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La famiglia Bélier

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Immaginate di essere una graziosa ragazza di sedici anni, che vostra madre, vostro padre e vostro fratello siano sordo-muti e che per comunicare con il mondo si affidino totalmente a voi, un po’ per l’imbarazzo della vostra condizione, un po’ perchè, in qualche modo che non riuscite a immaginare, amino che la loro famiglia sia rappresentata da una ragazza “normale”. Per far vedere che qualcosa di buono lo hanno fatto anche loro, che la famiglia non è così disperata perchè, nel bene e nel male, c’è Paula. Questa è la famiglia Bèlier, modesti agricoltori della Normandia che vendono al mercato cittadino i propri prodotti. Immaginate il loro sconvolgimento quando Paula annuncia di voler fare la cantante e che per farlo deve andare a studiare a Parigi, lasciandoli soli, isolati acusticamente dal mondo.

Il film di Eric Lartigau è una commedia brillante, veramente brillante, come non se ne vedavano da anni sul territorio francese. La storia di Paula fa riflettere, sorridere e commuovere con una raffinatezza della messa in scena fuori dal comune. Fa pensare che anche i nostri genitori possono essere “egoisti”, anche se in questo caso è un egoismo indotto da una condizione non semplice,  che ha creato un legame quasi spirituale tra Paula e il resto della sua famiglia (che sembra quasi felice nel’affidare a lei il compito di rappresentarla). Paula è le loro orecchie e la loro voce. La sua, di voce, però è straordinaria e il desiderio di costruirsi un futuro più entusiasmante di quello di venditrice di prodotti agricoli è forse più grande dell’amore per la propria famiglia…

E invece no, perchè Paula scopre di non poter fare a meno di loro, si parlare per loro, di ascoltare per loro. La ragazza sa che c’è un mondo là fuori ma fa incredibilmente fatica, più di quanto potesse immaginare, a lasciare il suo, ovattato e isolato come le percezioni uditive dei genitori e il fratello.

La forza de La famiglia Bélier sta nel saper dosare intelligentemente i momenti comici (alcuni veramente esilaranti) con quelli drammatici e poi quelli riflessivi con quelli di “critica sociale”. E’ tutto equilibrato, tutto così armonico e sincero da toccarsi il cuore e farci riflettere sul rapporto che abbiamo noi con la nostra famiglia. Bravissimi tutti, sopratutto la giovane Louane Emera (talento dell’edizione francese di The Voice), che “vola via” anzichè andare via, per citare un verso della canzone del film. Se ci si riflette un secondo c’è differenza.

Il trailer del film aveva ragione. Siamo stati bene dopo aver visto La famiglia Bélier. Siamo tornati a casa e quando abbiamo visto la nostra di famiglia abbiamo sorriso e li abbiamo abbracciati uno per uno. Certi film fanno ancora questo effetto…

Simone Bravi, da “35mm.it”

 

«La Famiglia Bélier, un film che vi farà bene». Mai slogan fu più azzeccato. Perché la brillante commedia di Eric Lartigau, autentica rivelazione della stagione natalizia in patria, aggiorna con sorrisi, lacrime e tanto calore il vecchio tema dell’adolescenza, lungo un good movie visibilmente ‘popolare’ che sogna e canta Michel Sardou (idolo della musica melodica francese). Dentro una fattoria rurale, in una Francia portatrice di sani valori che vive tempi di crisi: qui una madre, un padre e figlio sordomuti dimorano sotto lo stesso tetto, assieme alla figlia maggiore ‘normale’ e dalla voce sublime.

Una famiglia esuberante – sospesa fra paradossi ricorrenti (gli esilaranti contatti con il mondo dei ‘parlanti’) e svolte critiche tra genitori/figli – riorganizzata attorno a un focolare domestico che fa dell’amore, puro ed incondizionato, la sua colonna portante per un’identità forte e mai vissuta come un handicap. Sentimento, chiuso in una bolla di sordità, che li porterà a perseguire il bene del gruppo a scapito di quello del singolo; anche quando Paula (dal volto pieno e acerbo di Louane Emera) sognerà un futuro diverso da un presente fatto di mucche, formaggi e 3 parenti a dir poco stravaganti. Desiderosa di spiccare il volo (parafrasando la canzone “Je vole” di Sardou) verso spazi e tempi nuovi, per un distacco dalle origini solo fisico e mai totale. Che ripropone con affetto il percorso di conquista della propria indipendenza e di crescita non solo di un’adolescente ma di un intero microcosmo (tanto giovanile quanto adulto) alle prese con la propria realizzazione.

Attraverso il più classico dei ribaltamenti comici (chi ‘ci sente’ è il diverso), il trauma allo svincolo della prole e una spina dorsale che ripiega la via del romanticismo, La famiglia Bèlier mescola con perfetta misura umorismo, disfunzioni, pregiudizi, drammi personali e le inevitabili incomprensioni del caso. Lartigau elude lo sguardo dei ‘normali’ sui disabili, trovando il modo di amalgamare con furbizia temi universali e che fanno della tenerezza intorno ai patimenti amorosi e ad un buonismo provinciale, che alla techno preferisce la chanson française, il fiume di note impetuose che esonda nell’emozione. E se la cifra artistica è quella dell’immaginario televisivo, l’aticipità del linguaggio marcato dei segni annulla lo scarto con il grande schermo, senza per questo scivolare nelle trappole del pietismo o del sentimentalismo più blando.

Abitato da un cast irresistibile, sulle orme che da anni definiscono la commedia francese (vediQuasi Amici), l’ironia salutare de La famiglia Belier è ben spalleggiata dai suoi straordinari comprimari. Dall’ostinato Rodolphe di François Damiens, a sua moglie Gigi, alla quale la bravaKarin Viard affida la sola mimica del corpo e del viso, fino al professor musicologo di Eric Elmosnino (figura adorabilmente cinica, che avrebbe meritato assai più spazio): tutti promossi da una performance godibile che riserva risate, brio e soave malinconia. Resa ancor più clamorosa dalla debuttante Louane Emera (vincitrice del Cèsar come Miglior Attrice Emergente), grazie ad una sequenza finale di sommessa ma palpabile commozione, che trafiggerà più di un cuore nel pubblico. A dimostrazione che i sogni non valgono niente, se non si possono condividere.Perché chi ci ama, dal profondo, trova sempre una strada per comprenderci.

Francesco Bruni, da “vertigo24.net”

 
Paula Bélier ha sedici anni e da altrettanti è interprete e voce della sua famiglia. Perché i Bélier, agricoltori della Normandia, sono sordi. Paula, che intende e parla, è il loro ponte col mondo: il medico, il veterinario, il sindaco e i clienti che al mercato acquistano i formaggi prodotti dalla loro azienda. Paula, divisa tra lavoro e liceo, scopre a scuola di avere una voce per andare lontano. Incoraggiata dal suo professore di musica, si iscrive al concorso canoro indetto da Radio France a Parigi. Indecisa sul da farsi, restare con la sua famiglia o seguire la sua vocazione, Paula cerca in segreto un compromesso impossibile. Ma con un talento esagerato e una famiglia (ir)ragionevole niente è davvero perduto.
Campione di incassi in Francia e nella stagione appena passata, La famiglia Bélier è una commedia popolare che aggiorna con note e sorrisi il vecchio tema dell’adolescente alla ricerca di un’identità stabile. Sospeso tra focolare e autonomia, il nuovo film di Éric Lartigau ‘riorganizza’ una famiglia esuberante intorno a un’età per sua natura fragile e scostante. A incarnarla è il volto pieno e acerbo di Louane Emera, ex concorrente dell’edizione francese di The Voice, che presta voce e immediatezza a un personaggio in cerca di un posto nel mondo. Se comicità e crisi si accomodano tra la rappresentazione genitoriale del futuro filiale e la tensione allo svincolo della prole, i personaggi vivono situazioni esilaranti, annullano lo scarto con l’amore e spiccano il salto verso una condizione nuova. Appoggiato su una sceneggiatura solida, che mescola con perfetta misura umorismo, lacrime, disfunzioni, pregiudizi e canzoni, La famiglia Bélier svolge una storia ben ordita in cui ciascun personaggio gioca la sua parte con effetto e sincerità, senza mai sconfinare nel pathos. Precipitando lo spettatore nel mondo ‘smorzato’ dei malentendants, Lartigau elude lo sguardo (fastidioso) dei ‘normali’ sui disabili, mettendo in scena una famiglia che quella difficoltà ha imparato a gestirla, intorno a quella difficoltà è cresciuta e su quella difficoltà si è impratichita, sentendo ogni movimento della vita. La famiglia Bélier non emoziona perché è differente ma al contrario perché è universale, si agita, si rimprovera e fa pace come tutte le famiglie del mondo. Chiusi nella sordità e in una bolla di sicurezza familiare, i Bélier si fanno sentire forte e chiaro attraverso la voce limpida di Paula e attraverso il linguaggio marcato dei segni. Linguaggio che regista e attori dimostrano di saper adottare con sensibilità dentro un film good movie alla francese, che ‘canta’ Michel Sardou. Celebre chanteur parigino, ammirato dal professore appassionato e coinvolto di Éric Elmosnino, Sardou è il tappeto musicale che ‘accompagna’ il ritratto di una famiglia in un interno domestico e in un esterno bucolico, lontano dalle città e dentro una Francia atemporale e irriducibile, che alla techno preferisce la chanson française, al formaggio di soia quello a latte crudo, alle hall degli aeroporti le piazze di paese. Per preservare ‘quella Francia’ i Bélier sono addirittura disposti a scendere politicamente in campo e a battersi ‘a gran voce’. In tempi di crisi, la commedia di Lartigau ripara nei valori di cui Paula è in fondo portatrice sana. Perché il suo distacco dalle ‘origini’ è solo fisico, mai totale e lirico come le parole ‘segnate’ di Sardou (“Je vole”). Parafrasando la canzone, Paula “non fugge, lei vola” verso spazi e tempi di prova in cui prepararsi alla vita. Dentro una moltitudine di diversità Éric Lartigau pesca quella irresoluta dell’adolescenza e di un’adolescente che deve apprendere un ‘linguaggio’ nuovo ed evidentemente altro e incoerente rispetto a quello familiare. Ispirato al libro di Véronique Poulain (“Les Mots qu’on ne me dit pas”), La famiglia Bélier è abitato da un cast irresistibile, condotto da François Damiens e Karin Viard, genitori affatto ‘sordi’ a la maladie d’amour e a quel fiume di note impetuose che cercano una melodia. Una melodia che Paula legittima adesso con la sua voce (e le sue mani).

Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

 

Per citare un vecchio film che fece vincere alla sua interprete sordomuta, Marlee Matlin, l’Oscar come miglior attrice protagonista, chi ha un handicap grave come l’impossibilità di sentire e di parlare, è davvero figlio di un dio minore? A giudicare dal carattere e dalla forza di volontà di alcuni di loro diremmo di no, ma sta di fatto che tra tutte le menomazioni fisiche questa è una delle più terribili. Perché crea, di fatto, una netta separazione tra il mondo del silenzio, dove alcuni sono costretti a vivere, e quello dei suoni e delle parole, dove abita la maggioranza. Il cinema di finzione ha spesso fatto dei sordomuti – quasi sempre incarnati da personaggi femminili – figure tragiche ma combattive, decise a dimostrare la propria capacità di vivere una vita normale nonostante tutto. Anche i Bélier – protagonisti della commedia di Eric Lartigau che l’anno scorso ha sbancato i botteghini francesi – in apparenza sono così, tanto che il padre, proprietario di una piccola azienda agricola in Normandia, decide perfino di presentare la propria candidatura come sindaco in opposizione a quella dell’idiota approfittatore di turno. Hanno inoltre una vita sessuale iperattiva, si vogliono un mondo di bene e anche il figlio minore sembra vivere la sua condizione con serenità. Ma in realtà si appoggiano tutti pesantemente sulle spalle di una ragazzina che non a caso non ha ancora avuto il ciclo, perché troppo impegnata a occuparsi dei suoi per ritagliarsi degli scampoli di vita da normale sedicenne.

Non è che i Bélier siano egoisti e insensibili, ma ai loro occhi quella non normale è Paula, che adorano e hanno accettato nonostante il dolore iniziale nello scoprire che era in grado di sentire, reazione a quanto pare diffusa fra genitori audiolesi con figli udenti. Danno dunque per scontato che tra i doveri quotidiani di una brava figlia ci sia anche quello di far loro da interprete in situazioni imbarazzanti come una visita dal ginecologo per problemi venerei o durante un’intervista televisiva. E nella vita di tutti i giorni è sempre Paula che parla con clienti, banche e fornitori, che aiuta a vendere i loro prodotti al mercato e in compenso, anche se vive in un piccolo paese dove tutti sembrano conoscersi, tiene nascosta la situazione dei suoi famigliari. Non ne fa parola finché può col ragazzo di cui si innamora e col maestro di canto della scuola, che scopre il suo talento naturale e la spinge a partecipare a un concorso per giovani voci a Parigi, innescando in lei un conflitto lacerante tra il desiderio di spiccare il volo con le proprie ali e la paura di ferire i propri cari.

Si sorride, si ride e ci si commuove un po’ disordinatamente vedendo il film: le risate nascono essenzialmente dal contrasto tra la naturalezza di persone che non hanno le parole a far loro da schermo e il mondo ipocrita di chi parla di continuo e spesso a sproposito. E’ divertente l’inizio in cui anche una tranquilla colazione in famiglia diventa una sinfonia di fastidiosi rumori per chi, invece, ci sente. La sceneggiatura che Lartigau mette in scena con molta cura sembra a volte indecisa su quale sia il tema che le sta veramente a cuore.  Assolti gli obblighi della commedia di creare un certo numero di situazioni che facciano ridere lo spettatore, l’attenzione viene spostata sulla voglia di crescere di Paula, con la formazione del suo dono naturale attraverso l’esecuzione dei brani di un mito della canzone popolare francese come Michel Sardou, che il maestro di canto del coro costringe i suoi giovani allievi a imparare (un po’ come se facessimo cantare ai nostri adolescenti canzoni di Albano e Toto Cutugno, coautore peraltro con Sardou di En chantant). I classici dello chansonnier, che celebrano l’amore senza limiti e la libertà, finiscono per parlare al cuore di Paula.

Ed è proprio alla fine – che non vi sveliamo – che il film mostra il suo vero cuore, mostrandoci quanto sia sconcertante per dei genitori non udenti avere una figlia che non solo parla ma vuole lasciarli per coltivare l’arte del canto, di cui loro non hanno percezione e dunque comprensione. In due scene importanti e toccanti vediamo il catartico superamento di barriere in apparenza insormontabili: tutto è possibile quando le parti in causa si vengono incontro con amore, comunicando davvero e mettendo in contatto i rispettivi mondi.

Non sappiamo se nella sceneggiatura originale il canto avesse già tanta importanza o se l’abbia acquistato con la scrittura della sedicenne Louane Emera, rivelazione del The Voice francese, ma è la sua prova quella che ci ha maggiormente colpito: non solo ha appreso la lingua dei segni ma alla sua prima interpretazione recita e canta con assoluta naturalezza, con quel misto di goffaggine e improvvisa bellezza che solo negli adolescenti può coesistere. Molto spontaneo anche Luca Gelberg, che è veramente sordo e interpreta il figlio minore mentre i rodati professionisti Karin Viard e François Damiens, mamma civettuola e un po’ svampita e padre burbero ma di gran cuore, creano due bei personaggi senza l’ausilio della voce, compensandone l’assenza con una gestualità che a un profano può apparire forse un po’ esagerata.

Daniela Catelli, da “comingsoon.it”

 

La Famiglia Bélier è l’esempio di un cinema francese popolare che pur non brillando di alcuna trovata rivoluzionaria e tradendo premesse concettuali assolutamente commerciali, si conferma cinematografia capace di entrare subito in sintonia con il proprio pubblico, regalandogli storie edificanti dove ogni tassello è messo al posto giusto, al momento giusto.

Rumore, Silenzio e Musica. Sono questi i tre pilastri su cui poggia La Famiglia Bélier, commedia francese del regista Eric Lartigau dallo straordinario successo (milioni di biglietti strappati in patria). La pellicola, come molte altre recenti, è l’esempio di un cinema francese popolare che si è abituato ad abbinare una sincera freschezza e una giusta dose di coraggio nei plot narrativi a confezioni realizzate con mestiere. Anche il film di Lartigau, pur non brillando di chissà quale trovata rivoluzionaria e tradendo premesse concettuali assolutamente commerciali, si conferma, infatti, opera capace di entrare subito in sintonia con il proprio pubblico, regalandogli una storia edificante dove ogni tassello (la risata, la lacrima, il sospiro) è messo al posto giusto, al momento giusto.  A differenza della cinematografia nostrana (che vive, in questi anni, nei confronti di quella francese un chiaro complesso d’inferiorità) il Cinema francese de La famiglia Bélier è una fucina di buone intenzioni realizzate in modi (furbescamente?) perfetti, una filmografia in cui il Conflitto è presente ma cosi intelligentemente edulcorato da renderlo il punto di forza della propria Commedia.

Tutti i componenti della famiglia Belier sono sordomuti tranne Paula, la primogenita di 16 anni. Costretta a fare l’interprete tra i suoi famigliari e l’intero universo, la ragazza convive tra i bisogni frenetici dell’adolescente e le responsabilità di essere fondamentale per i propri cari. La scoperta (per caso?) di essere dotata di abilità canore straordinarie e il desiderio di potere, per la prima volta, coltivare un sogno personale, intimo (il canto per scappare a Parigi) metterà in crisi le sue certezze e quelle della sua complicata, irresistibile famiglia.

Eric Lartigau, nella sua commedia mainstream (la scelta come protagonista di Louane Emera, vincitrice del talent The Voice, è espressiva), parla di famiglia, handicap e adolescenza, riuscendo ad amalgamare i tre ingombranti temi in un racconto spensierato, imperfetto e scaltramente riuscito. La simpatia di due attori come Francois Damiens e Karin Viard, costretti per tutto il film a portare il proprio talento comico solo attraverso i gesti, gli sguardi e le smorfie, l’efficace genuinità della giovane Emera e la capacità di trasformare la musica e i versi del “monumento” Michel Sardou in parte integrante della storia (come nei migliori musical) sono solo altri ingredienti di una pellicola efficace. L’esempio di un Cinema con la testa sgombra che, nelle commedie e nelle tragedie, è sempre consapevole dei propri mezzi e delle strade da intraprendere.
Luca Marchetti, da “sentieriselvaggi.it”

 

La famiglia Bélier (che in francese significa montone) composta da madre, padre e due figli adolescenti, ha colmato il silenzio del proprio esistere (sono tutti sordomuti tranne la sedicenne primogenita Paula) con una grande armonia e una dedizione totale verso il lavoro di allevatori di bestiame e produttori di formaggi. Il meccanismo perfettamente oliato delle loro attività regge però anche in buona parte sulla ‘parola’ di Paula, l’unica in grado di dialogare con loro (tramite il linguaggio dei segni) e anche con il mondo esterno (attraverso il linguaggio convenzionale). Divenuta nel tempo il vero trait d’union tra i Bélier e il resto del mondo, Paula però è anche un’adolescente come tutte le altre, che vagheggia le prime scintille amorose e che è ancora alla ricerca della propria strada. L’occasione per un passo avanti in quel senso arriverà con l’entrata a far parte del coro di scuola, dove il suo talento vocale verrà fuori quasi subito inducendo l’insegnante a spingerla a partecipare al concorso per entrare a far parte di una delle più prestigiose scuole di canto parigine. Questa novità andrà, inoltre, di pari passo con lo spaesamento dovuto alle prima farfalle nello stomaco, sorte ben presto per il suo bel compagno di canto. Ma la notizia di un suo possibile allontanamento da casa non verrà presa al meglio soprattutto dai genitori, che riponevano in quella loro unica figlia ‘parlante’ molte delle speranze per il futuro dell’azienda di famiglia e più in generale per il futuro stesso dei Bélier. A quel punto i Bélier dovranno, tutti insieme, accettare il fatto che la piccola Paula è cresciuta e che la ragazza non solo è dotata di voce, ma che la sua è addirittura una voce straordinaria.

ADOLESCENZE AL BIVO DELL’ETÀ ADULTA

Il regista francese Eric Lartigau (già diversi lungometraggi nel suo curriculum e la partecipazione al collettivo Gli infedeli) arriva in Italia con La famiglia Bélier (La famille Bélier), film campione d’incassi in Francia (7 milioni di spettatori) e ben 6 nomination ai Cèsar. Un successo di pubblico e critica senza dubbio dovuto alla capacità di quest’opera francese di coniugare la freschezza della commedia con uno sguardo delicato verso una storia ordinaria e speciale, con un occhio di riguardo per quelle che sono categorie protette ma spesso anche grandi risorse per le nostra società. Scritto a quattro mani da Stanislas Carre de Malberg e Victoria Bedos, La famiglia Bélier si rivela infatti una frizzante commedia dove la caratterizzazione del mutismo famigliare diventa strumento per esaltare invece la simpatia innata di questo originale quartetto. Dalla loro forte emancipazione sessuale, all’uso di un linguaggio sdoganato – tutti elementi che verranno fuori attraverso le puntuali ‘traduzioni’ di Paula – i Bélier rappresentano infatti sin da subito l’affiatamento di un nucleo strutturato su una comunicazione non ordinaria eppure fortemente efficace. Giusto un assaggio di quello che si rivelerà poi invece il nerbo centrale del film, ovvero uno scontro generazionale basato sulla classica e sempreverde tematica del ‘cucciolo’ in procinto di lasciare il proprio nido in preda al dolore dei genitori. Ma c’è anche un altro elemento a irrorare l’originalità narrativa dell’opera di Lartigau, ovvero l’uso armonioso della musica a costituire prima l’elemento di rottura, legato al difficile bivio concretizzatosi per la protagonista, e subito dopo il motivo di unione, raccordo, attorno al quale (attraverso la bellissima voce dell’ottima protagonista Louane Emera – non a caso anche vera e propria cantante) tutti si stringeranno, facendo altresì dissolvere attriti e incomprensioni di fronte al palesarsi di un affetto sincero e di un vero talento. Un talento che in questo caso risulta essere una voce di rara bellezza e che (nel voluto paradosso) i protagonisti della storia non potranno mai realmente ascoltare, ma solo immaginare per poi accettare l’idea di quella straordinaria figlia giunta – nel bene e nel male – oramai alle porte dell’età adulta. Illuminante in questo senso sarà la bella canzone Je vole intonata da Paula in una delle scene cardine del film, la quale racchiude il senso di quell’abbandono doloroso ma necessario riassunto in una manciata di versi commoventi “Vi voglio bene ma parto, non fuggo ma volo, non sono più una bambina stasera”.
Eric Lartigau sfrutta un buon cast e una buona idea per realizzare una commedia frizzante che narra di un’identità famigliare peculiare (quella di una famiglia di sordomuti) mostrandone la forza strutturale e i talenti sottesi. La famiglia Bélier parte in sordina ma cresce soprattutto in prossimità del finale, dove la forza congiunta di musica e affetto sarà risolutrice dell’impasse esistenziale cui si troverà di fronte la brava e talentuosa protagonista Louane Emera. Da notare anche le prove di Karin Viard e François Damiens rispettivamente nei panni della madre e del padre di Paula.
VOTOGLOBALE6.5

Elena Pedoto, da “everyeye.it”

 

La normalità è la condizione che ognuno di noi vive, qualunque sia la sua identità. Nella famiglia Belier, tutti agricoltori, il padre Rodolphe (Francois Damiens), mamma Gigi (Karin Viarda) e il piccolo Quentin (Luca Gelberg, nel film vero sordo-muto), sono tutti sordi, tranne Paula (Louane Emera). Una famiglia vivace ed intraprendente sotto tutti i punti di vista, ma soprattutto unita e collaborativa. Paula è il ponte sicuro della famiglia con il mondo “sonoro”. L’esuberante sedicenne non solo non è sorda e muta, ma ha delle strabilianti doti canore, scoperta che porterà ad una rivisitazione immediata della vita di tutta questa famiglia straordinaria e perfetta. Il mondo famigliare con tutte le più semplici e complesse problematiche è il tema centrale del film, diretto da Eric Lartigau e sceneggiato da Victoria Bedos e Stanislas Carré De Malberg. “La Famiglia Belier” affronta con ironia, brio ed anche composta tristezza, tematiche come la diversità nell’handicap, l’adolescenza che esplode, l’equilibrio e la coesione famigliare, in un confronto/scontro con una novità: la voce canora di Paula che merita giusto riconoscimento nel campo artistico. La messa in discussione di un dato di fatto, ossia della consapevolezza che la giovane Paula ha un futuro canoro e tutto questo la porterà lontano dai suoi affetti, dalla sua famiglia, scatena nel piccolo spazio domestico turbolenze e lacerazioni emozionali forti. Ed è qui che Lartigau si distingue. Non cade nella banalità narrativa di alcune commedie sulla famiglia e sull’adolescenza, ma scioglie con arguzia il nodo complesso della dipendenza famigliare di Paula. La ragazza tra innumerevoli incertezze e ansie, riesce a comunicare ai suoi cari l’inevitabile distacco, il suo cammino verso l’età adulta, lasciandosi guidare dal bene più profondo e forte che la lega ai genitori ed al fratello. E’ nel finale del film, con le note commoventi del brano “Je vole” , cantato e tradotto da Paula nel linguaggio dei sordi, che si compie l’accettazione della separazione, come situazione normale della vita stessa. “La Famiglia Belier” è una commedia che si caratterizza originale per la sua irriverenza verso situazioni limitanti come è l’handicap. Lo stile di Lartigau è sapientemente semplice ed efficace. Karin Viard e Francois Damiens sono superlativi nel saper esprimere con forza e passione sentimenti con la sola mimica gestuale e facciale, regalando momenti di schietto e piacevole divertimento. Il film ha ben sei nomination ai Cèsar ed è veramente un film che, a guardarlo, porta buonumore. Da vedere!

Rosalinda Gaudiano, da “cinema4stelle.it”

 

 

Il dolly che apre il film, con la macchina da presa che plana su un paesaggio bucolico di case di roccia e luce lunare, ci immerge subito in un’atmosfera da favola che spazza via ogni dubbio in merito alle reali intenzioni.
Questa commedia “alla francese”, non ce ne voglia Eric Lartigau (“Abbiamo imparato da Age e Scarpelli”, aveva dichiarato ai nostri microfoni il regista de La famiglia Bélier), non è l’erede di quella all’italiana, ancorata al contesto e moralmente schifata al punto da confondere il ghigno e le lacrime, ma di quella da new deal americano, meravigliosa, consolatoria e catartica, tra l’urgenza e la fede. Ovviamente aggiornata ai tempi, che sono quello che sono (e i francesi colpiti in casa dalla crisi e dal terrore ne sanno qualcosa) e necessitano di uno strappo, un balzo in avanti.
In attesa di una meglio epoque, il cinema francese odierno rimodella nella luce piena del giorno e con una leggerezza mai vuota la storia di un popolo che non ha tanto bisogno di sognare, ma di credere nuovamente ai suoi sogni.
Non basta dunque che la vicenda di un giovanissimo talento canoro in una famiglia di sordi scriva il suo lieto fine nella finzione, ma deve esserci anche la controprova della realtà, a dare peso, corpo e verità alla materia dei sogni. Così, la Paula del film è anche (e soprattutto) la straordinaria Louane Emera della realtà, una sedicenne venuta dalla sfigata provincia del Nord (come la sua controfigura della finzione) e capace in pochi mesi di bruciare le tappe dello showbiz, grazie alla sua partecipazione al talent The Voice.
La sua performance ne rivela il talento al pubblico di casa, il regista la nota, la scrittura per la parte. E la sua favola, che favola non è nel momento in cui si avvera, continua con lo straordinario successo del film (oltre sette milioni di spettatori in Francia), Premio Rivelazione ai Cesar, incisione del primo disco. Questo spiega molto del perché La famiglia Bélier sia divenuto un caso cinematografico. E la dice lunga sulla capacità del cinema transalpino di fare sistema, di attivare sinergie, scambi, vasi comunicanti tra media nell’impasto di un unico e vincente immaginario. Noi, che pure abbiamo i nostri The Voice e i nostri X-Factor, dovremmo imparare. Ma la commedia italiana resta nei salotti della sinistra radical-chic, quella che la televisione non la vede.
Ovviamente La famiglia Belièr non è solo un riuscito interscambio mediatico. I francesi dimostrano ancora una volta che non sono i cliché, gli stereotipi e i colpi bassi a determinare successo e insuccesso del film, ma il modo in cui si combinano con una struttura drammaturgica elastica, schiettezza di scrittura, attori sintonizzati e il cellophane di una confezione accattivante ma non irrealistica.
Mutuata con intelligenza la formula di Quasi amici (la disabilità sdoganata come dispositivo narrativo umoristico ma mai offensivo ), trovata la chiave nel percorso di maturazione, il meccanismo nel mash-up dei linguaggi (dei segni, del canto, del cinema), non restava che indovinare gli interpreti (Karin Viard, François Damiens ed Eric Elmosnino), azzeccare la musica (le canzoni di Michel Sardou, una sorta di Claudio Villa di casa). Fatto.
Si ride, più spesso si sorride, ci si commuove pure, nel finale. Nulla di trascendentale per carità, ma passare due ore con La famiglia Bèlier non dispiace.
La realtà è altra cosa, chi lo nega? Il film ci ricorda solo che a volte può essere migliore di come la si immagina. Louane insegna.

di Gianluca Arnone, da “cinematografo.it”

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