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Sils Maria

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Sils Maria, l’ultimo film di Olivier Assayas, è un’opera che non può fare a meno di sorprendere, perfino di spiazzare. In un modo che però è, ed è importantissimo sottolinearlo, diametralmente opposto rispetto al modus operandi con cui il cinema contemporaneo è solito rapire l’attenzione dello spettatore, metterlo spalle al muro e scuoterlo.
Sils Maria, infatti, è un film che scorre con una leggerezza senza pari, metafisico e disincarnato, scolpito in un uso della parola che è sempre descrittivo e mai esornativo. Come se ogni sintagma, sia d’immagini che si raccordano e di parole che si sommano concatenandosi, fosse stato messo lì per irretire ma anche per rivelare un oceano di senso più profondo. Un film sul conflitto generazionale, senza dubbio, ma anche sul tempo e le sue radici, sui confini tra il passato e il presente che s’abbattono e si sfrangiano per poi ricongiungersi e confondersi, procedendo in avanti senza impedimenti, proprio come la Storia sa fare (molto più e molto meglio della storia).
Un film che parla di cinema, senza ricorrere alla zavorra spesso ingombrante del metacinema – soprattutto oggi, un’epoca in cui certe formule appaiono irrimediabilmente invecchiate – e della vita, senza la stucchevole retorica dell’artificio gonfiato ad arte. Come dice la stessa Enders in una scena chiave: “Può essere letterario e deve essere vero, e io la differenza la sento, la sento”. Quest’ultima ripetizione è come l’ulteriore ribadimento di una verità inoppugnabile, a riprova che un testo, prima di essere pensato e scisso nelle sue componenti, va anche vissuto, lasciato decantare, attraversato da un capo all’altro con lucidità. Esattamente come le nuvole del Passo del Maloja, che scorrono attraverso le montagne fluttuando con una scia simile a un serpente sinuoso, senza farsi scomporre da cime aguzze e da altri ostacoli (il film muto di riferimento per quell’immagine di placida maestosità è Cloud Phenomena of Maloja di Arnold Fanck, del 1924).
Assayas guarda a un cinema nobile, da palcoscenico ed elegante, ma non è mai derivativo – morirebbe, piuttosto – e ciò è un pregio a dir poco macroscopico. La costruzione del suo film è arguta ma non ha la pretesa di salire in cattedra, è ironica, amara e sottile ma senza apparentemente scendere poi troppo a fondo. È la superficie stessa che, hegelianamente, conserva la maggiore profondità possibile, trattenendo su di essa contraddizioni e scontri dialettici, oltre che naturalmente, come detto, generazionali: il confronto tra Maria (Juliette Binoche), diva navigata, e la sua giovane assistente Valentina, interpretata da una Kristen Stewart che in questo caso trasforma la sua consueta svogliatezza in magnetismo, è messo in campo da Assayas con un’attenzione millimetrica all’essenziale e alla sua necessità (oggi) imprescindibile. Quasi come se il suo film fosse immerso in un voto di castità estremo ma non punitivo, che intende far emergere il meraviglioso, geometrico equilibrio tra la vita e le forme del racconto deputate a restituirla attraverso la potenza di gesti e dialoghi certamente contenuti ed evidentemente ordinari, ma impregnati di senso.
Non stupisce, dunque, se Sils Maria procede come se fosse una prova teatrale in movimento, con l’assistente che fa da spalla all’attrice per aiutarla a provare le sue battute leggendo quelle del suo interlocutore di finzione. Il film, seguendo con fedeltà queste coordinate, si tramuta in un’opera-specchio e in una sessione d’analisi a due voci, che divora tutto e si sofferma su tutto, con calma olimpica e senza frenesia. Che intende riflettere sulla tensione tra la vita e la sua rappresentazione, come si diceva, ma anche sull’importanza dell’autenticità al cospetto del gioco di prestigio. E, per far ciò, si prende il suo tempo. Tutto il tempo.
Assayas non lo dice in modo netto e non si sognerebbe mai una sfacciataggine simile, ma il suo film è (dietro la cristallina serenità di chi riposa sulle nuvole e non si affanna per capire, perché gli basta solo guardare meglio per mettere a fuoco) un grido d’allarme. Contro un mondo in cui non dovrebbe essere permesso piangersi addosso, contro la banalità del rimpianto del passato al tempo delle opportunità seriali e dei new media sempre all’erta e sempre pronti a immortalare la cronaca in tempo reale, da TMZ a salire (il discorso del film sulla contemporaneità è di un’onestà abbagliante); contro l’assenza di concretezza fine a se stessa di chi, occupandosi di arte, deve per forza essere criptico, fuori dal tempo, novecentesco: nel finale, Maria Enders bacchetta un giovane regista dicendogli: “È troppo astratto, mi spiace, non la capisco”. Quale j’accuse in apparenza innocuo ma in realtà acutissimo per smascherare l’ansia per la costruzione a tavolino di certi artisti da sé incoronatisi (e certe immagini), la corsa all’arzigogolo, l’accumulo di dettagli descrittivi soffocanti e superflui, nel cinema come in (certa) letteratura?
Sils Maria, in seconda battuta ma mica tanto di soppiatto, è anche un film sulla fragilità dei contorni della finzione, cinematografica e non, e dei suoi meccanismi: quando una giovane attrice al centro del gossip e spregiudicata, Jo-Ann Ellis (Chloë Grace Moretz) ottiene la parte che rese famosa Maria, costei non può fare a meno di sentirsi scalzata, estromessa anzitempo da una vita e un ruolo che sono stati solo suoi e di nessun altro. Basta il semplice scorrere del tempo, dunque, a cambiare le carte in tavola, a compromettere gli equilibri, a rovesciare la qualsiasi? Assayas se lo chiede senza darsi la risposta, e noi con lui, in una sospensione della consapevolezza che è la medicina migliore per abbandonare le proprie certezze per strada e mettersi in cammino verso nuove, meno ovvie acquisizioni.
Sils Maria, in tal senso, è una lezione, nel senso più alto immaginabile: ci spinge non tanto a non essere vanamente superbi, quanto a essere vigili, a prestare attenzione a ciò che è solo sulla carta insignificante e perfino ad appassionarsi a esso. L’unico atto di resistenza possibile in un momento storico in cui le sfumature non sembrano più contare nulla (Jo Ann-Ellis non accetta i consigli di Maria per connotare meglio una battuta, nel finale, e la butta lì estemporaneamente), né tanto meno meritare asilo. A nessun livello.
Davide Eustachio Stanzione, da “orizzontidigloria.com”

Forse Olivier Assayas è l’unico regista del futuro ad aver già girato due film muti. Il primo è Irma Vep, il secondo Sils Maria. Cosa c’entra un film pieno di dialoghi con l’epoca prima del sonoro? Niente. E tutto. Nell’uso ricorrente di iphone, ipad, dialoghi in chat, notizie che arrivano in tempo quasi reale (come in un film d’azione statunitense recente, una spece di MI3 di Abrams i cui segni si rintracciano nel momento in cui si parla del primo film hollywoodiano della protagonista sulla Cia, interpretato assieme a Harrison Ford e diretto da Sydney Pollack), c’è un lavoro sulla gestualità dell’attore che potrebbe essere autonoma anche senza l’uso della parola. Solo il corpo come espressione di una comunicazione che diventa parallela a quella verbale. Ma in più ci sono dei frammenti in bianco e nero con l’immagine delle nuvole in montagna. Filmati tv, pezzo di un documentario o, appunto, archivio del muto? Tutto. Le nuvole che si vedono sono state riprese da uno dei pionieri della fotografia alpina, Arnold Fanck che nel 1924 aveva girato Le phénomène nuageux de Maloja della durata di 14’30’. Non solo un recupero di archivio ma di nuovo un film da girare, indietro però di 90 anni, come nel caso di Les vampires di Louis Feuillade in Irma Vep.
Maria Enders (Juliette Binoche) aveva raggiunto il successo a 18 anni a teatro con il personaggio di Sigrid nella pièce Maloja Snake, una ragazza ambiziosa che aveva spinto al suicidio una donna adulta, Helena. Dopo 20 anni le viene proposto di riprendere questa rappresentazione sul palcoscenico, ma stavolta deve interpretare invece proprio il ruolo di Helena.
juliette binoche e kristen stewart in sils mariaIl passato, nel cinema di Assayas, è ancora elemento fortemente condizionante sul presente. Non ci si riesce a staccare mai. Perché spinti da un’irrefrenabile nostalgia (L’eau froide, L’heure d’été) o può essere anche un muro verso il presente (Les destinées sentimentales). E c’è ancora un teatro nella parte finale, come nel precedente Qualcosa nell’aria. Del resto è impossibile separare la vita dalla rappresentazione. E Sils Maria gioca potentemente con questa ambiguità soprattutto nelle letture del copione con la sua assistente Valentine (Kristen Stewart in un ruolo che precedentemente era stato pensato per Mia Wasikowska), dove la tensione che si accumula può riguardare il rapporto tra i due personaggi della pièce ma anche tra le due donne. In più Maria vede che le stanno scippando quel personaggio che aveva interpretato da giovane, prima da Valentine e poi dalla giovane attrice Jo-Anna Ellis (Chloë Grace Moretz) che sarà Sigfrid nella nuova versione.
Chloë Grace Moretz in Sils MariaNon mette in gioco se stesso, la propria vita, come in Qualcosa nell’aria. Ma in Sils Maria mette in gioco il proprio cinema. Con quell’astrattismo e la presenza di un bianco magnetico come in Demonlover e Boarding Gate. Ma si spinge ancora oltre filmando ciò che c’è dentro e oltre le nuvole. Precipitando dentro le montagne delle Alpi svizzere dove è ambientato il film. Facendo sentire addosso il vento con uno spirito quasi alla Herzog, contaminandolo il critico cinematografico che entra ancora in campo con i detour hitchcockiani in sovrimpressione con Valentine alla guida dell’auto.
Quello di Sils Maria è un lavoro estremamente profondo sulle mutevoli forme dello sguardo sempre sospeso tra le origini del cinema e il cinema che verrà. Ma la complessità formale non esclude affatto la passionalità di un cineasta che gira da Dio, con la pancia e col cuore prima che con gli occhi, che non ha paura di mettersi sul precipizio e filmare, come in cima alla montagna, per poter scoprire ogni volta sempre qualcosa di nuovo.
Simone Emiliani, da “sentieriselvaggi.it”

“Inizio di Agosto 1881, a Sils Maria, a 2000 metri sul livello del mare e molto più su, al di sopra di tutto ciò che è umano.”, così Friederich Nietzsche chiudeva la nota su una delle sue teorie più famose, l’Eterno Ritorno. Calato nell’infinita cerchia delle montagne svizzere, il filosofo come lo spettatore di Sils Maria, riflette nell’ambiente la propria immagine congelata, nell’eternità sempre uguale o nella vita in cui non si accetta il necessario passaggio di consegna verso la nuova generazione.
Tale è la situazione di Maria Enders (Juliette Binoche) che vive ancora nel momento in cui venne scelta per il ruolo ne Il serpente di Maloja di Wilhelm Melchior, interpretazione che lanciò la sua carriera. La piéce teatrale mette il scena il rapporto distruttivo tra due donne, la giovanissima Sigrid e la più matura Helena e Maria, famosa per la sua interpretazione di Sigrid, aveva accolto con gioia la notizia che l’autore fosse al lavoro da anni su un seguito convincendosi che sarebbe tornata ad interpretare il suo vecchio personaggio divenuto una donna matura.
La morte di Melchior fa sì che il suo lavoro passi a Klaus Diesterweg (Lars Eidinger) che però non ha intenzione di proprorre un seguito avendo in mente una riedizione in cui Marie sarà Helena e l’attrice hollywoodiana Jo-Ann Ellis (Chloë Grace Moretz) interpreterà Sigrid. Con la sua assistente Valentine (Kristen Stewart), Marie si reca a Sils Maria, in Engadina, dove viveva Melchior e dove il testo era stato concepito, per preparare la sua interpretazione.
La recitazione come la vita, anzi, più della vita. Tutto ciò che un uomo può sperimentare nella sua esistenza viene amplificato dalla scrittura dei personaggi e dall’interpretazione attoriale.
Gli slanci grandiosi e le miserie umane trovano nella sceneggiatura una cassa di risonanza che impedisce di fare distinzione tra attore e personaggio, tra maschera e mascherato. Nel suo ultimo film, l’acutezza di Olivier Assayas non tralascia nulla nel delineare i rapporti tra l’attore e il suo lavoro imprimendo sullo schermo lo scontro generazionale nella settima arte. Come Sigrid e Helena sono due donne legate ed eternamente avversarie nella vita per motivi psicologici e anagrafici, anche Maria e Jo-Ann si ritrovano sui due fronti opposti del loro lavoro. Da una lato Maria è interamente assorbita dalla formazione classica, ignora l’evoluzione che il mondo ha portato avanti arrivando a considerare la sua interpretazione in uno dei film sui mutanti come un compromesso da dimenticare.
Jo-Ann è invece “un’attrice di serie A che desiderava essere un’attrice di serie B”, usa la sua formazione classica come semplice strumento attoriale e non si fa problemi nel comparire in pessime produzione fantascientifiche e in calzamaglia, ironia del casting, l’attrice che la interpreta è diventata famosa proprio grazie al suo ruolo di Hit Girl in Kick-Ass (2010) e Kick-Ass 2 (2013). Mute testimoni del dramma, le montagne dell’Engadina, personaggi secondari a tutti gli effetti, monopolizzano la visione per intere sequenze con una presenza inquietante e ieratica che contribuisce, assieme alla sapiente regia a rendere il film assolutamente indimenticabile.
Alessandro Bonanno, da “nonsolocinema.com”

Maria Enders è un’attrice quarantenne con una carriera di tutto rispetto che ha debuttato al cinema a 18 anni nel ruolo di Sigrid, una ragazza ambiziosa che fa innamorare di sè una donna matura, Helena, e l’abbandona una volta ottenuto cio’ che vuole. Vent’anni dopo quel debutto, un regista emergente propone a Maria di reinterpretare quella stessa storia a teatro, questa volta però nel ruolo di Helene. Il ruolo di Sigrid, invece, verrà affidato alla diciannovenne Jo-Ann, idolo dei preadolescenti abituata a recitare in blockbuster popolati da supereroi.
Nonostante la perplessità iniziale, Maria accetta il ruolo di Helena, persuasa anche dall’insistenza gentile della sua assistente personale, Valentine, una ragazza intelligente che la segue come un’ombra, proteggendola con una cura amorevole che va oltre il dovere professionale. Attraverso numerose prove di dialogo con Valentine, che si presta a recitare il copione insieme alla grande attrice, Maria dovrà confrontarsi con la propria insicurezza e la propria paura di invecchiare, che le fa dire: “Io sono Sigrid. E voglio rimanere Sigrid”.
Olivier Assayas costruisce un racconto matrioska costellato di superfici riflettenti, giacchè l’intera vicenda è un continuo gioco degli specchi. Il rapporto fra Maria e Jo-Ann riflette quello fra Helena e Sigrid, ma anche l’interazione fra Maria e Valentine ricalca simili dinamiche. E’ un esercizio in metacinema, in cui il portato di Kristen Stewart, che interpreta Valentine, ha un notevole peso narrativo: gli innumerevoli riferimenti all’incontrollabilità della fama presso il pubblico dei teenager e all’eco mediatico globale degli scandali che travolgono le star nell’era di Internet sembrano un commentario amaro alle vicende personali dell’eroina della saga di Twilight.
Anche il ragionamento sulla pervasività della Rete e dei social media è di natura riflettente: da un lato fonte di deprecabili ingerenze nella vita privata delle persone e detestabili vetrine della crudeltà narcisistica degli utenti, dall’altro banca dati imprescindibile di informazioni istantanee e necessario veicolo di diffusione mediatica. E così come Internet annulla la linearità della sequenza spaziotemporale, Maria cerca di collocarsi in un non-tempo che prescinda dall’anagrafe. Tenendo conto della doppia natura della comunicazione contemporanea e delle sue ricadute sul vissuto dei singoli, Assayas riesce a costruire una storia estremamente verbosa il cui vero significato si insinua invece nel non-detto, come la nuvola detta “serpente del Maloja” che si snoda attraverso le valli alpine in cui è ambientata la storia. Allo stesso modo, ciò che è veramente è importante è ciò che non viene mostrato, che si cela alla cinepresa e sfugge al continuo gioco di rifrazioni, perchè necessita dell’unico ingrediente incontrollabile: l’attenzione di chi guarda. Dunque i momenti più importanti della storia saranno una scomparsa silenziosa e la dolorosa presa di coscienza di quanto quella scomparsa sia la conseguenza di non aver saputo “soffermare lo sguardo un solo istante in più”.
Chloe Grace Moretz, che interpreta il ruolo di Jo-Ann, è perfetta nel ricreare la rapiditè camaleontica della giovane generazione nel farsi riflesso delle altrui aspettative. Ma il film appartiene al duetto fra Juliette Binoche e Kristen Stewart, che si trasforma in uno specchio buio con un’abnegazione identica a quella che Valentine mostra nei confronti di Maria.
Attraverso una narrazione formalmente impeccabile, nitida come un cristallo e tagliente come un diamante (del quale ha tutta la durezza) Sils Maria racconta il percorso di crescita di una donna che rifiuta la maturità per rimanere aggrappata ai “privilegi della giovinezza”. Ma è anche una riflessione sul cinema come illusionista dello sguardo perche’, per parafrasare Assayas, anche un film è solamente un oggetto, e cambia prospettiva a seconda del punto da cui lo si osserva.
Paola Casella, da “mymovies.it”

Maria Enders è un’attrice famosa, ricca, ma soprattutto è una donna non più giovane. Si reca con la sua assistente Valentine sulle Alpi svizzere, a Sils Maria, per prepararsi al prossimo ruolo che l’aspetta, quello di Helena, una donna potente e allo stesso tempo fragile, vittima. La “carnefice”dell’opera teatrale è Sigrid, e sarà interpretata da una giovane star di Hollywood, Jo-Ann Ellis. Quest’ultimo ruolo era stato interpretato da Maria, anni e anni prima…
Il regista di Sils Maria,Olivier Assayas (Qualcosa nell’aria, 2013, Boarding Gate, 2007) ci mostra di un percorso di una donna, ricordando il periodo di quando era ancora giovane attrice, fino a raggiungere l’apice della sua carriera internazionale. Interviste, paparazzi, divorzi; il centro del problema di Maria rimane quello del tempo. Dopo venticinque anni, Maria rifiuta inizialmente di accettare con stoicismo il cambio di prospettiva dell’opera teatrale (e, implicitamente, della sua vita). Non è più la ragazza forte e “crudele”, ora è Helena, invecchiata, innamorata, vittima. E se il tempo per lei sembra passare, il luogo dove si ritira è perfettamente l’opposto: dalle montagne svizzere ogni anno vi è il “serpente” del Maloja, che segna l’arrivo del brutto tempo. Un evento inspiegabile, eppure identico. Rende il paesaggio immutabile e in movimento. Un elemento anempatico con la protagonista, che nel frattempo vede passare gli anni su se stessa. Solo alla fine si renderà conto della verità, e solo allora accetterà la “sconfitta”, ma con consapevolezza.
Assayas utilizza un linguaggio meta-filmico e meta-teatrale per spiegare la difficoltà dell’essere attore. Non sono gli scandali, di cui per altro non sentiamo la mancanza nella pellicola, ma qualcos’altro. L’incapacità di Maria nell’interpretare Helena non è un capriccio, o un superficiale rifiuto all’interpetare una donna matura, ma una difficoltà a vivere quel ruolo, ad identificarsi con una nuova parte di sé stessi. Assayas mostra le vere difficoltà degli interpeti, realizzando quasi un omaggio al celebre teorizzatore del metodo dell’immedesimazione, Konstantin Sergeevič Stanislavskij, e al successivo Actors Studio. É forse proprio l’identificazione attore-personaggio del film che fa mancare l’identificazione personaggio-spettatore (quello reale), rendendo la storia a tratti pesante e ripetitiva, anche se la sceneggiatura, scritta sempre da Assayas, chiara ed essenziale, amplifica la freddezza e il distacco del pubblico. E così è anche la fotografia degli esterni, quasi documentaristico, ispirata, infatti, ad Arnold Fanck, scalatore e pioniere della fotografia e delle riprese di montagne, vissuto nella prima metà del ‘900.
Inutile parlare della splendida performance di Juliette Binoche e della breve ma fresca Chloë Grace Moretz . Ma è Kristen Stewart a risultare un personaggio chiave, semplice assistente e allo stesso tempo coscienza di Maria. Il film è stato girato in Engandina (Svizzera) dove sorge proprio il villaggio di Sils Maria, a Zurigo, nella provincia di Bolzano e infine a Berlino e a Lipsia in Germania. Girata tra la fine di agosto e l’inizio di ottobre del 2013, la pellicola è stata presentata in concorso alla 67ª edizione del Festival di Cannes il 23 maggio 2014, ottenendo una Nomiantion per la Palma d’Oro.
Psicologia, omaggi, passato e presente, Sils Maria è un film che ripercorre tutto questo senza scadere nella superficialità, ma scavando fino ad arrivare a una semplice profondità.
Giuliana Cernuschi,da “spaziofilm.it”

Capitolo 1. L’attrice Maria Enders e la sua assistente Valentine sono su un treno. Destinazione Zurigo, dove la prima è attesa per ritirare un premio. Avrebbe dovuto consegnarglielo un importante regista e drammaturgo, Melchior, che muore però poco prima del suo arrivo. Nel frattempo, a Maria viene proposto di recitare nel remake di una piéce dello stesso Melchior che, 20 anni prima, la rese famosa nel ruolo di Sigfrid, fascinosa ragazza che seduce il suo capo, Helena, portandola poi al suicidio. Proprio a Maria viene chiesto di interpretare stavolta Helena, mentre il ruolo di Sigfrid sarebbe affidato ad una giovane attrice sulla cresta dell’onda, Jo-Ann Ellis, famosa anche, e soprattutto, per gli scandali che la vedono coinvolta nella vita privata. Maria però è troppo legata a Sigfrid e nutre enormi dubbi sul fatto di dover interpretare l’altro personaggio.

Capitolo 2. La vedova di Melchior lascia a Maria e Valentine il cottage a Sils Maria, nelle Alpi Svizzere, dove a pochi passi è visibile lo straordinario fenomeno del “Maloja Snake” (da cui prende il nome la piéce del drammaturgo…), già filmato nel ’24 dal cortometraggio di Arnold Fanck (Das Wolkenphänomen von Maloja): formazioni di nuvole, in transito tra l’Engadina e la val Bregaglia, che assumono via via farie forme, a volte simili ad una poderosa cascata, altre volte ad enormi serpenti, spinte dal variare dei venti. Qui, l’attrice incomincia a prepararsi per la parte, duettando con la sua assistente. In quei giorni, poi, Maria inizia a “conoscere” Jo-Ann Ellis, attraverso alcuni video che sul web impazzano, da interviste impossibili a reazioni a dir poco scomposte nei confronti di qualche fotografo. Poi finalmente le due attrici si incontrano. E Jo-Ann Ellis sembra tutt’altra persona rispetto a quanto Maria aveva visto finora.

Epilogo. Maria è a Londra, mancano pochi giorni all’inizio delle prove. Si incontra con il regista per una cena, ma irrompe l’attualità: la moglie dell’amante di Jo-Ann Ellis ha tentato il suicidio, i paparazzi impazzano. Poi iniziano le prove. La “sua” Sigfrid non esiste più. Ora c’è Helena. E con lei il presente.

Il Festival di Cannes 67 chiude il suo concorso trovando nel film di Olivier Assayas, Clouds of Sils Maria, una sorta di testimone ideale della chiusura dello scorso anno, quando Roman Polanski portò sulla Croisette Venere in pelliccia. Un’altra riflessione sul ruolo dell’attore, sulla persona che si nasconde dietro al personaggio e sul personaggio che non riesce a lasciare andare la persona. Sul testo, sul significato e sul significante. E sul tempo. La sua inesorabilità e il mistero dietro al suo scorrere ineludibile. Come le nuvole che attraversano il passo del Maloja, fenomeno naturale mozzafiato e scientificamente inspiegabile.
E’ un continuo gioco di sovrapposizioni e nuove forme, il film di Olivier Assayas, che chiede ad una Juliette Binoche inarrivabile il non facile compito di ragionare su se stessa, di nascondersi nel ricordo di un ruolo che non le appartiene più e di aprirsi progressivamente ad una nuova consapevolezza di sé, radicata nel presente. Centrale, da questo punto di vista, è il ruolo dell’assistente Valentine (Kristen Stewart, davvero brava, si è definitivamente liberata di Twilight): è lei, infatti, che passo dopo passo quasi smette di preoccuparsi di organizzare l’agenda o gli impegni di Maria e incomincia – nel gioco di ruolo dato dalla “recita” del testo – a trasformarsi nel riflesso della donna, nella Sigfrid che Maria deve imparare a non cercare più. Finendo per sovrapporre (di nuovo) la finzione al vero, e sparire, proprio come una nuvola che solo fino a poco prima sembrava eterna.
Assayas – che a quanto pare ha accettato di dirigere il film partendo da un soggetto pensato proprio dalla Binoche… – non racconta nulla di nuovo, in fin dei conti, considerando quante altre volte il cinema ha saputo confrontarsi con se stesso (da Godard a Fellini, da Truffaut ad Allen), e quante volte i suoi protagonisti hanno “lavorato sul proprio mestiere”. Ma il regista francese dimostra che si può ancora riflettere su un riflesso, giocare su diversi livelli il discorso del doppio (Maria e Valentine, Helena e Sigfrid, Jo-Ann Ellis e Jo-Ann Ellis…), allargando lo spettro d’introspezione: è un film che cala il sipario, Clouds of Sils Maria, per poi riaprirlo nuovamente sul primo piano della Binoche. Che accetta la nuova parte pensata per lei. Dalla finzione. E dalla vita.
Valerio Sammarco, da “cinematografo.it”

Ci siamo. Con Sils Maria si chiude il concorso di questo Festival di Cannes 2014. Un film passato un po’ in sordina volendo, sebbene Olivier Assayas rientri tra quei mostri sacri che Fremaux e soci non si sono proprio voluti far mancare, quest’anno più che mai. Un film destinato a dividere a priori, ancora di più dopo la prima visione (che infatti ha diviso).

Maria Enders è un’attrice famosa che si sta dirigendo verso la Svizzera per ritirare un premio dedicato al suo mentore, quel Wilhelm Melchior che vent’anni prima la sdoganò nel mondo dello spettacolo, rendendola famosa con il ruolo di Sigrid nella pièce teatrale Maloja Snake. Uno di quei momenti fondamentali nella vita di un’artista, ma anche soltanto di una donna. Durante il tragitto Maria scopre che Melchior è appena morto, ed allora sorgono i primi scompensi. A conti fatti il discorso approntato sin dalle primissime battute da Assayas non cela nulla, mostrando immediatamente le proprie carte. Sils Maria si sofferma su queste due esistenze parallele, quelle che ogni artista sperimenta senza spesso avere modo di cogliere i confini tra l’una e l’altra, sempre sfocati.

Il registro è infatti surreale. A Maria giunge la proposta di interpretare il ruolo di Helena, l’altra protagonista di Maloja Snake. Corre l’obbligo di qualche cenno relativo alla trama della pièce; basti dire che la storia è incentrata su questo ambiguo (ma neanche tanto) rapporto tra due donne, separate da vent’anni di differenza. Viene qui innescato il primo corto circuito di Assayas, che mette Maria nelle condizioni di doversi confrontare con una parte che conosce molto bene ma che al tempo stesso non ha mai davvero considerato. La verità è che l’affascinante ma non più giovanissima attrice è rimasta intrappolata in quel ruolo che le diede così tanto, a tal punto che ora, con vent’anni in più sulle spalle, stenta nonostante tutto a riconoscersi in un ruolo che nella vita sta già interpretando.

Tutt’altro che sottile, l’andamento di Sils Maria resta comunque molto elegante, aspetto per cui si distingue a più livelli. La segretaria di Maria, Valentine (Kristen Stewart) è infatti un punto di riferimento per lei; oltre a curare in toto le pubbliche relazioni, anche a livello puramente personale si tratta di una persona che ha assunto un ruolo importante nella vita di Maria. Ma Maria tutto questo lo ha realizzato? A quanto pare per mettere in chiaro determinate questioni l’unica è ricorrere all’Arte. Nel momento in cui Maria e Valentine prendono in mano il libro di Melchior per dare modo alla prima di provare la parte di Helena, qualcosa comincia irrimediabilmente a smuovere tutto.

Una scossa tellurica che investe entrambe, costrette a doversi confrontare con una reiterata ma a questo punto improcrastinabile serie di non detto, che contrassegna buon parte del film. D’altronde la tensione, sessuale e narrativa, aleggia per costantemente, praticamente sino alla fine, senza mai risolversi definitivamente del tutto. È un gioco delle parti nel quale però la gerarchia è invertita rispetto all’anagrafe, laddove la giovane (Valentine/Sigrid) è l’unica realmente consapevole, mentre alla più anziana (Maria/Elena) non resta che lasciarsi trasportare da quelle sensazioni che non riesce a realizzare coscientemente per lungo tempo.

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Il processo è finissimo, anzi, talmente fine che Assayas rischia di perdere qualcosa strada facendo. L’alternarsi, o addirittura il mescolarsi, della dimensione reale con quella fittizia ad un certo punto sembra non portare più da nessuna parte, costringendo a reiterare un discorso che a quel punto si mostra meno incisivo e profondo rispetto alle più che incoraggianti premesse. Premesse alle quali segue una realizzazione che ci sottopone la tragedia del crescere e poi dell’invecchiare, nonché le crisi derivanti dalla mancata accettazione del tempo che passa. E con esso tutto il resto.

Ma in fondo Sils Maria è un film che vive anche di piccole cose, le stesse che, in maniera tutt’altro che velata, rimandano a critiche aspre contro sistemi veri e propri: Hollywood tanto per cominciare, con l’ingresso in scena di Jo-Ann (Chloe Moretz), la giovane chiamata a ricoprire il ruolo di Sigrid, lo stesso che fu un tempo di Maria. Anche qui torna si torna ad un gioco delle parti in cui all’affermata attrice tocca relazionarsi con un’epoca che non è più la stessa in cui pretende di vivere, tanto per lei quanto per il mondo dell’intrattenimento. E si allude con ironia all’ultimo film sui supereroi che ha interpretato la giovane e controversa Jo-Ann; si osserva quest’ultima in TV e poi dal vivo, costruita, imprevedibile, in altre parole diversa. Eppure la Sigrid di Maloja Snake è sempre stata la stessa, quella partorita a suo tempo dall’ispirazione di Melchior.

Che Assayas fosse un regista piuttosto versatile non siamo certo noi a scoprirlo, ed in Sils Maria si mostra ancora una volta sensibile al tema trattato, ma soprattutto a ciò che gli ruota attorno. Alla luce della rilevanza del dell’attore, intesa come maschera così come di colui che la indossa, diviene quasi una conseguenza impostare il tutto prendendo in prestito più che qualche cosa dal teatro, per certi versi più “attento” alla recitazione che non il cinema. Indirizzo che informa lo stile del film, girato e strutturato a mo’ di spettacolo teatrale. Anzitutto la suddivisione in tre atti, a sua volta concepita in maniera davvero particolare; poi tutta una serie di soluzioni in cabina di montaggio, le quali portano per esempio in dote continue dissolvenze in nero come se un sipario stesse calando sul palco. A questo, chiaramente, vengono integrate scelte prettamente cinematografiche, come le numerose ed essenziali panoramiche su degli scorci di montagna stupendi, accompagnati, come in chiusura, dopo il significativo finale, ancora una volta dal ricorrente Largo di Handel.

Sils Maria è un progetto estremamente interessante, rischioso anche, certo, ma se all’altezza del tentativo non fosse un veterano come Assayas davvero non sappiamo a chi potrebbe toccare tale onere. L’impressione assillante, durante e dopo il film, è che non tutto regga in maniera impeccabile, e la seppur accurata scrittura non sia in grado di nascondere certe crepe che attengono alla trama, ai suoi risvolti. Che sono parecchi, e che, come spesso accade con i film del regista francese, ben si prestano a speculazioni che vanno oltre gli spazi molto (troppo) ristretti di una recensione. Per il momento non resta che congedarsi con la consapevolezza che anche in questo caso, così come per Leviathan, abbiamo assistito ad un lavoro che arriva nel momento meno propizio, ossia alla fine di un Festival – per di più provante, come quello che si svolge a Cannes. Contiamo assolutamente di tornarci. Per il resto, che vi stupisca o meno, non è la Binoche a farla da padrone, bensì una Stewart che porta a casa la prova migliore della sua carriera. Ed anche questo non può che essere sintomatico della portata di un film come Sils Maria.
Antonio Maria Abate, da “cineblog.it”

I titoli di coda di Sils Maria, ultimo lavoro del critico/sceneggiatore/regista Olivier Assayas, sono accompagnati dal Canone di Pachelbel. Il Canone è una composizione polifonica barocca basata sul contrappunto. Alla medesima melodia si sovrappongono altre voci che ne riprendono, amplificandolo, il tema. La chiave sta qui. Nel film di Assayas, lo stesso motivo – teorico e narrativo – si moltiplica e si ripete in un gioco di specchi e di simmetrie fra personaggi e situazioni che ricorrono e si rincorrono. Il meccanismo è scoperto, volutamente artificioso, simbolicamente riprodotto nella miriade di supporti visivi – che siano finestre, cellulari, Ipad, televisori, schermi cinematografici – disseminati lungo il percorso. Girato in 35 mm, Sils Maria è un saggio sulla rappresentazione che mette in scena la rappresentazione stessa, e il sottile confine che la separa dal reale. Prologo/prima parte. Subito dopo la morte del suo mentore, il drammaturgo/regista Wilhelm Melchior, Maria Enders (Juliette Binoche), celebre attrice francese attrice di mezz’età, si vede offrire un ruolo nel nuovo adattamento teatrale di Maloja Snake, la pièce di Melchior che l’aveva lanciata. Nel rifacimento del regista semi-esordiente Klaus Diesterweg, a Maria spetta il ruolo di Helena, la donna d’affari sedotta e abbandonata dalla giovane amante/assistente Sigrid. Vent’anni prima, la giovane Maria era stata la spregiudicata e bramosa Sigrid. Vent’anni dopo, Maria vorrebbe restare Sigrid, ma può essere soltanto Helena, la sua nemesi o la sua parte complementare. Il ruolo della carnefice spetta invece a Jo-Ann Ellis (Chloë Grace Moretz), starlette di Hollywood, mix parodistico fra Lindsay Lohan e chiunque altro assomigli vagamente a Selena Gomez o Miley Cyrus. Parte centrale/seconda parte. Fra ansie e memorie del passato, Maria Enders si rifugia nella località svizzera di Sils Maria, nell’ultima casa di Melchior, per provare le sue battute con l’aiuto della segretaria Valentine (Kristen Stewart), con cui Maria instaura un rapporto ambiguo e simbiotico. Mentre camminano in direzione del passo del Maloja, per assistere allo strano fenomeno atmosferico del serpente di nubi che avvolge la vallata, Valentine sparisce nel nulla. Epilogo. Qualche mese dopo, a Londra, Jo-Ann è inseguita dai paparazzi, dopo che la quasi-ex-moglie-del-suo-fidanzato, acclamato scrittore, ha cercato di togliersi la vita. Nel frattempo, la nuova versione di Maloja Snake sta per andare in scena. Sulla lunga scia di Eva contro Eva, Sils Maria parrebbe un film sul mondo dello spettacolo e i suoi orchi, le invidie e i successi di cartapesta di un mondo che non può evitarsi di essere tragicamente fatuo, in cui il senso di morte incombente si traveste da seduzione. Infatti, a differenza di quanto accade nella pièce, dove qualcosa succede davvero, in Sils Maria l’attrazione non trova quasi mai sbocco. L’affinità elettiva di Maria con Melchior, il mix di disprezzo e desiderio per la vecchia fiamma Henryk Wald, la fascinazione morbosa esercitata da Valentine su Maria restano inappagati. A colmare il vuoto e il silenzio sono piuttosto gli amori fragorosi della non necessariamente così stupida Jo-Ann. Con uno straniante effetto di contrasto, quando Jo-Ann entra in scena per davvero (e non più attraverso uno schermo cinematografico/televisivo) indossa un vestitino bon ton e assiste a un concerto di Händel con il neo-fidanzato, intellettuale fintamente stropicciato sposato con una pittrice tedesca. In scena c’è il mix di contrapposizione e fascinazione fra il cinema/teatro indipendente/d’autore e il circuito main stream. Se Jo-Ann aspira, senza saperlo, a trovare l’unità, il disprezzo resta incarnato nel volto della Binoche, novella Norma Desmond, inquadrata mentre inforca gli occhiali 3D per assistere alle prodezze di Jo-Ann, impegnata in un film di passioni aliene e superpoteri. Tutto questo se rimaniamo in superficie. Maloja Snake, la pièce teatrale dalle tinte fassbinderiane (Le lacrime amare di Petra von Kant su tutti) non si limita a mettere in scena una storia inventata, ma è esso stesso un oggetto cangiante e chimerico, il cui significato muta di continuo, a seconda di chi lo sta guardando: Maria, Valentine, Jo-Ann, Klaus, Henrik, tutti hanno la loro Helena e la loro Sigrid personali. Ciò che interessa a Assayas, attraverso il suo gioco sottile di specchi e di simmetrie, è piuttosto tratteggiare il confine labile fra realtà e messinscena, esplorare la finzione nell’arte e nella vita, lo scarto di tono fra l’immagine che si vorrebbe avere di se stessi e una realtà fintamente cercata (“forse ricordo solo quello che voglio ricordare”, dice Maria), ma mai conquistata. La dipendenza e l’attrazione di Maria nei confronti dell’assistente Valentine rispecchia quella di Helena per Sigrid. Il lato distruttivo e fagocitante del rapporto di Sigrid con Helena ritorna, con ritualità necessaria, in quello, appena abbozzato, di Jo-Ann con Maria, e si rivela nelle inquadrature finali, quando Jo-Ann inchioda Maria al suo ineluttabile annullamento. A sua volta, Jo-Ann è una piccola Sigrid, una rovina famiglie, che strappa il marito a un’altra donna la quale a sua volta, come Helena, sceglierà metaforicamente di sparire (o almeno di provarci). Chiusi in se stessi e nelle loro ansie personali, quasi tutti finiscono per cedere alla nebbia – con Valentine che si dissolve letteralmente nell’atmosfera, se ne va per non ritornare, anche lei come Helena nel finale di Maloja Snake – , si perdono come le montagne dell’Engadina avvolte nel serpente di nuvole, lo strano fenomeno che aveva affascinato Melchior nelle immagini in b/n del pionieristico documentario Das Wolkenphänomen von Maloja (Arnold Fanck, 1924). Come Helena fa con Sigrid in Majola Snake, così in Sils Maria i personaggi esibiscono e ridefiniscono di continuo i propri stati d’animo. Al fondo c’è un segreto, ma non si scopre mai. Così, pur nell’evidenza dei loro gesti, i personaggi di Sils Maria restano lontani e ambigui, glaciali. Scolorano e svaniscono, come le nubi a forma di serpente – animale mutante, non a caso – fra le nubi dell’Engadina. Apparentemente racchiusa nella tripartizione che scandisce il tempo filmico – tre fasi ravvicinate nella vita di Maria –, la trama resta aperta e incompiuta. Perché, a differenza della pièce – il luogo dove c’è una storia da raccontare – la vita è orfana di una trama, si limita a essere un aggregato di fatti più o meno interessanti. Si snoda incerta e imprevedibile, ancora come il serpente del Maloja. Così, pur legati per temi e situazioni – dalla morte dello scrittore alla messinscena della nuova versione di Maloja Snake – i tre momenti in cui Assayas racchiude l’esistenza di Maria non disegnano un arco che si chiude in se stesso. La messinscena è esibita, i dialoghi sono fittissimi, con le attrici seguite o aspettate dalla macchina da presa, che subito dopo allarga sulle vallate svizzere, sfiorando il lirismo. L’atmosfera è gelida, i sentimenti frenati. Eppure, come accade in Maloja Snake, ogni frase è volutamente rivelatrice, ai limiti del didascalismo. Assayas mette in parole il mondo interiore, fondendo il particolare (le ansie e i desideri dei singoli) nell’universale (la paura di essere oltrepassati, il senso del tempo che passa, l’inadeguatezza e il bisogno morboso dell’altro). A rendere più sottile il gioco di rimandi, interni ed esterni, contribuiscono i dettagli biografici: Juliette Binoche è la raffinata attrice francese di mezza età con trascorsi hollywoodiani, ma musa del cinema/teatro d’autore. Chloë Grace Moretz è la rampante attricetta da blockbuster. Nel frattempo, Kirsten Stewart, stravaccata sul divano, esamina l’ultima sceneggiatura offerta a Maria, chiedendosi, con ironia non troppo velata, che ci facciano lì i lupi mannari.
Sofia Bonicalzi, da “indie-eye.it”

Un “serpente” di nuvole bianche si materializza fra le cime delle Alpi, insinuandosi con silenziosa lentezza fra le montagne di fronte allo sguardo estasiato di Maria Enders. L’apparizione delle “nuvole di Sils Maria”, piccola località svizzera nella quale risiedette il filosofo Friedrich Nietzsche, costituisce un momento emblematico del film di Olivier Assayas: un’epifania, preannunciata dalle immagini in bianco e nero del medesimo, immutabile fenomeno, ma anche una netta cesura fra il lungo atto centrale della pellicola ed il suo epilogo. Dura appena una manciata di secondi, il rapimento estatico della protagonista: tanto basta perché le sue angosce vengano messe a tacere, benché solo per un breve periodo, ma pure affinché la sua assistente, la giovane Valentine, sia inghiottita nel nulla, senza alcuna spiegazione. Una sequenza enigmatica, con risvolti simbolici aperti ai più vari tentativi di esegesi, in cui è sintetizzata l’anima di Sils Maria, l’opera che il regista e sceneggiatore francese Olivier Assayas ha portato in concorso alla 67° edizione del Festival di Cannes, a due anni di distanza dal precedente Qualcosa nell’aria.
Un film criptico ed affascinante, Sils Maria, che si apre come l’ennesima variante sul sempiterno modello di Eva contro Eva di Joseph L. Mankiewicz, tuttora il massimo capolavoro in materia di dicotomia fra la realtà e la nostra percezione di essa, filtrata attraverso la rielaborazione artistica propria del mestiere dell’attore. In questo caso a vestire i panni di una moderna Margo Channing, con occhiali scuri e tablet su cui verificare in tempo reale notizie e rumors dal mondo dello show-business, è una magnifica Juliette Binoche, la quale non esita a lasciar scorrere sul proprio volto di splendida neo-cinquantenne ogni singola sfumatura degli stati d’animo del suo personaggio: Maria Enders, un’affermata diva cinematografica in procinto di rendere omaggio al defunto Wilhelm Melchior, il regista e drammaturgo che oltre vent’anni prima aveva dato inizio alla sua carriera affidandole la parte della spregiudicata Sigrid. Il testo, dal titolo Maloja Snake, era stato interpretato da Maria prima a teatro e poi sul grande schermo, e da allora la sua intera esistenza era stata segnata dall’identificazione con il ruolo da lei impersonato: la ragazza che, in virtù della sua conturbante giovinezza, coinvolgeva in uno spietato gioco di seduzione la matura borghese Helena. Ma ora, a due decenni di distanza, è la parte di Helena ad essere offerta a Maria dal regista Klaus Diesterweg, intenzionato a riportare sul palcoscenico Maloja Snake, mentre ad interpretare Sigrid sarà Jo-Ann Ellis, trasgressiva starlet che sbanca i botteghini con film di supereroi ed anima le colonne del gossip con la sua turbolenta vita privata.
TRE DONNE ALLO SPECCHIO
In Sils Maria si intrecciano pertanto una pluralità di suggestioni, che rimandano al succitato Eva contro Eva ma pure alla rappresentazione del sentimento amoroso come perverso meccanismo di potere del cinema di Rainer Werner Fassbinder – e difatti, la trama della fittizia pièce Maloja Snake ricalca quella de Le lacrime amare di Petra von Kant. Ma al di là degli echi cinefili (ben lontani, tuttavia, da uno sterile citazionismo), la pellicola di Assayas si configura innanzitutto come un formidabile gioco di specchi, il cui disegno narrativo, però, non assume affatto una precisione geometrica: il topos dello sdoppiamento subisce un’ulteriore frammentazione, evidente fin dalla presenza di tre figure femminili al cuore del racconto (come le Tre donne del film di Robert Altman). Maria, impegnata nel traumatico passaggio dal ruolo di Sigrid a quello di Helena, e quindi nella dolorosa accettazione di un vissuto esistenziale che la costringe a rivalutare le sue prospettive di gioventù, nel frattempo è ‘presa’ fra due donne, entrambe rifrazioni del personaggio di Sigrid (e quindi, per analogia, di Maria stessa): la solerte assistente Valentine (Kristen Stewart), che legge le battute di Sigrid per aiutare Maria a calarsi nella difficile parte di Helena; e la diva adolescente Jo-Ann Ellis (Chloë Grace Moretz), bersaglio delle frecciate satiriche di Assayas contro il life-style da cronaca di rotocalco e la mentalità commerciale di Hollywood (in tal senso, risulta di impagabile ironia lo scambio di commenti fra Maria e Valentine sulla saga di fantascienza che vede protagonista Jo-Ann, una sorta di parodia degli X-Men).
LA SERA DELLA PRIMA
Ma Assayas, come dicevamo, non ama le costruzioni geometriche, né tantomeno la diabolica perfezione di certe “strutture a incastro” tipiche del cinema classico: lo aveva già dimostrato in Qualcosa nell’aria, e tale caratteristica appare ancor più esasperata in Sils Maria, che procede secondo un andamento sinuoso ed ondivago, in sostanziale contrasto con la sua ripartizione nei canonici tre atti. Quello del regista francese è un film di ellissi, di “non detti”, di percorsi intrapresi e subito interrotti, di avvenimenti tragici (morti, tentativi di suicidio) che avvengono puntualmente fuori scena, di spunti lanciati ad ogni sequenza lasciando che sia lo spettatore, semmai, a raccoglierli. Lo scandalo che travolge Jo-Ann e il suo nuovo amante; l’accenno di attrazione saffica di Maria nei confronti di Valentine, spiata mentre giace addormentata indossando un tanga (un esempio di immedesimazione nella passione di Helena per Sigrid?); la misteriosa sparizione di Valentine, che si ‘dissolve’ fra le nuvole di Sils Maria… ed appunto l’epilogo, con le prove generali dell’atteso debutto in un teatro di Londra, mentre Maria sente riaffiorare dubbi, nevrosi ed insicurezze (e a tratti sembra di rivedere la Gena Rowlands del meraviglioso La sera della prima di John Cassavetes). Il trascorrere del tempo ha forse mutato il punto di vista della donna, la sua percezione della realtà, dell’arte e di se stessa? Aver osservato l’altro lato delle nuvole le permetterà di accedere ad una maggiore comprensione del mondo, o tale obiettivo è solo una pura illusione? Come ha scritto Joni Mitchell, giusto a proposito di nuvole: «I’ve looked at clouds from both sides now / from up and down, and still somehow / it’s cloud illusions I recall / I really don’t know clouds at all».
Stefano Lo Verme, da “everyeye.it”

Mai come in questo film Assayas – che, da critico dei Cahiers quale è stato, ha sempre nutrito i suoi lavori di riferimenti cinematografici riconoscibili – prova ad edificare l’opera su una serie di richiami alla tradizione, puntualmente riconsiderati e ricontestualizzati, e a costringere situazioni e personaggi in una complessa rete di ribaltamenti, in un labirinto di trasposizioni. Il gioco drammaturgico è dunque programmaticamente abissale: Il film Maloya Snake, che è al centro della narrazione, riguarda il rapporto tra una donna matura (Helena) e una ragazza più giovane, Sigrid, che la soggioga. Maria (Juliette Binoche) deve il suo successo all’interpretazione che a soli diciotto anni aveva dato della seconda e ora, a molti anni di distanza, è chiamata a intepretare la prima, a teatro: è la resa dei conti, il prezzo da pagare al proprio successo, contrappasso che si concreta nella condivisione del palcoscenico con una nuova star in ascesa, rivivendo il cruciale dramma dalla prospettiva più scomoda e dolorosa, quello della tormentata, e infine suicida, Helena. Il complesso rapporto tra le due donne, nella finzione dell’opera, sembra replicarsi nella relazione tra Maria e la giovane assistente Valentine, rispecchiamento che sfiora lo sconfinamento dimensionale quando la diva prova la parte con l’aiuto della ragazza proprio nei luoghi a cui il dramma fa riferimento: le due si confrontano e si immedesimano, le prove della pièce confondono recita e realtà, i loro dialoghi suonano ambivalenti.
La costruzione si concede anche degli attorcigliamenti: se l’attrice che all’epoca aveva interpretato Helena morì poco dopo in un incidente stradale, lo stesso destino sembra adombrarsi per Valentine (Maria con apprensione le raccomanda di stare attenta sulla strada di montagna): la circostanza si risolve in un passaggio visionario che sembra voler incanalare il film in un possibile nastro di Moebius, smentito dalla mancata rispondenza (Valentine non ha alcun incidente, si ferma ed esce dalla macchina).
Ma il gioco di riflessi non si ferma qui, sconfina nell’extratestuale: Maria è, infatti, come Juliette Binoche, un’attrice europea che ha avuto successo ad Hollywood, divisa tra teatro, film d’autore e blockbuster; come lei è un’icona celebrata della bellezza (lo shooting fotografico per Chanel che richiama la campagna Lancôme di cui Binoche è stata testimonial). Kristen Stewart (meravigliosa), che interpreta Valentine, è anche, in tutta evidenza, la nota interprete di Twilight riflessa nel personaggio della reginetta del mainstream Jo-Ann (qui impersonata dalla Chloë Grace Moretz di Kickass), chiamata a ricoprire il ruolo della giovane manipolatrice, che fu di Maria. Jo-Ann come la Stewart è una star contemporanea, inseguita nella realtà dalla stampa e sulla rete da una massa curiosa, sezionata via Google, le cui gesta pubbliche sono immortalate nei filmati di YouTube.
Maria, attrice in declino, diva di un’era al tramonto, è in conflitto con il tempo presente nel quale stenta a collocarsi: ha dunque con l’attualità un rapporto di frustrato e ipocrita snobismo. In questo senso la conversazione tra Maria e Valentine, all’uscita del cinema, in cui le due donne discutono sulla qualità dell’interpretazione di Jo-Ann, e sulla rilevanza del cinema commerciale, è un pezzo da manuale per come riesce a dialogare con tutti i livelli e i temi del film, mettendo a confronto non solo i personaggi, separati dal gap generazionale, ma anche le attrici Binoche e Stewart come simboli viventi di un certo tipo di proposta cinematografica (la scena del bagno nel lago ripropone latamente la contrapposizione: l’attrice europea disposta alla nudità frontale, quella americana in mutande e reggiseno). L’inevitabile incontro con la giovane diva emergente costringe Maria a confrontarsi con il presente, ad ammettere a se stessa di non essere più la giovane Sigrid del suo esordio, di essere oramai percepita come la donna matura che è diventata, l’interprete ideale dell’altra protagonista, Helena: la morbosa ricerca del materiale che riguarda la nuova star (che è un po’ un riguardare quel sé giovane che non c’è più) è da un lato la preparazione a una tacita competizione che la innervosisce, dall’altro la scoperta di un mondo, quello online, fino a quel momento posto sdegnosamente a distanza e che ora, con la pressione della concorrenza, diventa urgente conoscere e interrogare. Le montagne di (Sils) Maria, immobili e indifferenti al trascorrere del tempo, sono dunque attraversate da un serpente di nuvole inquiete: una tempesta è in arrivo, il perturbante striscia in un paesaggio pacato e immobile. È il momento topico del film, in cui la vicenda e la sua rappresentazione simbolica combaciano: il manifestarsi del fenomeno naturale coincide con la sparizione perentoria del personaggio di Valentine, con l’imporsi definitivo della deuteragonista Jo-Ann.
Come tutti quei cineasti che innervano nel tessuto del loro film luoghi, situazioni ed elementi del cinema classico e non (da DePalma, ad Almodovar fino ad Ozon) allo stesso modo Assayas usa quegli elementi come una grammatica. Il rapporto tra l’attrice e l’assistente è un topos della Hollywood classica; il palese riferimento è al rapporto tra la diva Margo (Bette Davis) e la sua assistente Eva (Anne Baxter) in Eva contro Eva, anche se questa è una delle tante false piste del film, suggerendo all’intuito cinefilo uno sviluppo che nei fatti viene disatteso: qui l’assistente non vuole prendere il posto della diva, ma innesca con essa un rapporto ambiguo e simbiotico (nell’incipit Valentine appare come il prolungamento tecnologico di Maria: i due smartphone tra i quali si divide per gestire non solo le situazioni professionali, ma anche quelle personali dell’attrice – il divorzio -), di una passione sotterranea e taciuta (Maria che chiede a Valentine del ragazzo che ha incontrato, che si confida con lei, che la prega di non lasciarla) che conduce Assayas, e non è certo la prima volta, verso Bergman. Così l’isolamento nella casa con le due donne a confronto è ovvio riferimento a Persona (film che anche strutturalmente è un richiamo costante): Sils Maria come Fårö, Maria attrice di teatro come la Elisabeth Vogler di Liv Ullmann, Valentine assistente/infermiera/ confidente come Alma/Bibi Andersson. Altre tracce bergmaniane sparse: la consegna del premio (Il posto delle fragole), l’incipit in treno con le due donne (Il silenzio), la recita del copione (Dopo la prova).
Il gioco dei rimandi ci sollezzerebbe a lungo (da Antonioni al Fassbinder più teatrale, fino al finale che richiama Rendez-vous di Techiné, scritto con lo stesso Assayas, e con la Binoche nella parte di una giovane attrice al debutto sul palco – un prequel? -), come ci intrigherebbe una riflessione su Sils Maria quale film sintomatico (Maps to the stars, anch’esso in concorso a Cannes, parla di un’altra diva in declino e di una sua assistente, della giovinezza come valore, di tecnologia e cultura virale), ma quello che conta è come Assayas riesca a passare da un livello all’altro (quello teorico e quello di una narrazione stratificata in cui c’è il progetto di uno spettacolo, c’è la recitazione, ci sono prove, il dietro le quinte e il contorno mediatico – ancora Eva contro Eva -), da un tempo all’altro, da un’ambientazione all’altra, dalla concentrazione del luogo montano alla globalità del jet set, con grande scioltezza, giocando sull’ambiguità fomentata dalla coesistenza di così tanti motivi, non paralizzandoli in un freddo film-trattato, ma orchestrandoli funzionalmente per l’obiettivo ultimo della drammaturgia, mantenendoli dunque attivi su entrambi i fronti. Così se nella scena pubblica Maria ha un’immagine di chiara marca divistica, con il suo isolamento a Sils Maria la sua immagine si trasforma; isolata, lontana dal mondo e dallo star system, il suo look muta, diventa intensa maschera bergmaniana per mascolinizzarsi, alla fine, sulle tavole del palcoscenico. Così il convivere di tante dimensioni dell’immagine (il 3D al cinema, YouTube al computer, un vecchio cortometraggio documentaristico in sala proiezione – Cloud Phenomena of Maloja di Arnold Fanck, 1924 -) serve sia al procedimento narrativo sia a quello concettuale, e lo stesso dicasi per il discorso sulla comunicazione – continuo, esasperato – che da un lato riporta il regista su un campo ripetutamente praticato – dando al film quel forte riflesso sull’attualità che non manca mai nei suoi lavori -, dall’altro, in controluce, riprende il leitmotiv di Persona: l’incapacità di comunicazione di Maria con l’esterno viene ovviata da Valentine (suo tramite virtuale, come si è detto) che, nell’espletare questo compito, emerge con il suo carattere, le sue storie, la sua personalità, come succede ad Alma nel film di Bergman, a fronte dell’incomunicabilità dell’afasica Elisabeth.
L’arte e la vita, la realtà e la finzione, i ruoli reversibili, i riflessi o gli slittamenti si confondono in un film visivamente austero (la fotografia di Yorick Le Saux echeggia la solennità dei paesaggi romantici di Caspar David Friedrich), prismatico come lo era Irma Vep (che trattava del rapporto tra la costumista e Maggie Cheung, diva orientale nella parte di se stessa, durante il tournage di un remake di Les Vampires di Louis Feuillade, diretto da una vecchia gloria del cinema francese): Sils Maria, come quello, è un film fortemente teorico, a rischio di precipizio nell’autoindulgenza, a volte irrigidito nel suo ossequio ai codici, a volte comodo ostaggio delle sue iconografie. Dall’altra parte Assayas, proprio attraverso la chiarezza cristallina dei riferimenti, senza tentare mai di sublimare i citazionismi, trova nell’artefatta e strapensata costruzione (il film palesa la sua struttura: procede per lunghe sequenze con dissolvenze, sottolinea i cambi temporali, ricorre alla didascalia parlata – Juliette Binoche che legge sul copione: Fine secondo atto, segue dissolvenza in nero – e scritta – Epilogo -) una strada maestra di sincerità che conduce alla consueta lucida riflessione del regista sui meccanismi della rappresentazione e alla resa efficace dell’essenza umana della storia rappresentata.
Luca Pacilio
Voto: 8
da “spietati.it”

Il futuro non è più quello di una volta. Olivier Assayas ci aveva già provato dodici anni fa a ritrarre il nostro presente “postmoderno” in relazione a una modernità ormai tramontata. Il risultato, Demonlover, era assai problematico ma molto affascinante; tra le varie magagne spiccava senz’altro la patina di “futuribilità” che il regista francese aveva un po’ appiccicato al suo film con lo scotch.
Oggi che è sotto gli occhi di tutti che il futuro assomiglia molto di più a una palude che ai luccichii hi-tech immaginati da un passato che sembra già lontanissimo,Sils-Maria rigioca in maniera molto più convincente la carta del ritratto allegorico del presente, attraverso la riscrittura aggiornata di una pietra miliare del tardo-moderno: Persona di Ingmar Bergman.
Pieno di echi che rimandano direttamente al Maestro svedese (con il quale, peraltro, Assayas realizzò anni fa un libro-intervista), questo lungometraggio segue Maria, attrice chiamata a rendere omaggio a un noto regista appena suicidatosi. A quest’ultimo, Maria deve la propria carriera: la fece debuttare sullo schermo diciottenne nel ruolo di Sigrid, amante di una matura donna di successo (Helena) che viene gradualmente spinta alla follia e alla rovina dalla giovane, arrivista “gatta morta”. Un altro regista la contatta per riportare in scena la stessa storia: l’età di Maria, però, la predestina ora al ruolo di Helena (ruolo che già spinse al suicidio un’altra attrice, incapace di distanziarsi a sufficienza dalla parte che doveva interpretare). Per preparare il proprio ruolo, Maria si ritira dunque nella casa sulle Alpi elvetiche che fu del suo deceduto mentore, insieme a una giovane assistente americana. Le due parrebbero riportare in vita il gioco al massacro psicologico tra Sigrid e Helena…
… ma non è così. Non è più tempo di Persona – e non solo perché imperversano iPad, telefonini e internet. Non c’è più fusione conflittuale tra donna giovane e donna matura: Maria è (e/o diventa) entrambe, e l’assistente non fa nulla più che il suo lavoro, che è quello discomparire per agevolare questa coincidenza nella sola Maria (servita in questo da una Juliette Binoche raramente così brava: controllatissima ma pronta a esplodere in emorragie fugaci di infantilismo). Nell’epoca che la vulgata che ad Assayas per qualche ragione continua a piacere così tanto chiama postmoderna, non c’è più la conflittualità tra diverse faglie temporali, ma giusto la loro coesistenza pacificata. Sul palco dove nel finale si terrà la pièce, le età coesistono orizzontalmente.
Non c’è conflitto dunque, bensì, letteralmente, ordinaria amministrazione. E la regia di Assayas si inventa un registro perfettamente adatto a questa nuova esigenza: rinuncia alla sua proverbiale frenesia cinetica, appiana tutto e lavora solo di rifiniture. Al posto del conflitto, si ha giusto un po’ di movimento che si lascia passare a lato dell’apparentemente immobile coesistere geologico di tempi diversi: come nuvole di passaggio in mezzo alle montagne.
Marco Grosoli
Voto: 8
da “spietati.it”

È in arrivo nelle sale italiane, Sils Maria, l’ultimo dramma di Olivier Assayas che vede protagoniste tre donne nel rapporto a volte problematico con la loro identità.
Maria Enders (Juliette Binoche) è un’attrice nel pieno della sua carriera ma che, anche a causa di un divorzio in corso, comincia a sentire su di sè il peso degli anni che passano; accompagnata dalla sua premurosa assistente Valentine (Kristen Stewart), la donna deve recarsi ad una cerimonia di premiazione del regista teatrale che l’ha resa famosa vent’anni addietro, scegliendola come protagonista di una complessa opera sul rapporto saffico fra due donne appartenenti a generazioni diverse, la più giovane delle quali porterà l’altra al suicidio.
La notizia della scomparsa del regista sarà l’anticamera di un lungo travaglio interiore per Maria che, sullo sfondo della propria paura di invecchiare, si troverà a reinterpretare – questa volta nei panni della donna più anziana – il remake delle piece teatrale che l’ha portata al successo.
Inizia così un lungo viaggio sulle montagne svizzere, a Sils Maria, luogo caro al defunto regista e scelto da Maria per trarre ispirazione e riuscire ad immedesimarsi nei difficili panni di una donna sconfitta e in profonda crisi di identità.
Maria è una donna che ha paura: paura di invecchiare ma anche (e soprattutto) paura di accettare gli inevitabili cambiamenti che ogni persona affronta nel corso della propria vita. Dice di non sentirsi in grado di interpretare Helena (la donna sedotta e sconfitta) perché si sente ancora troppo simile a Sigrid, la giovane brillante e spavalda che vive in libertà noncurante dei danni che provoca, ma, in realtà, Maria sa che Sigrid e Helena sono due facce di una stessa medaglia, in cui la vera differenza la fa solo il tempo che passa, proprio ciò che la donna si rifiuta di accettare.
Il rapporto con Valentine, il cui particolare attaccamento a Maria risulta ben presto chiaro allo spettatore, sembra invece sfuggire all’attrice che, in una crudele e inconsapevole sovrapposizione tra finzione e realtà, finirà per infliggere a Valentine lo stesso dolore che Sigrid infligge ad Helena.
Sils Maria presenta, in modo ricorrente, i temi del doppio e dello specchio: spesso ciò che ci sembra diverso e lontano da noi è proprio quello che di noi stessi non vogliamo accettare e la nostra identità non è qualcosa di dato ed immutabile ma è essa stessa forgiata dalle esperienze. La gioventù, agli occhi di Maria sinonimo di forza ed invulnerabilità, non è altro che un passeggero approccio alla vita basato sulla scoperta del nuovo e quindi, per sua natura, irripetibile.
La nuova Sigrid (brillantemente intepretata da Chloë Grace Moretz) sintetizza perfettamente quest’idea di doppio legata alla giovinezza: piccola stella di Blockbuster americani (“stuzzicati” dal regista con sapiente e sottile ironia), Jo-Ann vive fra eccessi e ostentazioni della propria libertà (ben documentati da Internet) e grandi fragilità che, nel momento in cui la vita si fa seria, la rendono più simile ad una donna adulta di quanto l’apparenza e l’ informazione mediatica possano far pensare.
Attraverso il potere dell’immedesimazione teatrale, quindi, Maria dovrà riflettere sull’opportunità di approfondire il suo personaggio – a rischio di mettere in discussione se stessa – oppure sforzarsi di attenersi al copione senza farsi travolgere dagli innumerevoli significati che il testo può assumere a seconda dell’interpretazione soggettiva, in una dinamica perpetua fra resistenza e cambiamento.
La località di Sils Maria, con il suo particolare fenomeno meteorologico chiamato “Maloja Snake” (una particolare configurazione di nuvole che è anche titolo della rappresentazione teatrale) diviene così esso stesso teatro delle relazioni umane, dove non esistono vittime o carnefici ma solo persone che di volta in volta assumono dei ruoli sulla scena del mondo.
Sils Maria è un film complesso in cui ognuno, coerentemente con le intenzioni del regista, deve cercare la propria chiave di lettura: la vita, il cinema ed il teatro offrono solo degli spunti in cui ogni singolo ha il compito di trovare i propri perché.
Virginia Campione, da “cinematographe.it”

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