Life

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Nel 1955 si incontrarono diventando amici due giovani sul punto di dare una svolta alla propria carriera artistica. Un momento complesso per loro, quello in cui dimostrare a se stessi prima che altri altri di valere non solo per il proprio talento, ma anche per le scelte che avrebbero compiuto. I due erano James Dean, il cui film La valle dell’Eden stava per uscire nei cinema, e il fotografo dell’agenzia Magnum Dennis Stock. A quest’ultimo venne commissionato un servizio fotografico sull’attore stella nascente di 23 anni. Non che Stock fosse molto più grande, aveva 26 anni, e si arrabattava con qualche scatto dei VIP presenti alle feste. Curioso contrappasso che a interpretare un paparazzo scontento sia proprio Robert Pattinson, mentreJames Dean è interpretato da uno dei giovani talenti più interessanti del cinema americano,Dane DeHaan.

L’incontro fra uno spirito libero e un inquieto giovanissimo padre che non vedeva mai il figlio li portò in giro per gli Stati Uniti: da New York, in cui una mattina di pioggia venne scattata una delle mitiche foto di Dean a Times Square, a Los Angeles e l’Indiana. Il regista olandese Anton Corbijn ha raccontato in Life la genesi di alcune delle iconiche immagini di quello che diventerà uno dei miti dello spettacolo, anche per la sua morte avvenuta pochi mesi dopo, a 24 anni.

Corbijn ha già affrontato la fugace parabola di un idolo tormentato in Control, storia di Ian Curtis, frontman dei Joy Division. Se pensiamo che lui stesso è noto come fotografo sembra aver sintetizzato nei due personaggi se stesso e la sua passione per il racconto del talento giovane e ribelle. È doloroso, poi, pensare che abbia raccontato anche l’ultimo capitolo di un altro genio della recitazione, Philip Seymour Hoffman, con l’ultima inquadratura di La spia, in cui parcheggia la macchina in silenzio e si allontana scomparendo per sempre.

Ne fim di Corbijn il fotografo Dennis Stock si rende conto che questo ragazzo potrà rappresentare la gioventù americana a cui sta stretto il perbenismo degli anni ’50 e assapora quel ribellismo che Dean rappresenterà al cinema, ma che il decennio successivo scatenerà nella società intera. Life racconta magnificamente quello che c’è intorno all’icona, l’uomo che stava per diventarlo grazie alla soprannaturale dote che è la fotogenia, il carisma naturale. “Come fai a far sembrare tutto così facile?” gli chiede a un certo punto Stock, ossessionato dal soggetto dei suoi scatti, ma che, nella disinvoltura con cui passa ad altro una volta sviluppati i rullini e pubblicato il servizio su “Life“, sembra anticipare la società contemporanea della celebrità: pronta a tutto per vampirizzare la star del momento, lasciandola presto esangue senza troppi complimenti. La società dei media con cui sta lottando proprio Robert Pattinson.

DeHann è straordinario nella sua interpretazione di un James Dean colto nello struggente momento di cui si rende conto di non poter fare niente, nonostante la sua natura ribelle, per evitare che la vita cambi per sempre. Proprio mentre sta per ottenere quello per cui ha lottato per anni si sente sul baratro, in preda al terrore delle conseguenze di una vita da star del cinema. Momenti in cui farebbe di tutto per poter restare in famiglia, nell’Indiana, sul trattore, fra i campi, insieme alla sua famiglia di religiosissimi quaccheri che l’ha circondato d’amore facendogli superare il dramma della morte della madre. Quella provincia americana in cui era stato bambino felice.

Ma arriva la realtà a svegliarlo dal sogno, la voce tuonante di Jack Warner che gli dice che è ora di tornare a New York per la premiere de La valle dell’Eden.

Robert Pattinson, che dopo una prima parte di assestamento in cui ci impiega un po’ per caratterizzare la svagatezza ciondolante del suo personaggio, regala una buona interpretazione. Il suo percorso di maturazione come attore passa anche per scelte intelligenti come questa di Corbijn, che lo fa stare al buio dietro al flash, non sotto i riflettori nei panni diJames Dean. A suo agio anche Alessandra Mastronardi che interpreta Anna Maria Pierangeli, una delle donne della vita dell’attore.

Life è la storia di due persone colte nel momento in cui stavnno per compiere due percorsi diversi: quello di un uomo di talento in grado di frenare qualche volta e quello dello spirito libero, che qualsiasi cosa accada non può fare a meno di accelerare, sacrificando tutto, ma alimentando l’amore di noi spettatori per il cinema.

Mauro Donzelli, da “comingsoon.it”

 

 

Dennis Stock è un fotografo dell’agenzia Magnum che sogna la copertina su “Life” mentre sopravvive paparazzando divi dentro salotti esclusivi. Diviso tra New York e Los Angeles, un figlio e un’ex moglie che gli rinfaccia la latitanza, Dennis è invitato al party di Nicholas Ray, dove incontra James Dean, reduce dal successo di Gioventù bruciata e segnato dalle riprese de La valle dell’Eden. Il volto desolato a un passo dal mito, colpisce Dennis che propone immediatamente a “Life” un servizio sul giovane attore e a Dean di farsi accompagnare dentro la vita. Il rapporto è travagliato ma un viaggio in Indiana, nella fattoria dello zio Marcus e nei luoghi in cui Jimmy è nato, concilia i malintesi e appronta una bella amicizia, immortalata in un’unica fotografia. Costretto da Jack Warner, dispotico produttore della Warner Bros, a rientrare a New York in occasione della premiere de La valle dell’Eden, Jimmy e Dennis si separano. Di quel breve intervallo che fu la loro relazione, rimangono le fotografie intime ed eterne pubblicate sulle pagine di “Life”.
Il lavoro di Anton Corbijn, fotografo e regista olandese, è segnato dalla sua ossessione per la ‘cultura giovanile’, la ribellione e il suo lento sfumare. Di questo parla Life, cogliendo di quella cultura la potenzialità creativa e insieme il disadattamento, la devianza.
Ispirato a una storia vera, l’incontro di due uomini nell’America degli anni Cinquanta, Life segue l’intuizione di Dennis Stock incarnata da James Dean, che il fotografo avverte all’istante come formidabile modello della sua epoca, del suo universo sociale e generazionale. E con l’amicizia nascente tra Dennis Stock e Jimmy Dean, Corbijn ricrea il set, il sentimento e il punto di ripresa dei celebri scatti di “Life”: l’incedere di Dean sul marciapiede di Times Square, i gesti quotidiani nella fattoria dell’Indiana, lo sguardo concentrato su una poltrona dell’Actors Studio.
Opera metalinguistica, mentre svolge la relazione amicale, Life rivela la stessa fascinazione che Stock nutre per Dean e per quella misteriosa qualità che è la fotogenia. A ragione di questo, Corbijn non sceglie Robert Pattinson per interpretare il ruolo di un Dean fumatore e scostante, per quello è perfetto Dane DeHaan, insopportabilmente irriverente, flemmatico, narciso e ‘posato’. Dissimulato dalla luce dei flash e relegato alla funzione anonima dell’osservatore, l’ex poster-boy di Twilight, la cui estetica è definita dai tagli asimmetrici e dai colpi di gel, ribadisce la sua fissità immortale e resta al buio, nel buio. Ossessionato dal suo soggetto, il fotografo di Pattinson abborda Dean, lo assedia e ne è interamente abitato. Poi, proprio come un vampiro, ottenuti gli scatti e la vita dentro quegli scatti, l’interesse svanisce e Stock passa ad altro, congedando dalla sua finestra l’attore in fuga da tutto quello che aveva fortemente desiderato e poi bruciato dentro una Porsche 550. Sensibile (alla luce), tangibile e aderente al suo personaggio e alla prosa della sua vita, DeHaan smuove la superficie della ‘pellicola’ e lascia una traccia indelebile, cogliendo finanche nella voce la ‘verità eterna’ dei film di Dean, il pudore sentimentale dell’uomo, la purezza morale e inestinguibile di un adolescente tagliato fuori dalla società.
Come aveva fatto in La spia – A Most Wanted Man, preavvertendo la perdita di Philip Seymour Hoffman, Corbijn afferra la luce postuma del divo e del processo di costruzione divistica, lavorando dentro una camera oscura e su un corpo sempre a fuoco, sempre in campo. Il corpo di un gigante fragile che legge le poesie di James Whitcomb Riley e interpreta lo spirito dell’innocenza americana.

Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

 

 

“Life” è un film da gustare in ogni suo fotogramma, il viaggio di James Dean insieme al fotografo Dennis Stock nel momento del successo che stava per consacrare la star Dean. Un film magnetico. La regia è del fotografo e regista olandese Anton Corbijn che segna tutto il film con la sua passione per la fotografia e la “cultura giovanile”degli anni ’50, la ribellione e l’inesorabile sfumare della gioventù e dei sogni. Un bellissimo lavoro “life”, che colpisce nel segno afferrando la vera luce interiore di James Dean e afferrando il cambiamento della società dell’epoca. Il cast è composto da Dane DeHaan, Robert Pattinson, Joel Edgerton, Alessandra Mastronardi. Nel 1955 si incontrarono e diventarono amici due giovani che erano sul punto di dare una svolta alla loro vita, un momento cruciale per loro due, desiderosi di dimostrare prima a se stessi e poi agli altri di valere non solo per il loro talento ma anche per le scelte che avrebbero compiuto nella loro vita. I due erano James Dean (Dane DeHaan) e Dennis Stock (Robert Pattinson); del primo stava per uscire “la valle dell’eden” che lo avrebbe consacrato al mito, il fotografo Stock lavorava per l’agenzia “Magnum”. Stock voleva fotografare James Dean a tutti i costi, che allora era una stella nascente di 23 anni, lui stesso aveva 26 anni, era già separato e con un figlio che non vedeva mai, e si arrangiava fotografando vip nei salotti intellettuali. Questo fu un incontro magico tra uno spirito libero e un giovane padre in cerca di un futuro, insieme andarono in giro per New York, dove Stock scattò la foto emblematica di James Dean, quella a Times Square, andarono a Los Angeles per la prima del film e andarono nel paesino dell’Indiana dove Dean era nato e dove lui si sentiva protetto e amato dai suoi parenti religiosi e pieni di sani principi. “Life” è la storia che ha portato a quelle immagini scattate da Stock e divenute eterne. Il fotografo si rese conto che questo ragazzo ribelle era genuinamente così come appariva e rappresentava nella sua assolutezza la gioventù americana a cui stava stretto il perbenismo americano degli anni e che poi sarebbe sfociato in un cambiamento radicale della società; fu una intuizione geniale. “Life” racconta la fotogenia naturale e il carisma incredibile di James Dean visto attraverso l’obiettivo rivelatore di quell’altro talento che era Dennis Stock. L’interpretazione di Robert Pattinson del fotografo dopo l’iniziale tentennamento si assesta su una buonissima interpretazione fatta di buio e parole dette con precisione. Dane DeHaan è straordinario nell’interpretare James Dean colto nello struggente momento dell’inevitabile cambio di vita che la sua carriera gli imponeva e il suo desiderio invece di restare ciò che era senza diventare qualcun altro. Anche Alessandra Mastronardi è pregevole nella sua interpretazione dell’amore di Dean Annamaria Pierangeli. Il regista Corbijn molto bravo nel cogliere la luce e le sofferenze che entrambi i protagonisti di questa storia avevano. Un bel film pieno di passione e cura del dettaglio.

DANIELA MEROLA, da “kiamarsi,it”

 

 

La precedente esperienza di fotografo di Anton Corbijn è l’indizio di una sua vocazione naturale per il biopic. Il suo destino era manifesto sin da quando il suo obiettivo era diventato uno dei più richiesti dalle band e dai cantanti che cercavano di farsi un’immagine.

Il regista si è confrontato con questa formula nel suo film d’esordio eControl del 2007 affrontava un personaggio che era stato tragico e sfuggente proprio come quello diJames Dean.
Il suo ritratto di Ian Curtisera il positivo finale di un filtro non molto differente da quello che un illustre collega come Dennis Stock aveva utilizzato per il suo portfolio dell’attore americano.
Life racconta la lunga gestazione di quelle istantanee che vennero pubblicate sull’omonima rivista ma le precedenti esperienze professionali del regista hanno reso inevitabile uno spostamento. La sua attenzione non si concentra soltanto sulla rievocazione dell’epoca e ha molto interesse a mostrare la sua vita privata sotto una luce inedita. Il film si indirizza sul lavoro di focalizzazione che il freelance aveva dovuto affinare per centrare l’essenza del suo soggetto.
Anton Corbijn vuole affrontare il metodo che porta ad un’istananea iconica come quella di James Dean nello scenario piovoso di Times Square. Il termine non è casuale perchè questo approccio richiede una pratica interpretativa che era molto cara al giovane divo: la sequenza che ricostruisce una lezione dell’Actors’ Studio non è un omaggio sporadico.

La trama di Life diventa un caso da manuale che permette al regista una lezione sul fotografo che deve entrare nel personaggio. Il suo editore rifiuta i suoi primi tentativi perchè non hanno un’anima e lo invita ad un ulteriore lavoro di approfondimento: il consiglio sembra arrivare da Lee Strasberg invece che dal direttore dell’agenzia MAGNUM. Il protagonista deve perseguitare un modello che non soltanto è riottoso alle sue richieste ma soprattutto non ha mai un’apparenza sincera.
Life si misura con una versione di James Dean che non smette mai di recitare e di mistificare la sua vera natura nemmeno davanti ad un mogul come Jack Warner. L’attore dissimila i suoi stessi sentimenti ed è così ossessionato dal suo ego da sacrificare il suo amore per Pier Angeli soltanto perchè la notorietà da rotocalco della ragazza oscura la sua grandezza. La sua contraddizione deflagra quando ha la sua occasione di avere una premiere da ospite principale e la rifiuta per un senso di sfida infantile alle convenzioni hollywoodiane.

La personalità di Dennis Stock non è alternativa ma è speculare e offre una verifica empirica alla teoria di Anton Corbijn. Il reporter non si accontenta di immortalare la mondanità cinematografica e abbandona la sua famiglia e suo figlio per l’ambizione di pubblicare una foto su LIFE e diventare un artista a pieno titolo. Il suo sogno si realizza nel momento in cui James Dean lo invita ad accompagnarlo nel ranch dell’Indiana in cui è cresciuto. La sua personalità si sente al sicuro soltanto nella quiete domestica e forse le intenzioni iniziali della sceneggiatura di Luke Davies erano proprio quelle di raccontare il suo ultimo ritorno a casa prima della rapida notorietà e della morte prematura.
La conclusione scolastica viene evitata dalla necessità di Anton Corbijn di dimostrare gli ingredienti della fotografia perfetta e per far assecondare la sua prevedibile immedesimazione con Dennis Stock. Una buona fotografia nasce quando si stabilisce un punto di contatto tra la sua lente e la sua materia: ma un buon film? Gli attori in parte e il salto all’indietro di un’ambientazione accurata sono sufficienti?
La sua affinità elettiva con un comprimario del film cambia le consegne del film ma il copione non aveva programmato un punto di arrivo per il nuovo protagonista: l’esperienza non gli ha insegnato ad essere un bravo padre e non lo ha riscattato dall’essere un pessimo marito. Forse la sua ossessione è solo quella di trovare un’altra fotografia…

Emanuele Di Porto, da “sentieriselvaggi.it”

 

 

 

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