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I bambini sanno

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Cosa hanno in comune Quando c’era Berlinguer e I bambini sanno oltre alla regia di Walter Veltroni e il genere di appartenenza?
Entrambi sono la testimonianza di una grandezza: nel primo caso passata e quindi da custodire nella memoria insieme a una preziosa lezione politica, nel secondo presente e magari futura, espressione di uno sguardo sulla realtà lucido e consapevole, ma ancora incantato e non contaminato da individualismo e cinismo, prerogative dell’età adulta.
Per la sua seconda regia, Veltroni chiude il maestoso portone della grande storia italiana per aprire la porta di oltre trenta camerette, dove l’immaginazione di ragazzini italiani, filippini, colombiani o rom corre libera verso un domani che sarà certamente migliore, a dispetto della bicicletta tanto desiderata che non arriverà mai o di mamma e papà che non stanno più insieme.
In questi pochi metri quadri popolati da manifesti e foto, o pupazzi di Peppa Pig, entriamo facilmente anche noi e, sedotti da intelligenze vivaci e da una proprietà di linguaggio che mai avremmo sospettato in un pugno di bambini di età compresa fra i nove e i tredici anni, ci rendiamo conto di quanto sia vera quella frase del “Piccolo principe” con cui l’ex segretario del PD ha scelto di aprire il suo docufilm: “I grandi non capiscono mai niente da soli e i bambini si stancano di spiegargli tutto ogni volta”.
Ma cos’è che questo gruppo di uomini e donne in miniatura capisce meglio di noi, noi genitori distratti o noi che i figli non li abbiamo potuti o voluti fare?
Rispondendo a domande sull’amore, sulle religioni, sulla crisi e sull’omosessualità, Patrizio, Diego, Marcus, Kevin & Co. impartiscono una magnifica lezione di tolleranza, generosità e apertura mentale che tutti dovrebbero tenere ben presente, a cominciare dai nostri illuminati ministri.
E tuttavia I bambini sanno non è un film solamente politico: a noi piace considerarlo piuttosto racconto intimo, l’istantanea di una fase della vita (la preadolescenza) in cui si comincia dolorosamente a cambiare, in cui si è qualcosa ma non si è ancora interi. Certo, fra un passo della “Divina Commedia” imparato a memoria e la nostalgia di un padre appena perso, emergono con chiarezza un invito e una constatazione che hanno un importante valore morale. Il primo è un consiglio, rivolto ai grandi, a non guastare e a non deludere i bambini, a non aprire nelle loro anime ferite destinate a non rimarginarsi mai.
La seconda ha a che fare con l’incapacità contemporanea di calarsi nei panni degli altri, di mettersi in ascolto. Abbiamo perso l’empatia – dice Veltroni – e, galleggiando pigramente in uno stagno di indifferenza, non sentiamo sulla nostra pelle il disagio di chi è meno fortunato di noi, di chi muore per mare o di chi non può ricevere un computer come regalo di Natale.
Ora, se il messaggio de I bambini sanno è chiaro e puntuale, a mancare è talvolta un’idea precisa di regia. Collocando all’inizio film un montato di celebri scene di bambini che corrono, W.V. un poco rivela di saperlo e, ammettendo implicitamete di non essere come Truffaut e De Sica, quasi chiede scusa. Ecco perchè ci sembrano esagerati e fuori strada quanti hanno giudicato l’operazione I bambini sanno superba e fastidiosamente ambiziosa. Non è nemmeno furba e intrisa di buonismo, perchè Veltroni dimostra coraggio e sensibilità quando fa ammettere a un bambino rom che i suoi compagni di classe lo attaccano nei bagni della scuola. Dimostra anche ottime capacità giornalistiche, perchè è con umiltà e curiosità che un intervistatore deve rivolgere le domande all’intervistato, invece di sfoggiare tutto il proprio sapere.
Ma il mestiere di giornalista è diverso da quello del regista. Un regista più consumato, forse, non avrebbe scelto di procedere prima per temi e poi per soggetti da raccontare, rischiando di tornare a strade già percorse.
D’accordo, la realtà filmata è meravigliosa, ma un filmmaker deve dare un’impronta forte alle sue opere, che che poi è la sua impronta, il filtro della sua visione artistica che si esprime attraverso un linguaggio fatto di immagini montate.
Ci piace pensare che la grande via del cinema Walter Veltroni la troverà, perchè da uomo che cerca domande è già più vicino di molti altri alle risposte.
Carola Proto, da “comingsoon.it”

Commuove, fa riflettere e sorridere il nuovo film di Walter Veltroni «I bambini sanno» e vedono l’Italia attraverso i loro occhi. È un viaggio nell’infanzia raccontato attraverso volti e voci dei più piccoli, che rivelano i loro progetti futuri, i loro sogni e la loro opinione sui grandi temi della vita. «I grandi non capiscono mai niente da soli e i bambini si stancano di spiegargli tutto ogni volta»: con questi versi de «Il piccolo principe» di Saint-Exupery inizia il docu-film di Veltroni che arriverà nelle sale il 23 aprile, distribuito da Bim e in prima tv su Sky Cinema il prossimo settembre, dopo l’anteprima di martedì all’Auditorium Parco della Musica di Roma alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Amore, sessualità, vita, morte e altri temi attuali, come crisi e disoccupazione vengono trattati con purezza e semplicità da trentanove bambini tra i 9 e i 13 anni, scelti tra oltre trecento ragazzini italiani di tutti i ceti sociali, di diverse regioni italiane e di varie identità culturali. Il risultato è un’indagine che punta ad aggiornare il repertorio dei volti che compongono la nazione, a cogliere le nuove urgenze per contribuire a riflettere sulla nostra organizzazione sociale e familiare, mostrando le eccellenze e le contraddizioni del presente. È un lavoro cinematografico che fa sorridere, commuovere e che colpisce per la profondità, anche poetica, di molte risposte dei piccoli protagonisti. «Spero che lo vedano i nostri genitori. Così ci capiranno meglio», ha commentato una bambina dopo aver visto il film. I trentanove bambini, dal nord al sud dell’Italia, sono intervistati ognuno nella propria stanza, dove oggetti, foto, e arredi già rivelano la personalità e l’appartenenza sociale dell’intervistato. Dalle risposte dei più piccoli nascono così dei grandi insegnamenti per quegli adulti che li osservano ogni giorno: ed ecco che alla domanda «Cosa serve nella vita per essere felici?», l’undicenne Kevin, senza dubbi, risponde «Sognare». Mentre Marius di 8 anni, dallo sguardo furbo ma infelice, ha un sogno che nel corso del film si realizzerà. Negli occhi dei piccoli testimoni appare il presente e il futuro dell’Italia, di quella nuova generazione di italiani che va incontro all’amore, al futuro, all’amicizia, alle scelte, al lavoro e ai sogni. «Saint Exupéry sapeva la verità sulla vita e conosceva le vie, segrete e tenui, per parlare al cuore, alla fantasia, al cervello dei bambini – ha spiegato Veltroni – Negli Anni Sessanta, camminando per le strade del nostro Paese, si poteva trovare un bambino, da zero ai quattordici anni, ogni quattro abitanti. Oggi ce n’è uno ogni otto, la metà. Un Paese in cui spariscono i bambini è un Paese senza fiducia, senza voglia di futuro, più conservatore. È anche un Paese con meno fantasia. E con meno poesia. Con meno gioco. Con meno ottimismo. Ho cercato di raccontare, attraverso le voci di trentanove bambini, il nostro tempo. Li ho interrogati sulla vita, l’amore, le loro passioni, il rapporto con Dio, la crisi, la famiglia e l’omosessualità. I bambini non sono delle strane creature alle quali rivolgersi con quel tono fintamente comprensivo che gli adulti usano per comunicare con loro. I bambini hanno un loro mondo, un loro punto di vista, una loro meravigliosa sincerità. Hanno desideri ancora non frustrati, hanno paure, hanno già piccole ferite. Hanno pensieri grandi, svincolati dalla fatica del quotidiano. Hanno una idea del tempo e una concezione particolare dello spazio. Hanno la loro stanza e il mondo, che squaderna febbrilmente meraviglie e orrori attraverso la rete e li attrae nelle une e negli altri. Hanno una idea dei grandi e dei rapporti che gli adulti stabiliscono tra loro». Colpisce l’immediatezza di certe risposte, quando si chiede loro: «Ha sentito parlare della crisi» e qualcuno risponde «Sì, bisognerebbe fare un po’ di rivolta». «E cosa pensi dei musulmani?». Risposta: «Niente sono come noi, Siamo tutti uguali…». «E cosa sanno i bambini più dei grandi?». «Sanno inventare le cose». Non li spaventa nemmeno l’omosessualità: «Ognuno può fare quel che vuole se non fa male a nessuno». Risposte sagge anche quando si parla della disoccupazione, molti dei loro padri hanno perso il lavoro e i bambini si mostrano preoccupati, però hanno speranza per il futuro, anche se – dicono – «in Italia non si vive tanto bene in questo periodo». Però alla domanda: «Ora sei felice?». Con candore rispondono: «Sì».
Dina D’Isa, da “iltempo.it”

“Spero che lo vedano i nostri genitori, così ci capiranno meglio”. Quello che Walter Veltroni definisce “il complimento più bello” l’ha fatto una ragazzina dopo aver visto il suo docufilm I bambini sanno. La frase è stata scelta per il poster, è lo slogan ideale, i bambini sanno molte cose, possono insegnarle agli adulti. In uscita nelle sale (distribuito da Bim) il 23 aprile, dopo un’anteprima all’Auditorium Parco della Musica di Roma il 14, I bambini sanno (che arriva dopo il successo del precedente documentario di Veltroni, Quando c’era Berlinguer, appena premiato con un Nastro d’argento) è un viaggio attraverso l’Italia, e la vita anche, e il futuro, con gli occhi dei ragazzini. Parlano trentotto bambini fra gli 8 e i 13 anni (Veltroni ne ha incontrati più di trecento), “di tutti i ceti sociali, di moltissime regioni italiane – spiega l’autore – di diverse identità culturali e religiose, raccontano soprattutto quel tempo della vita, il rapporto con la famiglia, con l’amore, con la speranza, anche con Dio”. Repubblica.it vi propone il trailer in anteprima.
Uscirà al cinema il 23 aprile (distribuito da Bim) il nuovo documentario dell’autore di “Quando c’era Berlinguer”. Conversazioni con ragazzini fra gli otto e i tredici anni, di ogni ceto sociale, religione, identità culturale, intervistati in tutt’Italia. La vita, l’amore, la famiglia, la crisi, il futuro, i sogni. “Quel tempo della vita – dice l’autore – in cui si diventa ciò che poi si è”. Repubblica.it vi propone il trailer in anteprima.
Sono pensieri grandi quelli che i ragazzini traducono in parole, frutto di ragionamenti, “quante volte, quand’eravamo bambini noi, prima di dormire abbiamo pensato a noi stessi, alla nostra coscienza, ci siamo interrogati sul futuro, sui nostri genitori. Quello è il tempo delle domande – dice ancora Veltroni – e ho voluto raccontare le risposte che i bambini si son dati alle grandi domande”. Un lavoro che parte da lontano, “dal punto di vista letterario, cinematografico e umano mi ha sempre interessato quel tempo della vita in cui si diventa ciò che poi si è, quegli anni in cui non si è del tutto bambini e non si è del tutto ragazzi, in cui tutte le esperienze e le emozioni lasciano un segno talmente forte, in cui ogni scoperta viene razionalizzata”. Basta ascoltare. E non pensare che i bambini non abbiano un pensiero elaborato, “i grandi spesso parlano con loro a voce alta, scandiscono le parole – osserva l’autore – manca solo che usino il verbo all’infinito come fanno gli stranieri… Io ho cercato di ascoltarli e di raccontare proprio come ogni cosa, in quel tempo della vita, venga vissuta, metabolizzata, macinata, interpretata”.
Nel film i bambini sono colti nell’ambiente in cui vivono, si intravedono le loro case, le loro camere, pareti rosa libri pelouche poster zainetti colorati palloni da calcio, anche però le carrette del mare ammassate nei porti in cui i piccoli e i grandi sono sbarcati dopo fughe dolorose. Cosa serve nella vita per essere felici? “Sognare”. Hai sentito parlare della crisi? “Sì, bisognerebbe fare un po’ una rivolta”. Cosa pensi del musulmani? “Niente. Sono come noi. Siamo tutti uguali, tanto”. Che cos’è che i bambini sanno più dei grandi? “Inventare le cose”. Sono, queste, alcune delle domande poste da Veltroni ai bambini del documentario, e le loro risposte. “Abbiamo fatto lunghe conversazioni, li ho interrogati ad esempio anche sulla crisi, ho percepito un senso anche un po’ cupo del tempo in cui viviamo. Però, alla fine del film, si esce con un senso di grande speranza”. Ma i bambini l’hanno visto? “Abbiamo fatto una proiezione in una scuola media, alla fine un’ora di dibattito, lì una bambina mi ha detto ‘ci porterò i miei genitori, così mi capiranno meglio’, che è poi la frase che abbiamo scelto per il poster del film. È stato il complimento più bello. Con ciascuno di loro – continua l’autore – ho stabilito un rapporto di affetto, amplificato dal fatto che negli ultimi mesi ho vissuto con le loro immagini, frasi, parole. Se ce n’è uno che mi ha colpito più di altri? Ce ne sono tanti. Penso al senso di allegria, di gioia che trasmettono due gemelline, una down e l’altra no”.
Meno allegria, forse, al pensiero che forse non tutto andrà come questi straordinari bambini, con grande tenerezza, immaginano. “Un regista amico mi ha detto ‘bisognerebbe tornare da loro fra dieci anni’, non è detto che non si possa fare, è un po’ l’idea che sta dietro a Boyhood e, prima ancora, a quel bellissimo progetto che partì dalla Bbc alla metà degli anni Sessanta, si chiamava Seven Up, le interviste a un gruppo di ragazzini, poi ritrovati di sette anni in sette anni per vedere i cambiamenti. Certo, il futuro magari non sarà bello come loro immaginano – conclude Veltroni – ma io voglio continuare a credere e sperare che, alla fine, la vita riservi loro le bellezze che sono state riservate a ciascuno di noi”.
Alessandra Vitali, da “repubblica.it”

Trentanove bambini dai 9 ai 13 anni, dal Nord al Sud Italia, rinchiusi perlopiù tra le quattro mura della loro cameretta, che parlano di amore, famiglia, sessualità, di Dio, e anche di qualche possibile miracolo come la “pace”. Questi i protagonisti e la trama de I Bambini sanno, il nuovo documentario di Walter Veltroni che dal 23 aprile 2015 sarà in sala grazie a Bim Distribuzione e alla produzione Sky (che lo proietterà in prima tv a settembre 2015), Wildside e Palomar. La dedica iniziale, ed epitome dell’opera, arriva niente meno che da Il Piccolo Principe: “Gli adulti non capiscono mai niente da soli e i bambini si stufano di spiegargli tutto ogni volta”.
“Saint Exupéry sapeva la verità sulla vita e conosceva le vie, segrete e tenui, per parlare al cuore, alla fantasia, al cervello dei bambini”, ha spiegato l’ex sindaco di Roma, oramai da diversi anni orientato alla produzione di documentari per il cinema e la tv. “Negli anni sessanta, camminando per le strade del nostro paese, si poteva trovare un bambino, da zero ai quattordici anni ogni quattro abitanti. Oggi ce n’è uno ogni otto, la metà. Un paese in cui spariscono i bambini è un paese senza fiducia, senza voglia di futuro, più conservatore. È anche un paese con meno fantasia. E con meno poesia. Con meno gioco, con meno ottimismo”.
I primi piani e mezzi busti dei fanciulli prescelti – nessuno scolorimento di pixel sul viso dei minori – con l’interpunzione della voce fuori campo dell’ex vicepresidente del consiglio a porre domande, sembra essere più un campionario illustrativo del cosiddetto documentario a tesi, modello Michael Moore: selezionare dal materiale girato ciò che serve per avvalorare il proprio spunto di fondo. Poi certo nessuno sta a sindacare autonomia nella scelta e nei contenuti di un’opera, ma quando la voce off chiede ad un frugoletto migrante con gli occhioni da Bambi “Qual è la cosa più bella che potrebbe succedere per tutti?”, e lui risponde ‘Che Dio… ci salvi” pensare al concetto di “spontaneità” dell’intervistato risulta complicato.
“Solo in apparenza Veltroni vuol dare loro (ai bambini ndr) voce, in realtà li assume in uno schema sensazionalistico e pseudopoetico, in un micidiale incrocio tra Paulo Coelho e Maria De Filippi”, ha scritto sull’inserto domenicale del Sole24ore Emiliano Morreale, capo della Cineteca Nazionale di Roma, che per l’occasione ha rievocato il concetto di ‘midcult’. “In questo film c’è uno sguardo sull’infanzia che unisce la superficialità giornalistica, il ricatto del patetico e le ambizioni della poesia (…) Orfani, down, geni della matematica, profughi che raccontano il viaggio in barca, malati di leucemia. E i bambini sono introdotti con frasi del genere ‘Bendetta ha 13 anni, vive a Roma e ha dentro di sé una ferita e una luce’ – continua la stroncatura – davanti a domande così candide e liriche (‘Dio come te lo immagini?’) i bambini non possono che assecondare la retorica o dire imbarazzate banalità”.
“Ma loro hanno una percezione più profonda della nostra. È la vita allo stadio primario quando il mondo è squadernato ed è una possibilità. È la vita che ha ancora il tempo di una meravigliosa cavalcata”, ha spiegato Veltroni in un’intervista rilasciata a L’Espresso. “Il mio film ha un messaggio civile più che politico – ha continuato – Non sciupateli. Accompagnateli. Credono fermamente che persone di diverse religioni siano uguali. Che persone dello stesso sesso possano convivere. Che non ci debbano mai essere discriminazioni”.
Prima del prossimo libro che sarà incentrato sulla figura di suo padre, Veltroni torna al cinema dopo il notevole successo del primo documentario Quando c’era Berlinguer che ha ottenuto un Nastro d’argento e incassato, cifra davvero considerevole per un documentario nelle sale italiane, un milione di euro. Sui social dopo la prima mondana all’auditorium di Roma dove sono accorsi da Giorgio Napolitano a Margherita Buy, da Sergio Mattarella a Gigi Proietti, I Bambini sanno ha fatto nascere parecchie discussioni tra cui uno spunto curioso di chi reputa I Bambini sanno in debito d’ispirazione – e nulla più – con lo straordinario protagonista bambino di una delle quattro storie di D’amor si vive di Silvano Agosti.
Davide Turrini, da “ilfattoquotidiano.it”

Accostarsi all’universo dei bambini con una telecamera è sempre un’impresa ad alto rischio. Si finisce spesso per scivolare nel patetico, o, peggio, nella manipolazione. In questo caso, poi, a complicare ulteriormente le cose era il cognome del protagonista, destinato inevitabilmente ad attirare divisioni e pregiudizi. Insomma, diciamocelo chiaramente: c’era un esercito di cecchini col fucile spianato pronto a fare fuoco su un’operazione che appariva come una “veltronata” annunciata. Deposte, infatti, almeno per il momento le velleità umanitarie in Africa, l’ex-sindaco di Roma si è imbarcato in un altro progetto ad alto coefficiente “sensibile”: sviscerare i temi dell’infanzia attraverso le interviste a 39 bambini fra gli 8 e i 13 anni, di ogni estrazione ed etnia. È nato così “I bambini sanno”, secondo docu-film a firma Walter Veltroni, dopo l’interessante “Quando c’era Berlinguer” (scampato alla mannaia dei cecchini di cui sopra se non altro per l’intoccabilità del protagonista). E, a dispetto anche del poco invitante trailer, il risultato è stato sorprendente. Al punto da addolcire alcune di quelle penne già imbevute di fiele (finanche quella di Andrea Scanzi sul “Fatto Quotidiano”), anche se, specie a destra, c’è chi non si è lasciato sfuggire l’occasione per spargere sarcasmo e bestialità (“Veltroni usa i bambini per farci digerire gay e immigrati”, si è arrivati a leggere su Il Giornale), perché – come ricorda Boris Sollazzo – “in Italia, in fondo, apprezzano i politici che vanno con le minorenni, non certo quelli che con i minorenni provano a parlarci e si sforzano di capirli”.
Ma sarebbe fuorviante anche analizzare “I bambini sanno” come un film. Le citazioni e gli omaggi cinefili sono condensati tra il titolo – ispirato a “Il Piccolo Principe” di Saint-Exupery (“I grandi non capiscono mai niente da soli e i bambini si stancano di spiegargli tutto ogni volta”) – e le sequenze iniziali, con una carrellata ad effetto sulle note di Danilo Rea, che rimanda al Truffaut de “I 400 colpi” con il suo Antoine Doinel e la più celebre delle fughe in spiaggia, topos ricorrente anche in tanti altri registi, indirettamente chiamati in causa, da Kitano al Daldry di “Billy Elliot”, passando per Scola, Salvatores e Tornatore. Lo sguardo “cinematografico” si concentra qui e nel toccante – ma un po’ prevedibile – finale hollywoodiano della pineta ripresa dall’alto. Il tono complessivo, infatti, si avvicina più a quello di una inchiesta giornalistica, di un’asciutta indagine televisiva alla Zavoli. Con una scansione delle interviste per capitoli – Amore, Famiglia, Dio, Omosessualità, Crisi – funzionale ad aggiungere ritmo alla narrazione.
L’abilità del regista sta nel deporre ogni orpello politico e morale, accostandosi ai bambini con la curiosità (largamente perduta) degli adulti che non hanno dimenticato cosa sia l’infanzia, inclusi i suoi dolori (lo stesso Veltroni perse il padre a un anno), le sue alienazioni (la parola “solitudine” ricorre spesso), le sue privazioni, anche le più banali, come una maglietta della Roma negata da uno spietato Babbo Natale cui erano pure stati lasciati in dono latte caldo e biscotti.
L’intervistatore è sensibile, rispettoso, sa ascoltare e scegliere le parole giuste (come quando il carcere del padre si trasforma in “un posto”), condividendo stupore e sincero divertimento. Certo, alcuni tratti del Veltroni-politico sembrano riaffiorare, dalla pericolosa propensione al ma anche – applicata qui alla ricerca dell’universalità di tipologie ed estrazioni sociali – alla parola d’ordine I care, che si tradurrà nell’esaudire il sogno del piccolo Marius di vedere per la prima volta il mare, facendo versare qualche (legittima) lacrimuccia.
Ma i veri – e straordinari – protagonisti del documentario sono i bambini, ripresi nel loro ambiente naturale – le camerette colorate, piene di palloni, poster, peluche – e catturati, come dice il regista, “in quell’età lì, quando hanno un milione di cose da dire e da chiedere perché non sono più così bambini da essere inconsapevoli, ma neppure ancora abbastanza ragazzi da essersi costruiti un po’ di corazza. Prima che alle domande gigantesche subentrino le risposte”. E così le loro risposte spiazzano, confondono. “Qualcuno buono con me qui al campo rom? Ehm… no, nessuno”, gela tutti Marius dagli occhi vispi e malinconici. “Cosa serve per essere felici? Sognare. E che cos’è che i bambini sanno più dei grandi? Inventare le cose”, teorizza a colpo sicuro il filippino Kevin. “Dieci anni è un’età difficile, i grandi non sanno”, spiega Lorenzo, di famiglia benestante. “Come mi sembra l’Italia? Non tanto bella”, ammette la figlia dell’operaio disoccupato dell’acciaieria Lucchini di Piombino. “Ti manca una figura paterna? No”, chiosa in scioltezza la figlia di due mamme lesbiche. “Credo a Dio? Sì, più o meno”, esita Giacomo, alunno di scuola privata cattolica con genitori atei: “Visto che mio padre e mia madre non ci credono, io sono ancora indeciso”. “La prima comunione? Un disastro, l’ostia mi si è attaccata al palato”, confessa un piccolo affetto dalla sindrome di Down come Luna, appassionata di Peppa Pig e protagonista di un geniale duetto con la gemella Gaia.
Il montaggio, che inframezza gli interventi dei bambini con vignette e video, riesce ad alternare riflessioni e risate, stupore e commozione. Ma alla fine gli sguardi che si conficcano addosso sono quelli dei reduci da esperienze dure, laceranti: la malattia, la perdita di un padre in giovane età – sublimata da Benedetta con il ricordo del suo profumo (“misto di acqua di Parma e sigarette”) e la passione per la scrittura – l’abbandono da parte di un altro padre, rimasto in Colombia con la fidanzata (“Mi chiama solo una volta l’anno”, ricorda Diego), un nonno assassinato dalle Brigate Rosse (quello del piccolo Vittorio), oppure l’odissea su una carretta del mare diretta a Lampedusa, la convivenza quotidiana con topi e degrado, o anche solo la condizione di isolamento dettata dalla diversità, come nel caso del genietto siciliano della matematica perseguitato dai bulli.
L’ingenuità e il candore non dissimulano piccole convinzioni in fieri. Non mancano i saputelli, le future primedonne. E qualche risposta abbatte anche il filtro del politically correct, come nel caso della ragazzina nera alla quale non piacciono i gay. Cionondimeno, volendo trovare un neo al pur ottimo “casting”, sono tutti un po’ troppo buoni e sensibili, proprio come il regista. Mancano i problematici, i bulli, gli stronzi. Ma in fondo, per una volta, si può accettare questa inclinazione all’ottimismo, alla ricerca di un’Italia più fiduciosa, che non seppellisca le contraddizioni ma se ne faccia carico. Sì, insomma: I care, prima che diventasse uno slogan elettorale usa e getta.
“I bambini sanno” è un viaggio oltre la soglia dell’indifferenza e della superficialità con cui si è soliti guardare all’infanzia. Un ritratto generazionale che dimostra come, pure in un tessuto sociale così dilaniato e arido (negli anni 60 in Italia c’era un bambino ogni 4 abitanti, oggi uno ogni otto), esista ancora un’idea di purezza e di fantasia da preservare per garantirsi un futuro. Perché “futuro è una bella parola”, come dice proprio uno dei protagonisti dal domani più difficile. E anche se il mondo non sarà salvato dai bambini, fermarsi per un attimo ad ascoltarli potrà aiutare a migliorarlo, come suggerisce lo strillo promozionale, ispirato dal commento di una ragazzina dopo la visione del film: “Spero che lo vedano i nostri genitori, così ci capiranno meglio”. E speriamo non solo loro.
Claudio Fabretti, da “ondacinema.it”

Forse non conosciamo tante cose come i bambini del film, ma una cosa crediamo di saperla: che questo non ci sembra un film e Walter Veltroni non ci sembra un regista. Un documentario dove non c’è equilibrio tra le diverse interviste e dove l’ombra della sua voce off sovrasta tutto. Anche con i suoi certi piccoli amori…
Forse non conosciamo tante cose come i bambini del film, ma una cosa crediamo di saperla: che I bambini sanno non ci sembra un film e Walter Veltroni non ci sembra un regista. In questo secondo documentario, dopo Quando c’era Berlinguer, si sente lo stesso respiro sentimentale-pedagogico, l’intento di educare col cuore, la passione e la conoscenza. L’apertura, con la citazione di Il piccolo principe di Saint-Exupéry è già una dichiarazione d’intenti.
La contemporaneità, gli sguardi sul futuro e uno specchio del nostro paese vengono raccontati attraverso le voci e i volti di 39 bambini dagli 8 ai 13 anni. Si parla di famiglia, Dio, omosessualità, crisi economica, passioni, futuro. Dei racconti in prima persona in cui Veltroni, pur non essendo in campo, sovrasta tutto con la sua voce-off. Esibisce la complicità, la sintonia, la presunta naturalezza dei bambini davanti alla macchina da presa quando molti di loro sembrano non solo parlare ma anche recitare durante le interviste. Anche se è un film che racconta la vita (dal piccolo mulsulmano che racconta dei cugini trucidati insieme a un neonato di 8 mesi alla ragazzina che parla del padre deceduto da poco) sembra spesso che le dichiarazioni intime non escano fuori naturalmente, ma come forzate, forse il risultato finale di diverse prove.
Un documentario dovrebbe avere un ritmo e una sua coerenza interna. Qualunque sia l’argomento che affronta. Quelli realizzati da Veltroni invece sembrano ignorarla. Conta la persona prima di tutto. Che bello, sembra quasi uno spot elettorale. Peccato che non ci sia equilibrio tra le diverse interviste, peccato che alcuni bambini si vedano troppo e altri troppo poco. Poi c’è la divisione del film in diversi argomenti, come in rigide didascalie. Solo apparenti però perché mentre si affronta il tema della crisi di colpo un protagonista torna a parlare di Dio.
Non manca nulla. Grandi domandi (“Cos’è l’anima secondo te?”, “Cosa serve per essere felici?”), considerazioni (“Chi vive un dolore poi ha una maggiore profondità”), richieste di spiegazioni (“Come mai Dio ha acconsentito che ci sia la guerra?”), presentazioni (“Valerio sa tutto dei numeri e sta imparando la vita”), confidenze (“Ti sei mai innamorato?”). Con i fumetti di Altan che fanno un po’ vintage. E poi la vita e il cinema. Bambini che corrono. Tra cui gli spezzoni da Billy Elliot, Ladri di biciclette, L’estate di Kikujiro, La figlia di un soldato non piange mai, La corsa dell’innocente, Kaos, I bambini ci guardano. Accompagnati da una musica al piano sovrastante che chiama l’emozione e le urla: “Pronto, ci sei?”. Ancora certi piccoli amori, come il suo dizionario sentimentale dei film. E allora non può mancare I 400 colpi. Sguardo in macchina. Perché Truffaut, sembra dirci Veltroni, è sempre uno di noi. E alla fine, non dimentichiamocelo, siamo tutti un po’ Doinel.
Sotto sotto, esiste anche un altro film. Che non si vede. Dove non sono protagonisti i bambini, ma quei documentaristi che fanno un lavoro sul campo da anni. Molti di talento. Che la sala non la vedono neanche col binocolo. Ma questo è un altro discorso.
Simone Emiliani, da “sentieriselvaggi.it”

“Cosa serve nella vita per essere felici? Sognare”. Walter Veltroni passa la parola ai bambini. Dal 23 aprile al cinema il suo docufilm I bambini sanno, prodotto dalla Wildside e distribuito da Bim. Conversazioni con bimbi tra gli otto e i tredici anni.
“Spero che lo vedano i nostri genitori, così ci capiranno meglio”. È la frase slogan utilizzata per il poster. Sono le parole di commento che una ragazzina ha rivolto al regista. Veltroni, uomo di politica e di cinema, porta sul grande schermo uno spaccato sociale importantissimo: l’infanzia. In un giro per l’Italia, da nord a sud, il regista ha incontrato bambini di religione, cultura e ceto sociale diverso. Ha chiesto loro cosa ne pensano del futuro, della vita, dell’amore. Loro hanno risposto meglio di un adulto. Risultato: una piccola grande lezione di civiltà e unione.
Walter Veltroni torna dopo il successo di Quando c’era Berlinguer. Torna con un argomento di verso, ma sempre molto incisivo. E con la magia del cinema entra nelle case di tanti bambini, nel loro mondo e nella loro quotidianità. Mentre giocano nelle loro stanze, al campetto di calcio, sulla spiaggia. Trentotto sono i ragazzini protagonisti che spiegano le loro speranze, il rapporto con la famiglia e il sentirsi tutti uguali.
“Un regista amico mi ha detto ‘bisognerebbe tornare da loro fra dieci anni’, non è detto che non si possa fare, è un po’ l’idea che sta dietro a Boyhood e, prima ancora, a quel bellissimo progetto che partì dalla Bbc alla metà degli anni Sessanta, si chiamava Seven Up, le interviste a un gruppo di ragazzini, poi ritrovati di sette anni in sette anni per vedere i cambiamenti. Certo, il futuro magari non sarà bello come loro immaginano ma io voglio continuare a credere e sperare che, alla fine, la vita riservi loro le bellezze che sono state riservate a ciascuno di noi”.
Margherita Bordino, da “cinematographe.it”

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