Mustang

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In un villaggio costiero turco la giovane Lale e le sue sorelle maggiori Nur, Ece, Selma e Sonay festeggiano la fine dell’anno scolastico anche se la ragazza è dispiaciuta perché l’insegnante che lei maggiormente apprezza l’anno successivo eserciterà la sua professione ad Istanbul. Le sorelle si recano in spiaggia con un gruppo di studenti maschi e lì giocano, completamente vestite, a combattere in acqua a cavalcioni sulle spalle dei maschi. La notizia dello ‘scandalo’ viene immediatamente comunicata alla loro nonna che le punisce ma la punizione più dura arriverà dallo zio (i genitori sono morti) il quale decide di recluderle in casa affinché non diano più scandalo. Per sistemare ancor meglio le cose si dà il via alla ricerca di possibili pretendenti per matrimoni combinati che restituiscano alla famiglia l’onorabilità.
Presentato con successo alla Quinzaine des Réalisateurs al Festival di Cannes 2015 e vincitore del premio Label Europa Cinemas, Mustang appartiene alla categoria delle opere prime che lasciano ben sperare per il futuro di chi le ha realizzate e quindi del cinema. Deniz Gamze Ergüven si dimostra regista capace di fornire verità ed intensità alla storia che porta sullo schermo pur essendo consapevole di un modello ‘alto’ che l’ha preceduta 16 anni fa, quel Il giardino delle vergini suicide anch’esso opera prima di Sofia Coppola. L’originalità di scrittura e di tecnica di ripresa la rende però indenne da qualsiasi dubbio di vicinanza a quel soggetto. Perché qui il punto di vista che viene assunto sin dalla prima inquadratura è quello di Lale, la più piccola, la quale vede nelle sorelle e in ciò che debbono subire il suo futuro in anticipo e decide di non volervi sottostare. In questo nucleo familiare decentrato (Istanbul resta la meta lontana che si vorrebbe raggiungere) si trova rappresentata la società turca più arretrata che trova nella nonna e nello zio i suoi più emblematici esponenti. Se lo zio-padrone è dispotico ed arrogante, degno prodotto di una cultura maschilista che affonda le proprie radici in un passato ancestrale, la nonna ne subisce le reprimende e si trova ad agire su entrambi i fronti: quello della repressione così come quello del sostegno più o meno indiretto.
Le ragazze, la cui differente psicologia è descritta con grande sensibilità, fanno parte (o vorrebbero farne parte) di quel futuro che nella grande città è già presente ma dinanzi al quale altrove si ergono i muri delle nozze combinate e della pretesa della verginità femminile. Uno dei maggiori pregi del film è costituito dal mancato rifugio nel manicheismo. La regista e la co-sceneggiatrice Alice Winocour non denunciano a priori l’altro sesso perché trovano nel giovane che aiuta Lale la speranza di un diverso futuro per il rapporto tra maschi e femmine. Con in più un’importante annotazione: quell’abbraccio iniziale di Lale all’insegnante che sta per lasciarla ci ricorda quanta importanza possa avere il ruolo di un docente nella formazione di un carattere. In qualsiasi società, non solo in quella turca.
Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

Che Cannes 2015 abbia lasciato alquanto a desiderare con i suoi palmares era cosa nota, ma l’ennesima conferma, casomai ce ne fosse il bisogno, si è quest’oggi avuta alla Festa del Cinema di Roma con Mustang, titolo presentato nella sezione Un Certain Regard e incredibilmente tornato a casa senza neanche un premio di peso da poter stringere tra le mani. Decisione surreale, vista la straordinaria qualità di quest’opera prima diretta da una giovane donna turca, Deniz Gamze Ergüven, ambientata in Turchia, recitata in turco eppure candidata francese agli Oscar, essendo stata prodotta da Charles Gillibert.
Un’opera ‘sofiacoppoliana’, quella scritta e diretta dalla sorprendente Ergüven, autrice di una favola nera e contemporanea ambientata in un remoto villaggio turco. Qui vivono 5 sorelle orfane tra i 12 e i 16 anni, bellissime e legate tra loro, complici, vivavi e troppo ‘moderne’ per gli standard del luogo. Un semplice bagno a mare con dei ragazzini scatena infatti uno scandalo in famiglia, tanto da portare le 5 ad un’autentica prigionia educativa che tramuterà la casa in una ‘fabbrica di spose’. Gli arcaici riti del villaggio impongono alle giovani donne regole ferree, tra castità e cieca obbedienza alla figura maschile, fino ad arrivare all’infamia dei matrimoni combinati.
La scuola viene così ‘sostituita’ da test medici sull’effettiva verginità delle 5 ‘scostumate’, corsi sessuali e di economia domestica, tra costrizioni sempre più invadenti da parte dell’apparentemente comprensiva nonna e del violento zio e voglie di ribellione che faticano a prendere piede. Perché i fidanzamenti ufficiali si susseguono a ritmo continuo, attraverso inquietanti scatole di cioccolatini che annunciano il lieto evento, mentre porte e finestre vengono sbarrate e rese invalicabili. Impossibile scappare da una condizione così estrema e senza tangibili sbocchi, se non attraverso gesti tanto coraggiosi quanto tragicamente irreparabili, ma in grado di suscitare reazioni in caso contrario frenate dalla paura di osare.
Un debutto che definire folgorante è dire poco. Una fiaba che si fa incubo sulla pelle di 5 giovani fanciulle, meravigliosamente unite tanto dall’amore che provano l’una nei confronti dell’altra quanto dal dolore di una condizione che non risparmierà nessuna di loro. Drammaticamente teso ma al tempo stesso divertente, commovente e perché no persino terrificante, in quanto dannatamente credibile nella sua concreta assurdità, Mustang è un inno all’emancipazione e alla libertà femminile, un pugno al medievale maschilismo che ancora oggi coinvolge paesi che tutti noi erroneamente crediamo ‘evoluti’.
Aiutata da 5 strepitose protagoniste, con la piccola e ribelle Güneş Sensoy (voce narrante) una spanna sopra tutte, la Ergüven ha saputo mettere in scena con travolgente grazia una storia che altri avrebbero serenamente potuto tramutare in un dramma senza quasi via d’uscita, tratteggiando con forza ed eleganza i volti di 5 donne senza tempo. Sorelle, amiche, complici, tra capelli da spazzolare, fughe di casa da pianificare, stanze da letto in cui nuotare e matrimoni combinati da accettare o da cui scappare, prima che medievali tradizioni locali finiscano per divorar loro l’ancor lunga esistenza.
Federico Boni, da “cineblog.it”

Mustang, esordio alla regia di Deniz Gamze Ergüven candidato all’Oscar per la Francia, è un film corale sull’adolescenza femminile in Turchia non esente da difetti, ma vitale e interessante. In Alice nella città e in sala dal 29 ottobre.
Piccole donne evadono
Siamo all’inizio dell’estate. In un remoto villaggio turco Lale e le sue quattro sorelle scatenano uno scandalo dalle conseguenze inattese per essersi messe a giocare con dei ragazzini tornando da scuola. La casa in cui vivono con la famiglia si trasforma un po’ alla volta in una prigione, i corsi di economia domestica prendono il posto della scuola e per loro cominciano ad essere combinati i matrimoni. Le cinque sorelle, animate dallo stesso desiderio di libertà, si sottrarranno alle costrizioni loro imposte. [sinossi]
Il dato più interessante su cui vale la pena soffermarsi dopo la visione di Mustang, non riguarda il valore estetico del film, né la sua riuscita generale per quel che concerne lo script o la direzione degli attori. Lo scorso 22 settembre la commissione che aveva il compito di scegliere il candidato francese per la corsa all’Oscar per il Miglior Film Straniero, e che era composta da Nathalie Baye, Thierry Frémaux, Michel Hazanavicius, Mélanie Laurent, Jean-Paul Salomé, Alain Terzian e Serge Toubiana, ha emesso il verdetto: l’esordio alla regia di Deniz Gamze Ergüven avrà l’onore e l’onere di rappresentare la Francia. Mustang è stato dunque preferito agli altri quattro candidati, La belle saison di Catherine Corsini, Marguerite di Xavier Giannoli, La loi du marché di Stéphane Brizé e Dheepan, il film di Jacques Audiard fresco vincitore del Festival di Cannes. A Cannes c’era anche Mustang, inserito però nel palinsesto della Quinzaine des réalisateurs. Il punto dirimente è che non solo la Ergüven è una giovane regista turca di Ankara, ma il film stesso è ambientato in Turchia, parlato in turco e in tutto e per tutto centrato sulla questione culturale nazionale. La Francia partecipa da un punto di vista economico, ovviamente, come sempre più stesso capita – la maggior parte dei titoli in concorso per la vittoria della Palma d’Oro avevano una compartecipazione produttiva d’Oltralpe – e con la presenza come co-seneggiatrice della parigina Alice Winocour.
L’impressione che si era percepita già durante l’ultima giostra sulla Croisette, quella di una Francia sempre più tesa verso la conquista di capitali all’estero e un superamento non solo artistico (anzi) dei confini, trova in questa scelta una sua naturale evoluzione.
Non che Mustang non rappresenti un esordio da tenere in considerazione, sia chiaro. L’Ergüven è una regista promettente, in grado di cogliere con una forza a tratti inaspettata le pieghe più oscure della crescita, dell’adolescenza e del “diventare donna”, soprattutto in una nazione come la Turchia, e le sue giovani protagoniste rapiscono in fretta lo sguardo dello spettatore, che si fa inevitabilmente complice dei loro turbamenti della loro rabbia. Ma di fronte a un’annata che ha regalato alla Francia uno dei film più ispirati della carriera di Arnaud Desplechin (Trois souvenirs de ma jeunesse, anch’esso alla Quinzaine lo scorso maggio), viene naturale chiedersi se questa scelta non sia dettata solo da un posizionamento geopolitico ed economico nello scacchiere produttivo internazionale.
Al di là della vitale presenza scenica delle fanciulle, tutte belle, intelligenti e aggraziate, Mustang non si allontana mai da uno schema narrativo piuttosto abusato, e all’interno del quale la regista non sceglie mai l’opzione più rischiosa. Da questo punto di vista un raffronto diretto tra il film e l’esordio di Sofia Coppola, Il giardino delle vergini suicide, non può che essere illuminante. La ribellione sempre più netta di Lale e delle sue sorelle, ognuna alla ricerca della libertà individuale e collettiva – e ognuna con i propri metodi per raggiungerla, questa libertà – procede attraverso ostacoli di volta in volta maggiormente gravosi. In questa escalation si rintraccia l’aspetto più debole del film, che arriva a conseguenze estreme più per senso di dovere nei confronti del climax emotivo che per reale esigenza scenica. Nel forzare in modo così evidente l’impianto narrativo, Mustang finisce per disperdere parte del proprio potenziale, scivolando in alcune furbizie e strizzando con troppa facilità l’occhio allo spettatore.
Rimane, fortunatamente, il ritratto di un’adolescenza deturpata ma conscia del proprio significato e pronta a lottare per ottenere ciò che è giusto. La riottosità delle cinque ragazzine (tutte perfettamente a proprio agio di fronte alla macchina da presa) sgorga con una naturalezza insospettata, e illumina lo schermo di una forza che a volte la regia della Ergüven sopprime involontariamente con una regia troppo pulita e aggraziata. I nomi di Güneş Şensoy, Doğa Doğuşlu, Elit İşcan, Tuğba Sunguroğlu e İlayda Akdoğan meritano di essere appuntati: per loro l’adolescenza è già assai meno tarpata di quella dei personaggi che interpretano. Il futuro potrebbe essere radioso.
Raffaele Meale, da “quinlan.it”

Crescere è un dannato incubo, ancor di più se sei un’orfana, hai dodici anni e vivi in un paesino turco dimenticato dal mondo in mezzo a un nulla di felci e autostrade spoglie, insieme a quattro bellissime sorelle tristi, intrappolate come te in una grande casa. Carnefici con la rassicurante maschera di familiari sono uno zio padre-padrone e una nonna soccube, entrambi a loro volta prigionieri di un carcere mentale che impone ferrei statuti e repressione del femminile. Dietro la macchina da presa di questo trascinante e sofferto romanzo di formazione ci potrebbe essere Céline Sciamma, cantrice dell’adolescenza in divenire (ritroviamo qui echi tonanti e sotterranei di Tomboy ma soprattutto di Diamante Nero), e, per certi versi, i fratelli Dardenne (e il loro Rosetta), per come il film bracca le presenze umane dolenti e i nervi scoperti che scorrono tra le inquadrature urgenti, bramose, a contatto epidermico.
Invece Mustang è l’opera prima di una giovane attrice, Deniz Gamze Ergüven. Il suo è un esordio fulgido, di una luce piana e trasparente, limpidissima e brusca, nel filmare il germinare inquieto e incandescente di occhi e corpi acerbi che si dibattono in un campo troppo ristretto, per cui nemmeno il quadro dello schermo basta più, la mise en scène ansima e non contiene il respiro smanioso, la voglia bruciante di libertà e gli spasimi di rabbia a ondate di un branco di capelli, sorrisi, urla, muscoli tesi, raptus, movimenti mortificati nel loro infuocare dalle costrittive regole sociali e da un profondo maschilismo di cui è radicalmente impregnato l’humus sociopolitico del paese, e che inferisce colpi letali alla sua gioventù.
C’è chi ai lacci e alle sbarre reagisce con una ribellione dispersiva quanto sperduta, chi si adatta ipnotizzata dal passionale primo amore, chi soccombe, chi si fa definitivamente e violentemente indietro. Ma pur con le atrocità di cui si fa portatore, Mustang (nome di una razza di cavalli, col significato di “indomabile”) è, anche, una favola nerissima e calda, dove principesse di miseria devono sfuggire a un lupo cattivo, ma dove i principi azzurri sono azionisti senza volto, il castello una trappola (che, in un finale di rara tensione, le ragazze rivoltano a loro vantaggio, trasformandola in uno scudo difensivo), la chimera agognata è una metropoli troppo lontana e idealizzata. E se infine là fuori un aiutante si trova, è uno sconosciuto povero in canna che al massimo ti può insegnare a guidare e a metterti le scarpe. Il resto è nelle piccole mani di Lale (l’incontenibile Günes Sensoy), mani disperate e graffiate della sorte, dell’avventatezza, dell’istinto di autosopravvivenza individuale. Della quale però, in un abbraccio finale, si scioglie finalmente libero il respiro mozzato.
Fiaba Di Martino, da “farefilm.it”

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