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Sarà il mio tipo?

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Sarà il mio tipo? È questa una delle molte domande di carattere esistenziale che spesso ci poniamo di fronte ad una scelta. Ma se poi ci accorgessimo di aver sbagliato? Di non aver profondamente captato alcuni segnali subdoli e allarmanti? Cosa succederebbe se dovessimo renderci conto che la persona con la quale si è giunti a condividere qualsiasi cosa in realtà non è davvero il nostro tipo? Questi sono solo alcuni dei quesiti che sicuramente si sono posti i protagonisti Emilie Dequenne e Loic Corbery.

Una black comedy frizzante che lascia pesantemente l’amaro in bocca nello spettatore e con un finale sconvolgente, una natura morta che gela il cuore di chiunque. Straordinaria la prova della Dequenne che non è nuova ad acclamazioni corali (vinse il premio come miglior interpretazione femminile a Cannes con il film Rosetta) e ottima anche l’interpretazione di Corbery nel ruolo di un brillante filosofo moderno, preoccupato più dell’essere che dell’apparire. Davvero interessante la prova alla regia di Lucas Belvaux, giovane con le idee molto chiare, dirigere un film così impegnato intellettualmente non è cosa semplice, avere due personaggi diametralmente opposti e cercare di creare un fil ruoge tra i due è stata davvero un’impresa ardua.

La trama ruota intorno a due figure completamente opposte: Clement, giovane insegnate di filosofia di Parigi, trasferito ad Arras, un piccola cittadina tranquilla del nord della Francia, in cui si viene a creare uno status di disagio per l’uomo che lentamente percepisce l’eccessiva calma del luogo. Jennifer è l’altro lato della medaglia, una giovane ed esuberante parrucchiera che vive da sempre e fieramente ad Arras. Madre di un figlio, divorziata, trascorre le sue lunghe giornate tra il lavoro e la famiglia dedicandosi nel tempo libero al karaoke con le amiche. Clement legge Kant e Proust mentre Jennifer riviste di gossip e romanzi rosa. Apparentemente la differenza culturale sembra davvero abissale eppure tra i due scatta la più improbabile delle scintille. L’incontro è un fulmine a ciel sereno ed entrambi, sia per età che per piacere reciproco, si lasciano andare alla più sfrenata passione amorosa ed erotica. Ma ben presto l’amore dovrà fare i conti con le barriere culturali e psicologiche emergenti con il passare del tempo.Clement vuole cogliere l’attimo e fuggire dal mondo mentre Jennifer adora allontanarsi dalla realtà dell’istante per proiettarsi nel futuro più lontano. Le strade percorse dai due sono completamente differenti, sapranno davvero arrivare a un compromesso?

Saprà l’amore far incontrare due cuori così distanti?
Permeante e corposa è l’argomentazione filosofica presente nella pellicola. Se da un lato Clement vuole vivere l’attimo come farebbe Quinto Orazio Flacco con il suo Carpe diem, forse in maniera alquanto sciovinista, dall’altro Jennifer è molto più disimpegnata e il suo modus vivendi rappresenta la netta contrapposizione con il Carpe diem, il Vita si uti scias longa est di Lucio Anneo Seneca. Entrambi vivono l’amore, ma nessuno dei due riesce a captare la purezza del sentimento. Clement vive l’amore della filosofia, in lui si respira un contorno kantiano e a tratti nietzschano mentre in Jennifer tutto è slegato da qualsiasi lugubrazione, ma profondamente influenzato dalle letture “snelle e asciutte” alle quali la ragazza dedica il suo tempo libero. Sarà il mio tipo?, in uscita nei cinema a partire dal 23 aprile, è un piccolo grande capolavoro d’ingegno e stile, dove nessun particolare è lasciato al caso, dove la fotografia e la regia brillano di eleganza e perfezione e dove Emilie Dequenne incarna la più alta forma artistico espressiva del panorama europeo.

Una vera opera d’arte nella quale lo spettatore dipinge e crea la sua storia perdendosi nell’infinito filosofico o nella finitezza terrena.

Emiliano Cecere, da “cinematographe.it”

 

 

Professore di filosofia, scrittore engage e amante volubile, Clément Le Guern è trasferito da Parigi a Arras, un piccolo centro a nord della Francia dove alloggia in un hotel e patisce il suo esilio. Annoiato dalla vita di provincia trova interesse e soddisfazione in Jennifer, bionda e vivace parrucchiera che adora i film con Jennifer Aniston e alleva un figlio da sola. Separata e in cerca del vero amore, Jennifer si innamora profondamente di Clément, che cita Kant e pratica il cinismo sentimentale. Tra un libro di Anna Gavalda e un romanzo di Émile Zola, il professore e la parrucchiera sembrano intendersi e capirsi sotto le lenzuola. Ma fuori dal letto e alla luce del sole, Jennifer comprende che il suo bisogno di amare, la sua voglia di amare e il suo amore per Clément vengono inesorabilmente frustrati dalla barriera culturale e sociale che l’uomo ha alzato tra loro.
Adattamento del romanzo di Philippe Vilain (“Pas son genre”), Sarà il mio tipo? è una commedia sentimentale fondata sulle differenze sociali dei due protagonisti. Lei parrucchiera, lui intellettuale, lei provinciale, lui parigino, lei legge i romanzi popolari, lui quelli di Proust, lei è fanatica del karaoke, lui assiduo dei vernissage. Ma sarebbe un errore ridurre il film di Lucas Belvaux a un inventario di luoghi comuni perché Sarà il mio tipo? parte dai cliché ma arriva più lontano, in un territorio imprevedibile, dove l’amore è sottoposto a scansione sociale e la felicità romantica impedita da un irriducibile contraddittorio culturale.
È vero che Belvaux tratta il suo film secondo la ricetta classica della screwball comedy hollywoodiana, filmando l’avventura sentimentale di due contrari e di come ciascuno di loro provi a frequentare il territorio dell’altro, ma la svagatezza e il folgorante stordimento dei contendenti al debutto precipitano molto presto davanti all’inflessibilità dei rapporti di classe. Il protagonista, che fa colazione a Les Deux Magots, respira l’aria letteraria di Saint-Germain-des-Prés e non si aspetta niente dal suo soggiorno in provincia se non che finisca il prima possibile, è un uomo velleitario, simile a certi intellettuali rohmeriani, indecisi e logici che razionalizzano le loro pulsioni, calcolano i loro sentimenti e analizzano i loro affetti tenendogli a distanza. Al suo fianco, Jennifer esprime diversamente una femminilità estroversa, un carattere esuberante, una fiducia nell’amore, un gusto per i colori e le canzoni che l’avvicinano alle demoiselles di Jacques Demy.
Commedia sospesa tra due personaggi, due classi sociali e due ‘caratteri’ cinematografici tipicamente francesi, Sarà il mio tipo? ha tutta la saggezza della sua protagonista, la Jennifer disarmante di Émilie Dequenne, che comprende a sue spese che l’amore non è sempre più forte di tutto. Soprattutto delle etichette e dei determinismi sociali. Così nel bel mezzo di un carnevale, il professore e la parrucchiera tolgono la maschera, scoprendosi prigionieri entrambi di un ‘mestiere’. Senza rinunciare mai alla generosità dello sguardo, Belvaux li scopre alle prese coi loro retaggi e con il loro eterogeneo habitus, decretando una tregua della guerra di classe ma non dichiarandone la fine.
Rivelata da Rosetta, Émilie Dequenne s’impone quindici anni dopo il dramma dei Dardenne con un altro personaggio indimenticabile, sorprendente e intenso le cui modeste origini rimandano con evidenza alla sedicenne che lottava per la sopravvivenza nella periferia di Liegi. Con la stessa determinazione l’attrice interpreta una proletaria che smaschera il professore impassibile di Loïc Corbery e sfata la falsa modestia della sua filosofia esistenziale, smettendo di attendere al di là della barricata e sopravvivendo, come nella canzone di Gloria Gaynor. Perché Jennifer, meno colta ma non per questo meno intelligente di Clément, che ha fatto della sua incapacità di amare una teoria generale delle relazioni umane, prende le forbici e ci dà un taglio. Senza amore né bene resta Clément, (in)colto e incolore dietro a una porta chiusa.

Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

 

 

“Sarà il mio tipo?” No, non è la domanda che ogni ragazza moderna si pone ogni volta che incontra un uomo interessante, ma il titolo del film scritto (tratto dal libro Non il suo tipo di Philippe Vilain) e diretto da Lucas Belvaux. La prima impressione, però, non è proprio sbagliata: si parla infatti d’amore e di tutti quei dilemmi che riempiono di insicurezze ogni relazione, soprattutto nei primi tempi. Dopotutto si parla dell’incontro di due sconosciuti, che devono imparare a conoscersi, scoprire i punti d’incontro e le differenze che potrebbero minare il rapporto e, in un’era in cui si ha sempre meno tempo da perdere (soprattutto se e quando si parla di sentimenti, ritenuti spesso futili e per fannulloni), si vuole essere sicuri di aver fatto la scelta giusta. Di qui la fatidica domanda: Sarà il mio tipo? Ma attenzione… si parla di cinema francese, quindi toglietevi dalla testa qualsiasi idea di una commediola romantica piena di incomprensioni e sentimentalismi. C’è del sentimento, dell’ironia e anche una buona dose di sorrisi e litigi, ma c’è anche dell’altro, quella particolarità in più che stupisce e rende molto più realistica la storia di Clèment e Jennifer.

LA STRANA COPPIA

Tutto, ovviamente, inizia da loro. Clèment (Loïc Corbery) è un professore di filosofia: ha sempre vissuto a Parigi, di cui adora la vitalità e le mille possibilità, e ha già pubblicato un libro sull’amore, tanto che vorrebbe essere definito un filosofo dell’eros. Contro la sua volontà, viene spedito a insegnare per un anno in una piccola scuola di Arras, paesino a poche ore di distanza dalla capitale, che a Clèment sembra però completamente fuori dal mondo (tanto che decide subito di sistemarsi in albergo e di tornare a Parigi ogni fine settimana). Qui incontra Jennifer (Emilie Dequenne), frizzante parrucchiera convinta di poter cambiare la vita dei suoi clienti con il giusto taglio di capelli: sempre di fretta, si destreggia tra il lavoro, le attenzioni per suo figlio (è anche una madre single!) e le divertenti serate al karaoke con le colleghe di lavoro. È sempre vissuta ad Arras ed è felice del suo piccolo universo, non certo semplice, ma che la rende serena. Le manca l’amore… e inizia presto a sognare di averlo trovato in Clèment.

INNAMORATI REALISTI

Un filosofo e una parrucchiera, tutti penserete che il fulcro della vicenda, il personaggio portante e multisfaccettato, sia quello maschile: dopotutto Jennifer (all’inglese) è una madre single, parrucchiera, bionda ossigenata e che ama il karaoke, le riviste di gossip e i romanzi rosa. Cos’altro avrà mai da raccontare? E invece è proprio lei, grazie anche alla sublime interpretazione di Emilie Dequenne, a ipnotizzare subito lo spettatore. Dinamica, sempre sorridente, con una speciale luce negli occhi, affronta ogni situazione con entusiasmo: è una sognatrice, senza però essere ingenua. Che i punti in comune con Clèment possano essere davvero pochi, lo capisce fin da subito, ma decide di provarci comunque, senza mettere da parte se stessa e le sue passioni. I due personaggi iniziano questa bizzarra danza sinergica sullo schermo, in cui lei prova a leggere i testi di filosofia e lui si lascia andare alle forme di divertimento e intrattenimento più popolari, così diverse dalle avanguardie a cui la capitale francese lo ha abituato. Le differenze tra i due non spariscono mai davvero, ma entrambi decidono di metterle da parte, per agevolare il benessere della loro storia, dopotutto le barriere, anche quando non puoi abbatterle, puoi comunque aggirarle, scavalcarle, oltrepassarle. Ma sarà lo stesso? La domanda che ci pone Lucas Belvaux è molto semplice e appartiene a tutti noi, ma il regista costruisce questo interrogativo nella mente dello spettatore con spensierata accuratezza, lavorando su ogni pensiero, sistemando gli sguardi visti e non visti dei suoi personaggi, architettandone reazioni previste e decisioni forti. Perché quando le barriere tra Clèment e Jennifer sembrano ormai essere superate, ecco emergere dal profondo una visione diversa dei propri sentimenti. Se per lui, questo amore, significa abbandonare il suo mondo e vivere l’istante, per lei, invece, è un calarsi fino in fondo nel presente per immaginare un futuro insieme. Riusciranno a incontrarsi a metà strada?
Un modo atipico di raccontare l’amore, quello usato da Lucas Belvaux in Sarà il mio tipo?, ma decisamente vincente. I suoi personaggi si muovono con ironica dolcezza sullo schermo cinematografico, portando alla luce i dubbi e le incomprensioni più classiche delle relazioni, senza però trasformarli in problematici melodrammi dai toni pseudointellettuali. Jennifer e Clèment fanno riflettere lo spettatore, mettendo in tavola tutte le carte, ma lasciando che sia lui stesso a posizionarle nel modo giusto, seguendo un naturale processo cognitivo. Delizioso, curioso, a suo modo filosofico.
VOTOGLOBALE7

Antonella Murolo, da “everyeye.it”

 

Lucas Belvaux, classe 1961, attore e regista belga, è un talento tutto sommato ancora poco considerato in Italia e questo nonostante che i suoi film nel resto d’Europa partecipino a festival importanti e ottengano il plauso della critica. Finora il suo lavoro più noto è la cosiddetta Trilogia, composta da “Cavale”, “Un couple epatant” e “Apres la vie”, tre storie popolate dagli stessi personaggi calati a seconda dei casi in situazioni comiche, drammatiche o thrilling. Di questa sua tendenza a mescolare i registri si ha un saggio, anche se non così radicale, pure in questo recente “Sarà il mio tipo?”, commedia sentimentale (Belvaux ha usato l’espressione “antiromantica”) ricavata da un romanzo di Philippe Vilain, inedito in Italia. Vedere per credere la scena iniziale con un’affranta Annelise Hesme che chiede all’attonito protagonista Clement (l’attore della “Comedie Française” Loïc Corbery, che in effetti ormai vanta anche un discreto curriculum televisivo e cinematografico) di andarsene e di non tornare o la sequenza nella discoteca parigina dove Clement incontra un’altra sua ex interpretata da Amira Cesar che in poche parole liquida lui e il suo modo di vivere. Momenti tesi che potremmo tranquillamente trovare in film di altro genere.

Cosa rimproverano di fatto queste signore al protagonista? Sostanzialmente di non accettare legami a lunga scadenza e di non volere investire più di tanto nelle storie d’amore, evidentemente soddisfatto della sua carriera di insegnante-filosofo. Ovviamente per il giovanotto col “cuore in inverno”, ma amante del gentil sesso, le cose stanno per cambiare, complice anche un trasferimento dall’amatissima Parigi ad Harras dove insegnerà in un liceo con studenti poco interessati a parlare di Epicuro o di Kant (anche se comunque più rispettosi e attenti nei confronti del proprio prof. di quanto non sarebbe lecito aspettarsi in una classe vera, almeno di alcune scuole italiane…) non vedendo però l’ora che arrivi il giovedì per tornare nella capitale. Nel passo di Calais il nostro farà un incontro che cambierà (anche se fino ad un certo punto) le sue idee e quella che poteva essere l’ennesima variante della formula (ben nota anche da noi) di “Giù al nord” diventa altro. Conosce infatti la parrucchiera Jennifer (l’attrice belga Émilie Dequenne), spirito allegro, madre single, appassionata di romanzi rosa, esegeta di Jennifer Aniston e amante delle serate al karaoke con le amiche. Tra l’intellettuale freddino e la simpatica ragazza scocca subito la scintilla, nonostante (o forse proprio per questo) le pochissime cose in comune. Ma Jennifer ha anche un lato più introspettivo e un passato alle spalle più doloroso di quanto i suoi modi di fare solari non suggeriscano e quando si renderà conto che dal suo professore non potrà aspettarsi più di tanto capirà, come la Ruth dell’almodovariano “Gli amanti passeggeri”, che il proprio benessere è più importante. A Clement, anche se (forse) innamorato di lei e pur rendendosi conto che rischia di perderla, non resterà che riflettere su quanto le sue scelte di vita possano essere state, magari, inadeguate.

La commedia è ben scritta (Belvaux ha curato anche l’adattamento) ma se è vero che il regista vi inserisce dei tocchi personali, il plot non brilla particolarmente di originalità, quindi un assist notevole Belvaux lo riceve dai suoi interpreti. Se Corbery (che tra l’altro ricorda l’autore) riesce a rendere gradevole e umano un personaggio che poteva facilmente risultare antipatico, Émilie Dequenne con la sua Jennifer conquista non solo Clement. L’interprete scoperta appena diciottenne dai Dardenne nel film Palma d’Oro “Rosetta” (che valse anche alla debuttante il premio di Migliore Attrice, sebbene ex-aequo), non solo si rivela una presenza spumeggiante ma è anche ammirevole nelle scene di canto e sa inoltre rendere credibili le sfumature malinconiche di un personaggio mai patetico. E nella scena in cui Émilie/Jennifer si lancia sulle note del classico “I will survive” è talmente luminosa che se non stessimo parlando di un’attrice con una più che discreta carriera alle spalle verrebbe da dire che “è nata una stella”.

Peccato che a fronte dei suoi validi interpreti, il film perda mordente nella seconda parte, anche perché il gioco dei tira e molla fra i due innamorati poi si fa prevedibile. Belvaux ci regala sul finale un colpo di scena abbastanza spiazzante che probabilmente piacerebbe a Patrice Leconte (tra l’altro autore anche lui nei primi anni novanta di un film in cui una parrucchiera stregava il protagonista e non solo). Chiudere il film con una nota di mistero è stata una bella idea, però non lo risolleva fino in fondo. Comunque resta pur sempre un esercizio apprezzabile e gli scambi fra Corbery e Dequenne hanno una freschezza e una naturalezza che sarebbe bello poter ritrovare anche nelle commedie di casa nostra, cosa che invece spesso purtroppo non succede.

Mirko Salvini, da “ondacinema.it”

 

 

Malgrado la fuorviante titolazione italiana, Sarà il mio tipo? è una commedia romantica nient’affatto scontata, che unisce la fruibilità ad alcune interessanti riflessioni sulle ragioni del cuore e quelle dell’ambiente sociale.
Kant, Gloria Gaynor, e tutto ciò che sta nel mezzo
Clément è un giovane e affascinante professore di filosofia di Parigi, trasferito suo malgrado nella (per lui) fin troppo tranquilla provincia di Arras. Jennifer è una parrucchiera semplice ed esuberante, madre separata, indaffaratissima tra lavoro e cura del figlio, che si svaga coi romanzi rosa e le serate al karaoke. L’amore che esplode tra i due sembra superare le barriere sociali e culturali… almeno inizialmente. [sinossi]
A un’ipotetica, lunga lista che potremmo chiamare “titoli italiani fuorvianti”, la più recente aggiunta potrebbe essere questo Sarà il mio tipo?, titolazione nostrana per la nuova commedia diretta dal francese Lucas Belvaux. A dire il vero, e ad essere lessicalmente rigorosi, la distribuzione italiana ha modificato solo di poco il titolo originale Pas son genre, mutuato a sua volta dal romanzo ispiratore dello scrittore Philippe Vilain; ma l’eliminazione della negazione (in sé quasi un’ipoteca, pesante, sullo svolgimento della trama), l’aver volto la frase in prima persona, e soprattutto la scelta della forma interrogativa, modificano radicalmente il mood che emana dal titolo, l’intrinseca promessa che (come sempre, al cinema) questo contiene. Il film di Belvaux, infatti, è una commedia romantica sui generis, che sceglie un approccio meno risaputo (e prevedibile) ai temi che affronta, rispetto alle molte opere analoghe prodotte da entrambe le sponde dell’oceano. L’idea di levità e inoffensività che il titolo italiano potrebbe suggerire non trova quindi riscontro nell’intreccio del film, e nelle soluzioni narrative che adotta; ciò, malgrado un’effettiva levità nel tocco, nonché la scelta di una confezione accattivante e fruibile, siano la cifra stilistica evidentemente voluta dal regista.

Il film di Belvaux (cineasta abituato, nella sua carriera, ad adattare il suo stile ai generi più vari) rispetta in effetti in tutto, nella sua confezione, i canoni del filone di cui fa parte: personaggi leggibili e tali da suscitare facilmente empatia, espressioni di ambienti sociali precisi e riconoscibili, un intreccio lineare e della giusta vivacità, un romanticismo sussurrato e non invadente, che segue le oscillazioni umorali dei due caratteri. Non ha un approccio rivoluzionario al genere, il regista francese, e non vuole averlo: sceglie anzi, nella messa in scena, di farsi da parte, affidando molto dell’impatto emotivo della vicenda allo script, nonché alle prove dei due notevoli protagonisti Émilie Dequenne e Loic Corbery.
Eppure, nell’ottima sceneggiatura scritta dello stesso Belveaux, nel modo di delineare e prendere per mano i personaggi, e di descrivere la loro evoluzione, si coglie fin dall’inizio quello scarto, quell’elemento di discontinuità nelle rigide maglie di un genere codificato, che vale una visione (e una valutazione) un po’ più attenta. Sebbene l’incontro tra i due protagonisti sia descritto come confronto/scontro di ambienti sociali antitetici (la provincia e la metropoli, la lettura di Kant e quella dei romanzi rosa, i circoli intellettuali parigini e il karaoke in cui si suonano i classici seventies) il film evita di fare dei due personaggi dei meri, schematici “tipi” esemplificativi; ma, soprattutto, imprime loro un’evoluzione diversa da quella che ci si potrebbe aspettare.

Lo script sceglie un’ottica, per così dire, laica sulla vicenda che racconta; ciò, sia per il punto di vista adottato (suddiviso esattamente a metà tra i due terminali della coppia) sia per le considerazioni che dall’incontro si possono trarre. L’assenza di uno sguardo giudicante sembra essere la direttiva che guida la scrittura dell’intero film (esemplificata, nelle parole del regista, dalla frase di Renoir per cui “tutto il mondo ha le sue ragioni”); ma anche il rifiuto di azzardare teoremi, facili risposte, soluzioni preconfezionate a un tema che, per definizione, resta composito nelle implicazioni quanto fluido e sfuggente nelle sue espressioni concrete. Rifiutando di portare sullo schermo un bignamino sui rapporti di coppia tra ambienti sociali diversi, il regista rende vivi e problematici i suoi due protagonisti, evidenziandone le inesplicabili intermittenze, le repentine collisioni e gli altrettanto improvvisi allontanamenti; non dimenticando di delinearne, con la giusta dose di ironia e disincanto, i rispettivi contesti. Contesti, comunque, mai soverchianti sullo spazio vitale, e di evoluzione individuale, di Jennifer e Clement: questi ultimi infatti si cercano, trovano, incontrano e scontrano come individui, le vittorie e le sconfitte del loro rapporto restando espressione di un libero arbitrio che trova ragioni e torti (principalmente) nella sfera personale.

Il malinconico sentore di sconfitta che aleggia (dapprima quasi impercettibile, poi sempre più presente) sull’intero film, specchiato nell’impenetrabile volto di Loic Corbery, non fa di Pas son genre (usiamo stavolta la titolazione originale) una storia dall’afflato pessimista; ma ne mette in luce, semplicemente, gli assunti (la difficoltà di incontro/collisione tra individui visti sempre come mondi separati) facendo da contraltare a un tono che resta, comunque, improntato alla commedia di largo consumo. Riscattando anche, da par suo, una timidezza registica che (pur scelta) avrebbe potuto facilmente affondare l’intera operazione in una generale, e per fortuna evitata, mancanza di incisività.

Marco Minniti, da “quinlan.it”

 

 

Di storie come quella di Sarà il mio tipo? ne abbiamo viste, lette e sentite a bizzeffe: due persone sole in città si conoscono e iniziano una relazione sentimentale anche se molto differenti tra loro. Nonostante il titolo italiano (ma in fondo anche nonostante quello originale) Sarà il mio tipo? non è una commedia, non mette cioè i due personaggi e le loro incompatibilità comicamente in contrasto, anzi, sembra lavorare sottilmente per trovare una possibilità in cui la shampista ignorante e vitale possa davvero resistere con il professore di filosofia più ombroso, un modo in cui le velleità del secondo incontrino le esigenze della prima. Il fatto che siano incompatibili e cerchino comunque di amarsi non fa ridere, è un problema e una sfida in cui il film crede fermamente.

La scommessa assurda di Sarà il mio tipo? è dunque quella di far sì che anche al pubblico, abituato fino alla morte a vedere simili contrasti, tutto questo stia a cuore. Non la si può dire completamente vinta ma mentre il film perde interesse nella coppia lentamente emerge un’inaspettata potenza in Jennifer.

Jennifer è la shampista (ovvero il 50% del film), interpretata da Emilie Dequenne, diventata famosa a 18 anni nel ruolo di Rosetta (Palma d’Oro e rivelazione mondiale del talento dei fratelli Dardenne). Lì interpretava con minimalismo un personaggio che pareva non mostrare emozioni, qui invece è esagerata, colorata, un po’ cafona ma piena di voglie e desideri; lì non sorrideva mai, qui sorride sempre; lì vestiva da maschiaccio qui è tutta un trucco e un colore ai capelli.
In un trionfo di sex appeal e tenerezza la prestazione di Emilie Dequenne imprime a tutto il film la spinta giusta. Nonostante la sua controparte sembri affossare qualsiasi possibilità di coinvolgimento sentimentale (un po’ per ruolo, un po’ per impalpabilità di Loic Corbery), lei rischiara un film che lentamente e per fortuna sposta il suo asse su di lei. Se inizia come una storia d’amore Sarà il mio tipo? verso la fine diventa la storia di Jennifer.

Non è dato sapere quanto tutto ciò fosse previsto e quanto invece sia stato un aggiustamento in fase di montaggio, ad ogni modo funziona. Il corpo di Emilie Dequenne si plasma alla perfezione assecondando i canoni dello struggimento moderno, assorbe i colpi da romanzetto da 4 soldi per moltiplicarne il senso. Il film la vuole donna che si strugge per un uomo che non la merita ma lei aumenta i livelli di lettura e la complessità. Preoccupata per sè e per il figlio che deve crescere da sola, realmente innamorata, forse consapevole di essere all’ultima spiaggia (data l’età), sincera e onesta al punto da non temere le scelte più dure il personaggio di Jennifer per come lo interpreta Emilie Dequenne lotta contro tutto il banale e il trito di questa storia per diventare un simbolo di femminilità moderna in diretto contatto con i canoni più classici. Pensata come un personaggio femminile d’altri tempi smania con fatica e dolore per essere invece uno moderno.
Se una trama come quella di Sarà il mio tipo? l’abbiamo vista e sentita mille volte, un personaggio come Jennifer no.

Gabriele Niola, da “badtaste.it”

 

Sarà il mio tipo è una delicata storia d’amore tra un riflessivo professore di filosofia e una sorridente parrucchiera. Il loro incontro sarà del tutto casuale, ma intenso. La differenza di carattere nonché quella di pensiero metteranno in difficoltà quella che viene comunamente chiamata “coppia”?
Tratto dal romanzo “Non il suo tipo” di Philippe Vilain, il regista nonché sceneggiatore Lucas Belvaux cerca di mettere a nudo gli impercettibili frammenti, desideri e dubbi amletici che inondano le relazioni sentimentali. Lui è Clement. Un giovane professore di filosofia di Parigi che viene trasferito suo malgrado ad Arras, una tranquilla cittadina della Francia. Qui incontrerà lei, Jennifer, una frizzante parrucchiera del posto. Due diversi modi di vivere e vedere la vita. Lui scrive di filosofia e legge Kant, lei ama il gossip, adora i film di Jennifer Aniston che Clement nemmeno conosce e ha un figlio piccolo che ama moltissimo. Entrambi soli sentimentalmente, dal momento in cui Clement entra nel salone dove lavora Jennifer, viene attratto dalla sua spontaneità e da quella naturale bellezza che contraddistingue la parrucchiera. Le scene del corteggiamento scorrono ingenue e naturali. Ironiche quando le passioni e il diverso modo di guardare la vita si scontrano e si legano in dettagli trasparenti, cristallini. Totalmente veri. Il sorriso è dietro l’angolo e tutto all’inizio, come sempre, sembra andare a vele spiegate. Lei lo adora per il suo modo apparentemente profondo di osservare la vita, lui viene calamitato nell’altro polo della realtà: quello quotidiano, sincero, fatto di parole semplici. Questa esplosione si traduce in passione spigliata, genuina. Tuttavia dopo il primo periodo arrivano le contrapposizioni evidenti. Lei fra discorsi e caffè, ha chiaro in testa che non vuole più rapporti che durano dall’alba al tramonto, ma vuole costruire e progettare un futuro concreto insieme a Clement. Quello fatto di promesse d’amore, di oroscopi e devozione. Quest’ultimo invece trascorre la sua vita fra i suoi pensieri contorti o semplicemente egoisti, che apparentemente sembrano quello di un uomo pieno di vita, ma in realtà solo amorfi sentimentalmente. L’uomo che non vuole figli, quello che è entrato talmente troppo nel suo mestiere che non riesce più a liberarsene. Quello che crede di avere pieno controllo dell’amore e di tutto il resto. Tutto questo straborda. E nel momento della verità il signor “so tutto” diviene il signor “non lo so”. Tuttavia c’è da dire che Lucas Belvaux riesce nell’intento reale seppur anacronistico di mettere in risalto le situazioni sentimentali. Non mette in evidenza la differente cultura dei due soggetti, ma se lo fa, è perché è il conseguire fluire delle situazioni, eventi che non puoi cambiare o trasformare. Le persone non cambiano, ma vogliono far cambiare. Per meglio dire: Belvaux cerca, anche se probabilmente non ci riesce del tutto, di non schierarsi. C’è chi si vede ritratto in Clement, il quale crede nei rapporti liberi, privi di interesse sostanzioso, ma comunque rispettosi nel loro credo; chi invece vive i drammi di Jennifer, perdutamente innamorata, ma nello stesso tempo tenace. Capace di volare, anche senza le tanto sospirate ali.

Per quanto concerne gli attori, Emilie Dequenne in arte Jennifer è straordinaria veramente. Sembra di conoscerla una donna così. Imprudente e semplicemente candida. La dolcezza della porta accanto. Loic Corbery è perfetto nel ruolo dell’affascinante giovane filosofo saccente. Obbedisce alla sceneggiatura. Ma non dà quel qualcosa in più che ci regala in termini di sguardi la sua co-protagonista.

E’ un film nuovo da un certo punto di vista. Soprattutto perché tutta l’attenzione registica è negli sguardi, nei discorsi d’amore e nei respiri. La sceneggiatura è nelle parole attenta, anche perché è alla base del film stesso. Il suo punto di forza. Condito da primi piani ardenti, a tratti per lo spettatore soffocanti. Di voglie espresse ed inespresse. Non è “una” storia d’amore. E’ “la” storia d’amore tra Clement e Jennifer. Una delle più belle degli ultimi anni. E non per l’emozione che crea il film stesso, ma per le infinite domande vere che si pone, andando a turbare “sinceramente” lo spettatore nel bene o nel male. Dove non riesce del tutto è nel finale e negli obbiettivi. Alcuni raggiunti, altri solamente ben indirizzati. Un film da sorseggiare.

Davide Figliolini, da “storiadeifilm.it”

 

Ingannevole è il pacchetto più di ogni cosa. Come è successo a tanti film in passato, questo pregevole e delicato lavoro di Lucas Belvaux soffre della condanna di apparire come qualcosa di diverso da ciò che è in realtà: la presentazione, complice anche il titolo italiano meno deciso rispetto all’originale francese (Non è il suo tipo), ci fa pensare alla solita commediola romantica. Cosa che il film non è, o meglio è solo in minima parte: se il pretesto della storia è raccontare il rapporto improbabile tra un filosofo e una parrucchiera, quasi da subito si capisce che l’intenzione è quella di indagare sfumature meno immediate dell’amore e delle dinamiche umane che questo fa scattare. Non c’è un punto di vista definito da cui si è costretti a guardare la storia: le ragioni e i torti delle due parti sono dialetticamente espressi in modo da lasciare libertà allo spettatore, che potrà sentirsi più vicino all’una o all’altra oppure, cosa probabile, non riuscirà a schierarsi mai definitivamente. Perché alla fine le dinamiche dell’amore, soprattutto di quello tra due esseri umani così diversi e inconciliabili, è fatto di sfumature che annullano ogni certezza.
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Questo film è dunque più un’opera di riflessione e di ragionamento che una di storie e di vicende: un pubblico che, ingannato dal pacchetto, vada al cinema cercando un film che narri una storia d’amore nella sua progressione, dall’inizio fino alla fine (preferibilmente lieta), potrebbe rimanere deluso o spiazzato. Sarà il mio tipo infatti non si cura della progressione narrativa di una storia, ma è interessato alla progressione dei ragionamenti sull’amore, in un percorso molto più interessante e profondo di quello classico e ben più superficiale dei film romantici medi. Questo rappresenta un’arma a doppio taglio: potrebbe rappresentare una piacevole sorpresa per lo spettatore ignaro ma propenso al ragionamento, ma anche una delusione per chi si aspettava di spegnere il cervello per due ore. Sarebbe facile dire, per semplificare, che il colto filosofo protagonista apprezzerebbe il film, mentre la superficiale parrucchiera probabilmente rimarrebbe con l’amaro in bocca. Sarebbe facile, se non fosse che Emile Dequenne, la cui performance è la perla più brillante di questo prodotto, impersonando Jennifer ci insegna che la frivolezza non è sempre sinonimo di stupidità o di assenza di profondità. E il ragionamento ricomincia.

Tiziana De Amicis, da “vertigo24.net”

 

E’ una delle domande più ricorrenti quando si conosce qualcuno da cui ci si sente attratti: Sarà il mio tipo? Il quesito è anche il titolo italiano di questa raffinata, intelligente, leggera (ma per nulla superficiale) commedia diretta da Lucas Belvaux tratta dal romanzo besteller “Non il suo tipo” (che è anche il titolo in originale del film) dello scrittore francese Philippe Vilain, edito in Italia da Gremese.
Il film racconta una strana storia d’amore tra un filosofo e una parrucchiera, Clément (Loïc Corbery) e Jennifer (Emilie Dequenne). Lui è un giovane professore di filosofia di Parigi che viene trasferito per un anno ad Arras, una piccola cittadina del nord della Francia. Lei è un’esuberante parrucchiera che da sempre vive ad Arras. La giovane donna passa le sue giornate tra il lavoro in un salone, la cura del figlio e le colorate serate al karaoke dove esibisce le sue doti canore con due colleghe. Lui legge Kant e Proust, lei romanzi rosa e riviste di gossip ma l’attrazione è inevitabile. Il loro sentimento è però destinato a scontarsi con due diverse visioni della vita e dei sentimenti.
Parafrasando Roland Barthes il titolo più indovinato del film potrebbe essere “Frammenti di un discorso amoroso”, una serie di situazioni e ragionamenti sull’amore, ma soprattutto di idee diverse sul sentimento che fa girare il mondo.
Un professore parigino e una parrucchiera di paese, un uomo affascinante ma freddo, egocentrico, a tratti cinico e una giovane madre single, passionale ma con la testa sulle spalle. Una storia che, complice una forte attrazione fisica, prende il volo, tra momenti intimi e uscite pubbliche (la scena nella discoteca di provincia con la parrucchiera che coinvolge in un travolgente ballo l’impacciato professore è da applauso). Ma i diversi approcci alla relazione vengono alla luce: da un lato Clement invita Jennifer a godersi il momento senza star troppo a pensare a ciò che accadrà in futuro, dall’altro Jennifer non vuole più sprecare tempo in storie senza un domani. Un intellettuale che viene coinvolto da una donna che è il suo opposto (come Arras è lontanissima da Parigi), un uomo che sembra imbarazzato da una ragazza dai gusti così sfacciatamente ‘popolani’ ma che poi non esita a definire ‘kantiana’.
L’abilità del regista belga Belvaux è mantenere una posizione neutra, sposando le ragioni dell’uno e dell’altro e chiudendo con un finale aperto a diverse interpretazioni.
Il film nasconde, sotto una patina di commedia, una profonda riflessione sui rapporti di coppia, sulla libertà, sulla vera natura di un sentimento complesso come l’amore (“Dubito di quello che sento, di quello che so dell’amore, di quello che credo di sapere. Ma non so niente…” ammetterà a un certo punto il filosofo).
Complice una regia perfetta e senza sbavature e un ottimo lavoro di riscrittura del romanzo originale, Sarà il mio tipo? si regge anche sulle grandi prove dei due attori protagonisti: un Loïc Corbery perfetto e credibile nei panni dell’intellettuale freddo e un po’ snob che viene trascinato da una passione, forse, finora sconosciuta e una Emilie Duquenne (già premiata nel 1999 a Cannes per l’interpretazione di Rosetta di fratelli Dardenne), parrucchiera solare, ridanciana e tenerissima allo stesso tempo. Ciò che disarma è il sorriso talvolta carico di sofferenza con cui Jennifer guarda Clement, consapevole di essere destinata a non riuscire a penetrarlo e a conoscerlo fino in fondo.
E la presa di coscienza è amarissima: di fronte a un microfono, la bionda parrucchiera con l’hobby del canto intona l’immortale hit “I Will Survive” con il dolore ma insieme la voglia di riscatto nel cuore.
Un velo di lucida amarezza incornicia la storia, dopo che la splendida protagonista ha scoperto di essere preda di un sentimento contraddittorio come la “felicità triste”.
Si, perché è proprio questa ineffabile sensazione a imprigionare un amore e a renderlo incapace di spiccare il volo.

Elena Bartoni, da “voto10.it”

 

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