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Perfect day

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Un team di soccorritori lavora per risolvere una crisi in una zona di guerra.
Reduce dalla Quinzaine Des Rèalisateurs di Cannes 2015, Fernando León de Aranoa con Perfect Day realizza un film che, nonostante il gioco di parole, nel suo genere rasenta la perfezione. Grazie ad una scrittura concentrata ma di effetto estremamente naturale, ispirata al romanzo “Dejarse Llover” di Paula Farias, la pellicola risulta priva di tempi morti, ritmata al punto giusto e senza sbavature. Il “core” del film è senza dubbio rappresentato dalla forza e verosimiglianza dei personaggi e dal modo in cui si interfacciano in modo totalmente diverso alle stesse esperienze. Tra l’altro dovrebbero essere considerati veri e propri characters anche l’ambiente e il popolo balcano in quanto dotati di inconfondibile personalità e imprescindibili nello svolgersi della storia. Per quanto riguarda il cast sembra quasi di assistere ad una improvvisazione jazz nella quale ognuno reagisce all’altro in maniera non banale ma al tempo stesso nella maniera più confacente possibile rispetto alla rispettiva personalità e fase della loro vita e carriera umanitaria. Nonostante la coralità riuscita ed equilibrata del film, sono le interpretazioni di Benicio Del Toro, Tim Robbins e Mélanie Thierry a spiccare per profondità e ironia e a rimanere più impresse di tutte in quanto umane e universali.  Con Perfect Day si ride e si ragiona contemporaneamente ed entrambe le azioni hanno luogo in modo non convenzionale grazie ad un sagace humor nero che mette in luce le assurdità della guerra e l’estrema burocratizzazione di alcune convenzioni legali internazionali, quasi dannose a volte se seguite con letterale ottusità. Vivere nel caos e nella mancanza totale di ogni cosa basilare, accettare di dover combattere contro i mulini a vento e che il proprio aiuto finisca ripetutamente nel cestino nell’inutilità e impotenza, convivere con il desiderio di tornare a casa: questo significa essere operatore umanitario in un paese in guerra e riuscire a vedere alcune cose con ironia è un buon modo per riuscire a vivere picarescamente, alla giornata, senza scoraggiarsi, facendo il proprio meglio in un puzzle che appare dannatamente grande, frastagliato e difficilmente controllabile.

A. Graziosi, da “storiadeifilm.it”

 

 

C’è un’immagine che, su tutte, ci dà l’idea di cosa sia Perfect Day, film dello spagnolo Fernando León de Aranoa: sono questi due Suv che si muovono lentamente tra le strade sterrate a S, inquadrate dall’alto, a volo d’uccello. La beffa, l’ironia di un contesto in cui le regole, e di conseguenza qualsivoglia approccio, va ripensato. E d’altronde, come relazionarsi ad una commedia ambientata in un territorio di guerra.

1995. Siamo agli sgoccioli della guerra in Bosnia. Un gruppo di operatori umanitari sta cercando di tirare fuori da un pozzo il cadavere oramai gonfio di un uomo dall’imponente stazza, onde evitare che l’acqua venga irrimediabilmente contaminata. Un’impresa per chi è costretto a lavorare con mezzi di fortuna, senza alcun aiuto e con l’indifferenza, laddove non l’apatia, della gente locale. Mambrú (Benicio del Toro) è un po’ il leader di questa combriccola formata anche da B (Tim Robbins), Sophie (Mélanie Thierry) e Damir (Fedra štukan).

I primi venti minuti di Perfect Day sono spiazzanti, sensazione che tende a protrarsi pure più in là, salvo poi rientrare meravigliosamente non appena si è venuti a patti col tenore del film. Che è surreale pur aderendo senza alcuna concessione di sorta alla realtà di una guerra vista “di fianco”, per così dire. Il gruppo di Mambrú risolve problemi laddove l’evento, tragico o meno, si è già consumato: niente spari, né uccisioni, il che rappresenta una prospettiva interessante per una storia che rimane comunque immersa in uno scenario di guerra.

Dove però Aranoa c’azzecca alla grande è nell’intuizione di cavalcare l’assurdità della vicenda con un umorismo dignitosissimo, mai ma proprio mai fuori posto. A posteriori si resta ancora più meravigliati da come il regista spagnolo sia riuscito a non scadere nemmeno per un attimo nell’eccesso, nella parodia involontaria, nell’uscita inopportuna, rendendo credibile e funzionale persino esclamazioni come «scopatela! Fallo per i bosniaci». Il tutto tenendo sempre centrale quella che è una critica nient’affatto velata alla farraginosa macchina del supporto umanitario nelle zone di guerra.

Un Moloch di procedure, leggi e regolamenti che, a conti fatti, impediscono a chiunque di operare per il bene di chi in quelle zone ci abita, dando adito a domande del tipo: se questi non hanno modo di aiutare le persone del posto, che ci stanno a fare lì? Peggio. In alcuni casi l’iter diventa addirittura deleterio, arrecando danni che diversamente si sarebbero potuti evitare. Approntando un discorso analogo per intenti ma opposto per svolgimento rispetto a quanto visto in The Martian, dove – qui l’irrealismo hollywoodiano del film di Scott – la storia ha un lieto fine proprio in funzione della disobbedienza alla regole a beneficio dello scopo. Nulla di questo in Perfect Day, dove non ci sono eroi ma professionisti.

Perfect Day assume quindi una piega da dark comedy, che è in fondo l’etichetta più adeguata per descrivere il film tutto. Ad ogni modo rispettoso, sia della tragedia umana che della pagina di storia, sulla quale Aranoa non ha alcun interesse a speculare. Ed in tutto questo chiaramente il peso dei protagonisti diventa essenziale: tutti, nessuno escluso, riesce ad assecondare il piano del regista, che vuole il sarcasmo non come velo aggiunto ad una situazione di per sé avulsa da simili derive, bensì quintessenzialmente legato ad essa. Laddove emerge il grottesco, perciò, non è mai un’aggiunta ma una naturale evoluzione di quanto sta accadendo. B, il personaggio di Robbins, è evidentemente uno che sul campo ci ha passato troppo tempo, tanto che sotto certi aspetti ha perso i propri freni inibitori; nondimeno, non è uno stupido, e se si pensa a quanto viene lasciato intendere riguardo alla sua esperienza ci sembra già tanto che pazzo non lo sia diventato sul serio.

Mambrú è un po’ il simbolo di ciò che Aranoa intende cavare da questa tutt’altro che straordinaria giornata all’insegna dell’irrazionalità; abile, carismatico, la sua frustrazione è quella che più di ogni altra denuncia il carattere perverso di certe sovrastrutture. Stando a sentire il brano che chiude il film (a proposito, ottima colonna sonora, e pure ben sfruttata salvo forse un solo passaggio), il messaggio è tremendo ma al tempo stesso non cinico: inutile darsi pena per ciò che non è in nostro potere fare; certe cose, forse, si sistemano da sé qualora si abbia la pazienza di attendere. Nel frattempo, a spalare a sterco! Letteralmente.

È raro che una commedia riesca in quello che è il suo compito precipuo, il quale, incredibile ma vero, non è far ridere ma far riflettere. Costringendoci a tale riflessione tra un sorriso e l’altro, certo, strappando una composta risata al momento giusto, ché il ridere esasperato mal si concilia con la capacità di restare lucidi. Ecco, Perfect Day è un film lucido, piuttosto diretto in ciò che vuole dire ma non per questo maldestro oppure affannato nel suo raggiungere l’obiettivo. Purché se ne accetti il ritmo a conti fatti placido, compensato non dall’azione ma da certi botta e risposta da commedia consumata, che però non cede mai, nemmeno per un istante, al sarcasmo fine a sé stesso. Non laddove l’incazzatura viene sublimata da un’ironia oltremodo intelligente, che denota un equilibrio che è poi la cifra vera e propria di Perfect Day.

Antonio Maria Abate, da “cineblog.it”

 

 

Ci sono molti modi di raccontare una storia soprattutto se sullo sfondo c’è un conflitto. Tante sono le scelte da compiere: il registro, la prospettiva, la miriade di grandi e piccoli dettagli. Se si vuole un dramma, si devono evitare gli scivoloni verso il grottesco o verso la leggerezza che sfiora l’evanescente. Anche l’horror è bandito, si parla di guerra e il cattivo gusto sarebbe in agguato. Va da sé che il melodramma sia sconsigliato. E decidere, in un contesto straziante, di stimolare la risata, equivale ad avventurarsi in un terreno minato, appendendo ad un sottile filo la propria carriera.

Il regista Fernando León de Aranoa affida il suo futuro proprio ad un filo, anzi ad una corda, di quelle belle robuste che spesso si usano nei cantieri. Ci porta indietro nel tempo quanto basta per rispolverare una guerra molto vicina a noi, quella dei Balcani. E siccome ama osare, non ci spiattella le atrocità del conflitto, abusando di tocchi splatter, né ci ammorba con un film-mattone, ma confeziona un on the road, avventuroso, tanto drammatico quanto divertente, ritmato da una colonna sonora strepitosa, con un cast in stato di grazia.

Signore e signori oggi parliamo di A PERFECT DAY: una pellicola incredibile, tra le migliori degli ultimi tempi.

Siamo negli anni ’90 e siamo in un luogo imprecisato dei Balcani al seguito di un gruppo di operatori umanitari: Mambrù, B, Sophie e Damir (a cui si aggiungeranno Katya e il piccolo Nikola). La giornata inizia con un cadavere gettato in un pozzo per avvelenare l’acqua di un villaggio. L’uomo, o quello che ne rimane, deve essere rimosso al più presto per procedere alla decontaminazione prima che sia troppo tardi. Le cose si complicano quando, a causa della stazza del defunto, la fune si rompe. Inizia così una corsa contro il tempo alla ricerca di una corda idonea. L’eterogeneo manipolo d’impavidi si ritroverà ad attraversare un territorio minato e disastrato, popolato da gente stremata e/o facilmente suscettibile, e gremito da troppe presenze straniere che mal comunicano tra loro e che si affidano a protocolli in cui il buon senso spesso latita.

Il film del regista spagnolo, al posto imboccare il sentiero della lacrima facile o del senso di colpa, sceglie quello più impervio del sorriso e vince su tutta la linea. Il risultato è a dir poco sorprendente. Ci fa ridere, ci fa sospirare, ci fa riflettere, ci fa venire il groppone alla gola. Ci intrattiene con un ritmo rockdegno del miglior Blockbuster, ma non ci risparmia nulla: senza eccessi, con delicatezza e attenzione la guerra è sempre li che ci fissa. Le inquadrature sono di quelle che ti fanno intravedere, ti rendono cosciente, ma non abbandonano mai i protagonisti, tutti diversi, sgangherati, umani, imperfetti e tremendamente comici.

Con un cast di fama internazionale – Tim Robbins, Benicio del Toro, Melanie Thierry e Olga Kurylenko – che dà il meglio di sè; con una fotografia satura al punto di illuderci di poter toccare tutto e tutti, semplicemente allungando un braccio; e grazie a una sceneggiatura brillante e ricca di suspense; Fernando León de Aranoa riesce a mostrarci il lato grottesco del conflitto, l’incomunicabilità, il senso di impotenza, i piccoli strazi quotidiani, le contraddizioni degli esseri umani, con intelligenza e senza lezioni di morale. Il suo è un racconto universale, senza tempo, senza luogo, che ognuno può percepire secondo la propria sensibilità. Perché A PERFECT DAY non è il film che ti aspetti, è meglio, molto meglio: è un piccolo gioiello.

Vissia Menza, da “masedomani.com”

 

Nella Bosnia del 1995, con la guerra appena terminata, un gruppo di operatori umanitari è alle prese con un problema all’apparenza di facile soluzione: quello di dover rimuovere un cadavere da un pozzo, evitando quindi che contamini l’acqua rendendola inutilizzabile per l’intera area. Ma nella dimensione senza logica e iper-burocratica che il conflitto ha lasciato dietro di sé, anche una questione così semplice finisce per rivelarsi irrisolvibile, mettendo a dura prova Mambrù e la sua squadra di volenterosi operatori.

Lo spagnolo Fernando León de Aranoa debutta in un film in lingua inglese dirigendoPerfect Day, commedia nera nel cui (ottimo) cast troviamo Benicio Del Toro, Tim Robbins, Olga Kurylenko, Melanie Thierry e Fedja Stukan. L’opera del regista di Madrid, presentata in concorso all’ultimo Festival di Cannes, rivela nel suo intimo un potere disturbante e incisivo, come se il suo nucleo fosse costituito da un liquido agrodolce stillato lentamente sullo spettatore, riuscendo a penetrarvi a poco a poco in un’inconsapevolezza quasi gioiosa.

Perfect Day nel suo complesso ha un tessuto filmico che non presenta trame inusuali o fili sgargianti: i personaggi che abitano le sue inquadrature sono, tutto sommato, caratteri che risultano ordinari in una dimensione narrativa. Troviamo infatti il leader carismatico, il compare poco incline a rispettare i protocolli, l’illusa idealista e la bellezza femminile oggetto del desiderio.

Tra di loro si instaurano rapporti e dinamiche facilmente decifrabili, che non muterebbero il loro evolversi se fossero traslati in un altro luogo. Ma, proprio grazie a questo, il film riesce a donare maggior risalto all’assurdità della situazione che fa da sfondo alla vicenda, dove un problema semplicissimo è reso impossibile da un’arretratezza atavica di un Paese orgoglioso e dall’irrazionale logica di un Occidente “salvifico”.

In questo contesto, dove ciò che dovrebbe essere rimane invece in potenza, nessun ruolo si conferma con fermezza per quello che sembra: i protagonisti, sbandati e ormai dipendenti dalla vita sospesa delle missioni di pace, avrebbero bisogno di essere aiutati e invece sono lì per aiutare; gli operatori umanitari e i caschi blu dell’Onu fanno della burocrazia la loro unica arma scordandosi proprio dell’umanità; i bambini dei villaggi tentano di recuperare palloni da calcio per poterne fare poi non oggetti di gioco ma di guadagno.

Accompagnate da una colonna sonora perfetta in ogni sua scelta, le immagini di Perfect Day ci raccontano della quotidianità delle piccole cose che, anche in una situazione così estrema come può essere quella di un Paese povero appena uscito da un conflitto (ma che forse, in realtà, vi è dentro più di prima), continuano prepotentemente a occupare un posto di primo piano nelle preoccupazioni dell’uomo.

Fernando León de Aranoa firma un’opera di estrema potenza pur nel suo parlare sottovoce, dove alterna sapientemente momenti di forte tensione a battute brillanti che ironizzano con divertita amarezza su questioni su cui mai nella vita ci sogneremmo di scherzare.

Ma questo non sembra avere importanza nella Bosnia post-bellica, dove le strade polverose e costellate di mine collegano villaggi che sono mondi solitari e sospesi nel tempo, abitati dalla diffidenza e toccati da un tentativo di civilizzazione che di civile ha alla fine ben poco. La vita però deve andare avanti e ognuno deve portare a termine la propria personale missione, anche se nel pozzo giace ancora un cadavere.

Lucia Mancini, da “filmforlife.org”

 

 

Bosnia, 1995. Fernando Leòn de Aranoa. Arriva nelle sale cinematografiche italiane distribuito daTeodora Film con una dark comedy d’autore. Perfect Day, non proprio come cantava Lou Reed, ci riporta nella negli anni ’90, gli della guerra dell’est, dell’ex Jugoslavia. La guerra è da poco conclusa e quello che resta sono le macerie, la povertà e la morte. Quattro volontari si trovano in quella terra per motivi ben diversi tra loro. Sono l’americano B, interpretato da Tim Robbins, il portoricano Mambrù, con il volto dell’amatissimo Benicio del Toro, l’ucraina Katya, Olga Kurylenko, e la francese Sophie, la sempre meravigliosa Melanie Thierry (nelle sale anche con Belle & Sebastien – L’avventura continua). Quattro personaggi in cerca di redenzione, in cerca della propria strada. Gli attori perfetti e impeccabili, in un film coraggioso.
Fernando Leòn de Aranoa, che ha raggiunto la fama internazionale con I lunedì al sole (2002) in cui protagonista era Javier Bardem, punta tutto sul suo primo film in lingua inglese. Il risultato è sublime. A iniziare dalla colonna sonora firmata da Arnau Bataller così penetrante, invadente e al tempo stesso contrastante con la realtà attorno. Perfect Day mostra questi operatori umanitari che fanno la spola tra un villaggio e l’altro della Bosnia alla ricerca di una corda, simbolo in un certo senso di salvezza,per liberare un pozzo da un cadavere e fare in modo che la gente del posto possa riavere l’acqua potabile. Ma quale è il giorno perfetto? Tra le macerie Mambrù incontro un bambino, sopravvissuto alla guerra insieme al nonno. Quello che gli resta è un pallone per giocare, che però vuole vendere per ottenere i soldi necessari per scappare, raggiungere i genitori.

Perfect Day, con una trama così semplice, è un film attento al dettaglio, alle piccole cose. La guerra diventa quasi un pretesto per raccontare la speranza e la ricerca, verso qualcosa di migliore e di nuovo.Benicio del Toro a parte, per cui non serve alcun tipo di critica, gli altri attori protagonisti sono tutti ben caratterizzati: Robbins è un uomo sulla cinquantina, ironico e solo; Olga Kurylenko è severa e prepotente, in realtà è innamorata di Mambrù; Melanie Thierry la più giovane e “ingenua”. Tutti loro sono accomunati dalla voglia e dalla volontà di salvare il prossimo. Quando l’operazione di ricerca della corda da lineare e quasi banale diventa complessa e complicata vengono alla luce i veri limiti e paure della guerra e del post. Difficile riportare una situazione drammatica nel consueto ordine della “vita civile”.

E se pur la guerra c’è, ma sullo sfondo, e la “rinascita” è rallentata dalla paura e dalle macerie nel film di Fernando Leòn, Perfect Day che rispetto al titolo originale in italiano perde la A, non manca lo humor, amaro e ispido, legato al forte senso della realtà e della verità che il regista riesce a dare alla sua opera di finzione.

Perché andare al cinema a vedere Perfect Day? È un gran bel film. Ha ritmo, pathos, “gioca” con la guerra e gira intorno al dramma senza mai essere “strappa lacrime”. I personaggi sono puliti e degni dei loro interpreti. Non mancano la dolcezza, il senso si smarrimento, il viaggio e la speranza. E cosa fondamentale: la mano del regista, che segue un po’ la strada del documentario, accompagna in una storia reale, ma di finzione, che ripercorre una pagina buia della contemporaneità non molto distante da noi, e per gli anni e per il paese.

Margherita Bordino, da “cinematographe.it”

 

Parlare della guerra e delle sue conseguenze attraverso l’arma dell’ironia e del sorriso. Compito difficile, ma possibile, come dimostra felicemente Perfect Day, film di debutto in lingua inglese dello spagnolo Fernando León de Aranoa, le cui opere sono da anni regolari habitué deiPremi Goya.
Basandosi sul romanzo Dejarse Llover di Paula Farias, il regista de I lunedì al sole ha sceneggiato con la collaborazione di Diego Farias una storia ambientata nel passato recente, quel 1995 che vide solo dopo più di tre anni la fine della guerra in Bosnia.

Al centro della narrazione un gruppo di collaboratori umanitari che si trovano costretti a far squadra per risolvere un problema al tempo stesso semplice e arduo: la rimozione di un cadavere da un pozzo, che rischia di contaminare l’acqua del villaggio intorno. Peccato però che nella Bosnia post guerra anche piccole difficoltà, come girare intorno a una mucca morta o procurarsi una corda, si presentano come vere e proprie imprese. Non si darà tuttavia per vinto il team composto dal leader Mambrù (Benicio del Toro), dalla giovane idealista francese Sophie (Mélanie Thierry), dal volontario di lungo corso B (Tim Robbins) e dalla decisa Katya (Olga Kurylenko).

L’immagine che lascia stampata in testa Perfect Day, presentato in concorso nella Quinzaine des Réalisateurs aCannes 2015, è quella di un SUV che corre, un po’ disperato un po’ speranzoso, attraverso i tornanti polverosi di una Bosnia montuosa e ferita, in cui il senso di minaccia e pericolo è ancora dietro l’angolo, lì dove anche una passeggiata su un prato può rivelarsi fatale. Mambrù e la sua cricca diventano un po’ gli eroi per caso di questa terra in cerca di risanamento, eroi però senza gloria, visto che la loro lotta disperata sembra senza vittoria. Uno scontro non contro soldati o civili armati, bensì contro una burocrazia fagocitante e la barbara ed egoistica disumanità. Una lotta esterna che amplifica il suo raggio e si fa anche interna, lì dove le difficoltà si propagano, gli orrori si manifestano improvvisi e l’abbattimento rischia di far perdere di vista scopi e obiettivi.

Fernando León de Aranoa in Perfect Day vuol sì fare un discorso sulla guerra, sulle sue grandi e piccole tragedie (come quella di chi è costretto a vendere per pochi spicci un oggetto caro pur di raggiungere i propri affetti), ma non accetta di farlo con il tono del dramma, della tragedia. Il regista spagnolo preferisce piuttosto affilare l’arma dell’ironia e di quella comicità che scaturisce dall’assurdo, per innescare un pensiero profondo pur usando un tono divertito, che per qualche secondo – e solo apparentemente – “stempera” la pesantezza di quel che viene raccontato. Ed è proprio nel suo mix di generi che Perfect Day trova una via originale ed efficace per parlare della voglia di resistere e di ricostruire, narrando delle conseguenze della  guerra per 105 minuti, pur con discrezione di sguardo da parte di de Aranoa, che evoca, più che mostrare.

Negli occhi del Mambrù di un bravo Benicio del Toro, che tanto hanno visto, hanno perso e che pure non mollano la presa; nell’ironia rabbiosa del B di Tim Robbins; nell’ingenuità combattiva della Sophie di Mélanie Thierry: è in tutti loro, che rappresentano tre diverse categorie di operatori umanitari nella visione del regista, che Perfect Dayparla e comunica con forza, ricordandoci che non sempre è possibile raggiungere i propri scopi, ma che bisogna almeno tentare.

Giorgia Lo Iacono, da “seesound.it”

 

Il futuro appeso a una corda

Un cadavere può restare ammollo in un pozzo per un massimo di 24 ore, termine entro il quale ancora l’acqua è recuperabile con adeguata disinfezione, poi la fonte diviene irrimediabilmente infetta e inutilizzabile e il pozzo è perduto. Siamo in Bosnia nel 1995, i Potenti sono già in riunione per trattare la pace ma ugualmente sul territorio si continua a morire, ad ammazzare e ad essere ammazzati. Solo di una corda hanno bisogno i due equipaggi di un’organizzazione di volontari per rimuovere il corpo di un ciccione buttato nell’unico pozzo della zona, che andrebbe rimosso più in fretta possibile.
Il film è la cronaca del loro lungo giorno insieme, alla ricerca di questa corda introvabile in una zona devastata dalla guerra, dove in continuazione ogni genere di ostacoli si frappongono a vanificare i tentativi dei protagonisti. La folle giornata che attende l’equipaggio, composto da professionisti del settore, potrebbe sembrare una normale giornata di lavoro, solo che è proprio quel lavoro a essere responsabile del pelo che hanno sullo stomaco, a protezione dai traumi che altrimenti li devasterebbero. E ogni tanto non è sufficiente neppure per loro. Il tono del film è da commedia stile Mash e Comma 22 (o anche Tree Kings), della serie “vi mostriamo con precisione l’orrore della guerra e intanto riusciamo a farvi ridere”. Lo spagnolo Fernando León de Aranoa (Familia, I lunedì del sole, Princesas) dirige e scrive la sceneggiatura ampliando il romanzo Dejarse llover di Paula Farias, che ha prestato servizio presso Medici senza frontiere. Pur concentrando nei suoi personaggi molti stereotipi e facendo soprattutto dei due protagonisti (Del Toro e Robbins) due esagerati piacioni, tanto da far immaginare un’accoppiata George Clooney/Brad Pitt nel ruolo dei protagonisti in un eventuale remake ad alto budget, Perfect Day funziona, nel suo mix di generi. Il film riesce a trasmettere il senso dell’umana follia, dell’inguaribile crudeltà umana, l’amarezza frustrante di alcuni e l’ottusa incapacità di altri, con una variazione rispetto al solito tono necessariamente cupo, che accompagna narrazioni di questa ambientazione. Riuscendo in questo modo a far meglio risaltare che la guerra non è un’entità astratta, ma è fatta a misura dell’essere umano, capace di ogni nefandezza e di ogni nobiltà d’animo, cucita sulla nostra personalità. Tutti i protagonisti cercano di conservare la loro umanità nella disumanità della guerra, mentre con mirabile pragmatismo tentano di riportare una parvenza d’ordine nel caos della guerra. Perché se quella è la vita che tocca, durante il suo corso non si piange e ci si dispera tutto il tempo, ma si vive fino in fondo, si esiste, in contrasto con tutta la non-vita che ci circonda. E vivere vuol dire avere problemi personali, esistenziali e sentimentali, piangere e ridere per cose che esulano il più stretto contesto, cose normali in un sistema anormale. Perché mai ci dobbiamo dimenticare che la guerra è anormale, la guerra non dovrebbe essere, come invece è per tante popolazioni, lo stato abituale in cui vivere. E non dovrebbe ricondurci all’incivilità.

Giuliana Molteni, da “moviesushi.it”

 

Fare un film sulla guerra in Bosnia è sempre una scelta coraggiosa, poiché il pubblico, in questo caso italiano, è spesso ostile a vedere sul grande schermo una guerra (ancora) così vicina, così fresca, mai davvero finita. Allo stesso tempo il cinema ha sviluppato un’intera filmografia sul tema, da Benvenuti a Sarajevo ( 1997) di Michael Winterbottom a No Man’s Land (2001) di Danis Tanović, daLa vita è un miracolo (2004) di Emir Kusturica a Nella terra del sangue e del miele (2011) di Angelina Jolie.

Perfect Day di Fernando León de Aranoa è un nuovo tassello importante in questo filone così controverso ma anche così prolifico. Il risultato è un film intelligente, che sa toccare ora le corde della commedia ora quelle del dramma, con rispetto dei protagonisti e delle vittime sia nelle risate che nelle lacrime.

Fernando León de Aranoa ha scritto senza dubbio uno dei soggetti più belli dell’annata cinematografica: 1995, da qualche parte nei Balcani, un gruppo di operatori umanitari è alla disperata ricerca di una corda per tirare su un cadavere da un pozzo, per evitare che contamini l’acqua della zona circostante. La ricerca di quella corda, un’impresa così semplice all’apparenza, sarà l’inizio di una via crucis in cui la buona volontà dell’uomo si scontra con i divieti della legge. Di contorno, mine inesplose, vacche stramazzate al suolo, giovani senza futuro e donne incappucciate.

Insomma, datemi una corda e solleverò il mondo (o almeno un ciccione che sta inquinando l’acqua potabile di un popolo). Perfect Day sta in perfetto equilibrio tra risate e sdegno, come un funambolo che cammina guardando avanti, perché se guarda giù (nel pozzo), rischia di non trovare alcuna rete di salvataggio (in seno all’ordine precostituito).

C’è un certo humor nero che ammanta Perfect Day, ma anche un acume intellettuale che fa riflettere sui non-senseche creano un vero e proprio corto-circuito tra Desiderio e Legge, tra ciò che è bene e ciò che è legale. Un vi(n)colo spesso cieco, senza sbocco, senza via di fuga, dove solo il Caso, un colpo di fortuna, un’inattesa pioggia abbondante può lavare lo sporco lasciato da una guerra (in)finita. Di sponda (ma nemmeno più di tanto), l’infanzia rubata a scugnizzi abbandonati dai genitori e da Dio, ragazzini che desiderano solo riappropriarsi di quanto resta della loro spensieratezza, incarnata da un pallone da prendere a calci o da vendere per sbarcare la giornata.

Bravissimi tutti e quattro i protagonisti, dominati dall’affiatata coppia Benicio Del Toro e Tim Robbins. Quest’ultimo, in particolare, è una bomba di simpatia.

da “onestoespietato.com”

Da qualche parte nei Balcani, nel 1995. L’inizio degli accordi di pace dovrebbe significare la fine della guerra, ma di lavoro da fare, in quelle terre, ce n’è ancora tanto. Lo sanno bene Mambru e B, veterani del soccorso umanitario, che solcano da anni le strade sterrate della Bosnia sui loro quattroruote gemelli. Con l’avvento di una francesina nuova alla missione, l’aiuto dell’interprete Damir e l’improvvisata della bella Katja, una vecchia conoscenza di Mambru fattasi piuttosto scomoda da quando lui si è fidanzato, il gruppo s’infoltisce e si adopera per rimuovere un cadavere da un pozzo e riportare l’acqua potabile in una zona abitata. Un’operazione di normale amministrazione che si complica in breve fino a rivelarsi una missione impossibile. Una storia di normale anormalità, di complicazioni irrazionali, mine reali, ideali umanitari e umane debolezze.
Il cinema di Fernando Leon de Aranoa, dai pomeriggi al sole con Bardem, passando per i documentari di impegno sociale e per la lettura del romanzo del romanzo di Paula Farias “Dejarse Llover”, salta in avanti con questo capitolo, pur restando fedele ad una poetica delle piccole cose e dei piccoli momenti. Come i suoi antieroi lavorano con pazienza a mettere un po’ d’ordine nel caos, il regista spagnolo lavora con mezzi semplici a fotografare la labirintica complessità della vita e ne esce un racconto realistico ed emblematico insieme, nel quale però la metafora non è schiacciante né pregiudicante.
Merito di una sceneggiatura più che buona, dove tutto torna senza che ne avvertiamo la meccanica, o almeno senza che si avverta la forzatura in tale meccanica, perché perfettamente giustificata dal tema del film, che ha a che fare con i ricorsi della Storia così come con la capacità degli uomini di aggrovigliare tragicamente la matassa già di per sé imperscrutabile del destino. Senza lanciarsi in discorsi troppo alti ed estranei al film, rimanendo ben ancorato a terra, alla ricerca di una banale corda o di un pallone da calcio, Aranoa parla del dramma della guerra meglio di tante immagini dal fronte, confuse e roboanti. Come nelle opere migliori, Perfect Day tratta di relazioni, e trova davvero un valore aggiunto nel cast internazionale e nel lavoro di Benicio Del Toro in primis, che tiene la nota di base, grave e mai patetica, su cui possono improvvisare quella più comica di Tim Robbins, quella maliziosa (solo in apparenza) della Kurylenko, quella più ingenua (e un poco al limite) di Mélanie Thierry.
L’ironia della sorte, ci dice Aranoa, non è sempre quella di passare dalla padella alla brace, mentre fuori piove: a volte, come accade in questo finale, si può sorridere, con meno amarezza, del movimento contrario, dalla brace alla padella. Fuori, comunque, piove.

Marianna Cappi, da “mymovies.it”

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