare su you tube. Smartphone di ultima generazione, jeep multiaccessoriate, armi sofisticate per sparare a poveri cristi inermi, tutti i ritrovati della scienza e della tecnica al loro servizio parlano di una colossale mistificazione ad opera di poteri forti contro l’Islamismo vero, che nulla è di tutto questo. Inevitabilmente tornano di attualità parole dagli Appunti per un’Orestiade africana di Pasolini:“La cultura di massa, la totale industrializzazione, con la conseguente evoluzione antropologica, mi spaventano: io la chiamo, questa nuova fase della storia umana, la nuova preistoria”. L’assoluta stolidità irrazionale, l’ignoranza profonda delle loro stesse leggi sacre (l’imam, Adel Mahmoud Cherif, fa sforzi sovrumani e inutili per far capire a qualcuno di loro il senso vero dei versetti coranici) è spesso oggetto di divertita ironia che purtroppo, altrettanto spesso, è costretta a virare bruscamente. Belve umane a cui nulla muove dentro negare la vita a esseri come loro, e anche nei modi più brutali e inimmaginabili, costringono la scena a cambiare colore, e il caldo ocra della sabbia, l’azzurro del cielo, la pelle levigata di quelle donne bellissime, il viso rugoso di quei vecchi che sembrano raccogliere tutta la saggezza del mondo, diventano il cupo fondo dell’Inferno. E restano solo i bambini a fuggire, senza meta né speranza. Inevitabile, di fronte ad una sapienza registica a cui la passione aggiunge valore profondo, pensare ad una cinematografia africana di grande forza che troppo tardi arriva sul red carpet internazionale. Ci si augura che non sia solo il portato di un’attualità che oggi preme selvaggia, si farebbe torto a chi, in tempi non sospetti, aveva preconizzato tutto con ampia preveggenza. Si pensa a Picasso, ad esempio, di fronte alla scena delle maschere lignee usate dagli jiahidisti come bersagli per esercitazioni di tiro. Quelle stesse maschere un giorno fecero cambiare la strada a tutta l’arte europea, spingendo il grande spagnolo a dire: “Le maschere non erano come le altre sculture: erano qualcosa di magico, si ergevano contro tutto, contro gli spiriti ignoti e minacciosi. E io continuavo ad ammirare quei feticci… E capii. Anch’io mi ergo contro tutto. Anch’io credo che tutto è sconosciuto, tutto è nemico”.

Paola Di Giuseppe, da “indie-eye.it”

 

Probabilmente tutti abbiamo avuto voglia di fare un viaggio nella mitica Timbuctù, tra il fiume Niger e il deserto sahariano. Immaginato di prendere una carovana per raggiungere il Sudan in un viaggio misterioso e avventuroso.
Purtroppo oggi nella città di origini Tuareg è praticamente impossibile arrivarci, un’altra piccola ferita che non solo noi occidentali riceviamo dall’insensatezza del fanatismo islamico. Timbuctù è stata una città dolce e tollerante, accogliente con tutti i tipi di viaggiatori, avventurieri e turisti vari, oramai è nelle mani di gruppi di feroci estremisti religiosi che rapiscono stranieri e puniscono con la morte concittadini che desiderano soltanto suonare con la chitarra una canzone o vorrebbero fumare una sigaretta o tirare un calcio a un pallone.
Delle sofferenze ulteriori e intollerabili che subisce un popolo in questi ultimi anni ci narra con la maestria di un grande autore, d’ispirazione neorealista, Adberrahmane Sissako.

Di nascita mauritana ( e non maliana ), di formazione russa ( ha vissuto a Mosca per frequentare la prestigiosa scuola di cinema VGIK ) e poi adottato dalla Francia che lo ha accolto, permesso di realizzare film ( La vie sur terre, Aspettando la felicità e Bamako ) e rappresentato ripetutamente al festival di Cannes. Adesso decide di raccontare con austerità rosselliniana, semplicità ed efficacia, un mondo alla fine del mondo; di persone semplici e in fondo virtuose che devono subire restrizioni assurde e intollerabili da gruppi di estremisti che governano con leggi ferree, che fanno della proibizione un modo di vivere e impongono un rigido codice che ogni giorno cambia in peggio e che non nasce da un’interpretazione restrittiva e autoritaria del Corano ma sembra quasi partorita da un’ottusità del vivere.
E allora Sissako ci mostra questa orrida banalità del quotidiano, dove ragazzini giocano a palla senza palla con il rischio di essere uccisi ( L’esatto opposto del finale di Blow Up di Antonioni ), dove una donna viene frustata in piazza perché ha ascoltato musica, un uomo viene condannato a morte perché in una rissa ha ucciso un uomo e la madre non vuole perdonarlo, dove una coppia viene lapidata perché parla senza essere sposata, dove una madre si lamenta del rapimento della figlia da parte di un uomo che l’ha poi obbligata a sposarsi di nascosto e non può ottenere un minimo di giustizia perché un tribunale islamico stabilisce che l’uomo è un buon mussulmano. Sissako parte da una storia effettivamente successa per raccontare tante piccole storie e persone che vivono nel deserto a poca distanza da Timbuctù.

Con un tocco di realismo semplice e rigoroso ci racconta di una dolce e bella famiglia che vive tranquilla tra le dune del deserto, sotto un’ampia tenda. Sono Kidane, Satima e la loro figlia Toya, si vogliono un gran bene e non c’è tra loro alcuna prevaricazione o sopruso. Sono a modo loro dei benestanti hanno sette mucche che vengono accudite e portate al fiume dal dodicenne Issan, ragazzino senza padre e diventato quasi un altro figlio.
Un giorno al fiume, Issan si lascia sfuggire la mucca migliore che involontariamente rompe una rete del pescatore Amadou, allora l’uomo arrabbiato uccide la mucca. Il buon Kidane non può accettare il sopruso e va a lamentarsi col pescatore, ne scaturisce subito una rissa e accidentalmente lo uccide.
Viene subito arrestato dalla polizia islamica che stabilisce come pena la consegna di 40 mucche alla famiglia del morto, naturalmente Kidane non può pagare, allora convocano la madre del pescatore e le chiedono se può perdonare l’uomo, la donna dice semplicemente che è ancora troppo presto per perdonarlo e allora Kidame viene condannato a morte.
Ma il suo unico cruccio non è nemmeno quello di morire bensì il fatto che non potrà vedere la sua amata figlia un’ultima volta.

Sissako con Timbuctù riesce a coniugare vari livelli narrativi, ad un simbolismo africano, aggiunge un lirismo dolente, in alcuni tratti un umorismo malinconico intrinseco con un realismo sconvolgente.
Cerca e ci riesce, attraverso una narrazione filmica semplice, di raccontare non tanto un fatto di cronaca nera ai tempi del fanatismo islamico, non vuole essere così candido da imporre una tesi sull’ideologismo-religioso, cerca una chiave di lettura in cui si analizza il paradosso del potere attraverso l’insensatezza del regime fanatico.
Dove in fondo non ci sono reali cattivi, ma dove degli esseri umani decidono di indossare una corazza più per un bisogno di identità che non per reale malvagità.
Questi islamici nel loro modo crudele e banale di muoversi ricordano quei quadri intermedi dei partiti totalitari del Novecento.

Domenico Astuti, da “cinemalia.it”

 

Timbuktu è un film drammatico del 2014 diretto da Abderrahamane Sissako vincitore del Premio della Giuria Ecumenica al Festival di Cannes 2014 e candidato agli Oscar 2015 come Miglior Film Straniero.
Il film è l’affresco di una Timbuktu sottratta dai suoi abitanti e piegata al volere di un gruppo di Jjihadisti. Il regista si è ispirato, in parte, a un fatto realmente accaduto nel luglio 2012 in una piccola città nel nord di Mali, a Aguelok. Una coppia di due trentenni, genitori di due figli, sono morti lapidati. La loro unica colpa era di non essere sposati.

Il deserto bruciato dal sole si distende a perdita d’occhio, permettendo solo a qualche timido cespuglio d’acacia di crescere fra le sue polveri. Un gruppo di uomini, tutti armati con un AK-47s, si muove con un pickup. Fra loro un prigioniero occidentale con una faccia esausta e una fascia nera stretta sugli occhi; il viso emaciato è parzialmente nascosto dalle pieghe di un turbante.
Lo stanno per liberare? O decapitare?
La scena potrebbe essere stata girata in Iraq o in Siria. Ma siamo nel centro del Sahel, in una città santa nonché patrimonio dell’umanità, a pochi chilometri da Timbuktu. La città sembra in via d’estinzione, nessun abitante può intrattenersi per le strade, il regime di terrore imposto dai jihadisti ha vietato loro perfino di suonare o ascoltare musica, giocare a pallone, ridere e fumare sigarette. Ma lontano dal paese, in una tenda beata tra le dune sabbiose vive Kidane (Ibrahim Ahmed aka Pino), in pace con la moglie Satima(Toulu Kiki), la figlia Toya (Walet Mohamed) e il dodicenne Issan (AG Mohamed), il giovanissimo guardiano della loro mandria di buoi. Kidane e la sua famiglia sembrano inizialmente sottrarsi al caos che incombe su Timbuktu e la loro appartata serenità trasmette l’amore di una quotidianità inimmaginabile per noi occidentali.
Il regista preferisce non raccontare la conquista dei fondamentalisti religiosi, ma le settimane dopo l’assalto, durante l’occupazione, evidenziando il rumore degli spari e mostrando il via vai di persone che sorvegliano la città, collidendo con la dolcezza della comunità mostrata tra gli abitanti. Quasi come se la città fosse simile a un organismo intaccato da una forma di virus inguaribile. Le persone sono ritrattepoeticamente, la fotografia (Sofiane El Fani) è sempre raffinata, mai si permette di violare la dignità della potenza dell’immagine, mostrando anche un’attentissima sensibilità per gli eventi accaduti.
L’immaginazione è l’unica arma che rimane alla gente che ha appena perso ogni riferimento. La scena della partita di calcio senza pallone esprime con forza emotiva come l’immaginazione possa sprigionare le persone dai limiti loro imposti. Loro sembrano come avvolte da un’aurea profondamente umana e le canzoni e le musiche (Amine Bouhafa) che percorrono tutto il film, provengono come dalle viscere della natura, calde e primordiali; ogni gesto compiuto dalla famiglia di Kidane emette saggezza, semplicità, bellezza. Il modo in cui Samita si pettina i capelli, mentre la figlia Toya si occupa di scioglierle i nodi è diuna bellezza singolare, evocativa e inviolabile. La scena mostra l’arrivo di un pick up guidato da due jihadisti venuti per controllare la famiglia che vive fuori dalla città, nella tenda. Il capo del gruppo chiede al suo interprete di dire alla donna di mettersi il velo perché è indecente, lei sta ancora pettinandosi i capelli e risponde con voce calma e sicura: “se ciò che guardi non ti piace, voltati e non guardare”.
Ogni scena restituisce un’intensità rara e ipnotizzante, lontana dagli effetti di spettacolarizzazione; le vicende non eccedono mai nella teatralità, nemmeno nei momenti più drammatici come la lapidazione di una coppia o le frustrate inflitte a un donna per aver cantato (altra scena incantevole). Gli jihadisti sono dipinti come persone straniate e dislocate, incoerenti e che balbettano una vaga approssimazione della lingua Araba.
Il film mostra tutte le contraddizioni che si annidano intorno ai fondamentalisti. Il punto del film è proprio la contraddizione. A volte esplicita a volte resa più sottile, la regia di Sissako è elegante anche nelle scene più dure e nulla trascende dagli eventi che accadono. Il regista mostra solo un gruppo di uomini brutali che infrange la legge in nome di un Dio (in realtà hanno preso in ostaggio anche lui) di cui nemmeno conoscono la prima cosa che predica. Sono solo parassiti cui allungano i loro rovi per impossessarsi e privare le persone della propria cultura e civilizzazione.
Timbuktu è incantevole.
Anna Pennella, da “cinemamente.com”

 

 

Il primo film del concorso a Cannes 2014 è Timbuktu, del mauritano Abderrahmane Sissako. Con leggerezza e anche un po’ di ironia la pellicola riesce a raccontare il dramma di un paese in mano a spietati jihadisti, che impongono con rigore e ignoranza un’interpretazione del Corano estrema: musica e sigarette sono vietate, le donne non possono andare in giro senza guanti e calzettoni, non si può neanche giocare a calcio. I trasgressori sono puniti con scudisciate e reclusione, e a nulla vale l’opposizione dell’imam locale, che cerca di riportare alla ragione. Il regista in conferenza stampa è scoppiato in un pianto dirotto: “Sono partito da un fatto vero – ha detto – la lapidazione di una giovane coppia in un piccolo villaggio del Mali, occupato dai fondamentalisti, per di più originari di altri luoghi. I due avevano due figli e la colpa di non essere sposati: il video della loro morte è stato messo online dagli stessi assassini, è una scena orribile, che mi ha colpito anche perché di un fatto del genere nessuno parla. I giornali si concentrano su altre cose, ben più futili, e ogni giorno diventiamo più indifferenti”.

BELLO E SPIETATO

Il cineasta 52enne, per la prima volta in competizione al festival, aveva inizialmente pensato a realizzare un documentario sulla storia della coppia rimasta vittima dell’ignoranza e del cieco fondamentalismo. Qualche retaggio di questa intenzione originaria resta nelle affascinanti immagini del deserto e nella fotografia limpida che contribuisce, se possibile, a rendere ancora di più la crudezza di determinate situazioni. La sapienza di Sissako sta nel saper alternare immagini di violenza fisica e psicologica veramente dure da digerire a sapienti pennellate di ironia, volte a sottolineare l’assurdità e le contraddizioni di quel regime così duro. I jihadisti vietano ai giovani di giocare a pallone – commovente la scena della partita priva di palla – ma poi non fanno altro che parlare di calcio tutto il giorno. Confiscano le sigarette agli altri per poi fumarle di nascosto. Si tratta, insomma, di un incontro letale tra fanatismo e brama di potere, in un mondo dove il possesso di un’automobile rappresenta un lusso inimmaginabile (e infatti i fanatici sono anche fanatici della tecnologia, dalla macchina, alla videocamera, al telefonino). La forma finale del film è un dramma bello e spietato, girato con difficoltà. Sissako non ha potuto girare a Timbuktu e ha dovuto spostarsi in Mauritania sotto la protezione dello Stato. “Sarebbe stato un vero rischio portare la troupe in una città dove pochi giorni prima dell’inizio delle riprese c’era stato un attentato suicida”, spiega. Ma non si considera coraggioso: “Il vero coraggio è quello di chi rimane lì combattendo una lotta silenziosa, che magari vuol dire cantare una canzone nella propria testa”.
Lucidamente spietato nel suo fotografare la banalità della follia, il film del mauritano Abderrahmane Sissako apre con successo il Concorso del Festival di Cannes 2014, riuscendo a raccontare una storia dura in maniera non troppo pesante, alternando i momenti drammatici con sapienti pennellate di humour e poesia
VOTOGLOBALE 7

Andrea Guglielmino, da “everyeye.it”
A poca distanza da Timbuktu, dove domina la polizia islamica impegnata in una jihad in cui divieto si aggiunge a divieto, una famiglia vive tranquilla sulle dune del deserto. Sotto un’ampia tenda Kidane, Satima e la loro figlia Toya possono solo cogliere dei segnali di quanto accade in città. Il giorno in cui il loro pastore dodicenne si lascia sfuggire la mucca preferita che distrugge le reti di un pescatore nel fiume che scorre tra la sabbia, tutto però muta tragicamente. L’animale viene ucciso e Kidane non accetta il sopruso.
La fonte di ispirazione di questo intenso quanto rigoroso film di uno dei Maestri del cinema africano è rintracciabile in un fatto di cronaca accaduto in una cittadina del nord del Mali. Una coppia è stata lapidata perché portatrice di una colpa inaccettabile agli occhi accecati degli integralisti islamici: i due non erano sposati. Sissako però non vuole essere il narratore di un fatto di cronaca accaduto in un Paese che non fa notizia e non origina mobilitazioni internazionali. Vuole raggiungere, riuscendoci, un obiettivo molto più elevato. Lo testimonia la stessa struttura del suo film che si sviluppa sul piano di una continua alternanza per almeno tre quarti della narrazione. Da un lato uomini che cercano a fatica nella lingua araba la loro radice mentre impongono norme che condizionano anche la più quotidiana delle attività avendo spesso di mira le donne e dall’altra la vita di una famiglia che conosce l’armonia e la fedeltà (quella vera e profonda) nelle relazioni parentali e con la divinità. Sissako ci fa percepire la distanza abissale tra questi mondi grazie anche a una fotografia di straordinaria bellezza e intensità che non si perde mai nell’estetismo autoreferenziale. Non è un film anti-islamico il suo (il discorso che l’imam locale fa al neofita jihadista ne costituisce la prova più evidente). È piuttosto un grido di allarme lanciato a un Occidente spesso distratto (salvo quando si presentino episodi mediaticamente rilevanti come il sequestro di giovani studentesse) e talaltra incline a pensare che in fondo l’integralismo sia una rivolta contro i secoli di colonialismo e che nasca dall’interno delle varie realtà nazionali. Nulla di tutto ciò risponde a verità ci dice il regista: siamo di fronte a un’oppressione che arriva da fuori e prende a pretesto una supposta fede per sottomettere intere popolazioni. Non resta allora alle nuove generazioni che fuggire come gazzelle dinanzi a belve assetate di sangue infedele oppure, come ci viene proposto in una sequenza al contempo di grande forza ed eleganza, di continuare a giocare una partita proibita. Anche se non c’è il pallone.

Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

 

C’è chi potrebbe accusare Timbuktu di essere il solito film “del resto del mondo” perfetto per un festival. Però si sbaglierebbe di grosso, e cadrebbe negli stereotipi che in realtà Abderrahmane Sissako evita con una certa abilità. Perché il nuovo lavoro del regista della Mauritania è innanzitutto un film sentitissimo e importante, a suo modo persino un po’ toccante.

Siamo ovviamente a Timbuktu, città nelle mani di un gruppo di fondamentalisti islamici che sparge il terrore e ogni tipo di divieto. Gli estremisti proibiscono la musica, il fumo, il calcio, e impongono alle donne di coprirsi il più possibile, anche con calze e guanti. Kidane ha deciso di spostarsi con la famiglia e i suoi animali fuori dalla città, vivendo in pace sulle sponde del fiume Niger.

La moglie e la figlia lo adorano, e lui adora loro. Adora anche Issan, un giovane bambino che lo aiuta a pascolare le vacche ed è particolarmente affezionato ad una di loro (chiamata ironicamente GPS). Un giorno però GPS si perde, il ragazzino la cerca e la ritrova nel fiume, impigliata nella rete di un pescatore di nome Amadou che senza pietà la uccide davanti ai suoi occhi. A questo punto Kidane vuole fare chiarezza, ma la situazione gli sfugge di mano…

Raccontata così la trama del film sembra incentrata su un unico personaggio. Non è così, anche perché il titolo dell’opera non è messo a caso. A suo modo Timbuktu è un racconto “corale”, che tuttavia non cerca mai di studiare troppo le psicologie dei personaggi, non essendo quello il suo fine. Sissako vuole invece raccontare delle persone in una fetta di mondo colonizzata e forzata a (non) vivere secondo regole ferree.

In questa “terra dell’Islam”, come la chiamano di continuo i jihadisti, c’è innanzitutto un problema di linguaggio. Tutti fanno fatica a capirsi con tutti: colpa di un miscuglio di lingue e dialetti che creano un cortocircuito continuo tra i vari personaggi, tutti lontani e distanti gli uni dagli altri. La cosa ancora più ironica è che persino i jihadisti spesso fanno fatica a capirsi tra di loro, soprattutto quando devono parlare in arabo e inglese!

Ne esce fuori un film che ha forse qualche difetto di ritmo, soprattutto nella parte centrale, e qualche lieve naïveté, ma in cui predominano momenti decisamente potenti e molto umani. Non perde mai di vista la severità della storia, Sissako, anche quando sembra troppo leggero. Globalmente questo è un oggetto a suo modo strano, visto lo humour di molte scene, ed è comunque allo stesso tempo un film limpido e diretto nel suo messaggio e nella sua confezione.

Confezione che ci dice molto sul gusto per le inquadrature del regista (pazzesco il campo lunghissimo che si vede subito dopo la fine della clip che potete vedere qui sopra), e che tra l’altro può vantare una fotografia pulitissima e delle musiche originali di Amine Bouhafa, utilizzate persino in modo poco scontato. Con in più almeno tre o quattro scene che restano impresse, prime fra tutte la shockante lapidazione ed una “antonioniana” (ma più ironica e “leggera”) partita a calcio… senza palla!

Gabriele Capolino, da “cineblog.it”

 

 

 

 

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