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Roger Waters – The Wall

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I Muri non finiscono mai

Nel 1979 Roger Waters, ancora sotto marchio Pink Floyd, scrive The Wall, concept-album capolavoro, tragica metafora dei molti muri che l’umanità costruisce intorno a sé, individualmente e collettivamente, il cui fascino viene enormemente amplificato dal gran film che ne trae nell’82 Alan Parker, grazie anche agli impressionanti disegni di Gerald Scarfe.

Dopo la rottura con il gruppo nel 1985 e qualche anno di beghe legali sul diritto a usare il nome Pink Floyd, Waters cederà il brand in cambio dei diritti di sfruttamento dell’opera che più sente sua, della quale si riappropria facendone una vera e propria opera rock giusto in tempo per la celebrazione della caduta del Muro di Berlino, che diventa indimenticabile scenario per il suo concerto del 1990, mai così calzante quanto a tema. E The Wall si avvia a diventare un prodotto senza tempo, nel quale rispetto alle origini le implicazioni più intime e personali (l’isolamento dell’individuo, l’influenza della figura materna, l’impossibilità di trovare un amore vero, la solitudine cui tutti siamo condannati) finiscono in secondo piano rispetto al discorso più politico, antimilitarista, antirepressivo, antiautoritario, che in origine ne era forte ma non unica componente. Del suo The Wall, Waters ha fatto bandiera contro i governi di tutto il mondo, che ammazzano innocenti, che impongono e reprimono, che spendono in materiale bellico cifre vergognose, che riempiono gli arsenali di bombe e buttano sul lastrico la gente con indifferenza, al cui vertice si trovano potenti che Waters definisce “abietti”. Nexo Digital, solo nelle giornate del 29 e 30 settembre e dell’1 ottobre, propone The Wall su grande schermo, in 4K e in Dolby Atmos (un sistema audio che supporta fino a 128 eventi sonori contemporanei, per ricreare un ambiente in 3D di grande coinvolgimento). Il film, diretto da Sean Evans insieme allo stesso Waters, propone varie immagini del tour The Wall Live, visto in tutto da 4 milioni di spettatori, a formare l’opera nella sua interezza, con una scenografia che mozza il fiato per grandiosità e potenza visiva. Le riprese del concerto sono inframmezzate da stralci di una specie di pellegrinaggio compiuto dallo stesso Waters attraverso Francia e Italia, sui luoghi dove hanno perso la vita il nonno (in Francia nel 1916) e il padre, in Italia nel 1944 ad Aprilia, dopo lo sbarca ad Anzio, ferite che ancora fanno male. Sui titoli di coda compaiono le immagini con didascalia di molte vittime, militari e civili, dei più recenti conflitti e degli atti di terrorismo che perseguitano la razza umana, a comporre nel finale, con migliaia di fotografie, un tragico Muro. Il film si conclude con un divertente incontro fra Waters e il batterista Nick Mason, che insieme rispondono spiritosamente ad alcune domande dei fan, senza risparmiarsi battute e allusioni. In tutto questo non va dimenticato però che The Wall è soprattutto musica di sconvolgente bellezza, di enorme presa emotiva e che i testi dicono delle nostre anime, delle nostre vite pubbliche e private molto più di quanto si potrebbe pensare a una lettura oggi più “politica”. Il significato di quei testi passa e unisce tutte le generazioni che si sono susseguite da quel lontano 1979, dopo il quale tante cose sono cambiate e tante in peggio, sancendo la vittoria di quei burocrati che pensano solo a quadrare i conti, quei governanti dell’ “armiamoci e partite”, quegli economisti del “lacrime e sangue”, quei potenti che continuano a costruire muri, ancora e ancora. E sembra che molti dei tanti estimatori dell’opera, abbiano dimenticato che solo “together we stand, divided we fall”. Ma se ancora oggi The Wall colpisce e coinvolge, commuove ed emoziona, forse vuol dire che non tutti siamo o siamo diventati comfortably numb. E meno male.

Giuliana Molteni, da “moviesushi.it”

 

La storia di Roger Waters e “The Wall” prende un’altra piega. Nel film che lo stesso bassista ha firmato assieme a Sean Evans non c’è solo la ripresa di una delle date del tour del 2013, in cui veniva suonato e messo in scena dal vivo tutto l’album “The Wall” con una coreografia elaborata e complessa, ma anche un’aggiunta. I brani sono intervallati da immagini che mettono in scena il viaggio in macchina di Waters stesso prima in Francia e poi in Italia. Il musicista si muove con un amico, poi con i figli e infine con figure immaginarie verso le tombe di suo nonno, morto nella prima guerra mondiale in Francia, e suo padre, morto nella seconda guerra mondiale vicino Anzio. Intanto sul palco tra proiezioni e ingerenze totalitariste viene costruito e distrutto il muro.
Lo spettacolo e le idee che animano Roger Waters – The wall, versione 2015, non sono ormai più quelle che animavano “The Wall” all’origine, nel 1979, e il motivo del cambiamento sta nell’audiovisivo. L’album dei Pink Floyd nasceva da un’ossessione dello stesso Waters per l’alienazione e l’isolamento, un rifiuto partorito durante un tour; nasceva insomma dal desiderio di mettere un muro tra sè e il pubblico, cosa che poi negli spettacoli effettivamente veniva fatta. Per arrivare a questo il gruppo aveva creato un intero concept album in cui un protagonista immaginario, in seguito ad un’educazione repressiva e diversi fallimenti nella propria vita, creava un muro tra sè e gli altri, fino ad immaginarsi come un dittatore. Tre anni dopo l’uscita dell’album arrivò al cinema Pink Floyd – The Wall, il film di Alan Parker, che a quelle musica sovrapponeva delle animazioni che deviavano il senso di musica e parole nell’antimilitarismo. La visione di quel film nel tempo ha mutato le idee di Waters stesso riguardo il suo album, fino a condurlo su quegli stessi percorsi di senso.
Negli ultimi decenni Roger Waters, personalità fastidiosa e scomoda, insubordinata e poco conciliante, è molto cambiato e i suoi interessi si sono spostati verso l’antimilitarismo e in particolare verso la causa palestinese. Il muro che nel 2015 viene raccontato da questo film è un muro su cui compaiono i caduti di diverse guerre, è la celebrazione dell’ingiustizia di ogni conflitto e contemporaneamente una funerea elegia. Le medesime parole e le medesime musiche che raccontavano l’alienazione ieri, oggi servono a condannare qualsiasi deriva autoritaria e gli orrori dei conflitti armati.
Con la consueta precisione filologica il gruppo che supporta Waters ricalca alla perfezione il disco, senza permettersi nessuna variazione. Siamo per larghi tratti dalle parti dell’imitazione pura (anche gli assoli sono ripresi nota per nota, distorsione per distorsione come battute di un testo teatrale). Perché in “The Wall”, come sempre, la messa in scena rivaleggia quanto ad importanza con la musica, la completa e ne integra il significato (fino addirittura a cambiarlo come già detto).
L’unica concessione extra narrativa, l’unico momento esterno al flusso del nuovo concept antimilitarista Waters se lo concede su “Mother”. La canzone è infatti suonata da due Roger, quello giovane, estratto da un concerto del 1979 all’Earl’s Court (proiettato sul muro) e quello di oggi. Entrambi con una chitarra acustica cantano e suonano le medesime note in sincrono. È solo uno dei molti ottimi momenti di un film-concerto che aspira ad essere di più, concettualmente fondato su un impianto solido e idee granitiche ma non sempre in grado di essere scorrevole come nelle sue sequenze più riuscite. Di certo nella lunga e gloriosa storia cinematografica dei Pink Floyd (e dei suoi membri), questo è un capitolo più che valido.

Gabriele Niola, da “mymovies.it”

 

Che ambizione smisurata. Ogni volta che si ripercorre la drammatica grandiosità scenica di The wall viene da pensare a un tempo in cui la musica sembrava capace d’incendiare il mondo con passioni travolgenti. Il muro di Roger Waters è un simbolo a più di strati, lo sbucci come una cipolla e dalla follia sanguinaria delle guerre arrivi al muro di Berlino, alle istituzioni repressive fino alle più riposte barriere interiori che riusciamo a creare tra noi e gli altri, tra noi e il mondo esterno. Lo spiega Liam Neeson, in un commovente prologo in cui racconta come nel 1980 lui, giovane attore irlandese afflitto e spaesato dalle lotte che dilaniavano il suo paese, andò all’Earls Court di Londra a vedere il primo leggendario allestimento dell’opera, allora firmata Pink Floyd, e ne uscì sconvolto. “Fu come una seduta psichiatrica – dice – da quel giorno faccio tutto il possibile per smantellare quel muro”.

The Wall , il film (in molte sale italiane dal 29 settembre al 1° ottobre), regia dello stesso Roger Waters e di Sean Evans, è la resa cinematografica del colossale allestimento che l’ex Pink Floyd ha portato in giro per il mondo in questi anni: un concerto mirabolante, mozzafiato, inframmezzato di nuove scene con Waters che va a ripercorrere la sua grande ossessione, i luoghi dove è scomparso il padre, militare inglese nella Seconda guerra mondiale, ucciso dai tedeschi nella battaglia di Anzio.

Il gigantesco muro diventa schermo dove s’inseguono immagini e sorprese visive a ritmo vertiginoso. Diventa un treno che corre, un vetro che si frantuma, si riempie di graffiti e scritte, si distrugge e si ricrea in un caleidoscopio di pezzi, in un’altalena irripetibile tra sottili momenti d’intimità e l’effetto smisurato di questa cattedrale simbolica che viene man mano costruita sul palco. È in un certo senso la firma Pink Floyd, la capacità di fondere microcosmo e macrocosmo con scarti rapidi e apparentemente naturali, dolci, languide melodie acustiche e poi rock con potenza di fuoco inaudita. In qualche modo la resa cinematografica normalizza in parte lo stupore degli effetti (siamo abituati a vedere al cinema qualsiasi prodigio visivo), mentre dal vivo l’impatto è ovviamente maggiore perché si è lì, e si viene travolti da qualcosa che in un concerto di solito non si vede. Ma in compenso possiamo godere maggiormente i dettagli, il retro palco, le lacrime di Roger Waters, le riprese dall’alto del palco che sembra una piccola città che produce energia, fumi, fuochi d’artificio, valanghe di musica, terremoti sonori.

Molto più che nella versione originale del 1980, The wall finisce per essere soprattutto una violenta requisitoria antimilitarista. Waters ha perso il padre in guerra, e anche il padre di suo padre, nella prima, ma per estensione il muro rimbalza le facce dei caduti di tutte le guerre, degli attentati, della follia della violenza umana, mentre appaiono i celebri inconfondibili e giganteschi pupazzi della saga Pink Floyd: il maiale che vola sulla testa degli spettatori, l’insegnante repressivo che viene sbeffeggiato da un gruppo di bambini che canta- no Another brick in the wall . C’è un momento in cui il muro viene completato chiuso (e nel silenzio una voce chiede “Is there anybody out there? “, c’è qualcuno là fuori?) e a quel punto la metafora prende corpo. Tutto il gruppo è dietro, nascosto, separato dagli spettatori, rendendo esplicito il senso di quel muro, che poi viene liberatoriamente abbattuto. Quando arriva Comfortably numb il pubblico si lascia andare, gli occhi diventano lucidi.
E dire che tutto cominciò da uno sputo che Waters scaricò addosso a un fan troppo intraprendente. Ne soffrì a tal punto da chiedersi: perché? E immaginò che tra il gruppo e i fan ci fosse in realtà una barriera: The wall . Da uno sputo al più colossale spettacolo mai allestito su un palco. Cose da Pink Floyd.

Gino Castaldo, da “repubblica.it”

 

 

Monumentale, emozionante e toccante,Roger Waters: The Wall è il grandioso film-evento che vi farà vivere l’esperienza del travolgente concerto interamente dedicato all’opera rock “The Wall”, pietra miliare del Pink Floyd,integrato a un road movie in cui lo stesso Waters si confronta con alcuni fantasmi del suo passato: la morte del nonno e del padre in guerra. Perché Rogers Waters: The Wallnon è soltanto uno spettacolare concerto dall’eccelsa qualità e resa (diretto da Sean Evans e da Waters, è stato girato in 4K e mixato in Dolby Atmos – ma è stato considerato altamente tecnologico già dai primi tour), ma è, forse ancora di più, un film contro la guerra, contro ogni suo orrore ed ogni sua forma.

Waters ha scavato nel profondo della propria storia personale e della propria sensibilità per costruire una parabola immortale sulla guerra, il senso di perdita, l’amore e la vita.
Le riprese che inframmezzano il concerto seguono Waters in un intimo viaggio, dai tratti quasi onirici e a volte surreali, verso la Francia e l’Italia, per visitare i monumenti ai caduti: per primo quello del nonno George Henry, morto durante una carneficina della Prima guerra mondiale, e poi, per la prima volta nella sua vita, quello del padre, disperso durante la battaglia di Anzio del 1944, a Monte Cassino.A dargli conforto, una tromba con cui suona le prime battute di “Outside the Wall” e una copia di “Fear” di Chevallier, dal quale legge dei passi. Una lettera, inoltre, gli fa rigare il volto di lacrime: è la missiva che ha informato la madre della morte di Eric Fletcher Waters. Le riprese sono toccanti, i colori restituiscono un senso di solitudine e dolore: verde e grigio si ammassano nei cimiteri e si susseguono lungo il viaggio di Waters. È forte il contrasto con quelli che vediamo invece durante il concerto: una forte tonalità di rosso brillante e abbagliante, di luci come di elicotteri che scrutano la folla. Mentre ogni canzone di “The Wall” viene proposta, il muro viene innalzato progressivamente, facendo da supporto alle immagini che vengono proiettate: soldati, aerei, simboli del capitalismo, fino alle foto e ai nomi dei morti – non solo soldati, ma anche vittime del terrorismo e attivisti. Waters dedica il concerto a Jean Charles de Menezes, il cittadino brasiliano ucciso per errore dalla polizia nella metropolitana di Londra nel 2005. Il muro stesso diventa un cimitero, le immagini degli aerei lanciano crocifissi e altri simboli religiosi, oltre a quelli del capitalismo. Impossibile non farsi toccare da queste immagini.

Se l’album raccontava in origine la storia di una rockstar sopraffatta dalle sue paranoie, Roger Waters: The Wall ha delle basi e un intento ben più ampi. “Mother”, per esempio, rappresenta quindi un governo dominato dal Grande Fratello, e un’incredibile “Bring the Boys Back Home” mostra degli emozionanti video di bambini che riabbriacciano i loro padri tornati dalla guerra, mentre delle frasi ci ricordano che qualsiasi tipo di guerra è un furto. Nel frattempo, il muro ci restituisce delle illusioni, mentre si innalza sembra a volte riaprirsi finché, alla fine di “Comfortable Numb”, Waters lo colpisce e pare disintegrarsi, sotto i colori dell’arcobaleno. Ma siamo ancora lontani dal crollo del muro, che avviene solo nel finale di Roger Waters: The Wall, abbattuto da una raffica di spari. Senza svelare altro del concerto, Roger Waters: The Wall rappresenta un’esperienza-terremoto da vivere, lasciandosi trasportare, portatrice di significato universale e quindi adatto anche ai meno avvezzi alla musica dei Pink Floyd.

Dopo i titoli di coda, restate per “The Simple Facts”, un video in cui Roger Waters e Nick Mason(batterista dei Pink Floyd) rispondono ad alcune domande dei fan: un momento divertente, che permette allo spirito di alleggerirsi un poco dopo le immagini forti del concerto e di quelle toccanti del viaggio di Waters incastonato, che gli ha permesso di dare un po’ di pace ai fantasmi del suo passato.Roger Waters: The Wall vi aspetta al cinema in anteprima mondiale solo il 29 e 30 settembre e il 1° ottobre, distribuito da Nexo Digital.

Sara Marchesin, da “cinematographe.it”

 

Documentazione del trionfale tour di Roger Waters The Wall del 2013, con frammenti di performance di differenti serate.
Inutile fare lunghe presentazioni: su cosa siano stati i Pink Floyd per la storia della musica moderna è stato scritto tutto il necessario. Per chi non ne ha dimestichezza, basti dire che sono stati fra i più eminenti complessi progressive rock della storia, e che il loro The Dark Side of The Moon è attualmente il terzo album più venduto della storia (circa 50 milioni di copie). Nel 1979 il gruppo pubblicò The Wall, opera rock in doppio CD basato su un’idea del bassista del gruppo, Roger Waters, che all’epoca era divenuta la figura chiave all’interno della band, ed i cui dissapori con gli altri membri lo avrebbero portato a lasciare il gruppo nella prima metà degli anni ’80, per iniziare una carriera solista che all’oggi consta di 3 album in studio, 2 colonne sonore, svariati CD live e perfino un’opera lirica.

Nel 2010 Waters ha deciso di riproporre in sede live, con una band composta per l’occasione, lo spettacolo di The Wall, potenziato rispetto allo spettacolo che i Pink Floyd erano stati in grado di imbastire nel tour del 1980: così come allora, il fulcro dello show è la costruzione in tempo reale di un muro che a circa metà scaletta arriva a separare totalmente la band dal pubblico (muro che simboleggia la chiusura del protagonista dell’opera nei confronti del mondo esterno), il quale viene poi abbattuto nella seconda parte dello show. Oltre a giochi pirotecnici, enormi pupazzi gonfiabili ed un aeroplano che si schianta sul palco, il muro stesso è oggetto di giochi di proiezioni video che assieme alla musica compongono un collage visivo/sonoro di grande suggestione. Il tour è stato un succesos mondiale e Waters ha continuato a proporre lo spettacolo negli anni successivi. Da varie date del tour 2013 è stato ricavato il materiale video per comporre questo film documentario, che oltre alla performance live aggiunge del girato originale di carattere narrativo, che vede lo stesso Waters impegnato in un viaggio in auto che lo porterà dalla sua casa in Inghilterra fino in italia, precisamente al cimitero di guerra di Cassino, ove si trova il memoriale ai soldati anglo-americani caduti durante la battaglia di Anzio (1944), nella quale cadde vittima il padre di Roger Waters. La perdita della figura paterna, oltre ad ispirare i temi antibellici contenuti in The Wall, fu anche tra i temi principali del successivo disco dei Pink Floyd, The Final Cut. Per realizzare questo progetto filmico Waters si è avvalso della collaborazione di Sean Evans, già direttore creativo dello spettacolo on stage.

Se i non-fan dei Pink Floyd, di Waters solista o del progressive rock in generale potrebbero non essere motivati a vedere il film, bisogna dire che lo show offre 133 minuti di grande spettacolarità visivo/musicale, perciocchè se uno spettatore fosse edotto anche solo sui pezzi più famosi del disco (tra tutti, Comfortably Numb e Another Brick in The Wall Pt.2), gliene consiglierei la visione. Ho qualche riserva sulla presenza delle scene aggiuntive: esse sono state inframezzate al concerto, con il rischio di spezzarne un po’ il ritmo; si tratta di inserti poco invadenti e non eccessivamente lunghi, ma inficiano la coesione dello spettacolo che è chiaramente concepito come un flusso continuo di suoni ed immagini. Ottimo il comparto tecnico con una regia in grado di concederci piani larghi che ci fanno apprezzare l’imponente scenografia e piani stretti che ci avvicinano agli artisti impegnati nell’esecuzione musicale, oltre che a qualche fulminea inquadratura sul pubblico entusiasta, specie durante l’esecuzione dei pezzi più famosi.

Alessandro Giovannini, da “storiadeifilm.it”

 

 

Roger Waters The Wall : al cinema arriva il film sul celebre tour da The Wall, album deiPink Floyd del ‘79 tra i più noti, venduti e amati della storia della Musica. Il film diretto da Roger Waters, ex bassista e cantante dei Pink Floyd, e Sean Evans ritrae il tour di concerti-evento negli stadi degli ultimi anni di Waters. In sala, arriverà nella potente risoluzione in 4k (Ultra HD) e in audio Dolby Atmos, un’occasione ghiotta per i tanti fan italiani che potranno vedere Roger Waters The Wall  in quest date: da stasera 29 settembre fino all’1 ottobre. Dove? L’elenco sale è presente sul sito di Nexo Digital che distribuisce, tra gli altri, l’opera. Abbiamo visto il film in anteprima e ve lo raccontiamo in questa recensione.

Comincia con un prologo il lungo Roger Waters The Wall (2 ore e 45), è Liam Neeson a parlare: l’attore di Schindler’s List e della saga di Taken racconta di quando nel 1980, a Londra, è stato al concerto di The Wall, lo spiega come se ci fosse stato il giorno prima. Attraversato dall’emozione del tempo che ancora non lo ha lasciato. Ed è ancora un ‘emozione ad aprire il film: Waters in Bentley raggiunge il cimitero per rendere omaggio a quel padre che non ha mai potuto vivere. Morto ad Anzio, combattente della Seconda Guerra Mondiale. E da questo momento un prisma di emozioni irradierà tutto il lungo viaggio: di spettatori e protagonisti. Lo stesso Waters alterna immagini del concerto a quello di un percorso in auto verso il cimitero militare di Cassino per omaggiare suo padre.

The Wall è la storia di Pink, ragazzo disagiato orfano di padre, figlio di madre iperprotettiva e di un sistema scolastico autoritario (fu già su grande schermo nel ’82, regia di Alan Parker). Il pupazzo del professore despota è diventato uno dei simboli di The Wall per il pezzo più famoso dal concept albulm:Another Brick in the Wall e quel ritornello cantato da bambini, ormai nella fonoteca della Storia. Emozioni, la paura, la repressione, le morti per la guerra e la libertà, i conflitti di ogni latitudine sono tutti mattoni di quel muro di timori, inquietudini e musica che i Pink Floyd e Roger Waters tirano su e gettano giù in ogni spettacolo di questo pezzo di “teatro rock” che ha pochi eguali nel mondo.

È difficile immaginare una combinazione così alta: ad un album così bello e importante associare uno spettacolo live tra i più originali e potenti mai visti. Sul palco al centro degli stadi (in Italia nel 2013 Waters arrivò a Padova e all’Olimpico di Roma) un muro taglia orizzontalmente il campo, di fronte gli spettatori e quel muro verrà sperimentato in lungo in largo. In altezza e nelle fondamenta scenografiche.

Roger Waters con The Wall lavora con le profondità fotografiche e sceniche, fa apparire i musicisti e i coristi in qualsiasi parte del muro attraverso un ingegnoso sistema di pedane mobili, il “the wall” (il muro) è uno schermo immenso che supporta le canzoni come nelle splendide e turbanti illustrazioni che seguono Goodbye Blue Sky o può diventare componente di un duetto del Tempo. Waters che canta sulla sua stessa voce Mother lui live sul palco e dal muro lui stesso nel 1980 con 35 anni di meno.

Se non bastasse l’aspetto scenico si aggiunga che tutto questo lavoro di concept scenografico-musicale non è vuota maestria tecnica ma è l’espressione di grandi disagi sociali e privati. Waters racconta l’inutilità della Guerra, il muro esempio famigerato del confine, delle divisioni, del dolore. Che ha scandito col cemento i conflitti, compresi quelli dove hanno perso la vita il papà e il nonno. “Due guerre che non hanno lasciato il ricordo del padre a due figli” dice un amico del rocker inglese in un commosso momento del film. E non sarà l’unico, in diversi passaggi sarà Waters stesso a condividere la propria emozione piangendo davanti al ricordo del padre. Transformando il concerto in una sorta di artistica seduta psicanalitica.

The wall è un muro da abbattere contro tutte le guerre, un muro da schiacciare anche in noi stessi dove il cemento dei timori avanza e ci soffoca.  Questa tensione, questa forza contro pareti fisiche ed esistenziali è il martello dei Pink Floyd che ha generato un urto d’arte indimenticabile. Ha prodotto uno degli spettacoli più belli mai visti con dei picchi d’estasi in Comfortably Numb, uno dei momenti più alti tra gli alti. Perchè fondalmente le composizioni dei Pink Floyd hanno in superpotere della Musica: far vivere delle emozioni che non si sanno. Perchè non si riconoscono, perchè il resto della vita non può dartele, ma può diffonderle esclusivamente una parte dell’esperienza che si attiva solo con la grande musica.  Rogers Waters The Wall vi lascerà una situazione contraddittoria: il piacere di aver visto qualcosa di grande, il dispiacere per non averla vissuta dal vivo (sperando in una prossima tournee).

Luca Marra, da “it.ibtimes.com”

 

 

Un’esperienza che si sviluppa seguendo strade narrative differenti e saldamente interconnesse tra loro quella del film-evento Roger Waters – The Wall, diretto dallo stesso Waters insieme a Sean Evans, e che radica il suo senso più vivido nella forza semantica di una paura da espiare, quella capace di edificare un muro, esistenziale e reale, fisico e mentale, simbolo invalicabile e transgenerazionale, barriera tra l’Io e il mondo, parete che sanguina eventi, dogmi e storia da scardinare e cambiare. Dopo il successo raccolto al Toronto International Film Festival, Roger Waters – The Wall arriva sul grande schermo inglobando visioni parallele, dai suoni alle emozioni del live passando per il road movie di un Waters spogliato di se stesso mentre fa i conti col suo passato (la morte del nonno durante la Prima Guerra Mondiale e del padre durante la Seconda), nell’immensa metafora della vita e della perdita, specchio di una memoria personale che esplode nel fragore feroce, assimilato dal live stesso, rigettando ogni simulacro di guerra e violenza umana. Il film, girato in 4K e mixato in Dolby Atmos durante il tour tutto esaurito di Waters “The Wall Live” che ha raccolto oltre 1,5 milioni di fan in America del Nord, 1 milione di fan in America Latina e America Centrale e 1 milione di fan in Europa, è dunque l’effige di un evento unico nel suo genere con un audio dalle qualità totalmente immersive. È l’allegoria di tutti quei limiti e quelle ossessioni interiori da superare e che ben riaffiorano già a partire dal prologo di Liam Neeson che vide il primo allestimento dell’opera nel 1980 all’Earls Court di Londra: “Fu come una seduta psichiatrica – dice – da quel giorno faccio tutto il possibile per smantellare quel muro”. La “paura”, in tutte le sue accezioni e conseguenze, si muove a bordo di una Bentley, trasformandosi in viaggio meta-reale carico di lacrime e suggestioni tra la Francia e l’Italia; diventa suono potente e corposo, allucinazione live trasfigurata nella creazione/distruzione del gigantesco muro, dove si proiettano immagini in successione tra aerei e maiali volanti, e nella commozione del pubblico durante Comfortably Numb; è una lettera ingiallita pregna di ricordi e fantasmi di esistenza; è una proiezione meta-letteraria tra le pagine di Fear di Gabriel Chevallier. Nella ciclicità degli eventi le tematiche personali si ampliano verso una visione d’insieme più grande, il soggettivo diviene universalità oggettiva nella materia, anche carnale, della musica. Il documentario si sviluppa così all’interno di un flusso di coscienza fatto di sfumature, a volte impercettibili, che vive nell’immedesimazione totale, nella fotografia multipla di un’emotività contemporanea e collettiva. In appendice non va dimenticato il film nel film: The simple facts – una breve conversazione davanti a un bicchiere di vino tra Nick Mason e Roger Waters, nella quale, tra ironia e ricordi, i due rispondono alle domande dei fan di tutto il Mondo.

Ida Stamile, da “indie-eye.it”

 

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