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Janis

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Biopic musicale dedicato a una delle voci più urticanti e destabilizzanti della storia del rock, Janis è un’operazione non originale, ma in grado di scaldare il cuore e di stringere le viscere esattamente come i brani epocali della rocker di Port Arthur.

Una Judy Garland del rock

Janis Joplin: un’icona rock, una dea del suono capace di incantare il pubblico e cambiare la storia della musica, una forza della natura che ipnotizzò il mondo con la sua voce blues. Ma non solo. [sinossi]

Janis Joplin morì di overdose in un motel di Los Angeles nel 1970, andando ad aggiungersi al folto e famigerato Club 27 ed entrando di diritto e dalla porta principale nel pantheon delle rockstar maledette. Cosa resta, oggi, di quell’icona? Del suo talento scomodo, di una voce unica e riconoscibile tra mille, in grado di trasportare l’ascoltatore sulle montagne russe del rock e del blues e di donare al mondo un lezione di sfacciato anticonformismo, menefreghista di qualsiasi bon ton canoro? Di sicuro il magistero della Joplin è stato idealmente accolto, almeno sul piano delle intenzioni, da più di un artista, proprio in virtù di una singolarità di stile e di atteggiamento nella quale era difficile non trovare un faro, un modello da seguire, un affascinante punto d’incontro tra disperazione, schiettezza, abrasione e rifiuto della performance standard da proporre su un palco.
È proprio sul palco che la sbeffeggiata Janis, la sfigata Janis, la ragazza sola e per niente attraente originaria della texana Port Arthur, dava l’idea di tramutarsi in un ciclone di indistruttibile, selvaggia e spietata purezza, capace di spazzar via qualsiasi torto subito con dosi enormi di rivalsa e di sincerità, di odio ben incanalato e di riscrittura della storia del rock (perché la storia del rock Janis Joplin l’ha scritta, e alle fondamenta). In tutti i brani della Joplin sembra annidarsi una parte di lei, un altro piccolo pezzo del suo cuore, che viene quasi vomitato sul palco, come a voler condividere con chi osserva e ascolta una nudità altrimenti inesprimibile a parole. Senza cerimonie, comunicando talvolta più con le viscere e con la gola che, più banalmente e prosaicamente, con quel cuore denudato. Che pure c’è, ed è pulsante.

Janis, documentario della regista Amy Berg, prova a immergersi nella rivoluzionaria grandezza della Joplin con discrezione e tatto, a farsi largo senza strafare nei meandri del mito e della donna tormentata, utilizzando tutti i classici strumenti a disposizione del doc musicale e piegandoli alle proprie finalità espressive. Viene data voce agli amici, ai conoscenti, ai familiari, ai produttori e ai musicisti suoi colleghi, toccandone così con mano la delicatezza e la fragilità oltre all’incomparabile, vitalissima e autodistruttiva energia, quello stesso fuoco sacro che in un modo o nell’altro finirà col costarle addirittura la vita.
Non osa, la Berg, non si sbilancia, non eccede e non va oltre rispetto al prototipo di biopic imposto dalle esigenze del prodotto, non calca la mano e non carica il suo film di particolari elementi di interesse che esulino da uno sguardo ravvicinato e intimo sull’anima della Joplin e sulla sua vocazione congenita alla dissipazione di sé e delle proprie capacità.
Una semplicità che però finisce per scaldare ed emozionare, per accarezzare la mitologia con affetto e con la giusta dose di tiepida onestà, facendo emergere l’autenticità del privato dietro gli stereotipi risaputi del pubblico: l’epistolario alla famiglia, per esempio, affidato alla voce di Cat Power nella versione originale e a quello di Gianna Nannini in quella italiana, è uno squarcio di importanza non indifferente nel tessuto del film, che rivela tutta la spaesata, tramortita sensibilità di una giovane donna che rimase comunque ancorata alle sue radici, nonostante tutto. Una Judy Garland del rock, appunto, alle prese con un mondo rovesciato e lontano da casa, troppo saturo di tentazioni virate al nero e pulsioni di morte per non attrarre una creatura come Janis nelle sue spire.

Non solo particolarmente rilevanti, le risposte in merito alla figura di Janis Joplin cui approda il film di Amy Berg, ma ciò non è, com’è giusto che sia, il suo obiettivo primario: senza scivoloni pruriginosi, senza voyeurismo malsano, senza domande furbescamente scomode, Janis si “limita” a risvegliare nello spettatore un amore magari sopito o in stand-by, come spesso accade anche per gli artisti più grandi, che entrano ed escono dalle nostre vite per poi ritornarvi prepotentemente, in modo insperato e arbitrario. Restituendone la rabbia e la meno nota docilità, gli innamoramenti e le passioni (Otis Redding, Aretha Franklin) ed esaltandone i brani e i live, scelti con perizia e una certa originalità che evita il già visto. Canzoni che sembrano giungere ancora oggi da una galassia lontana e che Janis Joplin non si limitava ad eseguire, ma, come si dice nel film, “a strangolare a morte”, lasciando intravedere dietro quei versi brutali e potenti un baratro e un disincanto senza ritorno.

Davide Stanzione, da “quinlan.it”

 

 

8 anni di lavorazione, tra problemi produttivi e ricerca di informazioni. Tanto ha impiegato Amy Berg, 9 anni fa candidata agli Oscar per lo sconvolgente Deliver Us from Evil, per realizzare Janis, intimo, inedito, toccante e malinconico ritratto dell’indimenticata Janis Joplin, morta all’età di 27 anni il 4 ottobre del 1970, causa overdose. Se ad Hollywood da tempo è in cantiere il biopic ufficiale (con Amy Adams possibile protagonista), alla72esima Mostra del Cinema di Venezia è nel frattempo arrivato il doc agiografico nei confronti di una delle regine del rock, riuscita nel finire degli anni ’60 ad aprire un portone a quelle donne cantanti che successivamente provarono a battere la medesima strada.

Un lavoro enorme, quello portato avanti dalla Berg, che ha voluto dar voce alla stessa Janis attraverso le decine e decine di lettere che la cantante inviò ai genitori, incapaci di ammirare e provare orgoglio nei confronti di quella figlia troppo fuori dagli schemi, per i loro standard. Alternando interviste a parenti, amici e componenti della Big Brother and the Holding Company, video estrapolati da strepitosi live, filmati privati, fotografie d’infanzia, apparizioni tv e quant’altro, la regista ha di fatto ripercorso la breve ma intensa esistenza della Joplin, partendo dai suoi primi anni di vita agli ultimi, quelli segnati dal successo planetario e dall’abuso di eroina.

Non un ‘santino’ cinematografico, perché dar vita a qualcosa di simile sarebbe stato a dir poco ridicolo visto il soggetto in questione, ma un onesto, commovente e sincero doc nei confronti di un’anima tormentata che tramite la propria voce e la propria musica ha segnato un’epoca. Indagando sul suo complicato passato, contraddistinto da quella marcata insicurezza a lungo alimentata da sfottò adolescenziali e delusioni d’amore, la Berg ha semplicemente rivelato i demoni interiori di una donna che per una vita ha agognato l’approvazione altrui, per poi annegare nella solitudine più estrema. Dolce e sensibile dentro ma vulcanica fuori, la sfaccettata Joplin che rivive sul grande schermo colpisce, grazie anche a quell’inarrivabile voce che inonda la sala sulle note di 27 canzoni.

Attraverso il volto affranto della stessa cantante, che soffre per quella mancata accettazione di se’, si assiste impietriti all’autolesionistico annientamento di un’artista, fiorita e appassita nel giro di un lustro tra eccessi, amori e dolorosi addii. Dall’epocale Monterey Pop Festival allo storico Woodstock passando per la nascita in studio di registrazione di alcuni pezzi memorabili come Summertime, il viaggio cinematografico firmato Berg ha il merito di ricordare nel migliore dei modi la donna, più che la macchiettistica icona rock che l’aveva fagocitata, mostrandola al mondo intero in tutta la sua strabordante insicurezza, non a caso entrata nella leggenda con quell’urlo di dolore che l’autorizzava a piangere senza provare alcun tipo di vergogna. Cry baby, yeah.

Federico Boni, da “cineblog.it”

 

 

Straordinaria. Se dovessi scegliere un aggettivo per qualificare la voce di Janis Joplin, la prima scelta ricadrebbe di certo su quello. Perché la cantante americana straordinaria lo è stata davvero per potenza, per estensione, per timbro, per capacità interpretativa ed emozionale, tanto da essere unanimemente considerata come una delle più grandi vocalist di tutti i tempi.
Janis, il documentario di Amy Berg che ne ripercorre la vita troppo breve e percorsa a grande velocità , e la carriera folgorante, straordinario non è: perlomeno nel senso etimologico del termine. Ma è un racconto intelligente e discreto, originale e non banale, che non è solo  rievocazione della vita di una cantante ma anche quella di una stagione, un’epoca o un clima culturale,

Formalmente, la Berg gioca sul sicuro, proponendo la  solita alternanza tra immagini di repertorio e interviste ad amici e familiari: ma tanto la scelta dei materiali video quanto quella delle musiche vanno in direzioni lontane dalle retoriche più facili, e le interviste riescono a cogliere momenti di emozione e ricordo capaci di guardare a lato, se non oltre, le più scontate luci dei riflettori.
Janis, per intenderci, è il film nel quale si cerca di portare alla luce la Joplin meno nota, più privata: e poco importa (o al contrario importa tantissimo, poiché vero) che alla fine il ritratto che emerge è quello classico di qualcuno di perennemente irrequieto perché affamato d’amore, di calore, di riconoscimento. Nel caso specifico, in maniera quasi straziante, e soprattutto da parte di una famiglia dalla quale la Joplin fuggì, per inseguire tutta la vita con le lettere che nel film dellaBerg sono lette da Cat Power nella versione originale, da Gianna Nannini in quella italiana.
Janis, per intenderci, è il film dove suonano e risuonano le canzoni meno note della cantante, dove “Mercedes Benz” è felicemente assente, e dove anche pezzi come “Cry Baby” o “Me and Bobby McGee” sono proposti con una discrezione insospettabile.

Niente di straordinario, dicevamo. In parte volutamente, con una volontà di fare documentario in maniera molto understated, in parte forse no.
Ma l’emozione, comunque, davanti a Janis è tanta: perché la sua protagonista era tanto fragile e ferita quando la sua voce era aspra e potente, perché quella voce smuoverebbe anche i sassi, e perché una morte a 27 anni – talento o non talento, droga o non droga – è sempre e comunque una morte ingiusta. Specie se accidentale, come in questo caso.

Federico Gironi, da “comingsoon.it”

 

 

Non c’è un solo amante della musica rock che non conosca Janis Joplin, eppure, a ben guardare, la sua figura non ha eguagliato il destino d’icona e l’abuso di tale destino iconografico che è toccato in sorte ad altri talenti del rock bruciati anzitempo. Il documentario che le dedica Amy Berg, colmando un vuoto piuttosto impressionante, arriva in un momento storico in cui il genere è evidentemente più in auge che mai (quello su Amy Winehouse di Asif Kapadia è perfettamente contemporaneo, quello su Kurt Cobainsi stacca di pochi mesi), ma ha se non altro il pregio di allinearsi a questa differente dimensione delle cose. Realizzato in accordo e con il supporto della famiglia della cantante, Janis persegue un tono realmente famigliare e intimo, garantendo al ritratto della star scomparsa il massimo rispetto e un briciolo di giustizia che andava fatta.
Cry Baby.
C’è un doppio movimento, uguale e contrario, a far da struttura al film: da un lato le immagini di un treno, lanciato finalmente lontano dal luogo di origine di Janis, dove fu a lungo vittima di bullismo per il suo aspetto non conforme ai canoni di bellezza e la sua diversa sensibilità, e dall’altro la lettura in voice over delle lettere che lei spediva a casa (“Dear family”), in cerca di approvazione per i suoi successi e soprattutto in cerca di affetto, sempre, ovunque, disperatamente.
Take another little piece of my heart.
Ci sono le immagini dei grandi concerti di Monterey e di Woodstock, raccontati dall’interno, con l’eccitazione del momento ma non ancora il carico di significato epocale che avrebbero assunto all’indomani degli avvenimenti e via più nei decenni a venire. Ci sono i racconti della sorella, degli amici, intervistati ad hoc. Ma la verità è che il film non sarebbe niente di eccezionale se non avesse per (s)oggetto una donna eccezionale, una persona dal cuore gonfio d’amore, di rabbia, d’ambizione (intesa nel modo di cui ne parla la protagonista del film, come di un bisogno vitale) e di blues, che si è lasciata strappare quel cuore a pezzetti, dagli uomini della sua vita in particolare, e ha messo in musica, per sempre, lo strazio di quel dolore e di quella lacerazione.
Me and Bobby McGee.
Il pezzo di maggior successo di Janis Joplin, oltre che una delle canzoni più belle di sempre (rigorosamente nella sua interpretazione), accompagna il documentario verso un finale noto, trattato con estrema delicatezza, al punto da apparire quasi più come un tragico incidente di percorso piuttosto che come la cronaca di una morte annunciata da uno stile di vita che non dava scampo. Ed è in questo far sentire e percepire quasi vividamente che, a differenza di altri protagonisti del cosiddetto Club dei 27, la Joplin avrebbe potuto diventare una cantante matura, attraversare altre stagioni della vita e della musica, che c’è l’affondo più riuscito del film.

Marianna Cappi, da “mymovies.it”

 

 

Dopo una gestazione di circa otto anni e a 45 dalla scomparsa, la regista Amy Berg porta sul grande schermo la storia di una delle cantanti che hanno segnato gli anni Sessanta e che ancora rende ben visibile il segno del suo passaggio. Janis (Janis – Little Girl Blue), presentato in anteprima mondiale e fuori concorso alla 72esima Mostra del Cinema di Venezia, è un documentario ricco e completo sulla vita diJanis Joplin, una di quegli artisti che, oltre ad essere ricordati per aver lasciato un segno indelebile con la loro musica, lo sono anche per non aver superato i 27 anni (fra loro anche Kurt Cobain e Amy Winehouse, ai quali sono stati dedicati due docufilm proprio quest’anno), coincidenza che ancora oggi alimenta la leggenda del così detto “27 club”.

La Berg ha per anni raccolto notizie, per organizzare infine il lavoro seguendo le consuete regole del documentario musicale, vale a dire ricostruendo la vita della cantante dai suoi primi anni fino alla morte e attingendo al materiale d’archivio composto di foto e filmati di repertorio, tra i quali non mancano quelli delle performance al Monterey Pop Festival o a Woodstock, il tutto cadenzato da interviste fatte a personaggi che hanno intrecciato la proprio vita con quella di Janis. Tra loro la sorella e il fratello, come anche i componenti della Big Brother and the Holding Company e alcuni dei suoi amori, che raccontano aneddoti e ricordi tra lacrime e sorrisi.

Il filo conduttore del racconto sono le lettere inviate alla sua famiglia e ai suoi amici, rilette per l’occasione dalla cantautriceCat Power: lettere scritte di proprio pugno che testimoniano le tappe, le decisioni, gli eventi più importanti, nel bene e nel male, della sua vita da un punto di vista totalmente intimo e personale della donna che era.

Il film scorre liscio e riesce a farci entrare nel mood degli anni sessanta fino a provare una profonda empatia con la cantante. È impossibile non rimanere colpiti da ciò che ci viene raccontato, gioie e dolori, dipendenze e successi di un’icona come Janis Joplin. Dalle prese in giro e quel senso di esclusione che l’hanno segnata fin da adolescente fino alla fuga lontano da quella città texana che l’aveva ferita; poi la dipendenza da droga e alcol con cui cercava di colmare quel solo grande bisogno di sentirsi accettata e amata, la necessità di quell’approvazione e di quel conforto che sentiva di ottenere solo esibendosi e cantando, ma che non sapeva come trovare fuori dal palco. E rattrista venire a conoscenza della beffa finale, di quella mancata consegna di un semplice telegramma che da tempo aspettava e che l’overdose non le ha dato il tempo di leggere.

Se dovessimo pensare ai difetti di questo documentario sarebbero ben pochi. La presenza di grandi pezzi della sua discografia, come Little Girl Blue e il successo inconstrastato Me and Bobby McGee, oppure ancora Piece of my heart, sono fondamentali, e solo a tratti sovrastatati dalla didascalicità del film, che purtroppo poco approfondisce la capacità di scrittura dei suoi stessi testi. E se la storia della Joplin ha una grande potenza di per sé così come l’aveva la sua voce, e se Janis non scade mai nello scontato, forse si sarebbe potuto osare di più allontanandosi dalla convenzionalità di questi lavori, come successo invece con successo per Cobain: Montage of Heck.

Ma Janis c’è, e lo spettatore riesce a sentirla. Questo è l’importante.

Eleonora Materazzo, da “filmforlife.org”

 

 

Amy Berg fa rivivere sul grande schermo Janis Joplin, la voce bianca del blues maledettamente interrotta a soli 27 anni, la stessa esigua e leggendaria età delle compiante icone rockJim Morrison, Jimi Hendrix e, a seguire, Amy Winehouse. Ha impiegato ben 8 anni la Berg a completare questo ritratto intimo e commovente di una donna sensibile e insicura sempre in cerca di approvazione, artista grintosa dalle urla laceranti sul palcoscenico, squarciate da ferite dure a guarire. Il biopic – mostrato a Toronto, London e Venezia Film Festival – con cui Hollywood ha finora puntualmente mancato l’appuntamento per l’evidente difficoltà di affidare a un corpo altro la soul di Janis viene magistralmente realizzato da Berg con l’unica Janis possibile, quella prematuramente strappata alla vita nel 1970 e riportata in scena con immagini di repertorio. La regista candidata all’Oscar perDeliver Us from Evil compone un’agiografia della cantante cha ha marcato la storia della musica basata su ricercati e ben inseriti footage tenuti insieme dalle lettere scritte dalla cantautrice ad amici, familiari ed amati e lette per noi da Cat Power. ll lavoro di ricerca negli archivi personali della rockstar, la selezione di filmati di repertorio con una Joplin raggiante, l’equilibrio sempre mantenuto tra vita privata e personaggio pubblico compongono un racconto di impianto classico, non del tutto originale, e tuttavia fortemente sentito e coinvolgente.

Nel ripercorrere le tappe della ragazza di Port Arthur, un’adolescente non accettata dai suoi coetanei, cacciata dal coro della scuola e approdata a San Francisco in cerca di se stessa, Berg rende giustizia alla carriera e vita di una stella bruciata troppo in fretta. In fuga sulla East Coast come molti suoi contemporanei, Janis inizia a esplorare la sua sessualità con donne e uomini – qui la Berg assicura un numero equo di testimonianze di entrambi i sessi, fissa per sempre la sua vocazione e dedizione musicale, si avvicina a un ragazzo infedele che le promette di sposarla, incontra un oscuro compagno di viaggio difficile da abbandonare, l’eroina. È così che ha inizio “the rise and the fall” nella musica blues per la fan sovvertitrice di schemi e convenzioni di Bob Dylan, Odetta e Billie Holiday, l’ascesa meritata di una ragazza dalle idee liberali fisicamente diversa dai canoni estetici del periodo, come la ricordano i fratelli Linda e Michael, una ragazza emarginata e ferita che non smise mai di cercare l’approvazione della famiglia pur rinnegandone i valori.

In questa meticolosa ballata cinematografica dalla tragedia annunciata, la regista non manca di dettagliare i processi creativi collaborativi, non sempre privi di conflittualità, come nel caso del percorso con la prima band maschile Big Brother & the Holding Company o dell’incisione successiva di Summertime, documentata da preziose immagini d’archivio. Janis, che amava essere attorniata da musicisti uomini, trovò nella Holding Company il suo primo porto sicuro nonché il trampolino di lancio per una carriera da solista ampiamente cercata dal suo talento scalpitante. Il suo grido primordiale portatore di un dolore ancestrale non tarderà infatti a esprimersi sui grandi palcoscenici di Monterey Pop e Woodstock, tra gli altri. Il viaggio epico nella tumultuosa carriera di una voce ribelle e nell’intimità di una donna ora amata ora abbandonata giunge soave al triste e prematuro epilogo. L’occhio della camera elude rispettoso il momento della solitaria dipartita, a soli 27 anni “non sentiti”, quando l’atteso messaggio di un amore partito alla ricerca di se stesso e cantato tra lacrime e fiducia schiva per colpa di un destino beffardo quegli occhi spenti per sempre da un’overdose.

Francesca Vantaggiato, da “taxidrivers.it”

 

 

Il problema comune a molti dei numerosi documentari prodotti dalla PBS sotto il marchio American Masters è la funzionalità del formato digest che li appiattisce in una dimensione riassuntiva, spesso ricorrendo a materiali di repertorio già diffusi, cercando una riorganizzazione degli stessi attraverso la testimonianza agiografica, collante fragilissimo che riduce al minimo il lavoro di scrittura. In parte è il metodo che ad un primo approccio costituisce l’asse portante di questo Janis: Little Girl Blue, dedicato alla fugace parabola musicale di Janis Joplin e al suo successo durato solo tre anni, dopo l’exploit al Monterey Pop del 1967 e la fuga dalla nativa Port Arthur, in Texas. Ma Amy Berg, con un metodo non dissimile da quello di Brett Morgen per il suo film su Kurt Cobain accede al materiale epistolare della Joplin e trasforma quelle immagini sgranatissime recuperate anche da Youtube in un dolente racconto di solitudine e allo stesso tempo in una vitale affermazione del femminile, partendo proprio dall’adolescenza di Janis e dagli episodi che durante gli anni della scuola l’avevano vista come vittima della crudeltà dei compagni di classe.  Non è un caso, che tra i produttori del film compaia il nome di Alex Gibney, da sempre interessato a battere vie collaterali e più vicine alla ricerca di una verità intima come motore della Storia. Viene fuori l’immagine di un Texas chiuso, bigotto e conservatore e la spinta di Janis a fare di quella diversità impostale come un marchio, occasione per una mai sopita voglia di riscatto attraverso la creatività, la sessualità e la libertà. La Berg traccia il percorso artistico della Joplin a partire dal suo trasferimento a San Francisco nel 1963 fino al passaggio dalla scena folk a quella tra blues e psichedelia, in parallelo all’uso di droghe sempre più pesanti e ai successi condivisi insieme ai Big Brother & The Holding Company e The Kozmic Blues Band. Ma al di là della ricostruzione storico-musicale, sono le lettere e la soggettiva di Janis a prendere il sopravvento e ad offrire un senso più intimo e personale alla sua vicenda artistica. Per accentuare questo senso di vicinanza, la Berg affida la lettura di alcuni passaggi alla voice over di Chan Marshall (Cat Power) creando quasi una connessione elettiva tra le due musiciste e avvicinando il senso di quelle parole alla nostra sensibilità. (N.d.r. Nella versione Italiana, la voce di Chan Marshall è sostituita da quella di Gianna Nannini) Ne viene fuori un ritratto certamente doloroso come dicevamo, ma allo stesso tempo di indomita forza vitale, recuperata nella combinazione materiale dei documenti; basta solo pensare al modo in cui la Berg monta gli interventi televisivi di Janis quasi a determinarne da una parte la sua incredibile forza ancestrale e dall’altra la difficoltà dell’establishment televisivo statunitense ad interpretare correttamente la sua forza rivoluzionaria e la sua autonomia di pensiero. Tra tutti, c’è un frammento dove Janis è ospite di un talk show condotto dal comico americano Don Adams (noto per il personaggio demenziale dell’agente segreto Maxwell Smart), dove questo si prende gioco del suo universo comunicativo. L’individualismo della Joplin non viene fuori solamente nel confronto televisivo, negativo o meno, ma anche nel percorso con i musicisti con cui condivide la sua carriera; la Berg si sofferma molto sulla differenza crescente tra le ambizioni di Janis e quelle dei componenti delle sue band, evidenziando il desiderio di intraprendere un nuovo percorso per la sua musica, legato ad un sempre maggior controllo su tutte le fasi compositive e produttive; i due momenti più importanti che la Berg ricostruisce in tal senso, sono gli scontri con la band durante la registrazione di “Summertime”, filmati da D.A. Pennebaker, il cineasta che tra le altre cose ci ha consegnato le immagini del Monterey Pop e che nel film regala una testimonianza diretta; e il ricordo di Kris Kristofferson, i cui aneddoti, per lo più incentrati sulle registrazioni di prova di “Me & Bobby McGee”, lasciano intuire cosa sarebbe potuta essere la carriera di Janis fuori dalla struttura comunitaria delle sue band. Mentre il film si chiude con alcune testimonianze di artisti che si ritengono influenzati dal modo di vivere la musica della Joplin, da Juliette Lewis a Pink, fino ad un’irriconoscibile Melissa Etheridge, rimane l’idea che il lavoro della Berg sia una tenera e sentita elegia sulla solitudine, la stessa che Janis cerca di combattere attraverso quello che ci rimane delle sue lettere e di una vita vissuta con grande intensità e senza sconti.

Michele Faggi, da “indie-eye.it”

 

 

Dell’icona rock degli anni Sessanta scomparsa a soli 27 anni scopriamo un lato mai visto attraverso le sue lettere scritte alla famiglia, agli amici e agli amanti. Le tormentate relazioni sentimentali, la passione per la musica e la dipendenza dalle droghe ricompongono, senza filtri e censure, la complicata esistenza dell’artista, mostrando anche il suo lato più sensibile. Un’emozione unica per lo spettatore vederla cantare di nuovo sul palco

Viene voglia di chiedere al tempo di girare con velocità e direzione diversa, viene da chiedersi se il destino avesse potuto cambiare se, ad esempio, “QUELLA” lettera fosse stata recapitata e letta subito invece di giacere per sbaglio nella hall di un motel. Viene in voglia di chiedersi se quella vocalità così intensa fosse solo un dono della natura o il frutto di una sofferenza che diventava passione. Viene voglia di riascoltare con più calma, appena arrivati a casa un po’ tutto il suo lavoro, partendo da Pearl per provare ad intuire come e dove “quella” voce ci avrebbe potuto portare.

Ma ripartiamo dall’inizio! Il Rockumentario Janis, presentato in Italia Fuori Concorso al Festival di Venezia e alle Vie del Cinema di Milano a fine Settembre, non prende scorciatoie e non ha colpi di regia straordinari. Semplicemente, con rigore e affetto unici, ripercorre la vita della Joplin dalla nascita alla morte. Lo fa con un rigore che ci permette di entrare dritti nella vita personale e artistica dell’artista di Port Arthur. Lo fa frugando nella storia di Janis. Partendo dalle foto, dalle lettere e dai telegrammi. Frugando negli archivi per trovare i filmati più introvabili e parlando con chi c’era ed era vicino a lei (musicisti, affetti e famiglia) in quella manciata di anni. Ciò che ne viene fuori è un racconto incentrato soprattutto sulla Janis Joplin donna e non solo sulla musicista che tutti, più o meno amiamo o conosciamo. Una donna la cui vita spesso si faceva carne nel suo modo di intendere la musica e nella sua voce. Ed è interessante e stordente quanto, vedendo questo film, si possano vedere le tante (troppe?) tragiche analogie con quello che è stato raccontato di Amy Winehouse nel film in programmazione negli stessi giorni in cui ho visto questo Janis. “Banalmente”, nello stesso desiderio di non morire – espresso chiaramente dalle due cantanti poco prima della loro tragica fine – ma soprattutto in quanto i testi delle due artiste avessero a che fare con la loro biografia. Di come le parole, attraverso la loro voce, non fossero soltanto “testo” ma divenissero “biografia” e “racconto” intimo continuamente in trasformazione.

E tra i meriti della regista Amy Berg c’è il mostrarci, con una semplicità disarmante attraverso il montaggio, il grande, e mai troppo sottolineato, debito ispirativo di Janis con la vocalità di Otis Redding. Nell’instante esatto in cui Otis compare cantando, la vocalità della Joplin assume su di se il peso e l’onore di una storia, quella del soul e del rock and roll, che non potrà in nessun modo essere cancellato nella sua grandezza e importanza.

Ps: Attenzione! Rimanete sino alla fine dei titoli di coda… ne varrà la pena!

Consigliato

Paolo Ronchetti, da “mescalina.it”

 

 

A Venezia72 è sbarcato in anteprima Janis, il tanto atteso documentario sulla vita di Janis Joplin diretto da Amy Berg, già autrice dell’ottimo Deliver Us from Evil. Il film ripercorre tutta la vita della celebre rock star: la turbolenta infanzia, le prime esperienze nel mondo della musica, il grande successo e infine la tragica morte arrivata soli 27 anni, circostanza che la accomuna ad altri grandi della musica come Jimi HendrixBrian Jones e Jim Morrison.

La regista colpisce lo spettatore raccontando con grande tatto e sensibilità la vita della donna dentro all’artista, con tutte le fragilità e le insicurezze causate soprattutto dal suo aspetto fisico, che Janis non ha mai accettato del tutto e che le ha procurato anche prese in giro e insulti dai conoscenti durante l’infanzia. Amy Berg alterna immagini di repertorio delle performance più celebri diJanis Joplin (come quelle di Woodstock o del Monterey Pop Festival) ad altre inedite riguardanti soprattutto il dietro le quinte dei suoi concerti e delle registrazioni dei suoi album, ma la scelta che fa davvero la differenza è quella di affidare alla cantautrice Cat Power, che per timbro vocale ricorda molto la protagonista del film, la lettura delle lettere che la rock star spediva alla sua famiglia, che ci restituiscono la fotografia di una persona insospettabilmente dolce e tenera, sempre in cerca dell’approvazione degli altri e in particolare della famiglia, rappresentata in particolare dalla sorella minore, che commenta insieme ad altri stretti conoscenti di Janis i tratti distintivi del suo carattere.
Il ritratto che ci viene fornito è quella di una donna estremamente sensibile e alla disperata ricerca del vero amore, che non ha mai trovato se non per brevissimi periodi, capace di dare voce alle sofferenze e ai sentimenti di chi le stava accanto, finendo però per rimanere a sua volta schiacciata dal peso di tutte queste emozioni e per affidarsi sempre più spesso all’alcool e alla droga per cercare conforto dalle sue delusioni.

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Janis – La donna dentro all’artista

Anche se il lato più intimo e malinconico di Janis Joplin ci viene mostrato senza nessun tipo di filtro o censura, il quadro che ci viene fornito non è certamente quello di una persona triste e depressa. La vitalità e l’energia della cantante vengono sottolineate con l’accompagnamento della sua inconfondibile voce graffiante, delle sue meravigliose canzoni e delle sue formidabili performance sul palco, luogo in cui Janis si trasformava in un catalizzatore di emozioni fra lei e il suo pubblico. Ci vengono descritte con dovizia di particolari anche le tappe più significative della sua carriera artistica, segnata da una smisurata ambizione e dalla voglia di continuare sempre a migliorarsi.

Chi si aspetta una sequenza di aneddoti divertenti legati al carattere irruente della rock star e ai suoi abusi con gli stupefacenti rimarrà probabilmente deluso dal lavoro di Amy Berg, che ha invece il grande pregio di non fare mai sconfinare Janis nel ridicolo o nel patetico, mostrandoci con delicatezza e garbo il saliscendi emotivo della cantante, con la droga e gli eccessi mai protagonisti del racconto, ma piuttosto ombre pronte ad approfittarsi delle sue debolezze e insicurezze.

La fine della vita di Janis Joplin, che lo spettatore conosce già da prima della visione, arriva però quasi inaspettata, come a risvegliarci da un sogno che pensavamo potesse avere una svolta positiva e magari una lieta conclusione, lasciandoci con tanta amarezza per un’esistenza finita troppo presto, che con un pizzico di fortuna in più o con la restituzione di una piccola parte di quello smisurato amore che questa straordinaria cantante ha regalato al mondo avrebbe potuto concludersi diversamente. A dispetto dell’energia e della vitalità che Janis metteva nelle canzoni che amiamo ancora oggi, in fondo era solo una donna che voleva qualcuno con sé al ritorno a casa dalle sue meravigliose esibizioni, e forse è stata proprio questa mancanza a portarcela ingiustamente via prima che potesse donarci altri anni della sua splendida voce.

Marco Paiano, da “cinematographe.it”

 

 

 

 

 

 

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