Il Mago – L’incredibile vita di Orson Welles

locandina

È pressoché inevitabile domandarsi a chi un film come Il Mago – L’incredibile vita di Orson Welles sia destinato. Per quanto possa magari trattarsi di una domanda che non esaurisce le premesse di un progetto come questo, nondimeno ci aiuta a collocarlo. Chi il cinema lo ha studiato, chi lo vive o addirittura lo ama, per un verso o per un altro è dovuto passare da questo enfant prodige che la storia ci ha consegnato come enfant per quasi tutta la sua vita, salvo poi riconoscerne il prodigio sul finire della stessa e soprattutto dopo.

 Welles come mago, perché in fondo quale cineasta non lo è? Si parla spesso di Méliès, che mago lo era davvero, quale esempio migliore di questa fusione tra cinema ed illusionismo, e senz’altro è così. Ma Welles, con i dovuti distinguo per epoca e retaggio, non fu da meno. Anche lui prese in mano la macchina da presa come un «un bimbo all’interno del più grande parco-giochi mai creato» e diede libero sfogo ad un estro incontenibile. Del genio, questo figlio del Wisconsin, ebbe anzitutto la foga dissipante, tipica per esempio di un altro conclamato genio, ossia Leonardo da Vinci. Con l’illustre italiano lo statunitense ebbe in comune una miriade di progetti iniziati e mai conclusi, perché, come ebbe a dire: «non mi piace finire un film poiché mi ritrovo sempre a pensare che potevo fare di meglio». Il perfezionismo quale forma più alta, e non di rado più castrante, di idealismo applicato all’attività artistica.

È un’interessante coincidenza che il regista di questo documentario si chiami Chuck Workman: Welles fu, infatti, instancabile lavoratore, come un bimbo che si trova presso una gelateria che offre migliaia di gusti e non sa cosa scegliere finché non gli ha provati tutti. E alla fine è sazio senza che gli venga servita alcuna coppa. Le stesse circostanze della sua morte chiudono in modo esemplare la sua parabola: qualche ora dopo aver partecipato da ospite alla sua ultima trasmissione, il nostro viene trovato disteso sulla sua scrivania: stava lavorando alla stesura di un programma per la televisione.

POLIEDRICO

Ma allora, a chi si rivolge Workman nel dare vita a questo suo lavoro? A tutti ma soprattutto a chi di Welles sa poco, al massimo che fu il regista di un certo Citizen Kane (qui da noi Quarto Potere). Ai più smaliziati invece tocca approfondire il perché uno dei personaggi più significativi del secolo scorso, al pari di un Eliot nella poesia e nella letteratura, o di un Picasso nella pittura, Welles non sia altrettanto noto. Non strappatevi le vesti; chi s’interessa di cinema, anche marginalmente, saprà pure di che si sta parlando. Ma gli altri? Picasso lo conoscono forse solo quelli che coltivano anche solo un vago interesse per la pittura?

No, la domanda a cui ci spinge questo documentario finisce col chiamare in causa l’intero mezzo, non un singolo autore, per quanto rilevante. Come mai il Picasso del Cinema non sia conosciuto quanto il Picasso vero e proprio, malgrado la Pittura sia di gran lunga meno bazzicata e popolare della Settima Arte (e così è stato per quasi tutto il ‘900)? Un quesito a cui non basterebbe un libro intero a rispondere, sebbene nulla c’impedisce di offrire alcuni spunti proprio attraverso la vita Welles. Quest’ultimo, al di là della sua indole torrenziale, ha incontrato nel corso della sua carriera un altro scoglio, non meno importante: il denaro.

Welles per i finanziatori, tanto più se americani, era sinonimo di inaffidabilità, ingordigia, disubbidienza. Seguito per anni dall’FBI per presunte simpatie comuniste, che in epoca di maccartismo non era certo un’accusa di poco conto. Costretto perciò ad emigrare, andando dovunque fosse possibile girare i suoi film, sebbene le difficoltà non l’hanno davvero mai abbandonato. La procedura era la seguente: lui cominciava a girare con quello che aveva – i soldi finivano – la produzione si bloccava – ricominciava a cercare soldi – nel frattempo cominciava un altro film. Difficile saziare l’appetito di un così avido artista a tutto tondo: ora pittore, ora oratore instancabile, ora qualunque mestiere del cinema. Ma soprattutto attore, ciò che davvero l’ha fatto emergere ancor prima della celeberrima Guerra dei Mondi alla radio, quando lui stesso ammise: «per quello che ho fatto avrei meritato la galera. Finii ad Hollywdood invece».

ENFANT PRODIGE

A undici anni il giovane Orson discuteva con naturalezza di Mozart e Shakespeare, mentre di lui una sua vecchia conoscenza ricorda quando, fatto notare ad uno spocchioso oltre che giovane Welles quanto fosse antipatico, quest’ultimo rispose con disarmante naturalezza: «cosa vuoi… ognuno ha le sue idiosincrasie». Quando si trasferì a Dublino, a 16 anni, ci mise poco a farsi assumere da una compagnia teatrale in cui per mesi recitò nel ruolo di protagonista in diverse opere. Più avanti, tornato negli USA, si fece a tal punto un nome che di lui i giornali che contano scrivevano: «il maggior esponente del Teatro Contemporaneo americano».

Tutto questo per renderci conto di quanto certa spavalderia non fosse frutto di un chissà quale eccesso di sicurezza, che eppure era presente, bensì di un riscontro con la realtà oltremodo lusinghiero. Così, dopo una gratificante esperienza in radio, la TV dell’epoca quanto a presa sull’audience, sbarca ad Hollywood e, da completo ignorante circa la macchina produttiva di quel luogo lì, gira uno dei film più citati, discussi, amati e venerati nella storia del cinema. Persino Kubrick rimase sempre amareggiato di sì grande successo, del fatto insomma che un venticinquenne fosse in grado di girare un film del genere. Ma soprattutto, che gliene venisse concessa l’opportunità. Il regista di 2001 dovette attendere all’incirca i suoi quarant’anni per qualcosa di analogo.

LEGGENDA

Abbiamo scritto tanto, pure troppo se si pensa che questa altro non è che una semplice recensione, eppure l’impressione è che non ci siamo nemmeno avvicinati a scalfire la superficie. Non tanto del personaggio Orson Welles, quanto dei temi e delle chiavi di lettura evocate. E la mente torna a Picasso, a come mai un pittore, esponente di un’Arte resa esoterica dai suoi trafficanti nel XX secolo, possa essere esponenzialmente più noto di uno che ha contribuito in maniera determinante alla formulazione di certe idee e concetti nell’ambito di un’altra Arte, questa sì frequentatissima e popolare, la più popolare e famosa del ‘900.

Non è ancora una risposta, ma quello che segue ci porta un gradino più in alto. In un periodo in cui non si sapesse nemmeno cosa fosse il cinema indipendente, Welles era già lì che s’industriava a realizzare qualcosa fuori dal circuito, contro tutto e tutti, incurante ma non per questo avulso dalla miriade di problemi che persino uno come lui doveva affrontare per portare a casa anche una sola, misera scena. Eppure il nostro non è un senza macchia, s’intenda, e lui stesso, implicitamente, forse l’ammette quando pronuncia queste parole: «Ho avuto più fortuna di chiunque altro. Certo, sono anche stato scalognato più di chiunque altro, nella storia del cinema, ma ciò è nell’ordine delle cose. Dovevo pagare il fatto d’aver avuto, sempre nella storia del cinema, la più grande fortuna…».

FINE

Cosa resta perciò di quel ragazzo che girava per New York in autoambulanza poiché, scoprì, nessuna legge imponeva che le si usasse solo per i malati? Resta la straordinaria parabola di un uomo che fu un film egli stesso, che più di tanti, troppi altri ha incarnato il cinema stesso, coi suoi limiti, i suoi sogni, le sue potenzialità espresse ed inespresse. Certo, documentari come Il Mago – L’incredibile vita di Orson Welles non riescono a dare fino in fondo la percezione di un fenomeno umano prima ancora che cinematografico come quello del suo oggetto d’indagine. Senza che venga però in alcun modo meno la sua valenza, non fosse altro per il solo reperimento e raggruppamento di tutto quel materiale di repertorio che ci fa avvertire il diretto interessato vivo e presente, a dispetto delle rievocazioni di coloro che l’hanno a vario titolo conosciuto, e che qui intervengono a loro volta tramite interviste e ricordi.

D’altra parte, chi può riuscire in una simile impresa? Se proprio dovessimo azzardare una risposta anche a questo di quesito, non ci resterebbe che consigliare la visione di F for Fake. Lì mago e cineasta si prendono per mano dicendoci quanto tutto sia aleatorio, fuggevole; apparenza e nulla più. Tuttavia ecco un film che nessun regista, di qualsiasi epoca, avrebbe mai potuto girare; solo un mago intento a far credere di star svelando i suoi trucchi, quantunque quest’ennesima opera altro non è che l’ennesimo trucco. Fra i più cinematograficamente esplicativi di sempre.

Antonio Maria Abate, da “cineblog.it”

 

 

l Mago – L’incredibile vita di Orson Welles racconta il genio straordinario di Orson Welles, alla vigilia del centenario della sua nascita – la sua carriera come star di Hollywood, regista di Hollywood (o per alcuni fallimento di Hollywood), e regista indipendente di enorme importanza.
La vita di Orson Welles è stata magica: è stato un prodigio della musica a 10 anni, ha diretto la sua prima rappresentazione shakespeariana a 14, è stato pittore a 16, una star del palcoscenico e della radio a 20, ha avuto relazioni sentimentali con alcune delle donne più belle del mondo, tra cui Rita Hayworth. Le sue opere sono sempre state straordinarie, uno su tutte Quarto Potere (considerato da molti come il film più importante della storia del cinema), realizzato da Welles a soli 25 anni.
Dopo Quarto Potere, la carriera di regista di Welles ha continuato ad evolversi, film dopo film (alcuni di questi mai finiti, altri respinti), ha recitato anche in film di altri registi, la maggior parte delle volte solo per guadagnare in modo da poter continuare a fare i suoi film. Nel documentario ci sono scene di quasi tutti i suoi film esistenti, da Hearts of Age(che ha fatto in un giorno quando aveva solo 18 anni) a spezzoni di opere incompiute come The other face of the dream, The Deep e Don Chisciotte.

da “mymovies.it”

 

 

Non si può che concordare sul fatto che Orson Welles sia stato a tutti gli effetti un pioniere, forse quello che più di tutti ha rivoluzionato il modo di fare cinema a cavallo della metà dello scorso secolo. Geniale e stacanovista fin dai suoi esordi a teatro, la rapida parabola ascendente che lo vede protagonista si inerpica verso il successo facendo tappa prima alla radio (passata alla storia la sua trasmissione del 1933 ispirata al romanzo “La guerra dei Mondi” di Herbert George Wells che mandò nel panico milioni di americani, convinti fosse in atto una vera invasione aliena) e raggiungendo infine il mondo cinematografico.
Il Mago –  L’incredibile vita di Orson Welles non vorrebbe essere solo un piatto escursus di vita e opere del genio di Kenosha, ma sarebbe sua intenzione regalare uno sguardo più ampio sull’imponente figura del poliedrico attore e regista e sul fermento del mondo dello showbiz che gli gravitava intorno, tra studi di produzione poco avvezzi, malgrado le promesse di totale libertà artistica, a sperimentazione priva di ritorno monetario, testardaggine autoriale e ingerenti fattori esterni (come politica e Maccartismo, solo per citarne alcuni).
Universalmente riconosciuto dagli addetti ai lavori come il “santo protettore del cinema indipendente”, Welles  ha infatti sempre avuto un rapporto complicato con le major hollywoodiane e la critica d’oltreoceano, cosa che però non l’ha mai scoraggiato nel suo percorso che, una volta avuto un assaggio del mondo di proiettori e celluloide, lo ha portato a  una continua e  in alcuni casi estrema sperimentazione visiva ed estetica. Dopo aver firmato quello che, col senno di poi, è considerato (a ragione) uno dei migliori film della storia del cinema, Quarto Potere, la sua spinta produttiva lo ha condotto lontano dai riflettori americani, facendolo rifugiare in quell’Europa le cui fertili terre erano (già) pronte per svezzare quel genere di avanguardia cinematografica.
Sarebbe stato comunque impossibile condensare in poco più di un’ora e mezza tutte le tematiche, le curiosità, la cura dei dettagli e le profonde e personali aspirazioni che hanno accompagnato la carriera di Welles, carismatico e profondamente dedito al lavoro fin negli ultimi anni della sua vita. In tal senso il film, sebbene fornisca una serie di spunti interessanti e una mole importante di informazioni generali (che spesso intasano anche lo schermo con abbondanti didascalie, ma mai infastidendo la visione), si mantiene a un livello di superficialità che se da un lato garantisce una visione lineare e un’infarinatura generale senza attardarsi su dettagli specifici, delineando quindi un target che si avvicini per la prima volta al Mago, dall’altro non restituisce a pieno l’incredibile portata rivoluzionaria del suo lavoro né evidenzia a sufficienza la magia che è stato in grado di far rivivere su tutti i palcoscenici che abbia calcato, i microfoni in cui abbia parlato e i set su cui si sia posato l’occhio della sua cinepresa.
Ciò nonostante L’incredibile vita di Orson Welles è un omaggio accorato e sentito a un gigante delcinema. Quindi a tutti coloro che non hanno familiarità col regista non resta che accomodarsi in sala e, quando le luci si spengono, lasciarsi prendere per mano dal Mago e farsi cullare nelle sue immaginifiche illusioni. E chissà, magari cogliere un frammento della vera magia del cinema.

Michele Parrinello, da “persinsala.it”

 

 

L’arcano da risolvere con Il mago – L’incredibile vita di Orson Welles è capire a quale pubblico sia indirizzato. L’opera, praticamente priva di regia, è interamente strutturata su una serie di estratti nuovi e d’archivio, interventi e contributi di vario genere che riescono da soli a reggere le fila della narrazione. Vero protagonista è proprio l’infernale Welles che, nonostante la scontrosità dei modi non si negò mai alle telecamere fino all’ultimo intervento televisivo al Mery Griffin Show, dopo il quale fu trovato morto sulla sua scrivania, intento a stendere la bozza di un progetto televisivo. Era il 10 ottobre 1985, lo stesso giorno della scomparsa del leggendario attore Premio Oscar Yul Brynner.

IL MAGO

A prescindere da qualsiasi valutazione, l’opera-documentario è anzitutto un documento prezioso, il tentativo di ricordare l’opera di uno degli ultimi esempi di uomo-totale che, al pari di altri grandi spiriti come Leonardo da Vinci o Goethe, mostrò il suo talento poliedrico in varie attività, dalla pittura all’esoterismo, dalla radio al teatro, fino ad approdare all’arte cinematografica come missione di vita, nutrimento della sua inappagabile sete, di cui il celebre “non mi piace finire un film poiché mi ritrovo sempre a pensare che potevo fare di meglio” è testimonianza.

PER CHI?

E’ possibile riassumere la vita di un grande uomo in novantaquattro minuti? Questa è una domanda che immagineremmo provenire dall’importante e stentorea voce di Welles, forse l’unico regista che potrebbe plausibilmente riuscire nell’intento. Il punto non è se il regista Premio Oscar Chuck Workman (Precious images) sia riuscito a incapsulare l’estro di colui che enfant prodige restò tutta la vita, ma, in primo luogo, se ne valeva la pena. La risposta dipende da ciò cui si tende: se si è uno studente di cinema in erba o un cineasta di recente conio in cerca di un rapida carrellata dei più grandi registi americani di tutti i tempi, Il mago è l’ideale. L’opera è infatti arricchita della presenza di grandi riconoscibilissimi mezzibusti (Spielberg,Lucas, Friedkin, Bogdanovich, Linklater) e rattoppata con divertenti spezzoni da opere meta-cinematografiche come Me and Orson Welles.

E mentre offre un ritratto dei momenti chiave della sua crescita, come il programma radiofonico La guerra dei mondi, l’opera che fu la sua fortuna e la sua dannazione Citezin Kane (da noi Quarto Potere) e L’infernale Quinlan  (originalmente Touch of Evil), dà il meglio di sé verso la fine, offrendo una buona comprensione de Il Processo e Falstaff, che si somma a un curriculum elegante delle molte opere incompiute.

I FIGURANTI

Oltre ai sopracitati grandi cineasti, figurano nell’opera-omaggio per il centenario del due volte premio Oscar anche il critico Elvis Mitchell e il regista teatrale Julie Taymor, oltre a vari biografi che si uniscono così all’interminabile parata di amici e colleghi di Welles (che figura in numerose vecchie interviste), riuniti per cantar le lodi di uno dei più meritevoli cani sciolti del cinema. E’ quasi buffo che così tanti acclamati talenti d’oggi si siano trovati a celebrare l’estro di un signor outsider, ricordato anche per frasi come “I didn’t go to jail; I went to Hollywood”.

IL DIMENTICATO

Molti si riempiono la bocca parlando di Orson Welles, ma la realtà delle cose è che Welles come molti, o sarebbe per onestà meglio dire tutti, gli artisti appartenente alla più abusata delle arti, è pressoché sconosciuto. Il motivo resta ancora inspiegabile, forse i più sofisticati reputano il cinema un divertissementper intellettuali, un’oasi della mente incapace di eguagliare la profondità di una sinfonia o di un quadro ben riuscito, ciononostante una cosa è certa: l’ignoranza cinematografica è pressoché sconfinata. In questo senso dunque Il mago è anzitutto utile, prima ancora d’esser bello o piacevole è importante.

Erica Belluzzi, da “cinemamente.com”

 

 

 

 

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