Qui

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Tutti gli esseri umani riconoscono il diritto alla rivoluzione; vale a dire, il diritto di rifiutare obbedienza e di resistere al governo quando la sua tirannia o la sua inefficienza sono grandi e intollerabili. Ma quasi tutti dicono che attualmente non ci troviamo in questa situazione.

Henry David Thoreau, Disobbedienza civile.

 

“Qui” è un film politico, di denuncia si sarebbe detto una volta, che parla in maniera chiara e di parte. Finalmente.
In un periodo in cui una cosa deve essere raccontata spiegando le ragioni di tutti con il risultato di un’assoluzione totale è importante invece che qualcuno si assuma la responsabilità di un’idea. Daniele Gaglianone si espone su un tema che   in Italia sembra quasi tabù, sul quale il mondo politico pare schierato in totale e armonioso accordo (nemmeno i mondiali di calcio riescono a essere collanti tanto potenti), i giornali dimostrano una scarsa libertà di opinione e l’apparato culturale di conseguenza non si pronuncia in merito (Erri De Luca insegna cosa significa esporsi in questo caso).

Il regista torinese sceglie una strada che ad un occhio distratto potrebbe sembrare superficiale mostrando esclusivamente i cosiddetti NOTAV e dando loro voce. La controparte viene evitata, messa solo come citazione a inizio film, in cui si riporta un dialogo avuto da Gaglianone con un poliziotto. Lo Stato non viene interpellato, così come nemmeno chi invece è a favore dell’opera. Ma il documentario non è un servizio di Report, non deve ricostruire i fatti, non deve riassumere tutti i dati e mostrare i molteplici lati della vicenda. O almeno non questo documentario.

Perché “Qui” è un film sulla situazione in Val Di Susa, ma potrebbe essere un film su qualunque situazione simile in Italia o anche nel mondo. “Qui” parla di come diversi cittadini siano costretti a ripensare a loro stessi, alle proprie convinzioni su concetti che si danno per scontati in questo Paese. L’idea, per esempio, di democrazia: può la democrazia usare metodi chiaramente antidemocratici per autosostenersi? Può la democrazia farsi tirannica nel momento in cui non può o non vuole cercare un dialogo con i propri cittadini?  E gli stessi cittadini come si comportano in una situazione di democrazia sospesa?

Gaglianone segue otto casi particolari, dieci persone in tutto, per poter rappresentare la molteplicità dei punti di vista di chi da più di vent’anni cerca di far sentire le proprie ragioni: dalla cattolica che organizza gruppi di preghiera nei boschi all’antagonista di Radio Blackout che ricorda con orgoglio i momenti passati con i compagni, passando per l’ex sindaco di un Comune della valle fino ad arrivare ad un carabiniere in congedo e a una famiglia di Susa che non sa che fine farà la loro casa. Queste e altre persone vanno a completare un vasto campionario di manifestanti valsusini senza la pretesa di essere esaustivo.Tranne l’antagonista, che probabilmente per formazione culturale è votato alla lotta quasi come missione, tutte le persone intervistate dichiarano la propria estraneità iniziale ad un tipo di lotta sociale e politica. Quasi a voler dire che prima degli eventi legati alla valle, la fiducia nello Stato, nella democrazia in senso più ampio del termine, fosse incrollabile. Come se le persone fossero state obbligate a ripensare al loro ruolo nella società a causa della grande opera internazionale. Le domande che si pongono i protagonisti del film sono rivolte anche allo spettatore e alcune più di altre colpiscono il segno. Come ad esempio il carabiniere in congedo che si ritrova in piazza a scontrarsi con gli ex colleghi, e poi a casa deve spiegare al figlio che lui è un servitore dello Stato picchiato da altri servitori dello Stato. Ed è in questa cosa che il film di Gaglianone è così importante: perché in un certo senso si “dimentica” del TAV Torino-Lione per approdare ad un’indagine assai più profonda e specifica. E il titolo, così preciso, sta a sottolinearlo, dice il regista nell’intervista rilasciata a Ondacinema: “Qui è qui e non è là. Qui è dove sono io (un io generico) implicitamente. Quindi il titolo funziona sia come valore individuale sia come sistema universale, tutti gli individui sono nel proprio “qui”. Ognuno può trovarsi in quella situazione”.

Insomma un film che parte dal particolare per arrivare al generale, prendendo la situazione NOTAV della Val di Susa come paradigma generale di una falla del sistema democratico. Un film girato con pochi soldi e che avrà problemi di distribuzione ma che esprime un punto di vista forte e si prende le proprie responsabilità. Merce rara di questi tempi.

Alessandro Viale, da “ondacinema.it”

 

Dieci abitanti della Val Susa offrono alla macchina da presa le loro storie, a vario titolo intrecciate con il movimento NO TAV, che si oppone alla costruzione della linea ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione. Gabriella Tittonel fa parte del gruppo “Cattolici per la vita della valle”, e nelle sue camminate controlla il cantiere di Chiomonte, sabota le recinzioni, prega e interagisce con le forze dell’ordine preposte a vigilare. Aurelio Loprevite, speaker di Radio Blackout di Torino, rivive gli scontri del 27 febbraio 2012 in cui Luca Abbà cadde dal traliccio su cui si era arrampicato e la popolazione ridusse in fuga la polizia. Nilo Durbiano rievoca il tesissimo momento del 2005 in cui Venaus era sotto assedio militare mentre lui ne era sindaco. Cinzia Dalle Pezze ricorda lo sgombero violento con gas cancerogeni della “libera Repubblica della Maddalena”, il 27 giugno 2011. Alessandro Lupi, ex carabiniere colpito, da civile, da razzi lacrimogeni, confessa la sua difficoltà nello spiegare al figlio cosa sia la legalità. Guido Fissore, ex consigliere comunale di Villarfocchiardo, arrestato per i disordini dell’estate 2011 (accuse poi cadute), spiega i perché della sua “resistenza”. Marisa Meyer racconta il gesto pacifico e beffardo di ammanettarsi alle griglie del cantiere di Chiomonte nell’aprile 2012. Luca Perino, il figlio Francesco e la moglie Paola Jacob rivelano come abbiano appreso che la loro abitazione sarebbe stata cancellata dal progetto dell’alta velocità.
Che lo si chiami citizen journalism o documentario d’inchiesta alla Report, Qui ha il pregio di andare alla fonte delle storie che la cronaca dei quotidiani spesso non sa restituire. Grazie alla chiarezza d’intenti e di eloquio di tutti gli intervistati recupera il senso della dignità umana e del rispetto civile che solo la lotta comune (a maggior ragione se priva di un unico colore politico) può salvaguardare. Produzione low budget, senza altro obiettivo che quello di comprendere le ragioni del movimento NO TAV, i perché di un territorio che si è sollevato così ostinatamente, restituisce chiara e forte la richiesta dei cittadini di essere ascoltati, mentre i fatti dimostrano il contrario, ossia quello scollamento tra politica centrale e Paese reale all’ordine del giorno.
Contro ogni generalizzazione il soggetto di Qui – scritto da Gaglianone con il giornalista e scrittore Giorgio Cattaneo – invoca il diritto/dovere all’informazione, al dialogo tra forze, al rispetto della legalità. Denuncia il paradosso di cittadini (le forze dell’ordine che presidiano la valle in assetto antisommossa) messi contro altri cittadini (dieci persone comuni – o forse dieci persone straordinarie, dipende dai punti di vista) da un potere politico che impone un’opera sul cui interesse pubblico è più che lecito dubitare. L’illegalità, insomma, assume un altro significato, se messa di fronte a un’illegalità più grande. Occupandosi di uno dei movimenti più violentemente repressi negli ultimi anni, Qui afferma l’importanza di tornare alla partecipazione politica: qualcosa che può dare frustrazione, ma anche un’inaspettata felicità.

Raffaella Giancristofaro, da “mymovies.it”

 

 

Dieci storie diverse che raccontano l’opposizione alla Tav: il documentario di Gaglianone, in sala in questi giorni, mostra l’altro lato della protesta di una popolazione intera

Una donna che parla, di fronte a lei una schiera di poliziotti in divisa anti sommossa. I modi sono pacati, la voce decisa, le parole penetranti. La donna espone le sue ragioni con fermezza, esprime il suo dissenso nella maniera più civile possibile: parlando, agitando le coscienze attraverso l’arringa e il pensiero. Davanti a lei gli sguardi di pietra dei poliziotti sono inscalfibili. Sguardi fissi, implacabili, imperscrutabili; sguardi inflessibili, di chi non vuole o non può ascoltare. Qui è il nuovo film di Daniele Gaglianone, un documentario che presenta dieci storie di gente comune che si oppone alla costruzione della linea ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione. Presentato al Torino Film Festival, il documentario ha ottenuto il premio “Gli occhiali di Gandhi”, per il film che meglio rappresenta la visione gandhiana del mondo. E proprio la scelta del Tff di assegnare questo premio al film di Gaglianone apre uno spiraglio di riflessione: troppo spesso, sembra dire Gaglianone, il movimento NO TAV è stato vittima di approssimazioni, di punti di vista parziali a volte pilotati. È necessario un punto di vista nuovo sul movimento e sugli attivisti, un punto di vista sgombro da qualsiasi ideologia, da qualsiasi pregiudizio, costruito su storie vere, su storie vissute che mettono davanti alla macchina da presa l’impatto che il cantiere dell’alta velocità ha sulla vita quotidiana e futura della popolazione della Val Di Susa. Il film, come detto, si compone di dieci storie di resistenza e opposizione alla Tav. Le dieci persone che raccontano la loro esperienza contro la Tav rappresentano modi e pensieri diversi tra di loro: l’attivista cattolica, lo speaker di Radio Black Out, il sindaco di Venaus, uno dei comuni della Val di Susa, il carabiniere in congedo ferito da un razzo lacrimogeno e che non sa raccontare a suo figlio che è stato ridotto così da chi dovrebbe tutelare la legalità, l’agricoltore preso di mira dalle istituzioni, la famiglia che rischia di vedere la propria abitazione rasa al suolo per fare posto a uno dei cantieri più importanti della linea. Uomini e donne normali, in alcuni casi perfino esponenti delle istituzioni, uniti da un unico comune denominatore: la battaglia per ritrovare il senso di essere cittadini, la battaglia per avere voce nella nostra democrazia che troppo spesso si dimentica la Costituzione e la garanzia, per tutti, di avere una rappresentanza. E proprio qui il film di Gaglianone colpisce a fondo: rifiutando ogni tentativo di adesione al linguaggio cinematografico, puntando su uno stile sobrio, che limita al massimo l’invadenza della macchina da presa e lascia ampia autonomia ai fatti raccontati dalle persone, il regista riesce a realizzare un vero e proprio documentario d’inchiesta, un film sulla necessità della partecipazione attiva alle grandi questioni etiche, sociali e politiche. Ma non c’è animo sovversivo, tutt’altro: Gaglianone vuole ripristinare lo stato di diritto, la dignità della lotta per un bene comune e, al contempo, denunciare i metodi dello Stato, sordo alle richieste della popolazione. Lo scollamento sembra irrimediabile: da una parte i cittadini che, nella eterogeneità dei movimenti e delle sigle, si oppongono ai cantieri della Tav; dall’altra le istituzioni, i cui simboli diventano i lacrimogeni contenenti gas cancerogeni lanciati dalle forze dell’ordine e i chilometri di filo spinato sparso lungo le recinzioni. Gaglianone ha spiegato che il senso del film è far capire che qualunque persona si trovasse in quelle condizioni, non potrebbe fare altro che schierarsi. Per forza di cose. È chiaro l’intento del regista torinese, che restituisce la realtà senza filtri e sembra ispirarsi a certe vecchie idee di cinema militante nelle quali il metodo da seguire è quella dell’inchiesta. Sarebbe forse contento il Goffredo Fofi dei tempi di “Ombre Rosse”: perché per un cinema capace di smuovere le coscienze non serve un copione. Né tantomeno una sceneggiatura. Servono storie e protagonisti veri.

Michele Nardini, da “indie-eye.it”

 

Uno sguardo pacato sul mondo dei No Tav e della Val di Susa: Daniele Gaglianone con Qui – presentato nella sezione TFFdoc a Torino – racconta da vicino una realtà che, oltre a mille soprusi, è stata vittima (e lo è ancora) di una gigantesca campagna di disinformazione.
Non ora non qui
Chi sono i valsusini che da venticinque anni si oppongono al progetto Tav Torino-Lione? Qui s’interroga sulla loro identità e sul pensiero che guida la loro tenace ribellione. Attraverso dieci ritratti fatti di parole e silenzi, si racconta la stessa amara scoperta: il tradimento della politica nazionale, accusata di aver abbandonato i cittadini al loro destino, lasciandoli soli a vedersela con la polizia antisommossa. [sinossi]
Intorno a poche questioni relative all’Italia contemporanea si è fatta così tanta disinformazione come intorno alla Tav, che dovrebbe essere costruita per collegare Torino e Lione, e il cui impatto ambientale è così devastante per la Val di Susa da far concludere a chiunque si informi davvero sull’argomento che si tratta di un’operazione da abbandonare al più presto. In tal senso va accolto con favore un film come Qui di Daniele Gaglianone, presentato al Torino Film Festival nella sezione Democrazia del TFFdoc, un film che del fronte No Tav raccoglie le testimonianze delle persone più diverse e tutte dolorosamente impegnate a difendere la propria valle e la propria vita.
Gaglianone si sceglie un ruolo di osservatore quasi-passivo, che lascia la parola alle dieci persone intervistate, e queste si succedono una ad una per raccontare la propria esperienza relativamente al momento in cui hanno capito in modo inesorabile che la Tav avrebbe finito per distruggere tutto.

Si parla di repressione poliziesca, di violenza e alterigia da parte delle istituzioni che, mai, hanno avuto intenzione di informare i cittadini a proposito di quanto stava avvenendo. Qui è comunque un film che non fa della denuncia urlata la sua arma (anche se forse sarebbero necessari anche film così); sceglie anzi quasi i toni bassi e pacati che usano le persone che dialogano con Gaglianone e con lo spettatore: da una vecchia signora proprietaria di una baita (che si è incatenata perché non avrebbe potuto restare dove era sempre vissuta), all’ex poliziotto ferito nel corso di una manifestazione da quelli che riteneva i tutori dell’ordine (i suoi ex colleghi), al sindaco che si è opposto ai diktat della prefettura e ha continuato a difendere la sua gente. Tutti loro sostengono una verità inoppugnabile: di fronte alle tante controindicazioni della costruzione della Tav (l’aumento certificato delle malattie a causa dell’amianto, la friabilità del terreno, le irregolarità verificatesi al momento di concedere gli appalti a varie ditte che non hanno i requisiti per ben lavorare, l’imposizione dall’alto di una ferrovia in un valle stretta in cui è già presente una strada ferrata, oltre che un’autostrada), è proprio la posizione degli abitanti della valle che, con la loro protesta, tutela gli interessi del Paese, mentre la Legge opera nella completa illegalità. Non a caso sentiamo qualcuno dire ad un certo punto del film che ciò che lo sorprende di più è il fatto che la magistratura non sia mai intervenuta a tutela della cittadinanza, anche solo per contestare, per esempio, la mancanza di gare d’appalto nella scelta delle ditte di costruzioni.

Certo, la riuscita o meno del nuovo film di Daniele Gaglianone finisce per dipendere dalla capacità d’eloquio e dalla significatività delle esperienze vissute dai suoi protagonisti. Ed è inevitabile che vi siano delle vicende più simbolicamente pregnanti ed altre meno. Forse, anzi, sarebbe stato meglio concentrarsi su quattro/cinque personaggi, limitando così gli sforzi narrativi. Ma, è pur vero, che appare evidente come Gaglianone abbia voluto dimostrare che in valle non c’è nessuno che sia a favore della TAV (così come riportato dalla didascalia iniziale), e dunque, solo incontrando un buon numero di persone di diversa estrazione sociale e politica, questo assunto poteva essere dimostrato. Nonostante questo, soltanto alcune vicende riescono a diventare davvero paradigmatiche di un’esistenza assurda e ciò avviene, forse e soprattutto, nei momenti in cui i personaggi interagiscono con l’ambiente, che sia una passeggiata per la valle per mostrare il filo spinato (lo stesso tipo che viene usato in zone di guerra) o che sia una conversazione al tavolo di casa, quella casa che rischia di essere abbattuta da un momento all’altro.

Alessandro Aniballi, da “quinlan.it”

 

Sono le tre di un pomeriggio piovoso, le sedie della piccolissima sala del Piccolo Cinema America, dopo lo sgombro del Cinema America, però sono accoglienti, nel senso che offrono una sistemazione in un certo senso comunitaria alla visione, e le immagini prendono a scorrere.

Un primo pannello pieno di parole e fatti ci introduce al film, anche se ci accorgiamo presto come qui sia dato per scontato che la vicenda della Val di Susa non è altro che un grosso imbroglio. Le persone, le immagini, le parole, sono infatti a costruire e testimoniare un fenomeno diverso e antico, che ogni volta si tenta di schiacciare, di marginalizzare, di rendere silente e che ogni volta dimostra la sua insopprimibilità. Giungono echi di indignazione e rivolte dall’America di Ferguson, è la stessa storia che si ripete e che forse si ripeterà in eterno, e ogni volta è una sconfitta, così almeno sembra.

Gaglianone invece ci mostra che le storie , le persone, le energie che si dispiegano sono vittoriose e lo sono sempre state. Sono vittoriose nel senso che un sorriso, un’emozione, la paura e  la gioia, il senso della  comune percezione dell’ingiustizia, della lotta e del sacrificio, se si esprimono, se trovano i canali per emergere, per dilagare, sono vittoriose di per sè, come le verità di per sè evidentienunciate nella costituzione degli Stati Uniti d’America, come a Ferguson Missouri, importa poco che la brutalità tenti di schiacciarle e che apparentemente ci riesca. Le idee di rivolta non sono mai morte, recita la canzone, e non moriranno mai. Perché?

Il documentario è rigoroso, ma più che un documentario, se vogliamo, è una storia narrata da più persone tra loro molto diverse, che forse non si sarebbero incontrate se le circostanze non le avessero indotte a percorrere una strada, quella che porta al cantiere del’alta velocità in Val di Susa.

E qui si fa largo la prima realtà mostrata e costruita: la strada è la stessa per gente differente. La prima è un’anziana signora, la zia buona che ognuno porta nei suoi ricordi o nel suo immaginario. Percorre la strada con un po’ di fatica, ma la sopportazione della fatica è una sua caratteristica, resiste e si impegna e forse lo fa anche per i suoi nipoti, o forse così piace immaginarla a noi, ma è lì, è reale e ci sarà sempre. E la camera è lì, la inquadra e la lascia parlare, a lungo, e lei spiega con calma le enormi bugie e le verità nascoste (e le bugie non si dicono –insegna ai suoi nipoti). Alla fine incontra gli altri, li saluta li abbraccia, pregano insieme. Sembra di rivivere le pagine di Furore di Steinbeck, capannelli di persone si incontrano nel buio di luoghi nascosti, illuminati dai falò delle anime e si abbracciano, si danno assistenza, si organizzano.

Poi un volto maschile. Bello, fiero e carico di umanità, ci racconta della voce di radio black out, delle cronache in mezzo ai fumogeni, terribili, di un tipo vietato in paesi più evoluti ma usato per reprimere i moti della valle. Ci racconta la storia di Luca, inerpicatosi più volte sui tralicci a testimoniare gli eventi, e alla fine caduto per essere andato troppo in alto, inseguito dagli scalatori professionisti della polizia. Sembra una storia retorica e sciropposa ma nel documentario non è così, c’è dell’allegria nel racconto, e comunque Luca non è morto. Ma la violenza c’è tutta e per fortuna non è da una sola parte.

Già,  il filo rosso del racconto sembra proprio consistere nella consapevolezza che la violenza istituzionalizzata non è accettabile, e che bisogna rispondere, a costo di opporsi con dell’altra violenza. La storiella della democrazia rappresentativa, che si esaurisce nel voto, qui non è digerita (e a quanto pare non lo è neanche in Emila Romagna, dove più del 60% della gente non è andata a votare), non è possibile accettare l’ingiustizia quando è di per sé evidente.

Poi altre belle persone, che forse non sarebbero state così belle, percorrono la stessa strada, alcune incontrano i poliziotti dai volti inespressivi, parlano con loro a lungo. Le anime degli agenti  sembrano impenetrabili, sono addestrati alla violenza e le parole sembrano non scalfirli, sappiamo che torneranno a picchiare e a obbedire agli ordini e che adesso vorrebbero solo liberarsi dal caldo e da quella rompipalle che continua e continua a rivolgersi a loro, proprio a loro -ma lei è convinta, la parola farà breccia nell’anima ed è già vittoriosa così .

Il sindaco di Venaus, raccoglitore di funghi, ci spiega  come lo avessero convocato a notte fonda a Torino il prefetto il questore loschi agenti della DIGOS e gli avessero ordinato di provvedere allo sgombero della strada dalle barricate. Loro, con duemila agenti antisommossa schierati avevano chiesto a lui di ordinare al corpo dei vigili urbani, composto da una persona, di rimuovere le barricate: gli risponderà “eccellenza, la legalità sul mio territorio si ripristina togliendo i posti di blocco della polizia”. E parteciperà poi agli scontri.

Poi ancora una famiglia piccolo borghese, padre madre e figlio, impiegati, alle prese con il mostro che gli passerà davanti. Ed è così che partendo da piccoli interessi personali scopriranno il vero volto della prepotenza, della protervia e della violenza, anche dentro una sezione del PD, così come è da lì che cominceranno il percorso della strada che li porterà nei boschi, inseguiti dalla polizia. Le dichiarazioni finali della famiglia sono per combattere la violenza con la violenza, il piccolo impiegato dalla faccia mite prenderà le cesoie per aprire varchi nella rete che li tiene prigionieri, sì perché la recinzione non è a protezione del cantiere ma è per rinchiudere la valle, per rinchiudere l’aspirazione alla giustizia.

L’ultima persona mostrata è anche lei una persona anziana, ma non è mite, è radicale ed è violentemente allegra. S’incatena alla recinzione con un paio di manette comprate in un sexy shop alle quali toglie prima la palliccetta. La vediamo poi perdere anche le chiavi, scherzare, ridere, ma si percepisce chiaramente la rabbia che l’anima -è forte come dovevano essere i partigiani che in quelle montagne hanno sacrificato la vita, anche loro con allegria e furore.

Ora Gaglianone non compie solo un’operazione di lucido e sincero trasporto delle ragioni e delle vite delle persone che sono attraversate e sconvolte dagli eventi , non mostra solo i volti, le emozioni e le riflessioni e le angosce (la montagna è piena di amianto e le fibre assassine si libreranno nell’aria come il polline ma non a fecondare bensì ad uccidere), no, Gaglianone costruisce un percorso, un pezzo di quella strada che i no-tav stanno percorrendo, e ci invita a seguirli perché è lungo di essa che si costruisce il senso  della scoperta, o della ri-scoperta, della verità contenuta nella forza inarrestabile della rabbia e della rivolta contro un sistema potente e sfuggente, che si nasconde dietro costruzioni incredibili di menzogne ammantate di finta democrazia (rappresentativa ma anche di partecipazione manipolata) e alla fine mostra il volto truce della violenza, senza alcun pudore.

Le idee di rivolta non moriranno mai perché con esse perirebbe il genere umano, perirebbe, cioè, la scintilla di vita che anima la materia grezza e senza la quale la bestia finirebbe per uccidere se stessa. La guerra di classe che si è svolta in America durante le rivolte sindacali condotte dal IWW (industrial workers of the world) detti anche wobblies, “gli itineranti”, è stata vinta dai capitalisti attraverso l’uso brutale della violenza che ha causato migliaia di morti. I lavoratori risposero con la violenza e furono sconfitti ma non lo furono  le loro idee che solo attraverso la rivolta potevano esprimersi. E anche se il sistema è fortissimo, un presidente nero parla ora, e qui,  contro la violenza, parla contro la violenza della polizia di Ferguson.

Vincenzo Riccobono, da “schermaglie.it”

 

 

Daniele Gaglianone, regista di Ruggine (2011), presenta alla 32esima edizione del Torino Film Festival il documentario Qui, nelle sale italiane dallo scorso 27 novembre. Con questa produzione a basso costo, Gaglianone si interroga sul movimento No TAV mostrandone i volti e indagandone le ragioni nel modo più onesto e diretto possibile: lasciando, cioè, la parola agli abitanti della Val Susa, diversissimi tra loro per professione, età e idee ma uniti dal netto rifiuto alla costruzione della linea ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione. Per due ore, dieci persone si danno il cambio davanti alla macchina da presa raccontando ciascuno la propria storia: chi con ironia, chi con rabbia, chi con preoccupazione.

Gabriella, insieme agli altri membri del gruppo “Cattolici per la vita della Valle”, si reca ogni giorno presso il cantiere di Chiomonte. Aurelio ha seguito, in qualità di speaker radiofonico, l’episodio della caduta di Luca Abbà dal traliccio sul quale si era arrampicato in segno di protesta. Nino era sindaco quando la popolazione ha occupato il territorio di Venaus e la polizia ha fatto irruzione. Cinzia ha vissuto i momenti drammatici dello sgombro del presidio della “Libera Repubblica della Maddalena”, nel corso del quale la polizia ha fatto ricorso a pericolosi gas lacrimogeni al CS. Alessandro, ex-carabiniere gravemente ferito al volto da un razzo nel corso di una manifestazione, ora si trova in grande imbarazzo nel cercare di giustificare questi fatti al figlio di tre anni, che ha educato nel rispetto della legalità e delle forze dell’ordine. Guido è un ex-consigliere comunale arrestato con un’improbabile accusa. Marisa si è fatta comprare un paio di manette al sexy-shop per incatenarsi alla recinzione del cantiere di Chiomonte come forma di resistenza passiva. Luca, con la moglie Paola e il figlio Francesco, si batte per difendere la propria abitazione, finita nel raggio del territorio destinato a essere occupato dalla stazione del treno.

Quello compiuto da Daniele Gaglianone con Qui è un percorso a ritroso nel territorio più che mai vasto delle diverse motivazioni che stanno alla base dell’adesione al movimento No TAV da parte dei suoi membri. Il regista conduce lo spettatore alle radici di una simile scelta, non tanto per invitarlo a schierarsi da una parte o dall’altra quanto, piuttosto, per riportarne l’attenzione sulle tante storie rimaste taciute e sulle molte richieste lasciate inascoltate. Ciò che colpisce maggiormente in questo documentario è proprio la possibilità di trovarsi faccia a faccia con gli abitanti della Valle, dando finalmente un volto preciso a una massa rimasta fino a questo momento indistinta. Tutto ciò avviene senza che retorica e sovrastrutture appesantiscano il ritmo del documentario: ciascuno degli intervistati, infatti, viene lasciato libero di parlare di sé e della propria vicenda per tutto il tempo che ritiene necessario, senza essere interrotto o anche solo guidato dal regista. Il racconto acquista così il sapore di un’intima confessione che colpisce lo spettatore, costringendolo a fare i conti con ognuna delle storie narrate.

Caterina Bogno, da “silenzio-in-sala.com”

 

 

 

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