Spongebob – Fuori dall’acqua

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La vita è felicemente pop sul fondo del mare, in quel di Bikini Bottom, dove Spongebob fa sfrigolare sulla piastra del capitalista Mr Krabs i più deliziosi Krabby Patty che siano mai stati fatti. Merito di una ricetta segreta, gelosamente conservata in cassaforte. Quando, però, la ricetta viene rubata, e il cibo miracoloso sottratto ai palati delle creature marine, la situazione sociale precipita, l’anarchia e l’aggressività prendono il sopravvento e persino i migliori amici di Spongebob gli voltano le spalle e gli giurano vendetta.
Era il 2004 quando, nel primo film, la gialla spugna con i pantaloni quadrati partiva all’avventura per scagionare il suo crostaceo datore di lavoro dall’accusa di aver rubato la corona del re Nettuno. Qui, similmente, è con niente meno che il suo acerrimo nemico Plankton che Spongebob si allea, convinto della sua innocenza e deciso a tutto per riportare l’ottimismo in città. Li separa lo spelling della parola “team” (anche se la gag funziona meglio in inglese) e una concezione del mondo radicalmente opposta, eppure insieme partono per un viaggio lisergico, dove la quantità e la fantasia dei fondali sembrano non avere fine né dimensione, e si va dall’immenso dolciume dell’interno del cervello di Spongebob ad una peterjacksoniana isola di pellicani selvaggi, avanti e indietro nel tempo, passando per un triangolo incastonato nel cosmo dove un delfino annoiato scoprirà grazie a loro di preferire la carriera di fata madrina a quella di guardiano dell’ordine universale. (È Bubble, uno degli incontri più piacevoli del film).
Per riportare l’ordine a Bikini Bottom, però, occorrerà uscire dall’acqua, e sconfinare nel mondo più incredibile di tutti, quello umano. Meglio dotarsi di superpoteri, secondo la moda cinematografica in voga sulla terra ferma (il migliore è ancora Spongebob “barra” Invincibolle) e occupare una pista ciclabile in formazione da Power Rangers. La battaglia su strada, poi, sembra uscita dalla fantasia di Astrid Lindgren, così come un po’ tutto il personaggio di Barba Burger, il pirata di Antonio Banderas.
La firma dell’ex biologo marino Stephen Hillenburg non delude: la sua impronta resta inarchiviabile. La serie televisiva ha sicuramente dei cugini, i Simpsons tra i più noti, ma non ha fratelli di sangue, e così è per il film. Il contorno di esperti arruolati per la grande avventura del lungometraggio a tecnica mista, coglie evidentemente lo spirito e permette al divertimento firmato Hillenburg di gonfiarsi come una spugna fuor d’acqua senza perdere il suo gusto salato.

Marianna Cappi, da “mymovies.it”

 

In Spongebob – Fuori dall’acqua non c’è nulla che abbia un senso. Non ci sono messaggi da consegnare, né morali, né nulla: il film è un contenitore di trovate sfuse, pescate di volta in volta chissà da dove. Qualcuno dirà che certa esuberanza è nel DNA della serie TV, il che è vero; ma un’esperienza più diluita non consente di essere investiti allo stesso modo che in un lungometraggio da così tante assurdità.

Ma ecco il punto. Funziona. Mentre negli USA ancora si chiedono come mai di un successo così spropositato, il fenomeno Spongebob viaggia già sopra i 200 milioni di dollari d’incassi in tutto il mondo al momento in cui scriviamo. Cifre da capogiro per un progetto costato meno della metà e su cui, soprattutto, chissà in quanti avrebbero scommesso, Paramount a parte. Ma l’abbiamo scritto sopra: Spongebob – Fuori dall’acqua va per conto suo, essendo perciò una giostra sulla quale o ci si sale alle sue condizioni oppure niente.

La trama in fondo è semplice. Siamo a Bikini Bottom, nelle profondità marine. Plankton, angosciato dal successo del Krusty Krab, intende una volta per tutte distruggerlo. Non prima però di aver sottratto a Mr. Krabs la formula segreta del Krabby Patty, l’hamburger definitivo, nonché la fonte del successo del Krusty Krab. Eppure non tutto va secondo quanto programmato, al che tocca a Spongebob, l’orgoglioso cuoco del locale di Mr. Krabs, rimediare all’errore (che a sua volta innesca una catena di errori).

 

Ok, in realtà il film parte con Antonio Banderas, rigorosamente in live action, nei panni di un avido capitano in cerca di un libro – in Italia, per via dei suoi recenti trascorsi pubblicitari, sorrideremo pure un po’ di più degli altri. Inoltratosi in quest’isoletta misteriosa, il capitano Barbaburger riesce a sottrarre l’agognato tesoro. Solo allora la storia che si svolge a Bikini Bottom può avere inizio. Ora, per chi non conoscesse la serie, o a stento abbia sentito parlarne, c’è un test semplice semplice: se a questo punto del nostro scritto vi siete già soffermati almeno una volta su come sia possibile cucinare hamburger sott’acqua, ad occhio e croce Spongebob – Fuori dall’acqua è per voi un film da evitare. Perché quella appena menzionata è la trovata meno bizzarra dell’intero progetto.

Che parte pressoché subito, con questo attacco su grande scala di Plankton, il quale impegna aerei militari e carrarmati per abbattere il Krusty Krab, salvo poi scoprire, dopo una strenua battaglia a colpi di patate crude e cetrioli, che questa era solo una parte del piano, quasi un diversivo. L’errore fatale di Plankton costringe però quest’ultimo a costruire una macchina del tempo in piena regola, giusto per tornare indietro di qualche ora. A questo punto Spongebob – Fuori dall’acqua ci ha già tramortito in più frangenti, grazie a quel suo apparentemente ingenuo nonsense, talvolta esasperato. Ma è quando cominciano i viaggi in avanti e indietro nel tempo che si spinge a tavoletta: incontri fuori di testa, temi musicali divertentissimi, insomma dei veri e propri trip mentali, dove la logica, qualora ce ne fosse stata fino a quel momento, si perde completamente.

Vorremmo infatti che questa nostra recensione fosse un po’ anche un personale elogio del nonsense, quello alla Edward Lear per intenderci, scrittore inglese che di questa materia ne fece quasi una disciplina nel corso del secolo XIX. Ci pare che Spongebob, concettualmente e strutturalmente, riprenda quella verve lì, se non in toto quasi. Un tenore che non tutti colgono, poiché molto epidermico, in fondo immediato. Non a caso c’è poco da ragionare: se tanta illogicità non colpisce, non suscita risate o divertimento, solo una reiterata esposizione potrebbe farci qualcosa. Potrebbe. Ma non è detto. La stravaganza di questa storia è concepita per passare senza filtri, poiché inutile, se non deleterio, si dimostra ogni tentativo di “sistemare” tale congerie di idiozie – noi, qui lo scriviamo, ci siamo ripresi a malapena dal trip glicemico di Spongebob e Patrick sul finire del film.

Per un film che però non è idiota, oppure lo è consapevolmente. Quindi tendenzialmente arguto, perché non è facile mescolare così tanta roba e far sì che ne esca fuori un ritratto spassoso a tal punto. Spongebob – Fuori dall’acqua non molla per un istante; fino all’ultimo eh. Quando si concede pure la sviolinata ad un altro fenomeno tipicamente contemporaneo, ovvero la scena Rap, inscenando una battle tra gabbiani ed un dio-delfino, guardiano della galassia. Voglio dire…

Antonio Maria Abate, da “cineblog.it”

 

Cos’hanno in comune Donovan Leitch, alias Donovan – il geniale cantautore scozzese che negli anni ’60 andò in India coi Beatles – e SpongeBob SquarePants, alias SpongeBob – una spugna antropomorfa che nel 2004 venne salvata dalla disidratazione da David Hasselhoff – ?
Donovan è un gentile cantore psichedelico, che ricama intense nenie infantili e melodie lisergiche con nonsense e grazia.
SpongeBob è un gentile impiegato di un fast-food sottomarino, che si destreggia tra fondali infantili e narrazioni lisergiche con nonsense e leggerezza.
Entrambi tengono bambini e adulti in uguale considerazione. Nella musica di Donovan convivono naturalmente un visione completa e articolata di folk, pop e rock (soprattutto nella produzione degli anni ’60) e la scoperta tensione verso un’audience che possa essere tanto matura quanto prepuberale.
Nelle avventure di SpongeBob, convivono naturalmente l’ironia e il nonsense dei molteplici rimandi e invenzioni nella tradizione del cartooning più puro (ma senza l’affolamento violento di frammenti della pop-culture che invece sono l’ossatura de “I Griffin”, uno dei piaceri de “I Simpson” e lo spunto per la feroce dissacrazione in “Ren & Stimpy”) declinati con semplicità e felice ingenuità.
Simile è la strategia della Pixar di John Lasseter, ma la visione del creatore di SpongeBob, Stephen Hillenburg, è meno strabiliante e dettagliata. Ma ugualmente forte. Hillenburg aggiunge uno strato di artigianalità nel segno e puerilità nel concept, che si avvicina spaventosamente al disegno o al racconto che avrebbe potuto produrre a mano un bambino. SpongeBob vibra perfettamente all’unisono con la sua audience di riferimento (i bambini), ma strizza l’occhio al pubblico adulto, che, nelle piccole malizie e nelle gigantesche esplosioni nonsense della spugna gialla, ritrova il piacere di fruizione infantile. Un piacere privato della melassa e del schematicità (anche leggitima, a volte), che ammanta il novanta per cento dell’animazione con target simile.
È banale, forse, ma con SpongeBob chiunque può tornare bambino senza rinunciare a nulla di se stesso, anzi potendo godere, inoltre, dell’esperienza di vivere leggitimamente gl i stessi piaceri di fruizione di chi bambino lo è davvero.
La musica di Donovan ritrova nelle radici folk e psichedeliche una giocosità calda, insieme matura e totalmente accesibile. Allo stesso modo, il colore di SpongeBob è come “Mellow yellow” – una delle canzoni più famose di Donovan – “giallo un po’ brillo”, o un po’ “fatto”, se vi pare, ma senza alcuna malizia e con lo spirito di intrattenimento puro – a volte addirittura educativo – che da sempre contraddistingue il cartooning migliore.

Luca Persiani, da “offscreen.it”

 

La seconda incarnazione cinematografica di SpongeBob ribadisce le caratteristiche che hanno fatto la fortuna della serie animata, aggiungendo un interessante elemento meta-testuale, e qualche strizzata d’occhio al pubblico adulto più attento.
Una spugna fuor d’acqua
Nella città sottomarina di Bikini Bottom, la comunità vive d’amore e d’accordo grazie ai Krabby Patty, panini a base di hamburger serviti nel ristorante Krusty Krab, cucinati da SpongeBob. Tuttavia, un tentativo di furto ad opera di Plankton, gestore del fast food concorrente, ha conseguenze disastrose: la ricetta segreta della specialità scompare, e la città precipita nell’anarchia. Contro ogni previsione, SpongeBob e Plankton saranno costretti ad allearsi per riportare la tranquillità… [sinossi]
Una serie della longevità e del successo di SpongeBob Squarepants (quasi 200 episodi dal 1999 ad oggi, repliche a non finire sui principali canali terrestri e satellitari, citazioni, parodie e riferimenti in svariati film e serie tv) non può essere liquidata con poche parole. Il cartoon creato dal biologo marino Stephen Hillenburg, e animato dalla Nickelodeon Animation Studio, è riuscito a sopravvivere ai cambiamenti delle mode (anche, e soprattutto, a quelli del suo pubblico di riferimento) conquistando generazioni di giovanissimi spettatori e mantenendo fermi i suoi punti di forza: umorismo garbato (ma non stucchevole), trame semplici e dalla morale facilmente leggibile, ottimismo profuso a piene mani, e la rappresentazione di una bizzarra comunità in cui i piccoli spettatori non facciano fatica a ritrovare, in scala ridotta, vizi e virtù del mondo degli adulti. Una sorta di versione baby de I Simpson, che sostituisce all’ironia graffiante (e adulta) di quest’ultimo, la fantasia e l’inventiva di una fiaba contemporanea sui generis.

In questo senso, è abbastanza sorprendente che siano passati oltre 10 anni dal primo approdo sul grande schermo della piccola spugna antropomorfa (in SpongeBob – Il film, datato 2004) fino a questo SpongeBob – Fuori dall’acqua; film che riporta al cinema, col facoltativo ausilio della stereoscopia, le avventure del protagonista, dei suoi amici Patrick, Squiddi e Sandy, e dell’arcinemico Plankton, nel fantasioso teatro della città di Bikini Bottom. Come nel primo film, una rilevante parte in live action si alterna all’animazione classica della serie: se lì il comprimario in carne ed ossa, destinato a giocare un ruolo fondamentale nella trama, era un David Hasselhoff reduce daBaywatch, qui abbiamo un Antonio Banderas in versione piratesca, in un episodio-contenitore che finirà per intersecarsi (in modo decisivo) con la storyline principale. In più, l’animazione bidimensionale si mescola qui a quella digitale, a sua volta sovrapposta alle sequenze dal vivo: con i protagonisti trasformati fisicamente (con un nuovo design, vagamente pixariano) e destinati a vivere, come suggerisce il titolo, “fuori dall’acqua”, una consistente parte della loro avventura.

L’elemento più interessante di questa seconda escursione cinematografica di SpongeBob è la sorprendente componente meta-testuale, già accennata nel precedente film ma resa decisiva in questo: il personaggio di Banderas, da semplice narratore, finirà per diventare parte integrante della storia che racconta, giocandovi (in un modo che verrà rivelato gradualmente) un ruolo fondamentale. Un espediente non certo nuovo, ma sicuramente utile a dare un elemento di freschezza e dinamicità alla trama, e ad aumentarne l’appetibilità per il pubblico più adulto. Altra componente interessante è l’inserimento, in vari punti del racconto, di immaginari estranei a quello della serie (la fantascienza, ivi compreso il tema dei viaggi nel tempo, e i loro paradossi, il genere avventuroso, persino l’horror, in una curiosa citazione da Shining) che strizzano l’occhio, quasi di nascosto, allo spettatore più attento: elementi forzatamente compressi, sacrificati, in un prodotto che comunque tiene sempre ben in vista il suo target principale.

Per il resto, questo SpongeBob – Fuori dall’acqua conferma i punti saldi del suo ispiratore televisivo, garantendo ai suoi spettatori un intrattenimento del tutto analogo: buoni sentimenti, ottimismo e celebrazione della collaborazione (qui esplicitata in un inedito team – o “tiem”, come malamente pronunciato da Plankton – tra il protagonista e il suo storico nemico); uniti a una concezione del genere che non ha paura a inventare visivamente, dando libero sfogo alla fantasia dei realizzatori (i viaggi nel tempo sono rappresentati in un coté visivo persino lisergico). Il ritmo c’è, e tiene decisamente bene per tutta l’ora e mezza di durata del film; rendendo godibile lo spettacolo anche per i genitori approdati in sala per accompagnare i loro pargoli, nonché per quella generazione di “ex” uscita dall’infanzia durante il lungo arco di vita della serie. Non è Toy Story, insomma, e non punta neanche lontanamente ad esserlo: è, semplicemente, la seconda incarnazione filmica di SpongeBob. Il suo compito, come tale, lo svolge più che bene.

Marco Minniti, da “quinlan.it”

 

Il capitan Barba Burger è sulle tracce della mistica ricetta dei Krabby Patty, gli hamburger cheSpongeBob con amore prepara, lavorando come cuoco. Un complicato stratagemma che coinvolge un libro magico consente al cattivone di sottrarla, col risultato che l’intera Bikini Bottom, la comunità sottomarina di SpongeBob, dà proprio di matto per astinenza. L’eroica quanto candida spugna gialla unirà le forze addirittura con l’acerrimo nemico Plankton, per salvare la ricetta e i suoi amici.

Esaltato, gioioso, infantile, imprevedibile, SpongeBob rimane in un certo senso uno dei personaggi-simbolo del cartoon televisivo contemporaneo: grottesco in grafica e tempi di recitazione, implausibile e impossibile, metalinguistico, paradossale, un fiore all’occhiello della scuderia Nickelodeon. La serie SpongeBob Squarepants è partita nel 1999, ideata daStephen Hillenburg, e non è ancora terminata, segno di un successo e di un affetto da parte del pubblico (non solo minorenne), che ormai travalica la risata pura. SpongeBob è un mito.

SpongeBob – Fuori dall’acqua, che arriva dopo la prima sortita su grande schermo conSpongeBob – Il film (2004, diretto dallo stesso Hillenburg), è più ambizioso di quest’ultimo ed è diretto da Paul Tibbitt, veterano della serie, che ne ha scritto il soggetto con Hillenburg. Se infatti il lungo precedente era un episodio stirato sulla durata di un lungo, SpongeBob – Fuori dall’acqua è un lavoro acrobatico che frulla suggestioni psichedeliche, animazione 2D a mano libera, computer grafica e riprese in live-action, con un villain interpretato da Antonio Banderas.

Per i primi due terzi, il film è obiettivamente geniale. I dialoghi e le situazioni, com’è prassi, vivono nella costante contraddizione delle loro premesse, una tecnica che, combinata con le esilaranti esagerate smorfie dei personaggi, spinge sul serio a reggersi la pancia. Non c’è solo scemenza cercata a bella posta (tutt’altro che un difetto, se la ricerca è tanto meticolosa!), ma anche divagazioni visionarie da antologia, tra cui una che profuma del compianto Douglas Adams.

Deliziati da una fantasia retta da un controllo linguistico così raffinato, si rimane purtroppo delusi quando i nostri eroi sbarcano nell’ultimo terzo del film nel mondo reale, e non per la metamorfosi dall’animazione disegnata alla CGI (perfetta, nulla da eccepire). Le riprese dal vero e l’interazione con Banderas diluiscono infatti in tempi più dilatati e interazioni goffe lo stile sfrenato del franchise, garantito solo da un certo tipo di puro cartoon. Il tilt che fino a quel momento abbiamo gustato si instrada in un film comico che all’improvviso sembra rivolto solo ai bambini, in una stanca parodia/ammiccamento al cinecomic.

C’è da dire tuttavia che i bambini in sala sembrano apprezzare molto di più la semplicità slapstick di quest’ultima sezione, quindi la nostra potrebbe essere la classica delusione da appassionati esigenti: chi è al timone del film vuole forse semplicemente accontentare davvero tutto il pubblico. Tenuto in conto questo limite, sarebbe un peccato perdere SpongeBob – Fuori dall’acqua.

Domenico Misciagna, da “comingsoon.it”

 

 

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