La prima luce

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Marco è un avvocato barese compagno della sudamericana Martina e padre di un bambino di sette anni, Mateo. Il rapporto di Marco con il figlio è improntato al gioco e alla tenerezza, quello con la compagna invece è fatto di silenzi, rancori e incomprensioni, ma l’uomo a malapena se ne accorge, fagocitato dalla sua professione e dalle incombenze quotidiane. Martina invece è alla frutta e la sofferenza le si legge in faccia: il suo unico desiderio è tornare nel suo Paese natale, portando con sé il piccolo Mateo. Quando Martina annuncia le sue intenzioni a Marco lui commette l’errore fatale (tanto comune nelle unioni infelici) di non prenderla sul serio, quando invece la disperazione (e la mancanza di un vero ascolto) rendono la donna assolutamente determinata a portare a termine il suo programma. Così Mateo si ritrova a 15mila chilometri dal padre, e Marco rimane a Bari da solo.
Vincenzo Marra racconta una storia molto personale, da lui stesso sceneggiata insieme ad Angelo Carbone, e si avverte quasi fisicamente il suo sforzo di non trascendere nei toni e di non fare del suo film un’arringa contro un sistema legale che spesso, nel corso delle separazioni, dà più valore al ruolo materno che a quello paterno, tutelando maggiormente i cittadini del proprio Paese che gli stranieri. Marra infatti è onesto nel mostrare come anche Martina sia stata trattata da corpo estraneo in Italia, in primis da Marco che non ha mai capito il suo disagio di “immigrata”, oltre che quello di donna. A quel disagio il regista dà spazio nella parte iniziale della storia, mostrando la cecità di Marco e il suo disinteresse per l’infelicità profonda, ai limiti della depressione, della sua compagna. Per fare un paragone con un altro film con tematiche simili, Kramer contro Kramer sacrificava quasi completamente l’escalation di alienazione domestica che portava la protagonista ad abbandonare la sua casa e suo figlio (mentre il romanzo di Avery Corman dedicava tutta la parte iniziale a documentare quell’infelicità quotidiana). Marra invece riconosce ed evidenzia le ragioni di Martina, anche se poi ovviamente sposa quelle di Marco, e gradualmente sposta la donna nel colonnino dei cattivi. Molti uomini odieranno Martina e dimenticheranno che Marco, prima della decisione estrema della donna, non le ha mai chiesto scusa.
La narrazione è pulita, sobria, trattenuta, e la recitazione di Riccardo Scamarcio nei panni di Marco è tutta nello sguardo, uno sguardo che trasmette arroganza e affetto, ottusità e graduale consapevolezza, sgomento e frustrazione. La sceneggiatura fa di lui un avvocato (ma come, un principe del foro non poteva tutelarsi meglio, davanti alle intenzioni preannunciate dalla compagna?), sottolineando la sprovvedutezza di chi, sentendosi forte del proprio ruolo sociale e professionale e ignorando il peso delle proprie responsabilità private, è impreparato a ciò che avviene in ambito domestico.
Alcune sottolineature sembrano eccessivamente didascaliche (ad esempio lo zainetto di Mateo a forma di lupo cattivo e il brutto sogno del bambino), altre sono una metafora efficace di quanto certi atteggiamenti da “maschio latino” abbiano l’effetto di un boomerang, e chi li pratica finisca per raccogliere quanto seminato (con gli interessi). Marra struttura infatti il suo film a specchio, mostrando come l’isolamento in un Paese straniero e la mancanza di ascolto per Martina diventino il destino di Marco, come a dire: chi la fa, l’aspetti. Stesso dicasi per le scartoffie legali scritte in modo incomprensibile che Marco fa firmare ai suoi clienti e si ritrova poi a firmare lui stesso, senza comprenderne fino in fondo le conseguenze.
L’intuizione migliore del regista resta però la soppressione visiva di alcuni snodi emotivi, che toglie alla narrazione l’impatto strappalacrime del melodramma classico e rende ancora più forte l’impatto finale della storia.

Paola Casella, da “mymovies.it”

 

 

Perdere un figlio è un dolore soffocante e incommensurabile, una lacerazione dell’anima, un insensato scherzo del destino che non provoca nemmeno una risata crudele. Che la perdita coincida con la morte o con una sottrazione a lungo o medio termine, poco importa, perché, per quanto il pensiero ci abbia elevato al di sopra dell’istinto, le piume delle nostre piume (per dirla con Paperino) rimangono il bene più prezioso che possiamo avere e per cui siamo disposti a combattere più selvaggiamente. Mostrava di saperlo Nanni Moretti ne La stanza del figlio e mostravano di saperlo tanti altri dopo e soprattutto prima di lui. Anche Vincenzo Marra ne è consapevole, talmente consapevole che con La prima luce ci ha regalato una storia davvero emozionante e forse il suo film più bello, perché sentito, vivo, ardente, e nello stesso tempo intimo, composto, quieto, rispettoso.

Con un occhio rivolto all’attualità e l’atteggiamento di chi non spia dal buco della serratura ma partecipa della sofferenza altrui, il regista affronta questa volta il tema della tutela dei minori in casi di separazioni transnazionali dal punto di vista di un padre annichilito e ammutolito di fronte alla fuga improvvisa della compagna e del figlio di 8 anni, un ragazzino dolcissimo che adora il suo papà.

Nel farlo, Marra ha la giusta intuizione di non ancorarsi a scene madri o a un neorealismo falsamente povero o al contrario patinato, e se definire il suo film minimalista è impreciso e riduttivo, è da apprezzare sopra ogni cosa il suo tentativo di ridurre le esplosioni emotive, contenendo il dramma familiare entro i confini dell’interiorità dei personaggi o comunque in scontri verbali che non diventano mai zuffe. Chiudendo Marco e Martina in una casa senza personalità, in uffici anonimi e caffè disadorni, l’autore napoletano ne amplifica inoltre la solitudine interiore e crea una claustrofobia che contagia anche l’ambiente esterno in cui si muovono.

Questo soprattutto nella prima parte del film, quella pugliese, poi il regista si sposta nelle Ande, cominciando un altro racconto e virando verso generi cinematografici come il giallo e il thriller: scelta originale, non c’è dubbio, e depistante al punto giusto.

A unire queste due anime narrative è Riccardo Scamarcio, che porta scritta nei suoi occhi chiari ogni singola variazione di tono e linguaggio e che – sempre a un passo dall’implosione – si fa testimone di tutto il vissuto di Marco, uomo senza qualità segnato dalla colpa tipicamente maschile della disattenzione: verso un’idea più solida di rapporto a due e nei confronti di una ragazza straniera che, per amore, ha lasciato il proprio paese.

Per quanto parteggi inevitabilmente per il suo padre “mutilato”, La prima luce ha il pregio di non elevarlo mai a eroe e a martire, insieme all’intelligenza di tentare di comprendere le ragioni di una donna che non è solamente madre, ma un essere umano privato delle proprie radici e galleggiante in acque agitate dalla crisi economica e da un’inquietudine profonda. E’ sottile Marra nell’analisi di questo sentimento nero e di quel senso di soffocamento che la parte più debole e silenziosa di una coppia sente crescere dentro di sé giorno dopo giorno, una lenta morte dell’anima causata dall’eccesso di carisma dell’altro o più facilmente da un’indolenza distruttiva sorella di indifferenza e noia.
Sono temi su cui fa sempre bene riflettere, se poi le riflessioni si intrecciano a una storia credibile e a scelte registiche inconsuete e fuori dal coro, allora tanto di cappello.

Carola Proto, da “comingsoon.it”

 

 

Si, è vero, l’ultimo film di Vincenzo Marra mette in scena una storia che si presta a diverse chiavi di lettura, in quanto la sceneggiatura è volutamente stratificata, ma anche rimanendo in superficie non mancano gli spunti di riflessione stimolati a più riprese. La prima luce, diciamolo subito, convince, per la costruzione delle vicende, l’elaborazione dei personaggi, e, infine, per le ottime prestazioni degli attori, su cui svetta un bravissimo, non me ne vogliano i suoi detrattori, Riccardo Scamarcio. Molte sono i temi trattati, a partire da quello spinosissimo della tutela dei minori, che purtroppo, il più delle volte, si tramuta nella difesa degli interessi della madre, a scapito di padri sempre più maltrattati e messi al bando (ormai non fa più scalpore la questione dei padri clochard, ridotti al lastrico dal fallimento di precedenti relazioni matrimoniali).

La storia è costruita ad arte, anche se, è difficile dirlo con sicurezza (nel senso che non sappiamo se la cosa è voluta o no), non mancano alcun vuoti nella sceneggiatura che orientano inevitabilmente le simpatie dello spettatore per i vari personaggi. Per esempio, dopo essere tornata nel suo paese di origine, il Cile, Martina (Daniela Ramirez) accusa il suo ex compagno, Marco (Riccardo Scamarcio), di esser stato violento nei suoi confronti e verso il figlio, eppure nel film non emerge assolutamente questo aspetto, anzi vediamo un padre estremamente amorevole e protettivo. Il sospetto è che gli sceneggiatori (Angelo Carbone e lo stesso Vincenzo Marra) abbiamo, magari inconsciamente, perorato la causa del padre, che, a conti fatti, risulta l’eroe della storia, vessato, umiliato, e che comunque, nonostante il comportamento deprecabile di Martina, che letteralmente sequestra il figlio, dimostra un amore infinito che lo porta prima in Cile, alla ricerca disperata di Mateo, e, infine, a rimanervi, nonostante tutte le difficoltà connesse col suo lavoro, pur di potergli stare accanto.

E poi, certamente, non mancano alcuni sottostesti che convocano lo spettatore a meditare sulla contrapposizione di due mondi, nella fattispecie la vecchia Europa, satura e decadente, e l’America Latina, un’area geografica che sta vivendo un momento di grande crescita economica e che offre nuove ed entusiasmanti condizioni di vita. Per non parlare della questione dei desaparecidos che l’ambientazione in Cile spettralmente rievoca. Ma, come si diceva all’inizio, è sufficiente rimanere sul primo strato della sceneggiatura, che nonostante qualche riserva è comunque valida, per decretare la bontà dell’ultimo film di Vincenzo Marra, che non annoia mai e che, grazie alla bravura dei suoi interpreti, stimola fortemente il processo di immedesimazione dello spettatore, che partecipa vivacemente alle vicende che si susseguono sullo schermo.

Reduce dall’ottimo docu-fiction L’amministratore, dunque, Vincenzo Marra torna al film di finzione e lo fa egregiamente, convincendo, con una storia dura, non furba, asciutta, si potrebbe dire minimalista, come la recitazione in sottrazione degli attori protagonisti. Un buon film italiano che merita la visione sul grande schermo.

Luca Biscontini, da “taxidrivers.it”

 

 

Martina (Daniela Ramirez) non ne può più. Sente che la sua storia con Marco (Riccardo Scamarcio, bravo) ormai è finita e vive con disagio la lontananza della terra natia: desidera solamente poter tornare a “casa” sua. Ma l’America Latina è lontana e a Bari, da ormai sette anni, oltre a Marco c’è anche Mateo (Gianni Pezzolla), bambino amato da entrambi i genitori che, inevitabilmente, soffre la situazione di crisi che si è venuta a creare. Martina però è decisa e, senza il consenso del compagno, approfittando di un suo viaggio di lavoro, prende Mateo e scappa oltreoceano. Un giorno, due, cinque, dieci: nessuna notizia. Marco, avvocato cinico e rampante, non può più aspettare, e tenta l’ultima carta: partire anche lui alla volta del Cile per tentare di ritrovare suo figlio.

Tema di drammatica attualità quello affrontato da Vincenzo Marra nel suo nuovo film, La prima luce, ospitato alle Giornate degli Autori di Venezia72: le storie dei “figli contesi” riempiono ormai da tempo anche le pagine dei quotidiani. Terreno scivoloso e delicato, difficile da calpestare in termini emotivi e giuridici, arduo e complesso da percorrere anche nel momento in cui si decide di “romanzarlo” per portarlo sul grande schermo. Ebbene Marra, forte di una sensibilità non nuova, che ormai da tempo contraddistingue la sua cifra stilistica, riesce nella non facile traduzione, realizzando un film tanto doloroso quanto dignitoso: nessun ricorso a scene madri o facili pietismi, piuttosto la volontà di tratteggiare con un sussurro, dei silenzi, due parole, qualche abbraccio, il carattere e la psicologia dei suoi personaggi.
Entrambi innocenti e al tempo stesso colpevoli, Martina e Marco sono facce di un’unica medaglia: non a caso, l’ambientazione del film è chirurgicamente divisa in due, proprio a sottolineare la difficoltà e il disagio provato prima da una, poi dall’altro, in luoghi non sentiti come propri.
Il mare primaverile della Puglia, il freddo dell’inverno ai piedi delle Ande: in mezzo c’è il sentimento non variabile del piccolo Mateo. Che dovrebbe essere salvaguardato a prescindere dagli egoismi di uno o dell’altro genitore.

Valerio Sammarco, da “cinematografo.it”

 

 

“La prima luce” è il nuovo film di Vincenzo Marra presentato all’ultimo festival di Venezia con un buon successo di critica. Marra è uno dei registi più interessanti del panorama italiano e lo dimostra anche con questo film che è uno psico- dramma non strappalacrime però. I protagonisti sono Riccardo Scamarcio, Daniela Ramirez, Gianni Pezzalla. E’ la storia di un fallimento di un amore amplificato dalla separazione da un figlio. Marco (Riccardo Scamarcio) è un presuntuoso e maschilista avvocato che vive a Bari insieme alla compagna Martina (Daniela Ramirez) e al loro bambino Mateo di sette anni; il legame tra i due è irrimediabilmente logoro e Martina vive una grande alienazione e depressione. Decide così di lasciare tutto e di tornare nel proprio paese senza però dire nulla al suo compagno e senza lasciare tracce. Inizialmente Marco spera in un loro ritorno e non si preoccupa, ma poi subentra in lui la disperazione per la separazione dal figlio. Anche lui decide di partire alla ricerca di Mateo e Martina andando in Sud America, a Santiago del Cile, un mondo a lui sconosciuto e ostile che accentua la sua disperazione e solitudine. Il film narra di un tema delicato, la contesa dei figli dopo la fine di un rapporto sentimentale aggravato anche dalla diversa nazionalità e dalle fughe di uno dei due genitori. E’ la storia della globalizzazione e dei pro e contro che comporta e che Marra ha trattato con estrema intelligenza. Il sentimento che si vive in tutto il film è il disagio che i due protagonisti vivono nei paesi che li ospitano e la sceneggiatura supporta bene questo disagio creando una atmosfera essenziale, pulita e senza sentimentalismi inutili. Marra ha avuto la necessità e consapevolezza di raccontare si un dramma ma senza lacrime né esagerazioni. Una curiosità del film è che il paese nel quale Marco arriva non viene mai nominato proprio per creare una storia dal sapore universale aldilà dei paesi scelti per narrare la storia e anche per creare un maggior smarrimento e senso di impotenza ai protagonisti. Un film che vive di sentimenti trattenuti ma ugualmente intensi, di tensione ben sopportabile dallo spettatore, come se fosse una tensione reale e palpabile e Marra è riuscito a lasciare fuori facili luoghi comuni e banalità sottoculturali. Il tono è pacato e sobrio con buone interpretazioni e una sceneggiatura scritta dal regista stesso con Angelo Carbone il cui punto forte è la narrazione asciutta, intensa ma senza sermoni giuridici sull’uno o sull’altro paese. L’intuizione del regista è stata quella di sottrarre l’emotività a tutto il contesto del film che lo avrebbe portato inesorabilmente al melodramma, preferendo un percorso dei sentimenti basato sulla crescita graduale delle proprie responsabilità.

DANIELA MEROLA, da “kiamarsi.it”

 

 

Dopo aver vinto con l’opera prima Tornando a casa il premio come miglior film alla Settimana della Critica nel 2001, e aver presentato Il Gemello alla sessantanovesima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, con La prima luce, presentato alla Giornata degli Autori alla settantaduesima edizione del festival lagunare, Vincenzo Marra arricchisce nuovamente la presenza italiana al festival con un ottimo prodotto.

La vicenda comincia in medias res, dopo anni in cui Marco Mauri (Riccardo Scamarcio) e Martina (DanielaRamirez), che vivono a Bari assieme al figlio Mateo di sette anni, si sono accasciati in un triste quieto vivere, la cui unica forza propulsiva pare essere un vano tentativo di preservare la tranquillità del bambino. Lui, un cinico avvocato lavorativamente insoddisfatto, spesso chiamato in qualità di avvocato di ufficio a difendere cause per cui non pare nutrire il benché minimo interesse, riempie le sue giornate senza altro interesse od occupazione all’infuori della sconfinata dedizione per il figlio, con cui coltiva un legame forte e stabile, nutrito da un forte amore reciproco. Lei, una grafica cilena trasferitasi in Italia dopo aver conosciuto il compagno, angosciata dal vivere in una realtà che non riconosce come la propria, vorrebbe tornare al paese natale, in forte crescita economica, assieme al figlio.  Dopo essersi più volte sentita negare il consenso, necessario per poter espatriare un minore, la donna scapperà clandestinamente. Marco, trovatosi a fare i conti con un dolore lacerante, conseguenza di un amore illimitato e forse fino a quel momento sconosciuto per il piccolo, supererà ogni confine e impedimento pur di riuscire a trovare Mateo.

La narrazione della triste capitolazione di un rapporto che, come ogni storia d’amore, pareva all’inizio perfetta ed inesauribile, è scandita da una cromia fredda e distaccata, esaltata dal contrasto con le numerose scene marittime di cui la prima parte del film è colma. All’aria fresca e ai vasti spazi aperti della prima metà si contrappongono gli scenari inospitali della seconda, ambientata in una non specificata metropoli sudamericana, fredda e spersonalizzante, entro cui Marco si troverà a dover cercare il figlio. Oltre alle tinte fredde, vari altri elementi tecnici contribuiscono a far sposare forma e contenuti, fatti narrati ed espedienti tecnici scelti per rappresentarli.

In questo senso l’incomunicabilità fra i due è acuita dalla distanza anche linguistica che li separa, in un assurdo susseguirsi di dialoghi in spagnolo e italiano, in cui ciascuno dei due evita accuratamente di adottare il linguaggio dell’altro, tant’è venuta meno la voglia di andarsi incontro e recuperare.

Oltre a fungere come facile ripiego, il confronto con un capolavoro come Kramer contro Kramer serve a evidenziare vari lati positivi de La Prima Luce, non ultimo il fatto che ancora, a quasi quarant’anni anni di distanza dalla pellicola di Robert Benton, sia possibile ritrarre seriamente una realtà cinematograficamente tanto abusata come la separazione.

La coppia Scamarcio-Ramirez convince e se da un lato è capace di mostrare l‘attore italiano in una delle sue interpretazioni più mature, consente di gettare una nuova luce sulle conseguenze anche private ed emotive che la crisi economica può portare in termini di serenità nell’ambito di un rapporto genitoriale. Interessante e realistica è l’indagine psicologica -oltre che attoriale- che il regista conduce sui suoi personaggi, proponendo due differenti possibilità di reazione al capolinea di un rapporto d’amore: la chiusura e l’apatia tipicamente femminili, l’impulsività e l’avventatezza maschili.

Dopo un inizio senza molte pretese, La prima Luce colpisce favorevolmente lo spettatore per il suo freddo realismo che, accompagnato da una cinica crudeltà nella descrizione dell’insensato decorso di un rapporto, consente finalmente di fornire una nuova luce sull’odierno cinema italiano.

Erica Belluzzi, da “cinemamente.com”

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