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Il racconto dei racconti – Tale of Tales

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1600. Una regina non riesce più a sorridere, consumata dal desiderio di quel figlio che non arriva. Due anziane sorelle fanno leva su un equivoco per attirare le attenzioni di un re erotomane sempre affamato di carne fresca. Un sovrano organizza un torneo per dare in sposa la figlia contando sul fatto che nessuno dei pretendenti supererà la prova da lui ideata, così la figlia non lascerà il suo fianco e i confini angusti del loro castello.
Matteo Garrone attinge a piene mani, e con grande libertà creativa, a tre racconti de “Lo cunto de li cunti”, la raccolta di fiabe più antica d’Europa, scritta fra il 1500 e il 1600 in lingua napoletana da Giambattista Basile. Il risultato è un caleidoscopio di immagini potenti ed evocative, ma anche un carnevale di umani sentimenti, pulsioni e crudeltà, nonché una riflessione profondissima sulla natura dell’amore, che può (dovrebbe) essere dono e che invece, per quelle fiere che sono (ancora) gli esseri umani, è spesso soprattutto cupidigia.
Ognuna delle vicende singolarmente narrate contiene qualcosa di ognuna delle altre: un doppio, un riflesso, una citazione, uno scambio di sguardi. La brama con cui la regina vuole per sé (e solo per sé) un figlio annulla il sacrificio del marito e soffoca il desiderio di essere amato (per sé) del nuovo nato, che una volta cresciuto incontra il suo “gemello” più povero ma infinitamente più libero. La lascivia insaziabile del re erotomane, archetipo predongiovannesco, è una sfida inesauribile alla morte e alla decadenza del corpo, così ben incarnata (perché di carne, pelle e sangue sempre si parla ne Il racconto dei racconti) dalle due anziane sorelle impegnate in una corsa a ritroso nel tempo che finirà per dividerle, “separando ciò che è inseparabile”: come l’unione fra i due “gemelli” dell’episodio precedente, come il legame fra un padre immeritevole e una figlia degna di ereditare un regno nell’episodio successivo.
La struttura circolare della narrazione è, a tutti gli effetti, olistica (anche perché guidata da figure femminili), il che è particolarmente sorprendente perché i tre episodi sono stati girati separatamente, e non c’è stato tempo, né denaro, per effettuare il consueto lavoro di rifinitura cui Garrone è abituato. Ma la tessitura dell’arazzo era già insita nella scrittura (degli sceneggiatori Edoardo Albinati, Ugo Chiti e Massimo Gaudioso, oltre allo stesso Garrone, ma ancora prima di Basile) e nell’immaginario cinematografico e pittorico del regista, che ripropone temi a lui cari – la trasformazione del corpo, la passione accecante, l’inganno – attraverso la codifica narrativa archetipale della fiaba e la crittografia visiva del genere fantasy, usato ad altezza autoriale senza dimenticare il pop delle sue origini e dei suoi intenti.
Garrone attinge a Fellini (La strada, Casanova) come al grottesco cortigiano dei dipinti di Goya, a M. Night Syamalan The Village, Lady in the Water) come al Mario Bava de La maschera del demonio, allo strazio romantico del Pinocchio di Comencini come alla comicità “medievale” deL’armata Brancaleone. E tiene in equilibrio il (suo) mondo (perché “l’equilibrio del modo deve essere mantenuto”) come un funambolo sul filo, non a caso l’immagine che chiude Il racconto dei racconti: quello è Garrone, sospeso sull’abisso – del ridicolo, del cattivo gusto, del melodramma, della farsa involontaria – intento ad evitare il fuoco che lo minaccia da vicino. Perché la materia di cui è fatto Il racconto dei racconti, in Basileprima ancora che in Garrone, è supremamente incandescente e richiede atti “di coraggio e sacrificio” per essere narrata come una fiaba accessibile, che non si può possedere solo per sé.
Nell’immaginario visivo de Il racconto de i racconti c’è anche il Garrone precedente: il respiro ansimante delle creature selvagge, siano esse uomini o la loro trasformazione animale; i labirinti della mente; il tentativo di addomesticare l’altrui libertà; la solitudine come destino inevitabile; l’arroganza dei tanti “re” che “non ascoltano nessuno”.
Anche l’uso delle musiche è Garrone, pur nella sua radicale differenza con, ad esempio, Gomorra, in cui sonoro era ambientale: perché anche se ne Il racconto dei racconti l’accompagnamento musicale (di Alexandre Desplat) è quasi incessante, nei momenti più importanti (e più crudeli) si arrende al silenzio assoluto, all’isolamento (anche acustico) totale dell’abbandono.
Nell’universo de Il racconto dei racconti eros e thanatos sono ossessioni supremamente vitali, le bestie si riconoscono all’odore e gli uomini (e le donne) diventano mostri tutti allo stesso modo. Garrone scortica gli esseri umani per rivelarne l’intima fragilità e leva loro la pelle perché è l’unico modo di chiamare in superficie quella pietas che ci permette di accettare la vita, anche nella sua suprema crudeltà.

Paola Casella, da “mymovies.it”

 

Reality e fantasy. Testa e pancia. Desiderio e realizzazione.
Da sempre, ma col Il racconto dei racconti in particolare, il cinema di Matteo Garrone, è un gioco d’equilibrismo, una camminata su una corda tesa tra queste polarità, il risultato della tensione tra questi estremi. Non è un caso, quindi, che in questo nuovo, temerario film del regista romano si mettano in scena di due momenti di funambolismo con precisi significati narrativi.

Presenti e permeanti, nel film che Garrone ha tratto da tre selezionate fiabe scritte da Basile, queste tre polarità sembrano continuamente tirarlo (e lo spettatore con lui) da una parte e dall’altra, alla ricerca di un equilibrio quasi impossibile. Queste tre tensioni rimangono lì appese, brucianti, irrisolte: e proprio per questo Il racconto dei racconti ci si para di fronte come un’opera volutamente liquida e mutevole, pulsante di vita, di suggestioni, di cinema: un cuore di drago marino che batte ancora, e che promette una generazione creativa e narrativa pronta a ribellarsi benevolmente al suo creatore.

Con un movimento uguale e contrario rispetto a quello compiuto nel suo film precedente, in questo (che è fantasy in modo improprio, e fiabesco in modo apocrifo) Matteo Garrone non ricopre il mondo reale di grottesco e paranoia ma tira a lucido d’artista la superficie e i personaggi di un mondo fantastico eppure normalissimo nelle sue aberrazioni.
Insofferente alle convenzioni, il regista sceglie per il suo film costumi sgargianti e rilucenti di finzione anche quando lerci di sangue o fango, una fotografia nitidissima che non indugia in ombre o chiaroscuri goticheggianti ma abbraccia il luccichio del barocco, interpreti con volti perfetti ai loro ruoli che si stagliano sullo sfondo come figure di una messa in scena teatrale e minuziosamente coreografata. E, complice un lavoro senza precedenti sulla scelta delle location (tutte reali), organizza le sue inquadrature con un’attenzione pittorica che richiama Goya, Velasquez e Rembrandt, avvicinandosi in alcuni momenti a quanto fatto da Stanley Kubrik in Barry Lyndon.

Al capo opposto di questa estetica tesa lungo tutto il film, c’è una costruzione narrativa che lavora con guanti laboratoriali su storie e figure e situazioni archetipiche, quelle delle fiabe; che le mantiene essenziali, le trascura forse anche un po’, le appoggia semplicemente sul suo tappeto visivo. Se delle tre storie La pulce, quella interpretata da Toby Jones e la soprendente Bebe Cave, è di gran lunga quella più riuscita e coinvolgente, la più vicina alla visceralità inquietante e al senso del meraviglioso tipico del fiabesco, l’impressione generale è che Garrone abbia più o meno consapevolmente sfidato quel mondo e quelle convenzioni, privilegiando la testa laddove ci si sarebbe aspettati la pancia, ragionando costantemente sullo slittamento e le sovrapposizoni del senso stesso, intimo, ontologico, di realtà e fantasia.

Gli slittamenti, le sorprese, le dissonanze estetiche e narrative, rendono Il racconto dei racconti vibrante e dinamico, in costante dialettica con sé stesso e con gli occhi e la testa di chi lo osservano. La meraviglia viene suscitata sempre attraverso la bellezza cristallizzata dall’arte (si pensi alla scena sottomarina all’inizio del film), mentre l’orrore, il deforme e il difforme raccontati con una leggerezza e una pulizia che ne mettono in questione lo stesso statuto; e così facendo la questione così si rovescia anche su chi deforme e difforme non è o non dovrebbe essere, ma che non corrisponde allo stereotipo: regine altere dalla bocca sporca di sangue, sovrani libertini e un po’ tonti, re che si dilettano con creature normalmente rivoltanti.

Nonostante, allora, si chiuda con una sequenza quasi analoga a quella con la quale terminavaReality, nel corso della quale l’artificio e l’inganno si rivelano per quello che sono, e dove guardando verso l’alto si libera il senso di vertigine e la precarietà di una condizione sempre relativa, Il racconto dei racconti continua anarchicamente a camminare sulla corda, anche dopo i titoli di coda, a sfidare il suo stesso equilibrio: prestandosi col sorriso a rimanere sospeso, in tensione dinamica e propulsiva, tra il desiderio di sé e la sua realizzazione, sfidando le convenzioni del cinema e le nostre convinzioni..

Federico Gironi, da “comingsoon.it”

 

Il negromante lo spiega fin dall’inizio: «A ogni azione corrisponde una reazione», è l’equilibrio su cui si regge il mondo. Su questo assunto si basa Il racconto dei racconti, il kolossal fantasy di Matteo Garrone, in concorso a Cannes con cast internazionale e aspirazioni altissime. Da una parte ci sono i protagonisti dei tre racconti (La regina, La pulce, Le due vecchie) e dall’altra l’operazione messa in moto da Garrone. E come ogni personaggio sullo schermo cerca qualcosa che non ha, scatenando azioni e reazioni a catena, l’aspirazione del raccontatore (che osa l’inosabile per il cinema italiano di oggi: draghi, streghe, re e regine, pulci giganti, draghi marini, orchi e saltimbanchi) scatena un flusso di creatività e stupore. Dagli attori alle maestranze, da Alexandre Desplat aPeter Suschitzky, ogni fotogramma si arricchisce e si stratifica realizzando un fiume in piena che travalica il genere fantasy, diventando uno specchio deformante, ma realistico, capace di riflettere l’animo umano. Proprio come avevano già fatto Bava e Fellini, Comencini e Monicelli.

Liberamente ispirato a tre dei cinquanta racconti di Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile, napoletano del XVII secolo le cui favole sono universalmente riconosciute come antesignane della letteratura fiabesca a venire, Il racconto dei racconti dimostra come i desideri che ribollono nel cuore dell’uomo siano sempre gli stessi. Bellezza, giovinezza, maternità a tutti i costi, trasformazione, possesso, desiderio, ricerca dell’avventura, bisogno di essere amati sono i propellenti che mettono in moto il mondo e quindi anche le storie. E sono le storie il vero soggetto centrale del fantasy di Garrone, che plasma, trasforma e porta alla vita gli archetipi di Basile, rielaborati poi da Grimm, Andersen, Tolkien, Martin ma anche Lucas e Rowling. Dalla madre disposta a qualunque sacrificio, ai figli del drago marino; dal re lussurioso, alle vecchie raggrinzite che vogliono sentirsi desiderate; dal padre smanioso di avere un cucciolo da accudire, alla figlia che vuole abitare il mondo, fino all’orco bramoso di una compagna: ogni storia, ogni metamorfosi è unita e congiunta dai saltimbanchi che la abitano (il cinema? I narratori?) che di festa in festa animano i castelli di scherzi e fuochi, risate e lacrime, facendo specchiare popolani e regnanti nei propri desideri.

Sono loro, i raccontatori, l’anima rumorosamente silenziosa del Tempo che loro stessi abitano. E quando i saltimbanchi diventano protagonisti, la Storia muta. Vittime (in)consapevoli del cambiamento necessario al naturale evolversi delle cose del mondo. Matteo Garrone osa e riesce a dare corpo al cuore nero del nostro essere umani. Il fantasy diventa così l’archetipo a cui riferirsi per (ri)tornare alle nostre (sue?) stesse ossessioni, prima tra tutte il trovare un compagno di vita con cui sentirsi completi, come per L’imbalsamatore o il cacciatore di anoressiche di Primo amore, o la volontà di essere qualcuno come il Luciano di Reality. Perché come i ragazzi di Gomorra, ognuno di noi è alla ricerca del proprio posto nel mondo, per fare la differenza, nella speranza che vengano scritte canzoni sulle nostre gesta. In fondo siamo tutti funamboli in equilibrio precario su una fune che sta bruciando.

Sara Sagrati, da “nocturno.it”

 

 

Tre Re, tre racconti. Il primo dona alla moglie il cuore di un drago marino, affinché resti – per incantesimo – incinta. Il secondo alleva una pulce, facendola crescere fino a trasformarla in un mostro. Il terzo si innamora di una donna anziana, scambiandola per una ragazzina. Ogni storia ne origina altre, ogni esito ha una più di una morale.

Premessa. Il cinema ha chiuso un cerchio, le infinite possibilità del digitale e l’abbassamento progressivo dei costi della computer grafica ci hanno riportati in pratica ai tempi di Melies, addirittura alla lanterna magica: i produttori vendono quasi soltanto stupore. Il cinema industriale oggi è tutto fantasy, nel senso che in ciò che vediamo c’è sempre una quota di irrealtà grafica e narrativa, senza considerare che il 90% dei franchise delle Major – dai supereroi ai maghetti, fino alle distopie young adult – è Fantasy anche in senso più stretto, in gergo cinefilo.

Il racconto dei racconti di Matteo Garrone è un fantasy primitivo, in pratica pre-moderno, perché prova a riportare il racconto fiabesco alle sue ragioni storiche, che sono in parte la la costruzione di un’allegoria e in parte la meraviglia originata dal diverso. Diverso per contrasto, e infatti si sprecano gli accostamenti tra opposti – meraviglioso e orrido, vecchio e giovane, puro e impuro, buono e cattivo -; e diverso per origine, con le creature di fantasia – come pulci giganti, pipistrelli carnivori e draghi marini – che sono amorevolmente centellinate e messe in scena con ottimo senso della suspense.
Dovrebbero essere elementi portanti di qualsiasi narrazione e invece il paradosso del cinema contemporaneo, o post-postmoderno, è proprio che sembra essersi compiuto uno svuotamento, come se ormai la meraviglia potesse essere frutto solo di situazioni dinamiche (urti, esplosioni, spostamenti frenetici, colpi di scena e di spada) e le metafore dovessero essere tutte politicamente funzionali e prive di rimandi alla morte.

Il racconto dei racconti fa quindi pensare più alla buona letteratura per ragazzi e al Circo (che non a caso torna continuamente nel film, e che ha pure un ruolo fondamentale nell’ultimo tratto di storia) che non al cinema pop a cui siamo abituati, per di più con un piacere del dettaglio perturbante (a tratti proprio horror) e un’estetica barocca, che facilmente sconcerteranno una parte degli spettatori. Per non parlare dei ritmi dilatati, che richiedono pazienza e curiosità a cui il pubblico delle multisale non è più abituato.
Non è insomma roba semplicissima da affrontare, ma se ci sforziamo per i racconti ecologici di Miyazaki non vedo perché non farlo per le fiabe di Garrone: varcata la soglia, c’è letteralmente un mondo che aspetta.

Giorgio Viaro, da “bestmovie.it”

 

 

È su un doppio binario che si muove la lettura del nuovo film di Matteo Garrone. Un combattuto tragitto esegetico nella dimensione fantastica e atemporale de Il Racconto dei Racconti che ci porta a due varchi decisivi. Perché in esso si può percepire sia una rigenerante assurzione del genere fantasy grazie al filtro autoriale che il deludente asservimento di un autore al fascino seducente del blockbuster dall’incasso sicuro. Ma ciò che in definitiva ci sembra è proprio un equilibrato compromesso tra i due modi di fare e concepire il cinema. Un cinema che intrattiene, diverte, sorprende e che riesce anche a lasciare qualcosa, travalicando il confine dell’hic et nunc della visione. Epurato dai consueti e desueti toni action da produzione hollywoodiana, il film che attinge dalla trattazione fiabesca di Giambattista Basile restituisce alla fiaba i suoi endogeni caratteri lirici, edulcorati grazie ad un approccio purista al genere che, almeno a tratti, accosta inaspettatamente Garrone al Pasolini “mitologico”. I virtuosismi linguistici e l’espressività barocca di Basile cedono il posto ad immagini dal forte impatto visivo, come a dire che oggi l’ostentazione immaginifica e visionaria sopravvive solo grazie al mezzo digitale che la rende fattibile e fattiva. Ma allo stesso tempo, questa depurazione del genere corre il rischio di scadere in dilatazioni temporali pletoriche, in fissità di immagini e azioni che, seppure da una parte preparano il carico tensivo per il gesto repentino e spietatamente risolutivo, dall’altra tradiscono i ritmi concitati e burleschi de Lo Cunto de li Cunti a cui si ispirano. Una resa in immagini che, d’altro canto, sarebbe forse impossibile e che va invece rintracciata proprio nei racconti originari come La vecchia scortecata o Lo polece. Nel film di Garrone persistono tuttavia gli stessi macro-temi rintracciabili, striscianti, anche nelle fiabe stravaganti di Basile. Sensualità e violenza si alternano, confondono e corrispondono nelle tre storie che finiscono coll’intrecciarsi, proseguendo in una narrazione continua, parallela, perché sviluppate tutte nella stessa dimensione fantastica che allo stesso tempo si arricchisce del sapore nostrano, ambientata nei luoghi riconoscibili che ci circondano, tra i ruderi e il patrimonio scenografico di un passato che persiste, indelebile ed eterno, come il mito, come i sentimenti che prima come ora muovono le azioni umane. Da questo punto di vista, il film fiabesco non delude per la funzione catartica e pedagogica. Ciò che accomuna i tre racconti è infatti soprattutto la stessa messa a nudo dei più sordidi legami famigliari: la madre coercitiva che preclude il figlio all’amore fraterno e disinteressato; il padre egoista ed ipocrita che condanna la figlia ad un’orribile sorte tra le braccia di un orco che funge da metaforica controparte di un genitore debole ma altrettanto mostruoso; il legame eterno tra due vecchie sorelle reiette spezzato dal fascino effimero della giovinezza e della ricchezza. Dopo il crudo realismo di Gomorra e il grottesco e surreale Reality, Il Racconto dei Racconti ci sembra proprio quel tassello mancante ad un percorso creativo versatile: un puro abbandono al trascinante fiume dell’immaginazione, questa volta. Ma in cui comunque, come sempre, sembra leggibile un chiaro rimando a quei temi universali, radicati nell’abisso istintuale dell’uomo: un racconto dei racconti che affiora dai tempi dei tempi.

Andrea Schiavone, da “indie-eye.it”

 

Dopo un film apparentemente ben radicato nella realtà come Gomorra e una storia reale che finisce con lo sfociare nella fantasia come Reality, il passo più naturale per Matteo Garrone è stato quello di esplorare i territori fantasy delle fiabe antiche. dirigendo Il racconto dei racconti – Tale of Tales.

Per farlo, il regista romano ha attinto da Lo cunto de li cunti, raccolta di fiabe italianissima realizzata da Giambattista Basile nel ‘600. Denominato anche Pentamerone, essendo costituiti da 50 racconti, Garrone e i suoi co-autori Edoardo Albinati, Ugo Chiti e Massimo Gaudioso ne hanno tratto solo tre episodi, provvedendo tuttavia a contaminarli con alcuni elementi di altri racconti presenti nella raccolta.

Nella migliore delle tradizioni, tutto ha inizio in una terra imprecisata durante un’epoca medievale imprecisata. Sin dal principio, Garrone ci introduce in questo mondo irreale, che tuttavia non fatichiamo a considerare plausibile in un altro tempo o in un’altra dimensione. Le scenografie di Dimitri Capuani, perlopiù realizzate in spazi aperti ed esaltate dalle inquadrature di ampio respiro del regista, ci immergono in questo titolo magico convincendo già da un punto di vista visivo. Perché se è vero che il contenuto di un film e l’abilità di un autore possono sopperire alla scarsità di mezzi, una ricostruzione convincente del mondo diegetico e dei personaggi che lo abitano rendono sicuramente più facile l’immedesimazione in ciò che si vede, perché maggiormente disposti a crederlo per vero; e il fantasy più di tutti necessita di questa condizione: ammaliare visivamente lo spettatore tanto da trascinarlo in ciò che viene narrato.

Gli autori, che intelligentemente capiscono il bisogno di unità in un racconto diviso in episodi, costruiscono una cornice crono-geografica: i vari protagonisti condividono lo stesso tempo e lo stesso luogo (regni diversi ma collegati fra loro) e le cui storie si sfiorano solamente, viaggiando in modo parallelo pur ritornando poi a riunirsi nella cornice generale con il delinearsi della conclusione. Se i personaggi si dividono questo luogo e tempo d’azione, anche i tre racconti tratti dall’opera di Basile si fondano su elementi e temi ricorrenti fra cui non si può non riconoscere il corpo e la metamorfosi  di questo: la regina incapace di avere figli, pulci gargantuesche, la vecchiaia e il desiderio di mutare pelle per tornare giovani. Un corpo che travalica l’ordine naturale per come lo intendiamo e che è spesso in conflitto con il proprio proprietario, il quale agogna una trasformazione; desiderare qualcosa di diverso da ciò che il mondo ci ha concesso è un altro fil rouge dei tre episodi e questa smania è spesso soddisfatta attraverso metodi estremi, le cui conseguenze non sono previste dai protagonisti. Conseguenze ineluttabili, in quanto il mondo descritto da Garrone è fondato su uno schema ben preciso, in cui ogni azione ne richiede un’altra pari e contraria: la nascita presuppone la morte; la felicità vuole che qualcun altro sia in disgrazia. L’equilibrio deve essere mantenuto e non è mai certo se gli eventi finiranno per giocare a nostro favore o il contrario.

L’incertezza nella vita dei personaggi è bilanciata da un’idea ben precisa nella forma del lungometraggio. La fotografia di Peter Suschitzky, dai colori netti e dalla composizione impeccabile, valorizza le scenografie di Capuani e i costumi di Massimo Cantini Parrini, posizionando in quadri ben delineati i personaggi, contrastando la mancanza di certezze di questi ultimi. Il cast internazionale dà il meglio di sé: da Salma Hayek madre possessiva, al re folle Toby Jones, fino alla promessa Bebe Cave nel ruolo di una sognante principessa; ognuno si mette in gioco per dar vita a questi personaggi fantastici ma i cui istinti li calano nella realtà, e l’agglomerato franco-anglo-italiano restituisce perfettamente la varietà delle storie rappresentate.

La narrazione passa agevolmente da un racconto all’altro, lasciandoci in sospeso e interrompendo ciascuna storia con le vicende di un’altra per poi tornare ai racconti precedenti senza creare confusione nello spettatore, il quale riesce a capire in quale storia si trova a ogni passaggio, aiutato dai castelli inconfondibili di ciascun episodio. Matteo Garrone si muove bene nelle parti più pacate e intime così come in quelle più concitate, orchestrando abilmente le situazioni più drammatiche con un progressivo aumento del pathos. Una nota discordante giunge verso la conclusione del titolo, quando Garrone è costretto a tirare le fila di tutti i racconti: una certa frettolosità sul finale chiude due delle tre storie in modo troppo rapido rispetto alle aspettative costruite fino a quel momento e sposta l’attenzione sulla storia che diverrà poi cornice ultima nel quale saranno riunite tutte le vicende narrate nel film. Questo pasticcio viene recuperato negli ultimi momento della pellicola, durante i quali alcune storie trovano la loro reale conclusione e, sebbene la sensazione di troncamento, l’immagine finale reinstaura quell’uniformità che era venuta a mancare.

Il racconto dei racconti – Tale of Tales stupisce quindi per la sua forza visiva, ma conquista anche per il coraggio di rappresentare fiabe tutt’altro che edulcorate in un periodo in cui la Disney sta riproponendo i propri classici in chiave live-action. Un fantasy più vicino all’acclamata Game of Thrones, che non disdegna elementi magici, ma che preferisce concentrarsi sui drammi personali dei personaggi più che sulle arti oscure e sulle battaglie in larga scala, le quali fungono più da arricchimento. I protagonisti di queste storie si perdono nei propri desideri egoistici e, avviluppati in labirinti di pulsioni, sono disposti a contravvenire alle disposizioni naturali pur di ottenere ciò che bramano, schiacciando chi li circonda e rischiando di perdere ciò che di veramente importante già possiedono.

Matteo Garrone riesce perciò a dimostrare che un fantasy di matrice italiana non è un’utopia: i notevoli effetti speciali di Leonardo Cruciano, il montaggio di Marco Spoletini, scenografia, costumi, sceneggiatura e regia sono tutte di matrice tricolore, così come le stupende ambientazioni trovate fra Puglia, Lazio e Sicilia, ed è perciò un peccato che Garrone sia stato costretto a rivolgersi a francesi e inglesi per poter mettere su questo suo progetto (sebbene non sia mancato il supporto di RAI Cinema e dei fondi regionali destinati alla settima arte).

Manuel Fiorentini, da “mistermovie.it”

 

Tre episodi tratti dai racconti di Giambattista Basile. 1-La Regina di Selvascura vuole un figlio a tutti i costi. Un negromante le fornisce una soluzione, ma c’è un prezzo da pagare. 2-Il libertino Re di Roccaforte rimane incantato da un soave canto proveniente da una capanna. Non sa che proviene da due anziane sorelle lavandaie. 3-Il Re di Altomonte alleva una pulce che cresce a dismisura come se fosse un animale domestico. Alla morte dell’animale, lo fa scuoiare e promette che darà in sposa sua figlia, la romantica principessa Viola, a chiunque indovini a chi appartenga quella pelle.
Se la deformazione psyco del sogno di un “Grande Fratello-addicted” in Reality si è tuffata in sfumature inaspettate di favola, perché la fiaba stessa non può, a sua volta, rinascere per riscoprire il realismo, l’horror, il “meraviglioso” condito dal grottesco del quotidiano? Ci sono forse dei limiti, quando si parla di cinema delle attrazioni? Questo è il nocciolo de Il racconto dei racconti – o il Garrone dei Garroni – in concorso a Cannes. Il cinema garroniano vuole sperimentare cercando la nuova chiave, i racconti di Giambattista Basile, ma, in realtà, ricerca (e ritrova) sé stesso, trasfigurando la propria materia usuale in un codice nuovo in cui però (ri)maneggia sempre gli stessi feticci. Nei tre episodi che riscrivono il fantasy, le ossessioni di Matteo Garrone (il corpo, il surreale, le trasformazioni, le deformazioni) esplodono nel circuito orchi-draghi-principessse-fate. Dalle foglie del bosco al caos delle cucine, l’orrore, la meraviglia sono spesso indistinguibili in un impasto iperrealista. “Le immagini hanno la verità” commenta il regista (e pittore!) in conferenza stampa. Garrone frulla “Sesso, fango e magia”, giovani e anziani, regine e circo, Capricci di Goya, trono di spade, Decamerone (anzi, Pentamerone, come sono chiamati i racconti di Basile), attualità ri-definita e fiabe non Disney, commedia, tragedia, alto, basso in un modo rigoroso, ma che forse avrebbe potuto essere ancora più audace. “Il premio migliore è se va bene in sala” dichiara il regista in conferenza stampa “Questo film nasce per il pubblico prima che per un festival”. E punta a sedurre, divertire, spaventare, terrorizzare, strabiliare gli spettatori soprattutto nel buio della sala. Proprio come il cinema di una volta.

L’intensità dell’immagina richiama l’incanto di Méliès e delle origini (origini nominate dallo stesso Garrone) rimescolandolo con le regole della semiotica e della fotografia curata dallo stesso direttore di Cronenberg; la regina (Salma Hayek) con il figlio del drago è costruita tra geometrie ghiacciate e bilanciata tra il rosso, il nero e il bianco. L’episodio delle sorelle che incantano il Re (Vincent Cassel) mischia il nero al rosso alle tonalità pastello “sporcate” opportunamente dalla fotografia. Quello della pulce si sparge in un cocktail tra azzurro polvere, grigio e bianco. Si cerca un “plus” nel linguaggio e Garrone, già libero dalla patina “casereccia” di “italianità” (inquadrature da soap, fotografia da telenovela, storie da fotoromanzi), cerca di rendere il “visionario” qualcosa di più: un esperimento, un’avanguardia per i palati radical chic di Cannes, una “grande bellezza” da ritrovare nelle pieghe del (tanto di moda) fantasy. Si può fare tutto per scatenare quell’antica meraviglia che è(ra) il cinema? Si può e si deve. Non ci sono limiti. E anche per questo, forse, un new Garrone avrebbe potuto osare ancora di più, soprattutto sul piano dei movimenti di macchina.

Intanto il regista di “Gomorra” vince una scommessa, quella di trovare la realtà nella fiaba, dopo aver pescato la fiaba dalla realtà distorta. La gallery di freak (l’orco, il drago, la vergine, l’anziana, i circensi – tra cui Alba Rohrwacher eMassimo Ceccherini -, il principe albino, la pulce abnorme) non rappresenta altro che la rassegna di maschere di una realtà attuale (e non priva dei suoi “cucchiaini quotidiani” di horror) che soffre le stesse psico(pato)logie descritte in un antico libro di fiabe. L’egoismo di una mamma, l’ossessione erotica di un uomo, l’anziana che si fa scorticare per tornare giovane (la prossima frontiera della chirurgia estetica?) e, quando torna davvero giovane e stupenda, si trasforma nella Joe giovane di Nymphomaniac (Stacy Martin), il padre e la figlia che non comunicano se non coperti di sangue, le illusioni che si spengono crescendo, i sacrifici inutili, l’uomo che cerca a tutti i costi di piegare la natura alla cultura ma no, non è quasi mai possibile. Né allora né ora. Nessuna differenza tra noi e le principesse. Il racconto dei racconti è l’universale.

Alice Grisa, da “storiadeifilm.it”

 

 

“Una scelta masochistica e incosciente”: cosìMatteo Garrone sintetizza l’impresa più insidiosa e ricca di incognite della sua carriera: dopo averci abituati e rassicurati con trasfigurazioni fantastiche a partire dal reale, ne Il racconto dei racconti (Tale of Tales) osserviamo il percorso inverso, con il risultato di un fantasy dai tratti horrorche unisce all’elemento fiabesco la riconoscibile ma sapientemente internazionalizzata cifra stilistica dell’italianissimo regista di Gomorra eReality. A ben guardare, infatti,  le fiabe diGiambattista Basile (tratte dal libro napoletano del ‘600 che dà il titolo alla pellicola, Lo Cunto de li Cunti) hanno offerto lo spunto ideale per mettere in scena i temi cari alla poetica del cineasta: dalla trasfigurazione del corpo – ampiamente argomentata e sviscerata in Primo amore e L’imbalsamatore– all’incertezza esistenziale, riconoscibile in ogni suo precedente lavoro, passando per il gusto per un cinema che sia anche astrazione pittorica e tragicommedia.

Ne Il racconto dei racconti, tuttavia, sono principalmente le immagini a comunicare e rivelare le ossessioni di sempre di Garrone, attraverso ambientazioni reali che sembrano frutto di ricostruzioni in studio e permeate da potenti simbologie, in cui la precarietà dell’esistere prende la forma dello splendido castello arroccato della Tenuta Donna Fugata, in Sicilia, e i corpi cambiano sembianze sotto la spinta di sentimenti potenti e scellerati, in cui il desiderio si erge a pericoloso protagonista delle vicende narrate.

Tre i racconti scelti per rappresentare l’opera fonte di ispirazione: La Cerva Fatata, La Pulce e La vecchia scorticata, rivisti e integrati per dar vita ad un grande spettacolo di poco più di due ore che scorrono al ritmo di un rapido incantesimo; gli episodi in cui Il racconto dei racconti si articola hanno per protagonisti tre regni ed i relativi sovrani, tutti alle prese con diverse modalità di espressione di amore e desiderio. La Regina di Selvascura (Salma Hayek) è disposta a sacrificare la sua stessa esistenza pur di dare alla luce un bambino: per ogni vita che nasce, un’altra deve avere fine, la ammonisce il negromante nel rivelarle la strada (magica) da intraprendere per raggiungere il proprio bramato fine, e così l’amorevole e coraggioso marito (John C.Reilly) perde la propria vita per sconfiggere un mostro marino ed ottenerne il cuore pulsante che, una volta cucinato da una vergine, deve essere mangiato dalla regina per restare finalmente incinta. Nel portare a termine il compito assegnatole, tuttavia, la giovane illibata ottiene a sua volta una gravidanza inspirando i vapori durante la cottura del cuore e, nel tempo di nove mesi, la sovrana e la plebea danno alla luce due bambini identici e legati da un legame di indissolubile affetto e dedizione, poco adeguato al loro divario sociale. Perché ogni azione ha delle conseguenze.

Altrove, Il Re di Roccaforte (uno strepitoso Vincent Cassel) vive le sue giornate immerso nella lussuria e nella ricerca di nuovi piaceri carnali: la voce incantevole di una donna provoca nel sovrano un dirompente desiderio che lo spinge a cercare appagamento tra le braccia di quella che sa essere un’umile lavandaia. Ciò che però l’uomo non sa è che nella fatiscente casa della donna che tanto brama vivono invece due anziane sorelle: l’ingenua Imma (Shirley Henderson) e la scaltra Dora (Hayley Carmichael/Stacey Martin), disposta a tutto pur di non deludere il Re e dare una svolta alla propria misera esistenza.

Infine, il Re di Altomonte (Toby Jones) ha un modo assai bizzarro di dimostrare l’amore: vedovo e padre di Viola (la bravissima Bebe Cave), una giovane in età da marito, preferisce relegare tutta la sua dedizione alla cura di una pulce, che nutre ed ingrassa fino a farle assumere la stazza di un maiale; alla morte del gigantesco insetto, il sovrano cerca distrazione al proprio dolore indicendo un torneo il cui vincitore avrà diritto alla mano della figlia. Un’impresa impossibile, pensa, dato che la prova consiste nel riconoscere a quale animale appartiene l’enorme pelle del compianto parassita. Così facendo, l’uomo pensa di giustificare genialmente l’egoistico proposito di tenere la figlia per sempre al suo fianco, dimenticandosi di fare i conti con le sviluppatissime capacità olfattive degli Orchi…

L’originalità de Il racconto dei racconti risiede principalmente nel proporre innumerevoli simbologie allontanandosi dall’ambizione apologetica: da queste fiabe, potentemente fantastiche, non è possibile trarre i consueti insegnamenti ma preziosi e schiaccianti messaggi sulle caratteristiche della realtà e del labirinto dei sentimenti umani. Al centro della narrazione l’amore nella sua accezione più viscerale e meno romantica: in ordine rispetto agli episodi, si va dal legame ostacolato tra due fratelli divisi alla nascita, all’affetto non ricambiato di un’amorevole sorella nei confronti di un’altra troppo ambiziosa, approdando, infine, alla forma mal indirizzata: la devozione per un insetto anziché un figlio.

La fotografia onirica diretta da Peter Suschitzky, in perfetta sintonia con le atmosfere pittoriche desiderate da Garrone (ispirate, in particolare a I Capricci di Goya), restituisce immagini monumentali e mozzafiato, perfettamente integrate in stupefacenti effetti visivi in cui si è preferito relegare ai ritocchi il ricorso alla computer grafica, in favore di ricostruzioni materiali della creature fantastiche. I  costumi diMassimo Cantini Parrini, i cui colori si accordano col mood delle ambientazioni geografiche e del clima psicologico, non hanno fatto rimpiangere l’uscita last minute dal progetto di Milena Canonero, mentre lemusiche evocative di Alexandre Desplat (premio Oscar per The Grand Budapest Hotel)lin cui si fondono in perfetto equilibrio leggerezza e intensità, hanno confermato l’attitudine del compositore per la trasposizione in note del teatro dei sentimenti umani.

Con Il racconto dei racconti, Matteo Garrone ha dimostrato di essere un italiano che ha ancora il coraggio di osare, attitudine che, purtroppo e preoccupantemente, non hanno avuto le banche nostrane, nessuna delle quali è stata disponibile a concedere un finanziamento ad uno dei più grandi cineasti nazionali. Più ambiziose (e lungimiranti) le banche francesi, Paese in cui il regista– ne siamo certi – saprà farsi apprezzare come merita all’imminente Festival di Cannes, nel quale il suo bellissimo esperimento sarà in concorso nella categoria principale.

Virginia Campione, da “cinematographe.it”

 

 

 

 

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