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Irrational man

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Il professore di filosofia Abe Lucas è emotivamente a picco, impossibilitato a trovare il minimo motivo di gioia nella sua vita. Durante il suo insegnamento nel college di una piccola cittadina, sarà coinvolto nelle vite di due donne: Rita Richards, professoressa solitaria che cerca un sollievo dal suo infelice matrimonio; e Jill Pollard, la sua migliore studentessa, con cui instaura un forte affiatamento. Il caso cambierà tutto, allorchè Abe e Jill origlieranno una coversazione e saranno trascinati dagli eventi.
John Ford diceva che i film western sono tutti uguali e cambiano solo i cavalli. La stessa frase potrebbe anche essere riadattata per descrivere il Cinema di quell’infaticabile ottantenne newyorkese che da quasi un lustro ci fa dono di film con cadenza annuale. Woody Allen, con più di quaranta opere all’attivo, ha da sempre messo in scena il proprio pensiero, girando spesso attorno agli argomenti a lui più cari, descrivendo come forse nessun altro le ossessioni della medio-alta borghesia americana, tanto che potrebbe essere considerato uno dei maggiori filosofi contemporanei. Ogni suo film rappresenta una sfumatura o un tassello che va ad aggiungersi ad un unico discorso che è stato intavolato con Prendi i soldi e scappa, e che ancora oggi dimostra di avere la forza e la brillantezza di raccontarci qualcosa di più.

Con Irrational Man, Woody torna a parlare di delitto e castigo – dopo Crimini e misfatti, Match Point e Sogni e delitti – di sentimenti e di destino – Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni – confezionando questa volta una black comedy che vede un professore di filosofia alcolizzato coinvolto in una storia d’amore con una studentessa, commettere un omicidio “per il bene comune” nel tentativo di dare un senso ad un’esistenza fatta solo di teorie e chiacchiere che non hanno nulla a che fare con la vita “vera”. L’Allen filosofo mette in scena ancora una volta una storia fondata sui dilemmi morali che da sempre lo attanagliano, in cui l’uomo è sommerso da dilemmi filosofici e dove non si parla mai di un giudizio divino, ma esiste solo un concetto di giustizia intrinseco nella morale umana. In Irrational Man il regista di Manhattan si prende gioco, in maniera quasi innovativa per quello che è il suo pensiero, dell’intellettuale che dopo una vita di pensieri e parole passa all’azione, supportando con un ritmo ed una brillantezza di cui non godevamo da tempo le sue disavventure, ambientate in un mondo dove il fato interviene per riportare ordine laddove l’uomo irrazionale interviene creando scompiglio.

A fare da contraltare al personaggio del professore, c’è la studentessa, la quale incarna il lato “buono” della coppia, controbilanciando, finché può, l’amoralità del partner, esplicitando continuamente le proprie teorizzazioni filosofiche e distinguendo nettamente ciò che è bene e ciò che è male. In questo senso la coppia di protagonisti potrebbe venir letta come l’accostamento di una doppia personalità o una doppia corrente di pensiero di Woody Allen stesso, il quale, alla fine di un discorso chiaro e tondo come solo lui sa fare, si schiera apertamente – come non sempre ha fatto – per la “metà” più positiva ed ottimistica, dimostrando di possedere la speranza che le nuove generazioni potranno capire qualcosa di più dalla vita.

Francesco Ruzzier, da “storiadeifilm.it”

 

 

 

Woody Allen torna a dominare la scena in forma smagliante con Irrational Man, la sua ultima opera presentata fuori concorso a Cannes. Sobrio e pungente come sempre, il re della commedia americana ha sfoderato in questa pellicola tutto il proprio gusto per le elucubrazioni mentali, presentate sotto forma di speculazioni filosofiche ed interrogativi universali, confezionando un film vincente, dotato di una perfetta circolarità narrativa, paragonabile ai suoi migliori lavori. Senza risparmiare lo humor,Irrational Man solleva importanti  temi esistenziali, mettendo in scena, con ironia ed eleganza, il modo in cui teoria e pratica, cerebralità e pragmatismo, pur rappresentando ambiti  apparentemente opposti, possano essere protagonisti di  inaspettate collisioni e sovrapposizioni.
Abe Lucas (Joaquin Phoenix) è un professore di filosofia, depresso e con spiccate tendenze autodistruttive; dopo la recente separazione dalla moglie,  accetta una cattedra presso l’università di un piccolo centro, pur cosciente che il cambiamento di vita non sarà sufficiente a ridare un senso alle sue giornate. Abe ha perso il gusto per tutte quelle piccole gioie che rendono la vita degna di essere vissuta: viaggiare, sorridere, fare l’amore, e né l’incontro con l’intraprendente Rita (Parker Posey), collega frustrata da un matrimonio al capolinea, né l’amicizia con la bellissima ed infatuata studentessa modello Jill (Emma Stone) riescono a far scattare nell’uomo la molla per ritrovare la voglia di vivere. Ulteriormente demoralizzato dalla consapevolezza della futilità delle stesse teorie alle quali ha dedicato l’esistenza, Abe sente il disperato bisogno di un progetto che gli restituisca motivazione, come far qualcosa per migliorare la vita degli altri. Quando, origliando casualmente una conversazione, viene a sapere di un giudice in città corrotto e responsabile di tremende ingiustizie, la decisione è già presa: ucciderà quell’uomo per migliorare il mondo liberandolo da una piccola ma significativa percentuale di male, ritrovando in questa rivoluzione personale il senso della propria esistenza.

Irrational Man ritrova lo stile e l’eleganza dei migliori lavori di Woody Allen: atmosfere retrò, quasi senza tempo, una narrazione che rimbalza armonicamente tra il punto di vista di Abe e quello di Jill, dialoghi incastonati in lunghe e romantiche passeggiate, la sottigliezza di una sceneggiatura che nessun altro avrebbe potuto scrivere. L’ultimo film del grande Maestro ha le caratteristiche di un bellissimo romanzo che prende improvvisamente vita sullo schermo, lasciando lo spettatore pieno di gratitudine per un’ opera alla quale è davvero difficile trovare un difetto. Il cast corona questo affresco, confermando la Stone una delle migliori attrici della propria generazione, perfettamente assortita e a suo agio al fianco del mostro sacro Phoenix.
La colonna sonora – in perfetto stile Allen –   suggerisce il mood della commedia, incorniciando ed alleggerendo la drammaticità delle situazioni e conferendo il  ritmo ideale al dispiegarsi delle vicende narrate, in cui l’elemento noir assume l’esplicita funzione di mettere in luce l’assurda quanto inesorabile complessità del vivere, con i suoi altrettanto paradossali  risvolti.

Basterebbe lo strato più superficiale della trama ad intrattenere e divertire, invece è nei meandri delle simbologie e delle  suggestioni implicite di questo piccolo grande gioiello che cogliamo con sorriso amaro l’essenza di una poetica in cui l’uomo è spesso mosso più dall’insoddisfazione che dall’amore, scegliendo la via più tortuosa e distruttiva per consumare i propri giorni e trovando, infine, il giusto castigo per non aver saputo apprezzare le semplici meraviglie della vita.

Virginia Campione, da “cinematographe.it”

 
Woody Allen è un regista jazz.
Come i musicisti girano attorno agli standard, partendo da quella base condivisa per colorare con la propria personalità il tema, o per lanciarsi in assoli creativi che arricchiscono e trasformano il brano, Allen gira da tempo, forse da sempre, attorno a un nucleo centrale di tematiche, che alterna a seconda dei titoli, che colora di questo o quel genere a seconda del mood del periodo e delle esigenze del copione. E con Irrational Man, di questi standard ne intreccia diversi, facendo del suo film una black comedy filosofica, o forse un dramma costretto a cedere le armi di fronte agli sberleffi del destino.

Come in Crimini e misfatti, come in Match Point o come in Sogni e delitti (ma anche come in Misterioso omidicio a Manhattan), qui Allen parla di delitto e castigo. Come in Vicky Cristina Barcelona, Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni o Magic in the Moonlight, parla di amore e destino. Come in tantissimi altri film, come sempre, parla di pessimismo e di esistenza, e come affrontare, con quale spirito, la vita e gli eventi.
In Irrational Man c’è un professore di filosofia alcolizzato e nichilista, c’è una giovane studentessa che cede romanticamente al suo fascino maudit e intellettuale, c’è il racconto di chi si sente chiuso e intrappolato nell’insensatezza della vita e poi trova la via d’uscita nell’agire omicida e “a fin di bene”. Ci sono le questioni morali che s’intrecciano con quelle sentimentali, e un andamento che gioca di continuo con l’alternanza tra luci e ombre, tra cupezza e sorriso.

Dinamico come non lo si vedeva da tempo, tutto avvitato attorno a una colonna sonora che ripete ossessivamente non uno dei suoi classici brani soffusi e moderati, jazz o classici che siano, ma i ritmi vibranti e sostenuti della versione strumentale di “The In Crowd” eseguita dal Ramsey Lewis Trio, Allen scarta ogni allenismo formale, ogni ammiccamento nella forma, nei dialoghi o nei personaggi, e riflette con occhi nuovi e mente sempre lucidissima su questioni sulle quali non ha mai smesso d’interrogarsi.

Contrariamente a quanto avveniva in Match Point (di cui questo film è la versione speculare e ottimista, come già Magic in the Moonlight lo era di Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni), in Irrational Man il caso, il destino, finiscono col comminare il giusto castigo a chi si macchia del delitto, e non la sua assoluzione. Allen racconta un mondo che è in grado di tornare in equilibrio, ma con la leggerezza di chi deve rimettere le cose al suo posto, e non di chi perde tempo a scervellarsi su questioni etiche e morali: perché come racconta lo stesso Joaquin Phoenix, lo stropicciato professore del film, durante la sua prima lezione, tra il mondo della filosofia (kantiana e non) e quello reale, passa un abisso.

La lezione di Irrational Man, allora, è tutta per noi, e per la studentessa interpretata da una brillante Emma Stone: che idealizza, che romanticizza, che s’interroga sulle convenzioni sociali e di classe, sui ruoli, che ama le costruzione teoriche senza sapere che quando le si applica nella realtà, le mani si sporcano e le conseguenze sono spesso imprevedibili. Una lezione che non è affatto teorica, ma praticissima, pragmatica e spiccia in maniera quasi inedita per il newyorchese, che mette alla berlina le costruzioni ideali e ideologiche e che ci mette di fronte a un pensiero non più cinico e pessimista, ma aperto alla possibilità di un mondo migliore, così come rinuncia al surplus di battute ad affetto e di dialoghi brillanti.

Oramai, per Allen, il tragico è sempre anche comico, per l’inutilità del nostro affannarci e per la splendida, irresistibile ironia della sorte alla quale dobbiamo piegarci senza aver la presunzione di poter fare il contrario, e che non richiede ulteriore ironia.
E le cose vanno, sempre, come devono andare. In maniera essenziale e cristallina, come questo questo film.

Federico Gironi, da “comingsoon.it”

 

 

La filosofia è soprattutto una serie di masturbazioni verbali
Irrational Man, Abe/Joaquin Phoenix, Woody Allen, 2015
Le bugie e Kant, il libero arbitro e Kierkegaard, la teoria di Raskòlnikov e Fedor Dostoevskij: se pensate che in Irrational Man ci sia filosofia (del resto il personaggio principale né è docente universitario) avete ragione, del resto nei film di Woody Allen viene sempre offerta allo spettatore una personale visione della vita. Un gesto efferato può essere reputato moralmente giusto se a trarne benefici è l’intera collettività? Quali sono i confini dell’etica e quanto possono essere aggirati dialetticamente? Fin quando è giustificato l’individualismo? E, soprattutto, quanto conta la fortuna nei destini di tutti noi?

Allen racconta con la sua solita leggerezza alcune delle questioni più dibattute della filosofia moderna e romantica. Lo fa bene? Lo fa male? Ormai dividere i film del cineasta newyorkese in “quelli buoni” e “quelli cattivi” è diventata una semplificazione piuttosto generalizzata ed ingiusta. Anche il peggiore Allen è spesso migliore della media dei film che si vedono in giro. L’ambizione, i dialoghi, la capacità di raccontare pensieri e sentimenti che, almeno in nuce, appartengono a tutti noi, è una qualità costante che non bisogna mai dare per scontata.

Ragionando in questi termini Irrational Man è un film riuscito, speculare a Match Point per tematiche e riferimenti letterali – un collegamento che lo stesso Allen sottolinea quando, dopo aver inquadratoDelitto e Castigo, taglia su una partita di ping pong – , ma meno forte proprio perché in parte “già visto”. Il suo continuo gioco di paradossi, mettere un personaggio davanti a scelte estreme (un espediente che concettualmente parte dal titolo visto che il suo “uomo irrazionale” è in realtà il personaggio più lucido e pragmatico della storia), trascina lo spettatore ad un epilogo che non può che essere sorprendente per come ogni dettaglio narrativo precedente, anche il più banale, assume improvvisamente un significato sostenaziale.

Del resto, se si vuole parlare davvero di sorte, in palio non ci può che essere sempre la vita e la morte, sia che si tratti di una roulette russa che di una ruota della fortuna di un luna park in cui si possono vincere pelouche, cappellini e torce.

Tutto è connesso. Lo sapevamo già prima del film? Sicuro. Ma è sempre un piacere farselo ricordare da novanta minuti di Woody Allen.

Andrea D’Addio, da “badtaste.it”

 

 

Woody Allen continua a insistere con gli scherzi del destino, il concetto di giustizia e – né più né meno – il senso della vita. Dice in conferenza che il cinema è un buon modo per distrarsi e passare il tempo in un mondo senza significato, e questo cinema in effetti lo è, anche se come critici non si sa più che dirne, nel senso che il punto di vista (suo e nostro) è immobile, di una facilità di lettura che qui chiamiamo limpidezza ma non a tutti perdoneremmo.

Il protagonista è un professore universitario depresso (Jacquin Phoenix, grasso come l’avevamo visto solo in I’m Still Here), la madre si è suicidata, la moglie l’ha lasciato per un amico, insegna filosofia senza convinzione, gli serve solo ad affilare il suo malessere. Si innamora di una studentessa (Emma Stone), va a letto con una collega (Parker Posey), insegue un’erezione, un motivo di vita, alla fine durante una festicciola con i ragazzi prova per scherzo a spararsi (scena sconcertante, una variazione di tono così spiazzante che risulta accettabile per un pelo). Il proposito che lo rimette in carreggiata lo trova nell’omicidio, immagina di far fuori un giudice per come sta gestendo un caso di affidamento. Delitto e castigo? Comunque scelga e comunque vada a finire (non ve lo dico), la sua vita cambia in meglio…

Funziona tutto benissimo: il compendio di filosofia, il rapporto passionale ma distaccato tra colleghi, il corteggiamento reciproco con la studentessa, il jazz sopra le righe in colonna sonora; e perfino la trama gialla, c’è vera suspense come in Match Point o Crimini e misfatti, ogni dettaglio ha la sua utilità.
Funziona soprattutto questo raccontare senz’ansia, questo distacco da tutto, perfino da se stessi, come se con gli anni che passano nel cinema di Woody si fosse consumata una specie di separazione tra l’Allen narratore e l’Allen spettatore (non mi pare un caso sia ormai così di rado attore nei suoi film). Come se provasse, ogni volta un po di più, ad essere solo comprensibile e divertente, popolare senza che questo diventi un compromesso o un limite.
Per farlo serve naturalmente una misura pazzesca del mestiere: per questo non si smette di applaudirlo, di sorridere quando alla fine ci si alza a si va a casa.

Giorgio Viaro, da “bestmovie.it”

 

 

Immaginate un Match Point più rilassato e leggero. Immaginate che Woody Allentorni quindi a Dostoevskij, a Delitto e Castigo, al ragionamento sul caso e sulla ‘giustizia’. Ma come, ancora? Non c’è manco solo Match Point a riguardo: ben prima c’era stato il magnifico Crimini e misfatti, dopo il deludente Sogni e delitti.

Però Allen su questi temi ci ritorna ciclicamente, e questa volta in confezione dablack comedy. Siamo nel campus di un college americano. Abe Lucas (un magnificoJoaquin Phonix con panza alcolica) è un professore in crisi esistenziale, che arriva all’università per insegnare filosofia. Beve sempre, e si porta dietro una fama da sciupafemmine mica da poco (“È come mettere del viagra nel Dipartimento di Filosofia”, dicono prima che arrivi).

Dice di non avere una relazione da un anno, ma ci mette poco a finire a letto con una collega, Rita, che dice di volerlo ‘sbloccare’ perché finisca il suo libro su Heidegger e il fascismo, ma che invece vuole solo fuggire dal suo matrimonio. Finché non incontra Jill Pollard (Emma Stone, strepitosa nuova ‘musa’), una sua promettente studentessa che in pochi giorni si innamora di lui, nonostante abbia un fidanzato bravo e perbene.

Non inizia benissimo, Irrational Man. Durante la prima parte si ha la sensazione di assistere a una semplice commedia del Woody Allen dell’ultimo periodo, con i rischi del caso. Invece poi il film si rilancia improvvisamente grazie ad un avvenimento che è bene non svelare. Sappiate però che non solo le tematiche sono quelle diMatch Point, ma persino la struttura.

Però come si diceva questo è un Allen in veste da commedia, e qui non c’è lagravitas di Match Point. C’è invece un modo di raccontare gli stessi concetti in maniera diversa. Ma si dice che la forma è anche il contenuto di un’opera, e la leggerezza di Irrational Man dà semplicemente nuova luce a tematiche già affrontate e in realtà nerissime.

Deluso e spezzato dalla vita, persino dalla stessa filosofia (che continua spesso a definire una pura stronzata), Abe ha anche smesso di cercare un senso alla sua esistenza. Tutto è vuoto, tanto ormai è il caso che ha preso il sopravvento. Arriva persino a ‘giocare’ alla roulette russa con una pistola carica di fronte ai suoi studenti.

Mentre agli occhi degli altri, soprattutto delle donne, questo suo essere ‘maledetto’ risulta affascinante e ipnotico, Abe non capisce cosa dovrebbe fare di più per migliorare la sua esistenza. La filosofia si è finora sempre scontrata contro la realtà, le speculazioni teoriche sono state sovvertite dagli eventi del quotidiano… E se la risposta ai suoi dubbi fosse ‘semplicemente’ nel fare un atto morale, utile, ‘giusto’?

Al solito Woody Allen gira e scrive con la leggerezza di chi è già classico: voci narranti mai pesanti, qualche inquadratura incrociata, semplicità e pulizia senza vezzi. Con almeno una scena tutta di scrittura davvero strepitosa: quella della cena con Jill, i suoi genitori e Abe a cena, in cui ricompare il fantasma di Hitchcock.

Difficile entrare più a fondo senza svelare almeno metà della trama, la sua parte migliore e vitale. Chi scrive però è convinto che proprio con questa ‘deviazione’ il film decolli e trovi senso. Nel finale addirittura si rovescia il senso di Match Point, giustificando l’operazione del film. Così Irrational Man ribadisce che, Magic in the Moonlight compreso, siamo in una nuova fase (filosofica!) della carriera di Allen.

Gabriele Capolino, da “cineblog.it”

 

 

 

Abe Lucas, professore di filosofia ormai privo di qualsiasi interesse per la vita, si trasferisce nell’Università di una cittadina. Preceduto da una fama di seduttore incontra la collega Rita Richards che cerca di attrarlo a sé per mettersi alle spalle un matrimonio fallito. C’è però anche la migliore studentessa del corso, Jill Pollard, che subisce il suo fascino e progressivamente gli si avvicina. Un giorno i due ascoltano, del tutto casualmente, la disperata lamentela di una madre che si è vista togliere la tutela di un figlio da parte di un giudice totalmente insensibile a qualsiasi esigenza umanitaria. Abe, in quel preciso momento, sente di poter fare qualcosa per quella donna e, con questo, di poter ridare un senso alla propria vita.
Dopo le atmosfere retrò di Magic in the Moonlight Woody Allen torna a un presente che lui vede come eternamente ritornante perché ciò che riguarda il rapporto dell’essere umano con la propria esistenza può mutare nelle sue manifestazioni ma resta essenzialmente uguale. Da sempre Woody ci ricorda che Dio è morto, Marx è morto e anche lui si sente (esistenzialmente) poco bene. I suoi personaggi sono testimonial di questo suo profondo disagio a proposito del quale non smette mai di interrogarsi.
La vita non ha senso e, per cercare di attribuirgliene uno o almeno per non ricordarselo troppo spesso è necessario ‘distrarsi’. Per lui la distrazione è fare cinema. Per Abe potrebbe essere la filosofia di Kant, di Kierkegaard e di tutti i pensatori le cui aporie sa illustrare con abilità ai suoi studenti. Il problema consiste però nel far aderire la teoria alla realtà. È allora che nascono i problemi perché un mondo kantiano privo della seppur minima menzogna sarebbe l’ideale ma comporterebbe, ad esempio, la denuncia della famiglia Frank dinanzi a una precisa domanda dei nazisti.
Che fare allora quando l’altro sesso ti desidera ma tu non lo desideri più? Quando tutto ti appare come ormai privo di valore tanto da non temere una roulette russa? Forse allora ti trovi a dare ragione al Sartre che denuncia che “l’inferno sono gli altri” e individui nell’idea di fare del bene compiendo il male l’occasione per riprendere in mano la tua vita. La morte sembra diventare non più la signora con la falce di Amore e guerrama uno strumento per risolvere le conflittualità. Abe ha dietro di sé una serie di partecipazioni ad attività umanitarie che gli hanno comunque lasciato il vuoto dentro perché gli sembra non abbiano portato a un vero cambiamento. Il suo bisogno di lasciare un segno lo accompagna in fondo da sempre. Tutto il resto gli appare come superficiale. Dopo Crimini e misfatti, Sogni e delitti e Match Point Allen torna a focalizzarsi sulla morte come estrema ir-ratio per liberarsi o liberare altri dai problemi. Aveva trattato il tema anche con il piacere della commedia raffinata inPallottole su Broadway. Vede anche tornargli utile l’escamotage della casualità dell’ascolto che aveva avuto i suoi effetti comici in Tutti dicono I Love You e profondamente sconvolgenti in Un’altra donna. Questo significa che Woody si ripete? Forse sì ma lo fa come accade con la vita di tutti i giorni che a volte ci propone gli stessi quesiti chiedendoci, col passare degli anni, di ripensare le risposte. In modo più o meno razionale e tenendo conto delle conseguenze. Che, nell’universo alleniano, non possono comunque mai sfuggire a una valutazione morale.

Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

 

 

 

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