Il nome del figlio

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Che bello andare al cinema e amare un film dall’inizio alla fine.
Che bello ridere alle lacrime senza bucce di banana, tirate di comici o nonsense.
Che bello vedere condensata in soli novantaquattro minuti l’Italia intera, raccontata con la leggerezza degli articoli di costume di Piero Ottone e salvata dall’ipocrita moralismo di chi sa solamente parlare contro e votare contro.
Che bello, infine, ritrovare Francesca Archibugi, che ancora crede nell’efficacia della parola scritta e che, ben più della maggior parte dei suoi colleghi maschi, dimostra, film dopo film, di aver preso da Scola & Co. il testimone della grande commedia all’italiana.
Merito di un’anima punk nascosta da un’immagine di dolcezza suggerita da cerchietti di velluto e lunghi capelli castani?
Chissà… La tenerezza però c’entra ed è la chiave per aprire uno scrigno che – come già era accaduto con Mignon è partita , Il grande cocomero e Questione di cuore – racchiude un tesoro.
Questa volta nel forziere c’è un orologio che non perde un secondo, un pezzo unico nel suo genere, anche se nasce come reinvenzione di un modello francese.
Fuor di metafora, parliamo del film Cena tra amici – visto, studiato, ripensato e soprattutto privato di quella grandeur mista ad arguzia verbale che rende così chic il cinema dei cugini d’oltralpe.

Passata al setaccio di una pietas tutta umana, la commedia di Alexandre de la Patellière eMatthieu Delaporte si rinnova, trasformandosi in un confronto fra personaggi che non è né una carneficina di polanskiana memoria né un surrealismo alla Buñuel.
No, ne Il nome del figlio ci sono semplicemente quattro diverse facce di un’Italia che, invece di essere comicamente deformata o demonizzata, appare semplicemente smaniosa di fermare il tempo, attaccandosi cocciutamente alle vecchie istituzioni borghesi o adeguando il proprio narcisismo alla modernità e al villaggio globale dei social.
Con la precisione di un entomologo, la Archibugi e Francesco Piccolo ne colgono ogni più piccola contraddizione, intrecciando le incoerenze dell’intellettuale che se ne intende di filosofia ma non capisce la donna che ha sposato, i dilemmi della madre e moglie chiusa in una gabbia di remissività, il finto altruismo di musicista dai calzini a righe che gioca a fare l’anticonformista e, soprattutto, il fascino oscuro di una delle infinite varianti del “furbetto del quartierino”: il “pupazzone” rampante che ha fatto delle sue irregolarità un vanto e della sua incultura un argomento da salotto, finendo per assurgere a modello a cui aspirare quando tutto il resto è noia e rettitudine.

Descritti così, i personaggi de Il nome del figlio possono sembrare dei tipi. Invece, braccati da una macchina da presa in movimento che li segue senza sosta o messi all’angolo da accuse e recriminazioni reciproche, rivelano sempre una nuova faccia, un altro strato, alternando sequenze in cui sono soli sulla scena a momenti nei quali tornano a essere voci di un coro, strumenti suonati alla perfezione da attori sempre a fuoco, a cominciare da un Alessandro Gassmann sempre più simile a papà Vittorio.

E poi Paolo, Betta, Sandro e Claudio si vogliono bene, si ascoltano. Ciò significa che proprio la capacità di perdonarsi e di comunicare potrebbe essere l’antidoto al caos della nostra contemporaneità schizoide e irrisolta?
Certo che sì, ma la risposta per Francesca Archibugi è anche altrove: nella purezza del bon sauvage, in quella Simona “tigre di Palocco” e quinto personaggio del film che, scevra da ogni sovrastruttura, coglie il mondo per ciò che è e alla fine diventa mamma, rinnovando il ciclo della vita.
E allora quel figlio ancora senza nome potremmo essere noi, noi senza più “ismi”, noi senza più amici di amici, noi finalmente liberi di scollarci dagli smartphone, di dire: “Io Kant non l’ho mai capito” e di non vergognarci dei nostri rimpianti, perfino di quelli più puerili e sentimentali.

Carola Proto, da “comingsoon.it”

 

 

A casa di Sandro (professore universitario interpretato da Luigi Lo Cascio e ossessionato dal twittare compulsivo coi colleghi) e Betta (unica figlia femmina dell’aristocratica famiglia dei Pontecorvo ora dedita al suo duplice compito di madre e insegnante – interpretata da Valeria Golino) sembra essere una serata come tante. Per cena saranno infatti ospiti l’amico di sempre Claudio (musicista eccentrico interpretato da Rocco Papaleo), Paolo Pontecorvo (fratello di Betta nonché agente immobiliare di successo interpretato da Alessandro Gassman) e la di lui compagna (bellissima ragazza di periferia interpretata da Micaela Ramazzotti e da poco ritrovatasi sotto le luci dei riflettori grazie all’inopinato successo del suo primo best-seller). Ma il rendez vous serale si distinguerà ben presto dai tanti altri che hanno visto riunirsi insieme per svariati decenni quel gruppo eterogeneo di amici, parenti e simili; Paolo è infatti in procinto di rivelare alla compagnia una notizia che scombussolerà l’equilibrio precario dell’intero quadretto, ovvero il nome (eccentrico, provocatorio e ‘destrorso’ quanto basta) che lui e la sua consorte hanno scelto per il loro primogenito.
Il nome del figlio (titolo del film) sarà dunque la rivelazione che lascerà quasi sotto shock l’intera comitiva di commensali e che da lì muoverà, quasi come in una sorta di subdola, irrefrenabile reazione a catena, altre numerose rivelazioni, segreti, pensieri taciuti che per anni hanno attraversato e nutrito le zone d’ombra di questo quasi-affiatato gruppetto senza mai venire realmente alla luce. Una serata che diventerà dunque una sorta di resa di conti, comica e amara, tra quelli che un tempo erano ragazzi spensierati della Roma bene e che ora sono (loro malgrado) adulti turbati, complessati, che fanno fatica a ritrovarsi nell’idillio e nella magia inconsapevole degli anni ’70 e della loro gioventù.
TELEFONAMI… TRA VENT’ANNI

Ebbene sì, Il nome del figlio (a scanso di equivoci) è proprio la riscrittura, rilettura della agrodolce commedia francese Le prènome (di Alexandre de La Patellière e Matthieu Delaport e a sua volta ispirata all’omonima piéce teatrale) transitata un paio di primavere fa anche per le sale nostrane. Eppure, lo diciamo subito agli esterofili intransigenti che non ammettono obiezioni sul tema, la commedia scritta da Francesco Piccolo, diretta da Francesca Archibugi e prodotta da Paolo Virzì è una rivisitazione acuta e di certo non uno sterile scopiazzamento che (soprattutto) funziona davvero bene, perfino (secondo il parere di chi vi scrive che vide e apprezzò a suo tempo anche la versione francese e che si ritiene di norma un’amante del cinema d’oltralpe) meglio dell’originale. La scrittura di Piccolo (Premio Strega 2014 con Il desiderio di essere come tutti) è ottima, costruisce dialoghi incalzanti che servono a dovere l’origine teatrale dell’opera senza appesantirne la superficie, ma lasciando che ogni scena veicoli naturalmente un suo doppio registro – comico e drammatico – poi destinato a confluire negli sviluppi del climax finale. Ma non solo. Perché la regista romana Francesca Archibugi (classe ‘1964 – indimenticate sono la poesia e la nostalgia in cui erano immersi i suoi primi lavori Mignon è partita, Il grande cocomero, Con gli occhi chiusi) ci mette molto del suo, inserendo nel film una serie di atmosfere narrative e trovate registiche che arricchiscono notevolmente la fluidità e il senso dell’opera, sovrapponendo ad esempio un secondo occhio narrante che scaturisce dall’elicotterino dei ragazzi (Pinna e Scintilla), osservatori esterni di quel mondo adulto che va in scena ai loro occhi in bianco e nero e quasi senza ‘voce’. Una scelta davvero efficace (e che – come altre nel film – è del tutto nuova, originale rispetto alla commedia francese di riferimento dalla quale il film della Archibugi si distacca quasi subito) e che rinforza il motore concettuale di una commedia dove alla base del contrasto/dello stato di crisi ci sono le scelte, le vocazioni, le difficili omologazioni – e non – di un mondo adulto infine combattuto tra la voglia di essere sé stesso, sentirsi libero e l’impossibilità/incapacità di farlo.

LA FORZA CATARTICA DI QUEI RENDEZ VOUS GENERAZIONALI

E dunque attraverso la destrutturazione del retaggio aristocratico di quelli che furono i Pontecorvo (nome che ritorna come una sorta di mantra lungo tutti i 90 minuti dell’opera, creando e disfacendo le ombre esistenziali di questo ‘scoppiettante’ gruppo), Il nome del figlio analizza lo spaccato di un’intera società a cavallo di due mondi, due epoche, lasciando che dell’aristocrazia formale di quegli anni ‘70 restino ora solo i ricordi; ricordi di un fasto vissuto non solo (e non tanto) nel riverbero di quelle fotografie da sogno (la villa al mare, gli sfarzi delle feste) ma soprattutto nelle conseguenze di quello che quel preciso passato ha scaturito e che si manifesta nel presente scombinato, disordinato di oggi. Singolare e illuminante, infatti, che a fare chiarezza su questo disordine umano sarà proprio in qualche modo l’unica vera estranea del gruppo, la ‘pietra scheggiata’, una semplice ragazza di borgata nonché la meno indicata per quel ruolo risolutore, eppure a conti fatti l’unica non imprigionata (a differenza di tutti gli altri) nelle proprie personali tensioni, ambizioni, smanie di realizzazione. Infine, un’opera che vanta il doppio pregio di dirsi indipendente dalla sua fonte di ispirazione eppure profondamente centrata e a fuoco rispetto al suo intento quasi antropologico, e che ricorda da vicino molti altri film su quei rendez vous generazionali in stile Il grande freddo che sono stati ogni volta in grado di fare il punto sociale e umano di determinati contesti, gruppi, realtà sociali, analizzandone a un tempo le mancanze ma anche gli incrollabili punti di forza.
Il nome del figlio della regista romana Francesca Archibugi rilegge nella nostra lingua e società la piece teatrale Le prènome (già fonte d’ispirazione dell’omonima commedia francese Cena tra amici). Si tratta di un’opera che trova i suoi (numerosi) punti di forza nella scrittura (ottima e mai banale), nel cast (tutti bravi e in parte gli attori) e nella regia della Archibugi che riadatta alla nostra italianità una commedia attraverso cui risuona la sottile nostalgia di un quadro sociale che nell’arco di qualche decennio (“Telefonami tra vent’anni” canta Lucio Dalla, cristallizzando nitidamente quella scansione temporale) giunge a farsi nettamente più chiara, sia nei suoi risvolti comici sia nei suoi risvolti, inevitabilmente, più drammatici. Il cinema italiano che non può non piacerci. Onore al merito.
VOTOGLOBALE7.5

Elena Pedoto, da “everyeye.it”

 

 

Paolo Pontecorvo, agente immobiliare con la battuta pronta e il vizio della beffa, e Simona, aspirante scrittrice di periferia col vizio della gaffe, aspettano un bambino. In occasione di una cena, che raccoglie intorno al tavolo i futuri zii e la futura zia, Paolo comunica con enfasi e convinzione il nome scelto per il nascituro. La famiglia, composta da professori universitari, insegnanti e musicisti allineati a sinistra, non reagisce bene davanti a quel nome, un nome ‘inquadrato’ a destra e dentro un passato drammatico per la nazione. Dibattito e scambio di idee degenerano presto in una messa in discussione di valori, scelte e persone, che non mancano di offendere e ferire tutti, nessuno escluso. Ma qualche volta l’amore può fare miracoli e rimettere ordine nel caos degli affetti.
Ha ragione Francesco Piccolo, sceneggiatore del film con Francesca Archibugi, Il nome del figlio non è la versione italiana della commedia francese Cena tra amici. I due film, usciti in sala a distanza di tre anni, condividono soltanto il punto di partenza letterario, Le prénom, pièce teatrale di Alexandre de La Patellière e Matthieu Delaporte e trionfo teatrale a Parigi nella stagione 2010. Il nome di un bimbo in arrivo, annunciato durante una cena, è l’avvio e la bomba che esplode una dopo l’altra le maschere sociali dei commensali. A cambiare sono il salotto, convertito letteralmente e antropologicamente in italiano, e naturalmente il nome, ispirato dalla nostra letteratura e dalla nostra Storia. A confermarsi è un buon testo (drammaturgico) che rivela sommariamente il suo contesto.
Meno interessata ai cliché politici e lontana dal teatro filmato, Francesca Archibugi realizza una commedia ‘orecchiabile’, uno scavo nel passato (gli anni Settanta), con cui il film mantiene una relazione dialettica, per interrogarsi sul presente e provare a immaginare un futuro, ‘generato’ nell’epilogo. Se Cena tra amici è un divertissement abitato da bobo e bling-bling, ostentati e annullati dalle loro chiacchiere e da un inventario inesauribile di stereotipi, Il nome del figlio è un vaudeville sociologico, visto che la prosa è alternata da strofe cantate e conosciute, che si tuffa nel cuore dei suoi personaggi portando il film verso territori nuovi e riportandolo dentro i confini nazionali, dentro la nostra storia, le nostre vite cariche di preconcetti e pregiudizi.
La commedia amicale dell’Archibugi è un viaggio, lungo una cena, verso un incerto domani e la riconquista di un’oggettività di giudizio sul mondo e sulle persone. Sempre empatica nei confronti dei propri personaggi, la regista romana dirige un gruppo di attori intelligenti che, come ‘canta’ Dalla nel film, sono arrivati “alle porte dell’universo ognuno con i suoi mezzi e ognuno in modo diverso”. Attori-autori, Valeria Golino, Luigi Lo Cascio, Rocco Papaleo e Alessandro Gassmann contribuiscono alla creazione del film, intrecciando una tensione emotiva ed estetica che raggiunge l’acme sulle note di “Telefonami tra vent’anni”. Con loro ma fuori campo, fuori tempo rispetto al flusso di musica e di coscienza, fuori salotto e al di là della finestra, si (ri)leva Micaela Ramazzotti, attrice in purezza che in un monologo sincero incrina le maschere eccessive e la gestualità rilevata ed espansa al limite del credibile degli altri protagonisti. Il segno forte della recitazione della Golino, di Lo Cascio, di Papaleo e di Gassmann si confronta e fronteggia allora col naturalismo della Ramazzotti, che resiste irriducibile, e grazie al suo straordinario registro tragico, dentro il ruolo plebeo in cui è sbocciata e in cui il cinema italiano la costringe.
Buoni(sti) con o senza tormenti, i personaggi in cerca d’amore che abitano il salotto Pontecorvo sono in fondo quelli che affollano da sempre la filmografia dell’Archibugi, adulti e ragazzini che si scambiano i ruoli vicendevolmente (Mignon è partita, Il grande cocomero, L’albero delle pere). Un po’ disillusi e un po’ indifesi nei confronti del mondo che li circonda, ancora presi dal tentativo di liberarsi da una malinconia cronica e ardente, ancora in sella a casa o per le strade di Roma, nel traffico peggiore del mondo e nella vita.

Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

 

Due coppie e un amico single che si conoscono da sempre una sera a cena iniziano a litigare per l’incredibile nome che due di loro voglio dare al figlio che stanno per avere. La lite e i battibecchi lasciano emergere sempre di più del loro passato, delle loro contraddizioni e del presente che viviamo. In due parole è questa la trama della commedia teatrale da cui Alexandre de La Patellière e Matthieu Delaporte hanno tratto nel 2012 il film Cena tra amici, a cui Francesca Archibugi si è rifatta per questo remake italiano. Forse proprio per questa catena di debiti, per il suo rifarsi a qualcosa che già si rifà ad altro, Il nome del figlio somiglia ai remake migliori, quelli che prendono lo stretto indispensabile dal testo originale e ne ampliano lo spettro aggiungendo così tanto da deviarne la traiettoria verso lidi personali. Anche l’umorismo è lontano dal film francese e più vicino a quello sottotono, moderato e sparuto delle commedie di Francesca Archibugi. A furia di aggiungere il nocciolo si fa sempre più piccolo e alla fine “remake” diventa un aggettivo di vaga assonanza con la realtà.

L’idea della regista è di allontanarsi dalla dinamica di Carnage, quella del solo scontro umano e sociale, lo scannarsi con garbo di due coppie che perdono ogni segno di civiltà e diventano sempre più bestie, per andare a rimestare nel rapporto irrisolto con il passato. In quella storia Francesca Archibugi ha visto la possibilità di raccontare quanto dell’eredità passata influenza il nostro paese e non a caso la parte migliore del film si materializza quando la cattiveria che i protagonisti hanno gli uni contro gli altri svela il loro ieri.

Nel presente dei protagonisti c’è un passato ingombrante, non a causa di eventi traumatici ma in quanto tale, in quanto passato. Le 4 persone hanno un rapporto con la loro adolescenza e la propria formazione così invadente da contaminare la vita presente, dalle conversazioni fino agli atteggiamenti. Figli di un grande uomo politico due e affascinati dall’epica di una famiglia così importante gli altri, sono tanto diversi tra di loro (per visioni politiche, atteggiamento, remissività e classe sociale) quanto in realtà uguali nella scarsa comprensione di quel che vivono e nella celebrazione del passato.

È evidente che i diversi equivoci causati dagli scherzi di uno di loro sono un modo come un altro per scatenare l’incomprensione latente, eppure nonostante Francesca Archibugi scelga di rimestare in luoghi, ambienti, personaggi e contesti eccessivamente personali (altissima borghesia intellettuale romana), il suo muoversi con dolly e/o droni su questa casa a due piani e lo spostarsi (come nel testo d’origine) tra scontri furiosi e riappacificazioni altrettanto improvvise ha una forza narrativa non da poco.
Non poteva mancare la tecnologia nel grande calderone della modernità, vista come sempre avviene nel cinema italiano al pari di un problema o al massimo di una fonte di ridicolo, mai come un’opportunità o un facilitatore. Nè nei momenti peggiori del film potevano mancare dei flashback abbastanza naive (quando va bene) e ruffiani (quando va male) sulla vita dei 4 dai giovani. Eppure nonostante tutto questo, alla fine, la decisione con la quale il film prende di petto quello che è il vero tema portante degli ultimi anni nel nostro paese, ovvero il rapporto irrisolto con la modernità che rispecchia quello irrisolto con un passato desiderato, conservato e ammirato con una dedizione fuori dal normale, lo rende seriamente più universale e sincero di quanto il contesto cerchi di attenuare.

Gabriele Niola, da “badtaste.it”

 

 

Tornata alla regia dopo cinque anni, Francesca Archibugi trae con Il nome del figlio spunto da una recente e fortunata commedia francese, riadattandone il soggetto, senza grossi affanni, al contesto sociale (e cinematografico) nostrano.
Il nome (ri)detto
Una cena che sarà occasione di inaspettati scontri (para)familiari: Betta e Sandro, rispettivamente insegnante di liceo e professore universitario precario, ospitano il fratello di lei Paolo, agente immobiliare, sua moglie Simona, autrice di un best-seller piccante, e il comune amico Claudio, musicista. La miccia che darà fuoco alle polveri: il nome del bambino atteso da Paolo e Simona… [sinossi]
È la seconda volta, negli ultimi anni, che la commedia italiana prende di peso un soggetto nato oltralpe e lo trasporta nel contesto nostrano, adattandone le caratteristiche a peculiarità, tipi e categorie ricorrenti del nostro cinema, reinserendolo nel tessuto sociale italico. Se nel caso di un blockbuster come Benvenuti al sud di Luca Miniero, fortunata trasposizione del transalpino Giù al nord, il soggetto era stato concepito appositamente per il grande schermo, qui siamo al contrario di fronte a una storia di origine teatrale; scritta originariamente da quegli stessi Alexandre de La Patellière e Matthieu Delaporte che l’avrebbero poi portata sullo schermo, nel 2012, con lo stesso titolo Le prénom (da noi Cena tra amici).
I due esempi, lungi dal delineare (ancora) una tendenza, meritano forse qualche riflessione comune; se non altro perché, in entrambi i casi, siamo di fronte a una concezione della commedia squisitamente “di costume”, trasposta tuttavia agevolmente, e senza troppi affanni da parte dei rispettivi sceneggiatori, da un contesto all’altro. Segno che, malgrado le enormi differenze che caratterizzano la situazione politico/sociale dei due paesi, alcuni soggetti mostrano tuttora una valenza universale, capace di modellarsi su sensibilità diverse, e trovare la sua appetibilità anche lontano dal contesto di origine: è senz’altro questo ciò che devono aver pensato Francesca Archibugi e Francesco Piccolo (qui co-sceneggiatore) quando hanno deciso di imbarcarsi, con questo Il nome del figlio, in un progetto che mostra, malgrado le sue origini, una valenza e un sapore tipicamente nostrani.

Parlando del film, e prescindendo dal suo ispiratore originario, qualcuno ha pensato anche di scomodare un paragone eccellente, come quello con Roman Polanski e con una delle sue prove più riuscite degli ultimi anni, il corrosivo Carnage. Accostamento suggestivo, ma che vale più come appartenenza a una tradizione comune (mutuata dall’originale film francese) che come reale affinità: laddove il film di Polanski, infatti, rifacendosi alla tradizione del kammerspiel, utilizzava l’unità di tempo e luogo per dar luogo a un crescendo grottesco all’insegna dell’essenzialità, qui siamo piuttosto di fronte a un andamento sincopato, analogo al jazz suonato, nel film, dal personaggio di Rocco Papaleo. Risultando, in questo, analogo al suo ispiratore, il film della Archibugi si muove costantemente tra un dentro e un fuori, tra le linee di tensione generate dalle quattro mura domestiche e gli squarci sulla vita (passata e presente) dei cinque protagonisti; presentando continue accelerazioni e rallentamenti, impennate di ritmo alternate a momenti di quiete.
Se la dialettica con l’esterno, e coi personaggi che lo vivono, era rappresentata in Le prénom dalle strade parigine del prologo, dalla residenza fuori città della madre dell’assicuratore Vincent, e dalla voce fuori campo di quest’ultimo, qui è l’espediente del flashback a dare consistenza a questo elemento; in frammenti di passato dalle tonalità desaturate, che mostrano un’elegia dell’infanzia, e di una società più semplice e leggibile di quella caotica di inizio millennio, che, se da una parte consente una caratterizzazione più marcata dei cinque protagonisti, dall’altra rischia di sconfinare nella maniera. Qui, a differenza di quanto accadeva nell’originale, possiamo vedere i protagonisti da bambini, e valutare più da vicino i contorni della loro evoluzione: il risultato è un’esasperazione di alcuni dei loro tratti e un’inevitabile sottolineatura dell’elemento oppositivo, evidente soprattutto nel contrasto (a volte ai limiti del manicheismo) tra i personaggi di Alessandro Gassmann e Luigi Cascio.

Mantenendo comunque, nella gestione della storia, una fedeltà sostanziale alla narrazione originale, la sceneggiatura introduce alcuni efficaci elementi collaterali, quali la nuova presentazione del personaggio della moglie-madre interpretata da Micaela Ramazzotti: qui novella scrittrice di narrativa di consumo, strumento consapevole di un’editoria usa e getta, che avrà tuttavia modo di mostrare, nel corso della vicenda, uno spessore umano superiore a quello di quasi tutti i suoi compagni. Colpisce anche, contrastando con la gestione spesso sopra le righe del racconto, l’intensa sequenza che vede i protagonisti riuniti ad ascoltare (e ballare) una canzone di Lucio Dalla; espressione di un legame che (per una volta) non ha bisogno di espedienti espliciti per giungere, limpido e forte, allo spettatore.
Al di là dell’introduzione di questi pochi elementi, e di una traduzione della vicenda al contesto italico che, come si diceva in apertura, non deve aver richiesto molti sforzi, Il nome del figlio resta comunque molto (forse troppo) legato al suo modello originale; le idee, i tempi comici, le svolte narrative e la morale sottesa vengono mutuati, senza molti contributi significativi, dal film francese. Il carattere, comunque, maggiormente esplicito e “urlato” di alcuni passaggi, unitamente a una sottolineatura più marcata di alcuni tratti tipici dei personaggi, finiscono paradossalmente per far perdere lucidità ed efficacia al racconto; rendendolo, complessivamente, meno scorrevole e più gravato da stereotipi rispetto al suo ispiratore. Uno di quei casi, insomma, in cui un remake brilla, nei suoi pur presenti pregi, di luce in gran parte riflessa.

Marco Minniti, da “quinlan.it”

 

A 7 anni da “Questione di cuore”, un grande ritorno alla regia per Francesca Archibugi con “Il nome del figlio”, commedia tratta dalla pièce teatrale francese “Le prénom” di De la Atellière-Delaporte
Roma, Pigneto. Betta è un insegnante allegra e un’istancabile lavoratrice. Suo marito Sandro è un professore colto e raffinato che impiega tutto il suo tempo su Twitter a scambiare messaggi con sconosciuti. Per cena attendono Paolo, fratello di Betta e brillante agente immobiliare un po’ cialtrone, con sua moglie Simona, scrittrice borgatara di bestseller erotici e infine Claudio, musicista silenzioso che, da sempre, funge da “arbitro” del gruppo.

Il gruppo di amici si ritrova insieme, unito e goliardico come sempre, ma la situazione prende un piega strana che sfocia nell’assurdo quando Paolo rivela il nome del figlio che aspetta da Simona e che lascia tutti completamente basiti.

È un gradevolissimo ritorno, quello della Archibugi. Non tanto per la storia, che rimane una bella commedia italiana, quanto per i ritratti umani sfoggiati con estrema maestria al suo interno. Complice la macchina da presa che indugia sui primissimi piani mostrando l’espressività dei volti e la fotografia, nuda ed efficace, congeniata da Fabio Cianchetti, i personaggi si svelano poco a poco mentre si muovono all’interno della casa che, proprio come quella della loro infanzia, è testimone silenziosa delle loro vite e teatro di scontro per la resa dei conti col passato.

Il minimo comune denominatore delle 4 anime irrisolte è proprio la loro immobilità, il loro eterno rimando a quei giorni spensierati di vent’anni prima in cui cantavano e ballavano le canzoni di Dalla; mentre Simona è un angelo fuori contesto spettatore del loro infantile e continuo egocentrismo irrisolto. Il grande merito della regia è quello di aver saputo orchestrare saggiamente un gruppo di attori bravissimi ma dal background molto diverso, rendendo le loro cifre così omogenee da lasciarli poi anche liberi di improvvisare. Grazie anche alla sapiente scrittura del co-sceneggiatore Piccolo, viene fuori un film corale ma scandito da tanti assoli molto ben definiti e ben bilanciati in cui nessun personaggio prevale sull’altro e fra cui spicca quello di una Valeria Golino particolarmente intensa che è la prima ad accorgersi che: “Il passato è passato, non c’è più. Noi non ci siamo più”. È uno sguardo senza giudizio, quello della regista italiana, che vuole abbracciare tutta l’umanità.

Piccola chicca: le scene del finale, davvero toccanti (che risultano però un po’ appiccicate con la colla, rispetto a tutto il minuzioso lavoro di narrazione fatto prima) non sono state girate dal produttore Virzì, come potrebbe/dovrebbe sembrare, ma – incredibilmente – dalla Archibugi stessa.

Valentina Zaccagnini, da “cinespresso.com”

 

 

A distanza di quasi sei anni dal commovente “Questione di cuore”, Francesca Archibugi torna sul grande schermo grazie alla collaborazione con lo sceneggiatore Francesco Piccolo e il regista-produttore Paolo Virzì con “Il nome del figlio”, tratto dalla pièce teatrale francese “Le prénom” di Alexandre de La Patellière e Matthieu Delaporte, già registi e sceneggiatori dell’omonima versione cinematografica francese del 2012, giunta in Italia col titolo “Cena tra amici”. Nel complesso urbano del Mandrione, a Roma, cinque amici si danno appuntamento a casa di Sandro (Luigi Lo Cascio), raffinato scrittore e colto docente universitario con un debole per i social network, e di sua moglie Betta (Valeria Golino), un’insegnante sbadata e stressata. Con loro c’è Paolo (Alessandro Gassmann), fratello di Betta, un agente immobiliare estroverso e un po’ burlone, sposato con Simona (Micaela Ramazzotti), giovane ragazza originaria della periferia romana, reduce dal successo della pubblicazione del suo primo romanzo e da poco incinta, e l’amico d’infanzia Claudio (Rocco Papaleo), eccentrico musicista che cerca di mantenere in equilibrio gli squilibri altrui. L’intesa e la storica amicizia tra i cinque verrà seriamente messa in crisi quando, poco prima di cominciare la cena, Paolo rivelerà agli altri il nome che ha scelto per suo figlio… Se già in “Questione di cuore” la regista romana, vincitrice di ben cinque David Di Donatello per il suo “Mignon è partita”, aveva dimostrato una forte sensibilità per quelle realtà che affollano la periferia romana, mettendo a fuoco il rapporto tra due mondi apparentemente inconciliabili (quello grossolano ma semplice del meccanico Kim Rossi Stuart e quello complesso ma futile dello sceneggiatore Antonio Albanese), con “Il nome del figlio” la sensibilità della regista esplode in un ritratto ancora più complesso e intenso della società italiana e della natura umana. In questa casa borghese nel cuore di Roma si ritrovano a cena, infatti, un po’ tutte le Italie: quella delle giovani e avvenenti ragazze che grazie ai giusti agganci raggiungono traguardi altrimenti inarrivabili, quella dell’uomo di centrodestra (un po’ “criptofascista”) menefreghista del prossimo e di qualsiasi ideale e dedito al solo profitto e alla bella vita, quella dell’intellettuale idealista messo da parte in un Paese corrotto e disinteressato, quella dell’ordinaria insegnante di liceo divisa tra lavoro, casa e figli, quella dell’artista forse un po’ grillino ed eterno scapolo. È proprio questa profonda conoscenza del contesto sociale italiano che fondamentalmente differenzia la pellicola dell’Archibugi dal suo corrispettivo cinematografico francese. Perché oltre alla riflessione sulla subdola e imperfetta natura dell’uomo, fatta di menzogna, falsità e opportunismo, sulla sua eterna solitudine e la sua incapacità comunicativa, la regista e il co-sceneggiatore Francesco Piccolo (che da sempre dimostra la sua incredibile bravura nella trattazione di personaggi complessi e sfaccettati) riescono ad adattare, per giunta anche con la giusta dose di ironia, una sceneggiatura certamente lontana dallo “Zeitgeist” del nostro Paese, e riescono a farlo senza esporsi (saggiamente) nel tentativo di dare un giudizio morale dei personaggi. La pellicola mostra così tutte le sfaccettature di un Paese complesso e variegato qual è l’Italia senza preferirne alcuna, offrendo allo spettatore un ritratto sociale onesto e veritiero, grazie anche all’apporto di un cast ben scelto e in grande sintonia. In sintesi, “Il nome del figlio” è una rivisitazione piacevole e ben scritta che non fa per nulla rimpiangere la versione originale da cui è tratta, accompagnata da un finale a sorpresa che non mancherà di stupire gli spettatori.

D. Di Benedetti, da “cinema4stelle.it”

 

Arriva nelle sale il 22 Gennaio il nuovo film di Francesca Archibugi, Il nome del figlio, tratto dalla piece teatrale francese “Le prenom” che per oltre novanta minuti non fa altro che tenere incollati allo schermo, e pur facendo ridere lo spettatore lo lascia sorpreso e induce a riflettere su temi importanti del quotidiano. Si respira molto l’aria di Amici Miei, ormai un cult, per i protagonisti burloni e profondamente amici, che neanche nei momenti più seri riescono a non scherzare, e soprattutto quando lo scherzo arriva al culmine, anche quando è il momento di smettere. Quello che fa qui da discriminante è però la grande capacità del cast, tutto, senza esclusione di nessun nome, di saper creare momenti di tensione veri e propri nell’istante in cui in una semplice discussione per la scelta di un nome emergono vecchi rancori, gelosie, invidie, malintesi che sembrano quelli in cui, un po’ tutti si rispecchiano. Interessante è il discorso a parte sui luoghi comuni, che porta a far riflettere sul giudizio che spesso, in modo affrettato, si dà, basandosi sulle apparenze, qui profondamente superate per andare “oltre” come è giusto che sia, per indagare più a fondo.

Tanti i temi trattati. A partire da quello del ruolo, l’eredità della famiglia per Paolo, Betta fratelli, e Sandro, inseritosi come figlio quasi adottivo insieme a Claudio.  L’importanza di un nome che è carico di una storia profonda e che lascia ferite, che si inserisce in un contesto più ampio come quello dell’Olocausto, del Nazismo, vissuto dagli allora protagonisti bambini grazie ai racconti dei “grandi” e che ritorna profondamente a incidere sui di loro come un boomerang, anche quando sono adulti, hanno dei figli e una vita autonoma. Si riflette poi sul detto e non detto tra padri e figli, le incomprensioni, il ruolo “politico” come cittadini ed esseri pensanti, che si scontra a momenti con l’ironia a momenti con scene più solenni che creano offesa ai protagonisti quando, come nel caso del personaggio di Lo Cascio, la politica “è tutto”, o almeno prima del prossimo tweet (e qui emerge il discorso dei social network che rendono Sandro un uomo lontano in senso letterale dal ruolo di padre, marito e uomo).

Non si vedeva da un po’ sul grande schermo un film capace di essere leggero come In nome del figlio dove però si delinea un quadro piuttosto veritiero circa le situazioni familiari di incomprensione, che però non sfocia per forza in dramma, e non assomiglia a pellicole troppo dense di altri autori che sono ormai una consuetudine, ma che finiscono per risultare tutte uguali. Un ottimo film e un notevole risultato per Archibugi, cui vanno tutte le congratulazioni, insieme a tutto il cast, davvero eccellente.

Valentina Marchetti, da “taxidrivers.it”

 

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