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Latin lover

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Cristina Comencini, figlia di Luigi, scrive, insieme a Giulia Calenda, e dirige un film meravigliosamente frizzante, dalla forte attitudine teatrale ma spontaneo, naturale e stiloso.
Ha dentro tanti temi, tutti toccati senza superficialità: il rapporto moglie/marito, quello padre/figlio, il ricordo, la convivenza, l’omaggio ad un cinema, quello italiano, che splendeva e che ora forse non c’è più.

Tutto questo e molto altro in Latin Lover, un film che innanzitutto ha una scrittura sapiente ed efficace, fatta di dialoghi. Tanti dialoghi. Ecco perché non ci spaventiamo a definirlo come un film dai forti elementi teatrali. Ma la differenza risiede nel fatto che gli scambi di battute non sono mai pesanti, ma naturalissimi e reali.
Il cast rende tutto estremamente semplice. Quando hai la splendida Virna Lisi (ultima fatica cinematografica prima della sua scomparsa), Valeria Bruni Tedeschi, Angela Finocchiaro, Francesco Scianna e Neri Marcorè, è chiaro che otterrai un risultato quanto meno alto.
Bravissimi tutti.

Un film sul ricordo del padre, ricordo che sfugge così com’è sfuggito il padre, il divo tanto disponibile e smagliante sotto i riflettori, quanto assente e spento nella vita privata.
Le donne, le figlie e le mogli, ognuna con le loro ansie e nevrosi.
Movimenti di macchina ben studiati nelle parte più concitate, per poi spostarsi verso riprese più statiche, per raccontare l’intimo, per stare addosso ai protagonisti e alle loro emozioni.
Forse non è un capolavoro, ma un bellissimo film si, in cui c’è di tutto e tutto viene reso nella maniera migliore possibile, senza esagerare.

Perché quando pensi che la Comencini lo stia per fare, lei cambia le carte in tavola. Con astuzia, umiltà ed intelligenza.

Francesco Governa, da “35mm.it”

Nel decennale della morte di Saverio Crispo, divo del cinema italiano, le due vedove e quattro delle cinque figlie, avute da cinque donne diverse, si ritrovano nel paesino pugliese da cui aveva origine il padre per una celebrazione che si trasformerà in una riunione di famiglia. E che famiglia: cinque nazionalità diverse, una manciata di nipotini di cui molti di nome Saverio, rivalità e di alleanze incrociate che durano da sempre e che per l’occasione esplodono come mortaretti, una dietro l’altra.
Cristina Comencini compone e scompone il ritratto corale di un’umanità femminile che ruota introno al ricordo di un uomo attingendo al miglior cinema europeo sull’argomento (Almodovar, Ozon, Monicelli, per fare solo tre nomi) ma anche alla sua autobiografia di primogenita di quattro sorelle, tutte figlie del mitico Luigi Comencini. E costruisce un’allegoria non solo sul mondo muliebre ma anche sul cinema, in particolare quello italiano: Latin Loverdiventa così (anche) un elogio della grandezza dello schermo e dei suoi volti, nonché del cuore degli uomini e delle donne, quando vuole.
A tenere botta (e aggiungere del proprio) alla sceneggiatura firmata dal duo madre e figlia Cristina Comencini e Giulia Calenda è un cast di attrici in gran forma, con punte di diamante le più anziane: Marisa Paredes, che “butta via” la sua scena madre con la grazia leggera che hanno solo le grandi interpreti, e Virna Lisi (cui è dedicato il film), che condivide la scena madre scritta invece per lei facendo ridere di gusto le sue costar, con la generosità che hanno solo le attrici autentiche.
L’impianto è fortemente teatrale ma i dialoghi hanno il ritmo e la naturalezza del reale, e snocciolano piccole e grandi verità attraverso la sensibilità (e la capacità di contraddizione) femminili. E il doppio registro che fa leggere la storia come metafora cinematografica si snoda lungo tutta la narrazione, facendo da ironico contrappunto all’emotività che tracima dalle interpretazioni del cast, di cui fanno parte anche alcuni uomini presi a prestito (come Paredes) dal cinema almodovariano – Jordi Mollà e Lluís Homar – e tre italiani – Neri Marcorè, Claudio Gioè e Toni Bertorelli – contenti di fare da spalla alle colleghe. Al volto antico e autoironico di Francesco Scianna il compito di interpretare l’uomo dei sogni, facendo esplicito omaggio un po’ a Volonté, un po’ a Mastroianni e molto, moltissimo a Vittorio Gassman, e attraverso di loro alle stagioni del cinema italiano – la commedia anni Sessanta, l’impegno dei Settanta, gli spaghetti western, gli excursus oltralpe e a Hollywood, persino un immaginario periodo bergmaniano.
Ma Latin Lover appartiene all’impaccio esistenziale di Valeria Bruni Tedeschi, alle nevrosi di Angela Finocchiaro, alla spontaneità latina di Candela Peña, alla naiveté nordica di Pilha Viitala e all’accento yankee di Nadeah Miranda che consente a Comencini di chiudere in musical, senza vergogna. L’intero film si concede il lusso dell’eccesso cinematografico citazionista e smaccatamente emozionale, della celebrazione del lavoro d’attore attraverso movimenti di macchina attentamente pianificati e poi abbandonati all’improvvisazione del momento. Memore del suoDue partite la regista inscena conversazioni da tè fra le signore ben attenta a “tagliare le scene con troppe parole” e a lasciar filtrare la ferocia e il dolore che attraversano i discorsi femminili.
Comencini mette a frutto il suo background altoborghese e la sua conoscenza da insider del cinema ben sapendo che “la colpa è sempre del regista”, e fregandosene. E sulle sue donne, soprattutto le meno giovani, punta una luce diretta che ne valorizza le rughe invece di negarne il passato.

Paola Casella, da “mymovies.it”

 

La vedova italiana e quella spagnola del divo italiano Saverio Crispo, incarnazione internazionale del latin lover, si ritrovano nel suo paese natale per celebrare con le loro figlie e con le “altre”, nate da relazioni non ufficializzate dell’uomo, il decennale della sua scomparsa. Tutte, coi loro problemi e i loro rancori legati al passato, convergono con la rispettiva prole nella grande casa di campagna dove lui le riuniva ogni estate. Ci sono solo quattro uomini: un anziano critico e biografo del mito, un giornalista appassionato dell’opera di Crispo, il montatore dei suoi ultimi film nonché fidanzato della figlia maggiore e il marito di quella spagnola, che incarna nel peggior senso del termine l’arte della seduzione maschile. In questa caotica situazione arriva Pedro del Rio, stuntman e controfigura di Saverio, a chiedere di far parte della famiglia. Alla fine tutte le donne del suo harem si renderanno conto di non aver mai veramente capito il loro idolo, ma si sentiranno, proprio per questo, molto più libere.

E’ vero, parafrasando un successo nazional popolare, che a volte la nostalgia è canaglia. Lo è perché ci tiene con lo sguardo rivolto indietro e i piedi bloccati a terra, fermi a rimpiangere un passato che in alcuni casi non abbiamo neanche vissuto, quando potremmo guardarci intorno e magari proiettarci nel futuro con uno sguardo più libero e indipendente. Non pecca per fortuna di improduttiva e lagnosa nostalgia Latin Lover, il nuovo film della poliedrica Cristina Comencini, ex economista, scrittrice e regista di cinema e teatro con un debole per la commedia, meglio se corale e femminile, e un grande tocco nel dirigere i suoi attori. Si possono non amare tutti i suoi film, ma è certo che è una delle poche registe italiane a essersi imposta in un mondo ancora e tenacemente maschilista. Forse per questo in Latin Lover mette al centro un uomo, anzi, l’Uomo, idealizzato e mitizzato, racchiuso nella figura di un divo della cosiddetta epoca d’oro del nostro cinema, con le sue turbolente relazioni sentimentali.

Saverio Crispo è al tempo stesso immagine archetipica del padre di cui ogni figlia si innamora – a volte per tutta la vita -, e incarnazione immateriale dell’immaginario collettivo, a cui si perdona (quasi) tutto in virtù del suo fascino, della sua simpatia e del poco tempo che può concedere a chi gli vive accanto. Come tutti, in fondo è solo un essere umano con le sue fragilità e debolezze, reso forte dallo sguardo femminile che finisce per soffocarlo. In questo caso le donne che in vita gli gravitavano intorno hanno dedicato buona parte della propria esistenza a un uomo che non hanno mai davvero posseduto. Tra ricordi, segreti e piccole vendette,  riusciranno a liberarsi del loro fardello solo quando entrerà in campo un altro personaggio, il classico imbucato alla festa che si rivela poi il portatore di un’altra e altrettanto valida verità.

E’ un bel film Latin Lover, che piacerà soprattutto a quanti di noi hanno amato i mattatori del nostro cinema, attori che mutavano pelle in continuazione e senza problemi: da fini dicitori a guitti di avanspettacolo, da pensose o allegre muse di grandi registi a emblemi dei generi popolari, dai film di impegno politico alle sparatorie a mezzogiorno nel deserto di Almeria. Tutto questo nel film lo vediamo in un finto/vero montaggio costruito su Francesco Scianna, che ha la giusta faccia “antica” per il ruolo. Anche se la storia famigliare di un padre grande come Luigi Comencini unisce in un connubio ideale arte e privato, la sua possibile influenza resta sempre sottintesa, in un film composto come un puzzle da molti tasselli diversi.

Non siamo nemmeno dalle parti della satira di Mario Monicelli in Speriamo che sia femmina, anche se il gineceo nella casa di campagna può ingannevolmente ricordarlo (o forse anche questo fa parte del gioco): qua è proprio un uomo a portare quel valore in più, quel momento di verità che riconcilia le signore con la vita e con colui che si sono contese anche dopo la sua morte.

Gli attori e le attrici sono ben scelti e così bravi che ci è impossibile citarli tutti per motivi di spazio, ma siamo certi che gli altri ci perdoneranno se sottolineiamo la prova grandiosa delle due Vedove Reali del film: la straordinaria Marisa Paredes e la splendida Virna Lisi, che è bello ricordare con una parte in cui si svela con un’allegria contagiosa e liberatoria che dice molto sulla donna oltre che sull’attrice. Ed è in fondo naturale che a offrirle questo ruolo sia stata una regista che l’ha conosciuta sul set paterno da cui l’ha “ereditata”, lavorando più volte con lei e portando avanti la sua immagine nel cinema contemporaneo. Un plauso personale va anche a Lluìs Homar, a cui tocca l’onere e l’onore della scena più commovente del film, recitata benissimo. Belle anche le musiche, che riecheggiano con discrezione lo stile delle colonne sonore di quell’epoca del nostro cinema.

Se dovessimo riassumere in una parola Latin Lover diremmo che è un film “felice”, pieno di vera e importante leggerezza femminile, come quel piedino di bimba, incongruo e non visto, che fa capolino da dietro una roccia sul set di un western all’italiana.

Daniela Catelli, da “comingsoon.it”

 

MOLTO Mastroianni, un po’ di Gassman, un po’ di Gemma, qualcosa di Volontè. Ci sono tutti questi interpreti (e molti altri) nel Latin lover di Francesco Scianna, un attore del nostro grande cinema che ha attraversato il varietà, la commedia all’italiana, il cinema impegnato, le esperienze all’estero (Spagna, Francia, Svezia, Hollywood) prima di morire, dieci anni fa. Ora, nel paesino pugliese in cui era nato e dove ancora vivono la sua prima moglie e la sua prima figlia, nel decennale della scomparsa si ritrovano tutte le sue donne – e sono molte: la moglie italiana (Virna Lisi nella sua ultima interpretazione), la figlia piu grande che detiene l’eredità storica del padre (Angela Finocchiaro), la figlia francese (Valeria Bruni Tedeschi), quella spagnola (Candela Pena) con la madre (Marisa Paredes), la figlia svedese (Pihla Viitala) e quella illegittima americana (Nadeah Miranda) che tarda ad arrivare. Tra rivalità, incomprensioni, gelosie, le sue donne si ritrovano e cercano di far rivivere il suo ricordo in cerca “dello sguardo del padre anche da morto”.

Arriva in sala il 19 marzo l’ultimo film di Virna Lisi, morta il 18 dicembre scorso, diretto da Cristina Comencini. Nel film, che racconta la figura di un attore affascinante e adorato dalle donne morto dieci anni fa, la Lisi interpreta la moglie italiana in un gruppo familiare dove prevalgono le donne. In questo estratto dal backstage alcuni emozionanti momenti della lavorazione del film.

Cristina Comencini firma una commedia commovente che cerca di essere leggera e allo stesso tempo “un omaggio al grande cinema mitico italiano, ma anche una presa di coscienza che dobbiamo liberarcene”. Proprio come tutte queste donne, che nel corso della storia riescono a staccarsi dall’immagine idealizzata del padre e marito di cui ognuna conserva un’istantanea che nei propri ricordi prende vita e torna a essere quell’uomo affascinante, sfuggente e complesso che probabilmente nessuna di loro ha veramente compreso. “Non si può vivere di ricordi – chiarisce la regista che ha scritto il film insieme a Giulia Calenda – il cinema di un tempo era mitico così come mitici erano gli attori di allora. Anche le storie, però, erano mitiche e si raccontava di tutto, dal drammatico alla commedia al western, il peplum e il film in costume del Settecento. Noi nel film raccontiamo la differenza tra quel cinema eroico e il sentimento che ci pervade ogni giorno nella riscoperta di quello che siamo oggi o che comunque dovremmo essere. La subalternità di queste donne, affettuosa o passionale, per Saverio padre e marito, cede il posto nel corso del film a una liberazione che fa dire al personaggio interpretato da Marisa Paredes, che si è disfatta di una parrucca: “Ora senza uomo e senza capelli finalmente mi sento me stessa”.
Arriva in sala il 19 marzo l’ultimo film di Virna Lisi, morta il 18 dicembre scorso, diretto da Cristina Comencini. In “Latin lover” che racconta la figura di un attore affascinante e adorato dalle donne morto dieci anni fa, la Lisi interpreta la moglie italiana in un gruppo familiare dove prevalgono le donne. Nel cast ricchissimo troviamo Francesco Scianna, Angela Finocchiaro, Valeria Bruni Tedeschi, Neri Marcoré, Marisa Paredes, Candela Pena, Pihla Viitala, Nadeah Miranda.

Per l’attore palermitano classe 1982 quel cinema appartiene soprattutto alla storia. “Per un attore un ruolo come quello di Saverio, protagonista di film dai generi completamente diversi, è un vero regalo – commenta Scianna – e Cristina mi ha spinto al gioco, una dimensione che gli attori di una volta vivevano con più leggerezza. Facevano anche delle porcherie per poter poi permettersi di fare grandi film. Lo spot del tonno di oggi corrisponde a certi film non riusciti dell’epoca, un giorno ho incontrato Al Pacino che mi ha detto ‘domani vado in Australia a girare uno spot, mi danno un sacco di soldi’. Ho lavorato sul personaggio cercando di comprendere e restituire l’umanità di Saverio, certo è un latin lover ma è anche un uomo in cerca d’amore che ha la luce addosso. È una figura positiva sebbene si sia perso molto. Poi, come tutti i grandi attori, è un po’ svalvolato…”.

La regista di “Latin lover”, storia di un attore pieno di donne e di figlie che nascondeva un segreto, parla del ruolo dell’artista: “Se un uomo ha un ruolo pubblico non può sottrarsi alle domande.

Il film è dedicato a Virna Lisi, scomparsa lo scorso 18 dicembre, fra le protagoniste , e della quale la regista era amica. “Mi manca moltissimo, se fosse qui con la sua vena diretta direbbe cosa pensa del film. Insieme abbiamo fatto quattro film, tra regia e sceneggiatura, e questo secondo me è stato per lei un lavoro importante. Sul set stava bene ma mi sono fatta l’idea che in cuor suo volesse andare dal marito. Sono legata alla sequenza in cui il suo personaggio, ubriaco, racconta: lì esce fuori tutto il retaggio di una donna di quell’età che ha attraversato la storia del cinema”.  È un film “pieno di Virna – aggiunge Valeria Bruni Tedeschi – penso sempre a lei, come attrice era incredibile. Il fatto che forse volesse raggiungere il marito, come ha detto la Comencini, mi dà serenità”. Alla proiezione ha partecipato il figlio Corrado Pesce che però non è rimasto alla conferenza perché molto commosso.
Un cast internazionale con attori che a Roma hanno reso omaggio al cinema italiano del passato: Jordì Molla (che nel film interpreta il marito della figlia spagnola) ha raccontato: “A 16 anni ho imparato l’italiano grazie ai film e mi sono morso le mani quando ho scoperto di aver perso un’occasione con Ben Hur che avrebbero girato a Cinecittà”; Marisa Paredes: “Oggi il cinema è molto diverso da quello di allora ma è la vita che è profondamente cambiata”; Pihla Viitala: “Io da finlandese quando ho detto a mia madre che stavo per fare un film in Italia girato in italiano con la grande Virna Lisi mia madre non mi ha creduto”. L’australiana Nadaeh Miranda (ex voce dei Nouvelle Vague), che interpreta la figlia americana: “Fare questo ruolo mi ha fatto fare pace con una parte di me perché sono nata da un papà italiano e l’idea di un padre che gira il mondo e va a letto con molte donne già mi era familiare”. Del cast fanno parte anche Neri Marcoré, il suo montatore storico, Toni Bertorelli, il critico, Claudio Gioé, il giornalista in cerca di scoop, e Lluis Homar che interpreta il suo storico stunt, il suo doppio, che conserva alcuni segreti che verranno rivelati nel corso del film e getteranno nuova luce sull’attore, sul latin lover ma soprattutto sull’uomo.

Chiara Ugolini, da “repubblica.it”

 

Otto donne, mogli e figlie, un uomo soltanto, marito e padre. Lui ha loro eppure loro non hanno lui. Perché lui non è mai esistito, perché lui è il cinema: il film gira attorno qualcuno che non c’è, nella finzione come nella realtà. Ultimo film di Virna Lisi, è un conteggio delle possibilità che ci rimangono dopo quella stagione, dopo quelle storie, dopo quel cinema

I film e il cinema non sono la stessa cosa – e per una verità a volte difficile da comprendere, che non vogliamo comprendere, non sono nemmeno la vita. Latin Lover è un film che trova il suo compimento nel cinema e nella vita. Cristina Comencini ne ha consapevolezza nel primo caso e non ne ha nel secondo, ma in entrambi i momenti non si tratta di un qualcosa che c’è ma, sì, di una mancanza. L’ultimo lavoro della scrittrice-sceneggiatrice-regista è un mélo comico che ha al suo centro un punto cieco, impossibile da guardare e da cui è impossibile essere, letteralmente, visti: il finzionale Saverio Crispo, il genio, il gigante, il divo del cinema italiano di cui ricorre il decennale della morte, celebrazione organizzata nel suo paese natio dall’intera famiglia qui riunita per l’occasione, dalle due mogli Rita e Ramona alle figlie Susanna, Stephanie e Segunda. Saverio Crispo è nello spazio di due fotogrammi attigui Marcello Mastroianni e Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi e Gian Maria Volonté, è il cinema d’autore e la commedia all’italiana, è il cinema politico e lo spaghetti western. È, semplicemente, il cinema italiano quando il cinema italiano era grande. Poi viene la vita. Qualcuno che come noi non abbiamo più quel cinema lei non ha più la vita: Virna Lisi. Questa è la mancanza di Latin Lover. Un qualcosa che si incarna e prende luce davanti ai nostri occhi per un’ultima volta, quel viso e quel corpo di Virna che erano quel cinema, erano quella vita. Non è uno scappare troppo in avanti, perché Virna inLatin Lover è la prima attrice, è il primo amore, è la prima moglie, è la prima madre. Per Saverio Crispo, per il cinema italiano, per il film, per noi.

E questo avviene nella filmografia della Comencini, forse la regista più “letteraria” che il cinema italiano ha in questo momento assieme a Mario Martone – Bellocchio è altro, Bellocchio è sceneggiatura. C’è sempre una casa a cui tornare, una famiglia da unire, un passato da districare, un sogno da visualizzare nei lavori della regista. Tutte queste pulsioni, tutti questi impulsi in Latin Lover convivono sullo stesso piano di realtà e di eventi, il passato e il sogno sono il cinema, la casa e la famiglia un’ultima visione. Quello che manca è la forza per mettere in scena e far muovere la porzione di mondo che abbiamo davanti. Non c’è un fremito, uno scossone, un errore che sia puro movimento in una regia immobile, neutra.

Tranne, ancora una volta, lì. Saverio Crispo. Una forza centripeta che smuove ogni cosa fino a mescolare il passato con il presente con il futuro, così le figlie sono identiche alle madri, le prefigurano e le perpetuano allo stesso tempo – ma quale? Lui che è tanti. Lui che è Loro. Lui che è tutto il cinema italiano. E mentre scorrono le immagini di Saverio Crispo che è anche il cinema svedese, francese, americano, diviene quasi insopportabile guardare, c’è del dolore, c’è del personale, in quelle immagini che appartengono a tutti e quindi per primi a noi, alle nostre storie, alle nostre vite. L’operaio che si ribella in fabbrica, le donne che corrono su un prato, l’uomo davanti allo specchio rotto, lui e lei nudi in un letto in bianco e nero. Ha ragione la Comencini a far citare “io sono sempre grande. È il cinema che è diventato piccolo”. Ha ragione perché loro sono ancora grandi e noi siamo diventati piccoli. D’altronde, come possiamo noi essere grandi se loro lo sono stati in questo modo? Così grandi?

Luigi Coluccio, da “sentieriselvaggi.it”

 

 

VOTO: 8/10

GIUDIZIO: Procedere con Attenzione! Donne rivali sotto lo stesso tetto

Ci sono persone che collezionano magneti sul frigo, altre collezionano boule à neige ed altre ancora collezionano fidanzate. Le conseguenze per il collezionista sciupafemmine sono però ben diverse dall’avere un frigorifero inguardabile. Diverse mogli e figlie, sono il prodotto di una vita da Latin Lover.

Saverio Crispo (Francesco Scianna – Il Più Bel Giorno della Mia Vita), è uno dei più grandi attori che il cinema italiano abbia mai avuto, un genio, ed è morto dieci anni fa. Le sue quattro figlie, avute da mogli diverse in giro per il mondo, si radunano nella grande casa del paesino pugliese dove l’attore è nato. Susanna (Angela Finocchiaro): la figlia italiana con il compagno (Neri Marcorè) di cui è fidanzata clandestina. Stephanie (Valeria Bruni Tedeschi – ma chi! La sorella di Carla Bruni? Si) la figlia francese, insieme al più piccolo dei tre figli avuti da tra padri diversi. Segunda (Candela Peña) la figlia spagnola, l’unica sposata, con un marito piacione e traditore (l’attore hollywoodiano Jordi Mollà di Blow e Riddick). Solveig (Pihla Viitala a cui non perdoneremo le calze color carne della conferenza stampa) l’ultima figlia svedese che non ha quasi mai visto il padre. Arrivano anche le due vedove, la prima moglie italiana (Virna Lisi) che se l’è ripreso e curato in vecchiaia, e l’attrice spagnola (Marisa Paredes) che lo ha sposato ai tempi dei western all’italiana. Nessuna delle figlie ha conosciuto veramente il grande padre che ognuna ha mitizzato e amato nelle epoche diverse della sua trionfale carriera. Nel mezzo dei festeggiamenti, aspettando solamente la quinta figlia americana riconosciuta con la prova del Dna, irrompe Pedro del Rio (Lluis Homar), lo stunt che pare conoscere l’attore meglio di chiunque altro.

Cristina Comencini (nominata agli Oscar per La Bestia Nel Cuore) porta sul grande schermo una situazione che sembra strano, ma ormai sempre più famiglie vivono il 25 dicembre all’ora di pranzo (una regista capace come la Comencini sarebbe utile in quel giorno). La regista romana si muove divinamente tra rivalità femminile, segreti e rivelazioni per dirigere una commedia di altissima qualità. Per farlo, ha costruito un set corale composto quasi interamente da donne incredibili e attrici che rappresentano il meglio del cinema europeo. In Latin Lover, l’Italia, la Francia, la Spagna, la Svezia e l’America si trovano faccia a faccia, in una casa piena di occhi ed orecchie, per ricordare l’uomo che con l’arte di amare ha unito questi paesi. Un uomo la cui idea di grandezza e perfezione inizia a crollare via via che si scopre un lato più umano ed imperfetto della sua vita (Saverio Crispino, con quella faccia d’altri tempi, sembra davvero esistito).

Le sequenze tragicomiche sono molto divertenti grazie ad un cast perfetto e ai dialoghi serrati e ben scritti. Le diverse nazionalità dei personaggi sono rappresentate senza sfiorare neanche lontanamente il clichè, anzi, gli accenti sono molto gradevoli. Latin Lover è una commedia italiana che esprime grazia da tutti i ciak e rappresenta un tributo, oltre che alla vitalità e al cuore delle donne, al cinema che un tempo rese grande il nostro paese, senza dimenticare che è ora di andare avanti, e partire da importanti basi per fare anche meglio. La Comencini mostra la giusta via, e permette di scacciare quell’invidia che lo spettatore ha provato guardando la commedia francese degli ultimi tempi (Non Sposate le Mie Figlie ad esempio). Splendida la fotografia di Italo Petriccione.

Last but not least, Virna Lisi…ci lascia con un’altra delle sue perfette interpretazioni, e poco importa se c’è qualcuno che la conosce solo per Sapore di Mare (si lo so, ma booooni, stateve boooni), Latin Lover è un modo per godere ancora di quello che sapeva fare meglio, e le rende degnamente omaggio, ne sarebbe stata fiera.

da “acinidicinema.it”

 

 

Ultimo film diretto da Cristina Comencini, Latin Lover esibisce uno sdoppiamento narrativo degno di nota, che ha il pregio di saper elogiare il cuore delle donne e il cinema italiano degli anni sessanta e settanta.

Nel decennale dalla morte di Saverio Crispo, divo del cinema europeo, la famiglia (le due vedove e le quattro figlie avute da quattro donne diverse) si ritrova nel paese natio del padre. Qui rivalità e alleanze che durano da sempre per l’occasione esplodono una dopo l’altra.

“Saverio è frutto dell’immaginazione. Il grande cinema di quegli anni è realmente esistito”. Questa è la frase che campeggia sullo schermo nero appena prima dei titoli di coda. Ed è da qui che inizia l’analisi diLatin Lover; può apparire atipica come scelta ma, imparando a leggere nella profondità di quella frase, si può comprendere l’intento di Cristina Comencini e il fine ultimo della pellicola. Perché se la vicenda rappresentata è costruita con destrezza, maestria e leggerezza, può essere interpretata come un mero espediente per raccontare qualcosa di più universale: una celebrazione del grande cinema e dei volti che hanno popolato gli schermi degli anni d’oro del cinema europeo.

Tuttavia la storia ha una sua valenza intrinseca e racconta l’universo femminile al pari di un Almodovar d’altri tempi (non è un caso che la regista prenda in prestito tre attori cardine del cineasta spagnolo: Marisa Paredes, Jordi Mollà e Lluis Homar). E, come già anticipato, Latin Lover racconta molto di più e tutto ciò grazie al volto autoironico e “antico” di Francesco Scianna, che interpreta l’uomo dei sogni che ha ammaliato donne, figlie e addetti ai lavori.

La Comencini offre spazio a Volontè, Mastroianni e Gassman, attori che hanno rappresentato l’Italia nel mondo, e disegna per il suo protagonista un universo che attraversa il teatro varietà, le nostrane pellicole impegnate, il cinema d’oltralpe, gli spaghetti western, un periodo bergmaniano e la dorata Hollywood (dove ha realizzato i suoi film peggiori). Un percorso che accompagna la vicenda principale (sei donne caratterizzate in modo deciso, che cavalcano contraddizioni di ogni genere in chiacchiere intimiste), che spunta di tanto in tanto e non è mai invasiva.

Film riuscito in ogni sua parte (ilare o drammatica), Latin Lover ostenta il background da conoscitrice del cinema dall’interno della Comencini e allieta il pubblico con leggiadria e maestria. Una pellicola alto borghese che mette a nudo le fragilità di un gruppo di donne che scelgono di abbandonare il passato per assaporare il presente, tenendo bene a mente le emozioni che i ricordi suscitano.

Andrea Ussia, da “persinsala.it”

 

 

Cristina Comencini firma insieme a Giulia Calenda un film di calibro notevole. Notevole sia per gli attori eccellenti di cui si compone il cast sia per gli aspetti tecnici – montaggio, musica e fotografia – che caratterizzano “Latin lover”.

Al centro il mito, un mito che vive in Saverio Crispo come attore, uomo e padre, attraverso la cui icona, creata dal mondo femminile e non solo, la Comencini apre una parentesi sul cinema italiano degli anni ’60 e ’70, offrendo agli spettatori la possibilità di porlo a confronto con quello contemporaneo, tra i cui frutti lo stesso “Latin Lover”.

La presenza femminile domina lo schermo come a sottolineare il peso del fascino accecante del grande Saverio che ha “seminato” figlie per tutto il mondo: Italia, Spagna, Svezia e America. Un uomo dentro e fuori lo schermo al centro di racconti, innamoramenti, storie di vita, disagi e tradimenti.

Le due mogli e le quattro figlie con a seguito nipotini di cui molti di nome, non a caso, Saverio si ritrovano nella casa del paesino pugliese di origine di Crispo in occasione del decennale della morte. Un incontro che si rivela un’occasione di confronto tra le donne, in un primo momento, subordinate, anche se in maniera passionale e affettuosa, al carisma dell’attore, allo charme dell’uomo, all’assenza presente del padre. Un incontro che porta tutte a superare ‘le vite incasinate’, come afferma Valeria Bruni Tedeschi nei panni dell’insofferente figlia parigina, ereditate e originate dalla leggerezza del modus vivendi di Saverio.

Emblematica è la scena in salotto prima della proiezione celebrativa degli spezzoni memoriali delle scene salienti della carriera di Crispo. Scena in cui le donne con un bicchiere di whisky in mano, venendo a patti con alcune verità riguardo la sessualità dell’uomo che le ha fatte ‘impazzire’, si liberano da tale giuoco riscoprendo sé stesse, l’essenza più vera e intima dell’essere donna. Grandiosa l’interpretazione di Virna Lisi, a cui per altro è dedicato il film, trasudante di energia, vitalità e spontaneità.

Interessante il bizzarro caso che avvolge il latin lover: nonostante abbia catturato il cuore di tutte donne, ha trovato la propria identità attraverso e con un uomo, lo stunt Pedro – Lluis Homar . La bisessualità diventa strumento per mostrare l’umanità che risiede dietro un’icona cinematografica resa irraggiungibile e inarrivabile.

Dunque una commedia divertente che pone l’accento sulle vite che contornano e palpitano dietro il ‘volto dello schermo’ delle grandi star.

Marianna Cifarelli, da “ecodelcinema.com”

 

 

Cristina Comencini sorprende piacevolmente nel portare sul grande schermo quella sua profonda dote narrativa che la contraddistingue romanzo dopo romanzo. E lo fa con una lieve, profonda e solare storia sulle donne e sul mito di un uomo, dimostrando di saper gestire splendidamente i ritmi della commedia.
Il Latin Lover del titolo è Savero Crispo (Francesco Scianna), grande attore italiano dal talento naturale, famoso nel mondo dal teatro alla commedia all’italiana, dalla stagione francese al periodo svedese fino a Hollywood.

Dentro questo nuovo brillante lavoro di Cristina Comencini si celano, per poi svelarsi, tanti dettagli, i fuoriscena dei dietro le quinte di una famiglia molto allargata, moltitudini di emozioni e sentimenti, scontri e rapporti umani, uomo e donna, madre e figlia, marito e moglie, padre e figlia, che si manifestano attraverso il cameratismo degli uomini, che si spalleggiano e proteggono, e attraverso la difficoltà femminile, anche se madri e figli, anche se sorelle, di fare gruppo.

La famiglia intercontinentale del Latin Lover si riunisce in occasione del decennale della sua morte; l’evento è una retrospettiva dei suoi film, organizzata con tanto di targa e canoniche celebrazioni cittadine nel suo paese d’origine.
Nel casale di famiglia in Puglia, comprato dall’attore sulla cresta dell’onda della sua carriera, si riuniscono la moglie italiana, Rita (Virna Lisi, immensa e indimenticabile), e la seconda moglie spagnola, Ramona (Marisa Peredes, puntuale e stravagante). Ex attrici, un tempo apprezzate, star nascenti che hanno affievolito la loro luce per far risplendere l’impenitente Saverio (in lui, presente in brevi video creati con nostalgia e devozione verso un cinema che non c’è più, volutamente si rivelano Gassman, Tognazzi, Volontè, Mastroianni…), Rita, che s’è ripresa il marito alla fine dei suoi giorni, e Ramona che finalmente si sente sé stessa, sono due matrone diventate con gli anni “amiche di disgrazie”, entrambe serialmente cornificate da Saverio, ma fedeli custodi della sua memoria.

Ognuno ha la sua versione di Saverio come uomo, marito, padre, attore, artista, tutti credono di conoscere il suo piatto preferito (chi dice riso patate e cozze, chi dice purè di fave, chi dice orecchiette con le cime di rapa), il critico Picci (Toni Bertorelli) ha scritto una “bibbia” su di lui, il giornalista Marco Serra (Claudio Gioè) ha fatto la tesi di laurea su di lui, Walter (Neri Marcorè) è stato il montatore dei suoi ultimi film e obiettivo “garante” della sua vita privata, Pedro (lluis Homar), il suo storico stunt, gli ha insegnato a cavalcare e sparare e sostiene di conoscerlo meglio di chiunque altro. Saverio ha avuto un ruolo cruciale nelle loro esistenze, soprattutto in quelle di quattro donne dalle vite disperate, quattro figlie, marchi di fabbrica di Saverio. Susanna, Stephanie, Segunda, Solveig e poi la figlia mai voluta conoscere, la figlia del DNA, Shelley.

Non si vedono da dieci anni, dal funerale del loro amato, venerato, ammirato padre. Educate dalle madri a ricordare e alimentare con premurosa dedizione il mito del padre, Susanna, Stephanie, Segunda e Solveig, la più piccola, si trovano a confrontarsi tra di loro, adulte competitive ancora gelose dell’affetto del padre e delle scorribande sentimentali dell’uomo.
Lo scontro di femminilità, la rivalsa di Eve contro Eve, tra le figli attrici, Stephanie (un’incantevole e sempre perfetta Valeria Bruni Tedeschi) e Solveig (Pihla Viitala) e le altre due che “lavorano” Susanna (Angela Finocchiaro, incisiva e sempre all’altezza della situazione) e Segunda (una spensierata Candela Peña) scatena un tempestoso clima emotivo, ravvivato anche e soprattutto dal misterioso Pedro.

Mentre il dolce ritmo di una sceneggiatura spiritosa e con dialoghi taglienti scorre via con forza, passione e umorismo, mentre le figlie trascendono la vita patinata del padre e viene a galla l’uomo “ordinario”, o meglio i difetti dell’uomo ordinario, le sue donne si rinnovano e rinascono dalle ceneri dell’ingombrante mito, per poi “rivedersi al prossimo funerale”.

Ilaria Falcone, da “nonsolocinema.com”

 

 

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