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Quo vado?

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1500 copie a partire dal 1° gennaio, dopo 16 settimane di riprese e un budget multi-milionario. Si scrive Quo Vado? ma si legge Checco Zalone, Santo protettore degli esercenti che nel lontano 2009 scoprirono quasi per caso il nuovo Re Mida del cinema italiano. 14.073.000 euro all’esordio con Cado dalle Nubi, diventati 43.474.000 con Che Bella Giornata e addirittura 51.894.000 con Sole a Catinelle, pellicola dei record che ha battuto decenni di cinematografia tricolore, ovviamente inflazione esclusa. Nuovamente diretto da Gennaro Nunziante, il 4° film del comico pugliese prova ad uscire dai confini nazionali con una commedia letteralmente ‘internazionale’, spaziando tra Italia, Africa, Polo Nord e fiordi norvegesi.

Il progetto più ambizioso dello Zalone cinematografico fino ad oggi visto in sala, perché fortemente centrato sull’attualità socio-politica nazionale, spaziando tra lavoro, pubblico impiego, mala-politica e tutela ambientale, il tutto ovviamente senza mai abbandonare quello sboccato e a tratti demenziale humor che ha reso Checco un caso più unico che raro della nostra industria. Al centro della trama c’è infatti l’italiano medio, quello ancora oggi aggrappato con le unghie e con i denti a quei privilegi economici e professionali figli della Prima Repubblica, leggi posto fisso. Il mitologico impiegato pubblico ‘alla Fantozzi’ che ha di fatto segnato almeno un paio di generazioni, annientando sul nascere qualsiasi possibile estro creativo dinanzi al monolite della ‘tredicesima’.

Zalone è un quasi 40enne che vive ancora a casa con i propri genitori. Non ha figli e non è sposato, ed ha un lavoro fisso che lui crede inattaccabile nell’ufficio provinciale caccia e pesca. Praticamente l’uomo più felice sulla faccia della Terra, perché travolto dai benefici e del tutto esente da qualsivoglia responsabilità. Fino a quando il governo non vara una riforma della pubblica amministrazione che decreta il taglio delle province. Ed è qui che Checco viene costretto a dover compiere una scelta, insieme a migliaia di altri dipendenti pubblici: lasciare il posto fisso o essere trasferito lontano da casa. Essendo il posto fisso qualcosa di ‘sacro’, Zalone accetta trasferimenti nei posti più sperduti e teoricamente pericolosi del Bel Paese, nella speranza governativa che molli la presa firmando le proprie dimissioni, resistendo stoicamente a qualsiasi opzione. Polo Nord compreso. Perché qui, tra il gelo e gli orsi, Checco conosce Valeria, ricercatrice che gli farà capire come il ‘mito’ del posto fisso, esattamente come gli animali da lei curati, sia ormai in via d’estinzione.

Inutile girarci attorno. E’ dal 2009 che la critica nostrana attende con il fucile spianato Checco Zalone, ‘colpevole’ di aver frantumato record storici al botteghino con film che puntualmente hanno calamitato milioni di italiani in sala. Il perché è presto detto. Nato in televisione, volutamente e gratuitamente ‘volgare’, fintamente ignorante (ha una laurea in giurisprudenza), cinico, maschilista, razzista e dissacrante, politicamente qualunquista eppure trascinante, per non dire dirompente, nel far ridere. Cosa, ed è qui che casca l’asino, riuscitagli perfettamente anche con ‘Quo Vado?’, suo film più riuscito che cavalca con forza i luoghi comuni comportamentali e culturali legati all’italiano medio, visto soprattutto dal di fuori. Dall’estero. Da quei paesi civili che spesso proprio noi italiani guardiamo con invidia, essendo noi il più delle volte geneticamente incivili ma apparentemente educati. Ed è dall’educazione, dal presunto grande cuore italiano che riparte la riscossa di Zalone, svegliato dal torpore di civiltà nordeuropea in cui era affondato da una visione quasi celestiale: Al Bano e Romina Power di nuovo insieme, sul palco del Festival di Sanremo del 2015.

Una botta trash di genio comico che caratterizza una commedia a più livelli, con una prima parte travolgente nel perculare l'(inesistente) attività lavorativa del dipendente pubblico nazionale, per poi volare dall’altra parte del mondo, trovare l’amore e rallentare vistosamente, almeno dal punto di vista dalle risate, e ripartire con un finale immancabilmente sentimentale, (troppo) buonista e politicamente amaro. Perché la Prima Repubblica, quella con gli usceri paraplegici che saltavano e con i bidelli sordomuti che cantavano, quella con i cosmetici mutuabili e le verande condonabili, dei quarantenni pensionati che danzavano sui prati e delle unghie incarnite che ti rendevano invalido tutta una vita, non si scorda mai. Tanto da vedere il Governo millantare ai quattro venti un taglio totale delle province, onde evitare ulteriori sprechi, in realtà banalmente tramutate in altro.

Zalone, guardando probabilmente al proprio pubblico di riferimento, prova a tratteggiare questo tempo in bilico tra certezza e incertezza, tra il sogno sbiadito del posto fisso e l’angosciante ma appagante rischio della mobilità creativa. Nel farlo ha spremuto i tanti, tantissimi soldi a disposizione per farci conoscere parte di quel mondo che noi crediamo celestiale dal punto di vista della qualità della vita, ma in realtà deprimente sotto non pochi aspetti, e parte di quel mondo che necessiterebbe di aiuti immediati per riuscire a sopravvivere, finendo invece troppo spesso nel dimenticatoio. Nel mezzo quello sciatto Stivale ancora in bilico tra prima, seconda e terza Repubblica, tra passato, presente e futuro, tra lavoro che quando esiste viene depotenziato e se non c’è ti costringe automaticamente ad emigrare, tra partite iva da spolpare e impiegati da invidiare, tra furbetti del quartierino e politici riciclati, tra vecchie brutte abitudini italiane da scardinare e cliché da denigrare. Il tutto attraverso il linguaggio universale della risata, massicciamente presente in un film che nasce, onestamente parlando, solo e soltanto per suscitarla, magari persino con un pelo di intelligenza a traino. Ebbene piaccia o meno, missione compiuta.

Federico Boni, da “cineblog.it”

 

 

C’è qualcosa, nell’incipit africano di Quo Vado?, che più che a Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa? mi ha fatto pensare a Io sto con gli ippopotami. Una sensazione epidermica e fugace, che non ha niente a che vedere col racconto e il suo contenuto: semmai dettata da una certa qualità fotografica, o dalla regia elementare. Più ci penso, però, più mi pare significativo aver associato un film di Checco Zalone (e Gennaro Nunziante) a quelli di Bud Spencer e Terence Hill che non ai più abusati, e a sproposito citati, modelli della commedia all’italiana dei grandi nomi.

A dispetto della scala produttiva che ha portato Checco dalla Puglia al Grande Nord, e poi in Africa, Quo Vado? conferma infatti uno stile elementare e una comicità semplice ed efficace, che mirano volutamente in basso per colpire eventualmente un po’ più in alto, ma prima di tutto nel segno; che sono di grande accessibilità, vagamente infantili (Checco è sempre un bambinone, in fondo) e favolistici. Che, insomma, si differenziano nettamente dalla cinica consapevolezza dei vari Sonego e Monicelli, e rielaborano piuttosto in maniera personale la vasta eredità dell’immaginario e del linguaggio televisivo degli ultimi trent’anni. Nella loro superficie e nella grammatica di base, Zalone e Nunziante sono più vicini a essere gli Spencer & Hill del Terzo Millennio. Ma dei Bud e Terence con le smorfie, le battute e le canzoni irresistibili al posto degli sganassoni; che hanno maturato una consapevolezza sociale e parlano in maniera esplicita e partecipe del proprio tempo e del loro paese.

Privo di sovrastrutture spesso inutili, candido ma non ingenuo, leggero, magari demenziale ma non cretino, Zalone lavora con spirito fotografico nel catturare, ritrarre e riprodurre l’italiano dei nostri giorni, i suoi tanti vizi e le sue poche virtù. Lo sfotte, lo prende in giro, certo: ma non lo mette alla berlina con crudele senso di superiorità, non lo blandisce paternalisticamente, non lo lusinga – come troppa commedia degli ultimi decenni – mostrando i suoi difetti come fossero dei pregi.
No. Senza mai dimenticare l’esigenza di un divertimento che deve essere popolare e trasversale, in Quo Vado? Zalone racconta, con innata istintività e la giusta dose di smaliziata furbizia, come siamo: un po’ tronfi e un po’ patetici, figli di una cultura e di un mondo che ci hanno viziato e che sono svaniti sotto il nostro naso, alle prese con le ambasce dell’adeguamento ma sufficientemente resilienti per tirare avanti e cavare comunque il meglio dalle situazioni. Perfino capaci di imparare, parola quasi scandalosa nella commedia popolare italiana di oggi, e di migliorare: senza snaturarsi mai troppo, ben inteso.
Caustico, magari, ma con affondi che arrivano con tanta nonchalance e rapidità, sommersi da un bombardamento para-televisivo di situazioni e battute, da non bruciare mai troppo (a lungo). Caustico, magari, ma mai cinico: non perché Zalone sia buono, o naïf, ma perché ha un relativo garbo e un’educazione (parola che ricorre a più riprese, in Quo Vado?) sconosciuti a buona parte dei suoi contemporanei.

Il paradosso di Zalone, che racconta delle verità innegabili sull’essere italiani in Italia e all’estero, che gioca con evidenze talmente evidenti da scavallare ogni rischio di stereotipizzazione, è allora quello di essere un comico talmente tanto dentro il suo tempo e il suo presente, capace di rispecchiarlo raccontarlo così bene, da epurarlo da ciò che lo corrompe. Mentre, in maniera tanto progressiva quanto inesorabile, la commedia popolare italiana dell’era berlusconiana (quella televisiva prima e quella politica poi) ha celebrato più o meno esplicitamente la perdita di ogni forma di stile, la furbizia e l’opportunismo, la prevaricazione e la volgarità, soprattutto l’arroganza, nel nome di una comicità che voleva catturare lo spirito del tempo e legittimarlo, Zalone e Nunziante le hanno espulse come tossine, andando alle radici antropologiche del problema e proponendo implicitamente una soluzione altrettanto antropologica. Non si tratta di moralismo, ma dello sguardo da enfant (terrible, ma pur sempre enfant) di Zalone.

L’uomo zaloniano, messo a confronto con orizzonti più ampi di quelli del suo ufficetto di provincia, è capace di allargare le proprie vedute, di accettare famiglie allargate, di abbandonare retoriche maschiliste, perfino di imparare a non saltare le code o non suonare il clacson al semaforo. Certo, basta colpirlo nel profondo del suo essere, basta che veda Al Bano e Romina nuovamente assieme sul palco di Sanremo, per rischiare di perdere tutto questo e tornare sui suoi passi; ma qualcosa dentro di lui è cambiato per sempre, anche se qualcosa rimarrà per sempre uguale. Ha subito un mutamento antropologico: qualcosa di ben più profondo della superficialità della sociologia facilona dei Vanzina e dei cinepanettoni.
È grazie a questo mutamento che Quo Vado? si può permettere un finale che apre una speranza per il futuro. Quella speranza figlia di un rinnovamento che non ha nulla a che vedere con la rottamazione o con 80 euro in più in busta paga, o qualche migliaia di arrotondamento al TFR. Se lo può permettere e senza odorare di buonismo veltroniano, ma chiudendo la sua parabola con dei toni favolistici e infantili, con un lieto fine in linea con un tono generale che è quello dei film di Bud Spencer e Terence Hill: con le smorfie, le battute e le canzoni irresistibili al posto degli sganassoni. E con tanta consapevolezza in più.

Federico Gironi, da “comingsoon.it”

 

Questa volta c’è la pubblica amministrazione e il posto fisso nel mirino di Checco Zalone.

Il suo personaggio è un fiero addetto ai timbri dell’ufficio Caccia e Pesca della Provincia che per mantenere la sua posizione accetterà qualsiasi trasferimento.
Dopo che nel film precedente si era divertito ad esagerare il mondo dell’imprenditoria giovane piena di fiducia nel domani, ora si diverte con il suo opposto, il culto del posto fisso, dell’impiego pubblico e intoccabile, la voglia di non lavorare e di sistemarsi. Nonostante il lungometraggio, diretto da Gennaro Nunziante come i precedenti 3, rimanga una commedia povera di linguaggio e basata su una sola idea (la stessa di tutte le altre con al centro un comico), cioè inquadrare il protagonista per fargli pronunciare le battute, è indubbio che l’atteggiamento di Checco Zalone, di volta in volta, sia sempre più stimabile

Zalone è uno dei pochi comici che odiano.

Non è interessante sapere se realmente l’attore Luca Medici abbia delle antipatie o del livore, di certo il suo personaggio Checco Zalone è una maschera che prende in giro con rabbia, che non accarezza ciò che maltratta ma va giù pesante, alludendo a ciò che non si può dire. Per questo Quo Vado? è un film anche migliore di Sole a Catinelle, perché con più decisione tra voler bene e odiare sceglie la seconda.
Se i primi due (Cado dalle Nubi e Che Bella Giornata) se la prendevano bonariamente con le minoranze, con chi viene dal meridione o all’opposto con chi vive al nord, ora ha cominciato a mettere a fuoco meglio i bersagli. Nonostante il film sia ambientato per lo più all’estero, l’impressione è sempre che il paese con cui fa da rimpallo sia il nostro, perché lo si riconosce. Nonostante le altre nostre commedie di successo trabocchino di bei luoghi italiani e tavolate imbandite di pasta, non sembrano ambientate oggi nel nostro paese, Quo Vado? invece in ogni momento dimostra di voler parlare di modernità. Purtroppo non con la medesima continuità per tutta la sua durata.

Nella sua prima parte è un continuo montaggio di aguzzini e vittime, luoghi e rincorse, fughe e minacce, la trama è il continuo spostarsi di un uomo braccato dallo stato che lo vuole licenziare. In questo ha una dinamica e una rapidità stimabili, sceneggiatura ridotta all’osso e grandi idee. Purtroppo poi entra di prepotenza la consuetudine, gli intrecci più abusati e le stazioni che paiono obbligate. Arriva una spalla femminile che rimane tale per tutta la storia, oggetto del desiderio, sorriso angelico e mai donna carnale, un sole da rimirare e che motivi nuovi percorsi. Arriva il gioco più semplice tra Italia e estero, prima la stima della Norvegia e della sua civiltà contrapposta alla nostra inciviltà, poi il disprezzo della sua negatività contro il “bel sole e la buona cucina italiana”, in perfetta armonia con l’esterofilia nostrana e il provincialismo delle piccole tradizioni. Quando Quo Vado? comincia ad inseguire le strutture convenzionali e le opinioni preconcette del pubblico crolla, quando inizia a prendere in giro le più banali ovvietà (i ristoranti italiani all’estero non sono buoni come i nostri, vivere sempre al buio intristisce) perde ogni forza.

Ciò che rimane però è un film comico che fa ridere davvero (nonostante del linguaggio filmico comico non abbia niente, perché è tutto umorismo verbale di Zalone come un monologo teatrale), il che non è poco, assieme ad un atteggiamento che non può non essere sponsorizzato. Perché alla fine ciò che impedisce a Zalone di sprofondare nell’abisso anticinematografico della melma indistinguibile dei suoi colleghi (da Pieraccioni a Siani) è quella capacità di porsi un nemico, di opporsi a qualcosa con grande forza. Non ha l’assurdità e la follia divergente di Maccio Capatonda, nè di certo la capacità delFantozzi di Salce di parlare e attaccare con tutte le componenti della messa in scena (dalla fotografia al montaggio fino a scenografie e costumi), ma di sicuro lo spirito è il medesimo.

Gabriele Niola, da “badtaste.it”

 

 

Musicista in cerca di successo in Cado dalle nubi (2009), addetto alla sicurezza del Duomo di Milano in Che bella giornata (2010) e padre squattrinato impegnato a regalare una vacanza da sogno al figlio in Sole a catinelle (2013), il comico della trasmissione televisiva Zelig Checco Zalone (all’anagrafe Luca Medici) torna sul grande schermo per la quarta volta sotto la regia di Gennaro Nunziante, insieme al quale è anche co-sceneggiatore di Quo vado?, che, come di consueto, non manca di frecciatina ai milanesi già durante i primissimi minuti di visione.
Stavolta, però, il famigerato contrasto tra Nord e Sud – che aveva caratterizzato soprattutto le prime due pellicole – si spinge ben oltre i confini dell’Italia; in quanto, nel momento in cui il governo vara la riforma della pubblica amministrazione che decreta il taglio delle province, dopo anni trascorsi nell’ufficio provinciale caccia e pesca l’esilarante pugliese classe 1977 viene convocato al ministero dalla spietata dirigente Sironi alias Sonia Bergamasco e messo di fronte a una scelta difficile: lasciare il posto fisso o essere trasferito lontano da casa.
Ed è seguendo i consigli del senatore Binetto incarnato dal veterano Lino Banfi che il caro vecchio Checco resiste all’accettazione delle dimissioni spingendo la donna – fortemente intenta a portarlo a cambiare idea – prima a farlo girovagare in diverse località dello stivale tricolore affidandogli i ruoli più improbabili e pericolosi, poi ad inviarlo addirittura in una base scientifica nell’Artide, con il compito di difendere i ricercatori dall’attacco degli orsi polari.
Incarico che gli permette di conoscere Valeria, ovvero Eleonora Giovanardi, ricercatrice che studia gli animali in via d’estinzione e di cui s’innamora perdutamente; man mano che, tanto per cambiare, provvede a rappresentare nuovamente la critica vivente alla società d’inizio terzo millennio.
Infatti, che si tratti delle stravaganti stranezze dei neo borghesi (qui relative soprattutto alla maniera di vivere la famiglia allargata) o delle illegalità tipiche del meridione (impossibile non citare l’incontro con il sindaco dopo la confisca di un immobile), Zalone non perde occasione per sfoderare battute o situazioni capaci di strappare risate allo spettatore; oltretutto arricchendo la colonna sonora con la sua La prima repubblica, caratterizzata dall’evidente sapore degli hit di Adriano Celentano risalenti al periodo a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta.
Perché, senza dimenticare sguardi chiaramente fantozziani allo sfruttamento di cartellini già timbrati e grottesche file al bar sul lavoro, è proprio alla Commedia all’italiana di allora che – ancor più rispetto ai tre precedenti lungometraggi – guardano i circa ottantasei minuti di visione, di sicuro rientranti tra i più riusciti della buona filmografia zaloniana… e non privi di retrogusto da favola morale volto a ricordare che si comincia ad apprezzare il valore delle cose soltanto quando le perdiamo.

Francesco Lomuscio, da “cinema.everyeye.it”

 

 

La Prima Repubblica non si scorda mai

Dove vado? Questa deve essere più o meno la domanda che si è fatto Checco Zalone, dopo il’impressionante successo di Sole a catinelle, che seguiva il già fortunato Che bella giornata, passando dai 14 milioni di incasso del primo Cado dalle nubi del 2009 ai 52 dell’ultimo (considerato il più alto incasso della storia per un film italiano). E non dubitiamo che la pressione, in vista di questo quarto prodotto che sarà distribuito nella cifra astronomica di più di 1300 copie su territorio italiano (Star Wars 7 ne ha avute 850) avrebbe messo ansia a chiunque.
E si sa che lavorare sotto pressione non è mai cosa buona. Invece dopo la visione di Quo vado ci sentiamo di dire che questa nuova prova è stata superata con successo. Puoi espellere un italiano dal posto fisso ma non puoi estirpare il posto fisso da un italiano. Checco è cresciuto nel mito dell’impiego pubblico inamovibile, totem che uno Stato, inamovibile anche lui, ha creato e che lo perpetua, in un nutrimento reciproco, in un circolo vizioso del genere ” è nato prima l’uovo o la gallina”. Parassitario e del tutto inutile, Checco cresce ben protetto e viziato nel privato e nel pubblico, fino alla prima riforma del settore, squassato da venti di apparente innovazione, di cui potrebbe restare vittima. Ma indomito resiste a ogni trasferimento intimidatorio, atto a indurlo a firmare le dimissioni, perché mai da un posto fisso ci si dimette. Passa così, con la fortuna degli ignavi, attraverso dislocazioni ai quattro angoli del paese, che dovrebbero annientarlo psicologicamente, fino a quella estrema, in Norvegia, in un avamposto italiano al Circolo Artico. Dove però incontra una bella ricercatrice di cui si innamora perdutamente. Per amore della disinibita ragazza, che ha tre figli da diversi ex partner, si vede anche costretto a mutare dal profondo il suo modo di essere, da italiano medio di razza, per diventare una vera “persona civile”. Perché ogni habitat sta mutando e ogni specie è a rischio estinzione. Può durate questo magico equilibrio? Altre avventure dovrà affrontare Checco, per tenersi quello che per lui è più importante. Ma sarà l’amore o l’impiego? Il filone dell’Italiano Medio arriva da lontano (la satira scorre dai tempi di Petrolini), arriva alla grande dagli anni ’50/60, con Totò, toccando le sue vette con Sordi, Tognazzi, Manfredi, Gassman arrivando a Verdone e poi ai “nuovi comici” di origine cabarettistica e poi televisiva (e nel film compare un mito della commediaccia all’italiana, Lino Banfi, senatore alla Razzi). Ma Checco Zalone un suo posto nella storia se lo è ricavato e meritatamente. Con l’accortezza di scrivere storia e battute insieme al suo regista prediletto, fa di Quo vado un godibile fuoco di fila di situazioni e battute divertenti. Anche se non dice nulla che non sia già stato detto, se non sbeffeggia obiettivi nuovi, se non si sottrae a quell’indulgenza planetaria con la quale si usa guardare al nostro “popolo”, non si può imputare alla sceneggiatura dello stesso regista Gennaro Nunziante insieme a Luca Medici, che è il vero nome di Zalone, il fatto che la situazione italica sia pressoché immutata nella storia di questo incredibile paese e che quindi la satira di certi bersagli, uguali da decenni, funzioni sempre. Zalone ha inoltre anche l’accortezza di non provare a “recitare”, ma di portare se stesso, Checco Zalone, come del resto si chiama il protagonista, nel personaggio, con la naturalezza disinvolta di uno che ci è e non ci fa. Quindi un bel po’ di stress può metterlo da parte e farne tesoro per la prossima volta, perché la strada del successo è sempre in salita. Fin qui comunque, tutto bene.

Giuliana Molteni, da “moviesushi.it”

 

Checco è stato allevato dal padre con il mito del posto fisso. A quasi 40 anni vive quella che ha sempre ritenuto essere la sua esistenza ideale: scapolo, servito e riverito dalla madre e dall’eterna fidanzata che non ha alcuna intenzione di sposare, accasato presso i genitori, assunto a tempo indeterminato presso l’ufficio provinciale Caccia e pesca, dove il suo incarico consiste nel fare timbri comodamente seduto alla scrivania. Ma le riforme arrivano anche per Checco, e quella che abolisce le province lo coglie impreparato: il suo status di single relativamente giovane lo rende idoneo alla richiesta “volontaria” delle dimissioni, a fronte di una buonuscita contenuta. Ma Checco, consigliato dal senatore che l’ha “sistemato”, non cede alle richieste della “liquidatrice”, la granitica dirigente Sironi e lei, al fine di liberarsene, lo spedisce in giro per tutta l’Italia, nelle sedi più disagiate e scomode. Checco si adatta e non molla. Alla Sironi non resta che tentare un’ultima carta: mandare l’impiegato al Polo Nord, in mezzo alle nevi perenni e agli orsi bianchi. Per fortuna al Polo c’è anche Valeria, una ricercatrice di grandi ideali e di larghe vedute che cambierà il destino del nostro eroe e gli farà scoprire i piaceri (e le responsabilità) di una vita civile.
Alla sua quarta commedia per il grande schermo Luca Medici racconta un’altra avventura del suo alter ego, quel “cozzalone” pugliese in perenne equilibrio fra conformismo e anarchia, cartina di tornasole dei vizi e dei difetti del popolo italico. Questa volta però il suo spiritaccio sembra edulcorato e, nonostante la storia accattivante e il fuoco di fila di battute gustose, viene meno la sua verve più genuinamente polemica e più “involontariamente” politica. Il risultato è una commedia divertente, ben congegnata dal punto di vista narrativo e ben recitata da tutto il cast (a cominciare da Medici) ma più addomesticata, e meno deliziosamente iconoclasta, delle precedenti. Per dirla con Checco: siamo convinti? Nì.
Quo Vado? arriva al cinema in una quantità spaventosa di copie, subito dopo l’uscita di Star Wars, dei cinepanettoni e de Il ponte delle spie. Ma se la prima parte del film, quella in cui Zalone (e il suo regista-autore Gennaro Nunziante) lanciano frecciate alla Tav, ai centri di accoglienza, ai “condannati alla partita Iva” e ai prepensionatori in carriera faceva sperare in una vena più caustica e critica, quest’ultima finisce con lo stemperarsi in un buonismo incongruente con l’essenza comica di Checco, capace di volgarità mirata e di irriverenza verso ogni forma di perbenismo. Quell’essenza che appare invece in tutta la sua carica satirica nelle due canzoni che Checco canta a commento del film, “I am an Italian boy” “mafia, pizza e maccheroni” e “La prima Repubblica”, quella che “non si scorda mai”.

Paola Casella, da “mymovies.it”

 

Come un battage pubblicitario di prim’ordine non manca di ricordarci, Checco Zalone torna nelle sale il primo gennaio. L ’ambizione dichiarata è quella di battere il record di Sole a Catinelle, migliore incasso di sempre in Italia – 51.894.000 euro – secondo soltanto ad Avatar – sebbene la pellicola del comico pugliese abbia superato anche quest’ultimo per spettatori ma non per incassi, considerando che il film di James Cameronaveva un costo di biglietto maggiore per via del 3D.
Sono numeri che fanno girare la testa quelli che accompagnano il quarto approdo di Zalone al grande schermo, distribuito sul territorio italiano a macchia d’olio in circa 1500 sale – per avere un termine di paragone si pensi che Star Wars-il risveglio della forza si aggira intorno alle 850 copie –, e per il quale si prevede un esperimento commerciale di prim’ordine: di Quo Vado? è infatti programmata una proiezione di mezzanotte e una successiva per i tiratardi alle due e mezzo.

Zalone come un moderno San Pietro che si trova costretto a scappare – non dal genocidio dei cristiani ma dal licenziamento di massa degli impiegati all’ufficio di una provincia che è stata abolita – chiede a un interlocutore immaginario, probabilmente il suo pubblico, dove vado? Dalla seconda persona del Quo Vadispietrino alla prima del Quo vado zaloniano, la vicenda narrata proprio dal suo interlocutore in un flash-back che dura per i tre quarti del film è quella delle peripezie cui Checco, un ragazzo emblema dell’italiota doc (mammone che a quarant’anni vive a casa, nessuna aspirazione culturale, una fidanzata che si guarda bene dallo sposare), deve soggiacere pur di non compromettere il tanto ambito posto fisso.
Mentre la dottoressa Sironi, spietata impiegata ministeriale (un’inspiegabile caduta di stile per Sonia Bergamasco) cerca in ogni modo di sedurlo (prima coi soldi poi col sesso) ad accettare un cospicuo buono uscita per dimettersi, Checco si affida solo ai prodighi consigli del Senatore Binetto (Lino Banfi), che sfrutta senza troppi rimorsi di coscienza le infinite (solo sul grande schermo) scappatoie d’un dipendente statale.
Gennaro Nunziante, che nel vicino 2009 approdò alla settima arte fiutando il profumo dei soldi che Zalone gli avrebbe donato, compie il folle volo e prova, come l’anti-eroe di cui narra le gesta, a uscire dai confini nazionali spaziando tra Italia (il sud, ovviamente, perché i milanesi hanno tanto cervello e poco cuore), l’Africa selvaggia, l’Antartide e la suggestiva cornice dei fiordi norvegesi – il tutto in 16 settimane di riprese contro le nove di Sole a Catinelle.
Un progetto dichiaratamente ambizioso e internazionale, che tenta di percorrere la strada dell’ironia –pur facendo un po’ di confusione fra satira, ironia e umorismo– con intenti pedagogici.
Al centro della narrazione troviamo infatti l’italiano-medio che, dopo l’esperienza di Maccio Capatonda torna a essere un impiegato fantozziano senza arte né parte, che vive d’inerzia e annichilisce qualunque istinto creativo o coraggio imprenditoriale di fronte alle rassicurazioni della tredicesima.

Zalone è protagonista di una sorta di parodica distopia all’italiana in cui i “posto fisso” sono una categoria sociale, una sorta di nuova classe Alfa, che, pur di non perdere i privilegi lavorativi figli della Prima Repubblica – protagonista anche d’una canzone di satira “gattopardiana”, una sorta d’inno nazionale per tutti i lavoratori frustrati –, si muove come una trottola in giro per il mondo fino al Polo Nord, dove il fascino di Valeria (Eleonora Giovanardi) lo convincerà che quello del posto fisso è soltanto un mito dell’età dell’oro del lavoro.
Quo Vado?, accolto con grandissimo entusiasmo alle anteprime stampa romane e milanesi tra risate fragorose e applausi a più non posso, procede con brio grazie a stacchi improvvisi e montaggi veloci, frecciatine poco velate alla contemporaneità cinematografica – in primis La grande bellezza – e politica –una su tutte l’inanità della trasformazione di province in aree metropolitane.
Zalone si auto-investe del ruolo di poeta di corte della più bieca mediocrità italiana percorrendo con comico cinismo tutti i più abusati luoghi comuni del mestiere: dalla serietà del nord (Italia ed Europa), alle vacue pretese delle quote rosa, dalla fredda civiltà nordica al benvenuto casino totale all’italiana, senza dimenticare che gli stranieri non sanno cucinare la pasta o che al nord sono tutti depressi perché non c’è luce.
Quo vado? è un elogio consapevolmente imbarazzato (ed imbarazzante) al Belpaese, cappello magico da cui Zalone riesce a tirare fuori un’infinità di gag e volgarità sociali che piacciono tanto al pubblico italiano, che pur rinunciando a qualunque catarsi, è ancora una volta capace di ridere di sé.
Erica Belluzzi, da “cinemamente.com”

 

 

 

 

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