Hungry Hearts

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Mina e Jude si incontrano per la prima volta in un’angusta toilette di un ristorante cinese. Da lì nasce una relazione che darà alla luce un bambino e li porterà al matrimonio. Dal colloquio con una veggente a pagamento Mina si convince che il suo sarà un figlio speciale che andrà protetto da ogni impurità. Inizia a coltivare ortaggi sul terrazzo di casa e per mesi non lo fa uscire imponendo regole alimentari che ne impediscono la regolare crescita. Jude decide di opporsi a queste scelte portando di nascosto il figlio da un medico che mette in evidenza la gravità della situazione. Mina però cede solo apparentemente alle richieste del coniuge e il conflitto si fa più acuto.
Il disagio, il malessere esistenziale sono da sempre al centro del cinema di Saverio Costanzo. Che si tratti dei palestinesi di Private, dei seminaristi di In memoria di me o dei giovani de La solitudine dei numeri primi la sua macchina da presa inquadra situazioni che sono al contempo estreme e quotidiane. È quanto accade anche in questo film che trae ispirazione dal romanzo “Il bambino indaco” di Marco Franzoso in cui Costanzo mette a frutto la propria profonda conoscenza delle dinamiche del thriller per porla al servizio di una riflessione profonda sulla genitorialità al tempo degli OGM ma non solo.
Il filosofo e sociologo Zygmund Bauman ci ricorda che: “La nostra è un’epoca nella quale i figli sono, prima di ogni altra cosa e più di ogni altra cosa, oggetti di consumo emotivo. Gli oggetti di consumo soddisfano i bisogni, desideri o capricci del consumatore e altrettanto fanno i figli. I figli sono desiderati per la gioia dei piaceri genitoriali che si spera arrecheranno il tipo di gioie che nessun altro oggetto di consumo, per quanto ingegnoso e sofisticato, può offrire”. È questo tipo di consumo che Mina (precocissima orfana di madre e con un padre con cui non ha più contatti) sta cercando, anche se vorrebbe evitarne inizialmente, l’avveramento. Costanzo non vuole fare il fustigatore di teorie e/o credenze più o meno diffuse (osservanza vegana compresa) perché di fatto spinge il suo sguardo decisamente molto più in là.
Mina non è una Rosemary polanskiana più o meno consapevolmente gravida di demoni interiori. È una donna che dimentica di essere tale (quindi annullando anche la propria sessualità che era in precedenza vitale e solare) in funzione di una ‘proprietà’, quella del figlio, che diviene totalizzante. Il punto di non ritorno è quando utilizza l’aggettivo possessivo più improprio (“mio”) nei confronti del neonato. Da quel momento Jude viene estromesso (con sentenza passata in giudicato nella mente della compagna) dalla condivisione che è propria dell’essere genitori. Per far ciò non è necessario essere vittime di ossessioni nutrizionistiche. È sufficiente ritenere di essere gli unici depositari del sapere ‘cosa è bene’ per l’essere umano in formazione rifiutando qualsiasi confronto. Il cordone ombelicale non è solo un elemento fisiologico. È fatto di sensibilità, di cultura, di influssi sociali tra i quali è sempre più difficile discernere. I cuori affamati del titolo sempre più spesso rischiano di divorare, con la pretesa dell’amore, ciò che dovrebbe costituire il senso del loro stesso pulsare. Costanzo sa come descrivere questo processo.

Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

 

Dopo aver affrontato la sfida dell’adattamento del best seller di Paolo Giordano La solitudine dei numeri primi, Saverio Costanzo affronta un altro libro complesso su un conflitto familiare,”Il bambino indaco” di Marco Franzoso, pubblicato da Einaudi. Al suo terzo film si conferma al ricerca di atmosfere e storie di ampio respiro, poco legate alla nostra realtà, cinematografica e sociale, raccontando della storia di una coppia, sullo sfondo di una New York che incombe senza irrompere. Si conoscono per caso, si trovano e si sposano dopo che l’italiana Mina (Alba Rohrwacher) rimane incinta del suo amato ingegnere Jude, interpretato da Adam Driver. La loro vita cambia con l’arrivo del bambino, che per Mina è speciale, e deve preservare la sua purezza senza farsi contagiare dalle tradizionali abitudini nutritive. Ma non cresce e Jude si rende conto che rischia di mettere a rischio la sua salute.

Il regista romano ha realizzato un film che mette a disagio, amando allo stesso modo tutti suoi personaggi, pur raccontandoli da vicino, senza la consolazione di uno sguardo distante. Lascia il segno, come una botta dolorosa che a distanza di tempo colpisce ancora più duramente, formando un livido che impedisce che ne svanisca il ricordo, diventando parte di noi.

Un film di ossessioni, di conflitti fra estremi, fra ricerca di una presunta normalità e di eccezionalità. Corpi che si dividono uno spazio; se nel primo film di Costanzo, Private, veniva rappresentata la visione domestica di un conflitto politico, Hungry Hearts circoscrive ancor di più il contendere in uno scontro familiare su come crescere un figlio di pochi mesi. Una coreografia di corpi che prima non riescono a staccarsi, si esplorano presi dall’ossessione di un amore in divenire, poi si allontanano contendendosi l’indifesa creatura frutto della loro passione.

Alba Rohrwacher si conferma una delle attrici più istintive e coraggiose del nostro cinema, dando corpo a un personaggio molto sgradevole, mentre Adam Driver rappresenta al meglio il doloroso punto di vista del pubblico, con un capovolgimento totale del suo ruolo nella serie”Girls”, in attesa di lanciarsi nello star system come cattivo della prossima trilogia di Star Warse in Silence di Martin Scorsese.

Non giudicando mai i propri personaggi, Costanzo gioca sul filo dell’etica della compassione. Ci pone di fronte alla natura umana primordiale, puramente istintiva. Niente è razionale quando si parla del rapporto di due genitori per il proprio figlio. Il convincimento di agire per il meglio può portare alla distruzione di quello che si ama. In epoca di ritorno alle tentazioni di un’etica dogmatica Hungry Hearts rivendica il relativismo etico come conflitto irrisolto fra bene e male.

Un conflitto in cui è solo apparentemente facile prendere posizione, ma il candore doloroso di due cuori affamati ci lascia a disagio. In questo diventa il manifesto della irrisolvibilità interna di un tale conflitto: solo un agente esterno può irrompere per far esplodere l’energia accumulata in una catarsi anch’essa irrazionale, non salvifica né risolutiva. Una delle tante possibili conclusioni di un dramma sulla ricerca utopica della purezza, fra paranoia e massimalismo.

Mauro Donzelli, da “comingsoon.it”

 

“Un film che recide, rende e strappa”. Parole dure e quasi definitive quelle di Saverio Costanzo rispetto al suo Hungry Hearts, il film con cui concorre al Leone d’oro. Ed è una seconda volta in Mostra per il cineasta romano, che concorse con La solitudine dei numeri primi nel 2010. Come in quel caso, questo film (il suo quarto lungo) s’ispira a un romanzo, Il bambino indaco di Marco Franzoso (Giulio Einaudi Editore). Però Costanzo e Franzoso non si sono mai incontrati, a differenza di quando il regista adattò il novel di Paolo Giordano, con il quale ebbe forse qualche momento non particolarmente felice. Lui e lo scrittore veneto (che già si è dichiarato entusiasta del film) si incontreranno dunque stasera, alla première mondiale sul red carpet, che sigla il secondo concorrente tricolore di questa 71ma Mostra veneziana.

Hungry Hearts è girato ed ambientato a New York, “avevo bisogno di una città violenta, dove si potesse sentire il senso di isolamento. Di un luogo dove è difficile sopravvivere con pochi mezzi economici. Le grandi città italiane non erano adatte..” spiega l’autore, classe 1975, che nella Grande Mela ha anche vissuto. Protagonista una coppia, Mina e Jude (la musa e compagna Alba Rohrwacher con il divo americano Adam Driver) che s’incontra nel geniale incipit di un bagno al ristorante cinese: restano chiusi dentro insieme, poco dopo li vediamo insieme ma a letto, comprendendo che è trascorso del tempo e i due sono diventati una coppia. Concepiscono un bimbo che Mina dà alla luce con fatica e verso il quale inizia fin da subito a nutrire un esasperato senso di protezione, decidendo per lui una nutrizione radicalmente vegana. Quando Jude si accorge che il piccolo non cresce ed anzi rischia la vita per denutrizione, iniziano i guai. Fino ad un esito horror, giunto per una spirale mirabilmente resa dallo sguardo visionario di Costanzo. “Ho scritto e filmato questi tre personaggi (la madre di lui è il terzo, ndr) senza giudicarli, ma cercando di mostrali con la dolcezza e tenerezza che meritano. Per me Hungry Hearts è stato un film catartico, che mi ha aiutato a guardarmi diverso nel ruolo di padre”.

Girato in 16mm – “perché non cedo al digitale” – non è un film a basso budget bensì assai indipendente, dove “non si celano passioni intellettuali ma solo azioni, una in seguito all’altra”. Il discorso dell’intellettualismo è evocato dal tema messo a denuncia: ovvero le ossessioni indotte verso tutto l’universo rigorosamente “organic” (biologico), di cui si possono praticare abusi incoscienti. Come quello appunto in cui cade Mina. A tal proposito Costanzo non ha dubbio: “Noi percepiamo il mondo fuori come tossico nella sua totalità, ma questo è un discorso sociologico molto generico; personalmente sul tema della nutrizione ho adottato un punto di vista molto “laico”: amo anche il Big Mac e porto una volta al mese i miei figli da McDonald’s. Chi fa scelte radicali diventa sordo, e l’ideologia di qualunque tipo ha ucciso milioni di persone. Bisogna avere a cuore la nostra vita”. Ripetendo la difesa dei suoi protagonisti – “non ho mai pensato che Mina potesse nuocere al bimbo, lei è il nostro eroe specie nel momento in cui tocca la sabbia del mare tornando a sentire le cose” – spiega il suo intento di mostrare la nascita/il parto come qualcosa di non naturale, anzi: “E’ un momento momento difficilissimo di mutazione, io desidero raccontare cosa diventano questi due genitori durante e dopo la nascita”.

Hungry Hearts, che uscirà prossimamente per 01 Distribution, è ad oggi l’opera più matura di Saverio Costanzo: personale quanto i precedenti, ma maggiormente solido e compatto nel suo essere articolato in continue mutazioni, anche interne ai generi cinematografici. Teso su una suspence che sprofonda nell’horror (echi da Rosemary’s Baby sono più che evidenti..), non nasce tuttavia da un approccio citazionista bensì esattamente il contrario: “Ho cercato di usare il mio istinto ed eliminare i pensieri, di avere il coraggio di guardare frontalmente a ciò che volevo raccontare”.

Anna Maria Pasetti, da “ilfattoquotidiano.it”

 

Sottrai, strappi, incassi.

C’è il rischio di uscire con qualche ferita lacero-contusa da Hungry Hearts.
Saverio Costanzo gioca in sottrazione e strappa quasi ogni scena al montaggio. Perchè, come spiega il titolo, anche lui è affamato e non si può permettere di far scorrere la vita in maniera normale.
Tutte le scene più importanti sono percepite, mai viste. C’è ritmo in quel che fa Costanzo.
E allora che cosa bisogna incassare?
Gli schiaffi, i pugni e le gomitate che la sceneggiatura tratta dal Il bambino indaco di Marco Franzoso infligge a chi guarda. Ci si ritrova a voler parteggiare per qualcuno con una gran voglia di praticare le arti marziali. Il film è una dolce provocazione che ispira la domanda “e adesso come va a finire?” Primo punto a favore della scrittura (matura e maturata) di Costanzo dopo l’esperienza di In Treatment. Dolce perchè con cautela il regista mostra tre diversi punti di vista senza prenderne le parti. Volendoli comprendere.

Ma di che parla questo film?

E’ la storia di una coppia che vive a New York e decide di formare una famiglia. Nella parte sia Alba Rohrwacher nel ruolo di Mina che Adam Driver alias Jude.
Si incontrano per caso in una toilette di un ristorante cinese, rimangono chiusi dentro e si innamorano mentre Jude ha scariche diarroiche che “potrebbero uccidere un esercito“. Siamo nella commedia, ci si diverte e ci si innamora. Per qualche vena simil al favoloso inizio de La guerra è dichiarata di Valerie Donzelli. Poi parte What a feeling di Irene Cara (il brano vincitore agli Oscar con Flashdance) e i grattacieli della Grande Mela fanno da cornice al matrimonio e l’arrivo di un figlio per la coppia. Tutto in velocità, senza vedere nè matrimonio, nè innamoramento con le musiche del maestro Piovani che quasi stridono. Anzi ci portano verso altri generi il più delle volte. Sì , c’è un problema di mix di generi: ti prometto una commedia sentimentale, ti faccio vivere un dramma e ti spingo nell’horror. Inizia una guerra: Mina vuole nutrire il figlio in maniera vegana, non vuole aiuti da parte dei medici (controlli inclusi) e fino al settimo mese di vita non fa uscire il piccolo dall’appartamento newyorkese.

Risultato: malnutrizione (supposta dalle tabelle mediche) e difese immnitarie basse. Niente antibiotici, niente vaccini. Qui la storia crea una provocazione poco credibile, ma a far da controaltare rimane Alba Rohrwacher che spinge affinchè tutto sia accettabile. Una madre che ha un dono indotta da una cartomante: il figlio è un bambino indaco, che nella filosofia newage significa avere particolari capacità. La vena poetica di Mina si trasforma in psicosi tanto da arrivare allo scontro con Jude. Lui non vuole vedere il figlio morire di stenti. Più che giusto. Insieme a lui, la madre convinta carnivora e donna con i piedi ben piantati a terra. Si mangia carne, si impagliano i cervi, si cerca di togliere il bambino alla madre. Tematiche più che moderna, attualissima. Una coppia non affiatata in questo senso rischia la rottura completa. Succede anche a Mina e a Jude che nonostante tutto continuano ad amarsi. “E una fase..” e loro non hanno nessun altro in questo mondo. Un nucleo in piena crisi.

Sarà la madre di Jude a “risolvere” i problemi: dopo lotte e rapimenti, il piccolo finisce nelle mani di Mina. Per poco perchè uno sparo di pistola la uccide sul colpo.
Nessun rimpianto per la madre: “O io in carcere o mio nipote morto”.

Casi che fanno pensare, come questo ottimo prodotto di Saverio Costanzo.

Andrea Baroni, da “35mm.it”

 

 

Jude e Mina sono due giovani che vivono nella Grande Mela, stanno pranzando in un ristorante cinese di quelli che prestano poca attenzione alle norme igieniche e alla sicurezza, quando un incidente li fa incontrare. Rimanere bloccati in un microscopico antibagno sarà imbarazzante e letale per il loro olfatto, ma darà il via a un’inattesa relazione, a un grande amore, a un dramma, a una tragedia molto comune e spesso silenziosa.

“Hungry Hearts” è la nuova fatica di Saverio Costanzo. Presentato in concorso a Venezia 71, ha portato fortuna ad entrambi i protagonisti (tornati a casa con una Coppa Volpi a testa); alle anteprime per la stampa, ha conquistato la critica; e ora si appresta a superare la prova più grande, incontrare il pubblico. Sicuramente farà parlare di sé per l’argomento, per la bravura dei suoi attori, per il taglio scelto dal regista e per lo spiazzante epilogo.

La storia tra Mina ė Jude inizialmente ė una favola, le loro vite sono sgangherate come le nostre, la loro solitudine ci suona familiare, le loro case sono disordinate come quelle in cui abitiamo noi. Quando decidono di sposarsi siamo felici per loro, perché è ciò che speriamo ci capiti un giorno. Poi Mina rimane incinta e le cose iniziano a cambiare. La donna si convince di avere ricevuto un dono, che il figlio sia speciale, che lei abbia un’importante responsabilità. Questo la porta su un sentiero pericoloso. La situazione, inevitabilmente, dopo la nascita del piccolo, si avvita sino ad arrivare alle più agghiaccianti conseguenze.

Costanzo riesce mirabilmente a narrare un racconto tesissimo, claustrofobico, realistico e struggente. Le donne somatizzeranno, gli uomini pure. I genitori si arrabbieranno, i nonni probabilmente si spaventeranno. Ogni generazione proverà emozioni diverse a seconda della propria posizione e ruolo, ma nessuno rimarrà indifferente. O lo ami o lo odi. Qualora vi facesse innervosire (come ė capitato a me) vi consiglio di rispondere a una semplice domanda: perché siete tanto contrariati?

Nel mio caso le fonti di fastidio erano due: la trama che ruota intorno ad un rapporto malato col cibo, piaga del nuovo millennio di cui si vedono gli effetti ogni giorno, e la morbosità/ l’infinita cocciutaggine di Mina, che mi ha reso l’attrice antipatica. Ironicamente, quindi, il fatto che Alba Rohrwacher già non mi facesse impazzire, ha giocato a favore della riuscita dell’opera. E oggi mi porta a dire che il premio in Laguna se lo sia meritato: la Rohrwacher è bravissima nel suo essere scialba, stralunata e scheletrica, così come Costanzo ha azzeccato la fotografia, gli ambienti e quelle inquadrature dall’altro che schiacciano i protagonisti. Alla fine versiamo in uno stato ansiogeno tale da provare sollievo per l’arrivo dei titoli di coda.

Non so se il mondo sia davvero tossico, inadatto a crescere un bimbo, non so se sia più giusto un regime alimentare onnivoro o vegano. Non conosco dove sia il confine tra infinito amore materno e ossessione malata. So però cosa fa bene a me e la visione di questa pellicola ha reso la mia giornata migliore. Tre soli attori. Uno spaccato di realtà che fa male. Un fiume di emozioni. Toni asciutti, diretti e mai eccessivi. Un lavoro italiano dal respiro davvero internazionale. Insomma, ho visto un gran bel film.

Vissia Menza, da “masedomani.com”

 

 

Presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, portando a casa le due Coppe Volpi per le migliori interpretazioni maschili e femminili, arriva, dopo mesi dalla presentazione veneziana, Hungry Hearts, la nuova opera del regista Saverio Costanzo, ancora una volta nelle vesti anche di sceneggiatore.

Il film è tratto dal romanzo Il bambino indaco di Marco Franzoso e racconta la storia di due giovani sposi la cui vita viene cambiata dalla nascita di un figlio. La madre, interpretata da Alba Rorhwacher, si convince di portare nel grembo un bambino speciale e perciò, una volta nato, decide di proteggerlo dal mondo esterno, mantenendolo puro in tutto e per tutto; il suo atteggiamento finisce tuttavia per diventare ossessivo, mettendo a repentaglio la salute del piccolo. Il padre, interpretato da Adam Driver, si trova dunque combattuto fra l’amore per la moglie e la sensazione di impotenza mentre guarda il proprio figlio deperire di giorno in giorno.

Saverio Costanzo mette su un film quadrato, intimo, che descrive l’arco di una storia d’amore e la conseguente battaglia ideologica tra due genitori che, in modi differenti, vogliono comunque il meglio per il loro bambino. La scrittura di Costanzo è, come suo solito, molto incentrata sui protagonisti che si muovono in scena; vuole che impariamo a conoscerli, ad apprezzarne le qualità e a individuare le loro mancanze, prima di portarci sul piano esplicitamente conflittuale del film. Il titolo parte infatti dolcemente, con un tono divertito, per fare da preludio a una seconda parte ben più grave; sin da subito, però, Costanzo mette in chiaro che lo scopo è quello di entrare nella testa dei personaggi, di mostrare i loro comportamenti e la concezione che ciascuno ha del microcosmo in cui vive e dell’immenso spazio che invece li circonda.

Durante la gravidanza, e ancora più dopo la nascita del bambino, gli eventi si fanno più burrascosi. Mina (Rohrwacher) si rende conto che il mondo circostante è una palude infetta e il suo istinto materno le impone di proteggere suo figlio da questo incubo; New York è lo scenario perfetto per rappresentare una dimensione feroce, pronta a inghiottire chiunque vi si avventuri ingenuamente e speculare, nella sua selvaggia natura metropolitana, al guscio decontaminato che è il piccolo appartamento della coppia. Bisogna chiarire una cosa, le mentalità contrastanti dei due genitori dipendono ciascuna da una linea di pensiero ben precisa, una che definiremmo tradizionale e un’altra più comunemente definita alternativa; va da sé che il retaggio culturale del singolo spettatori finisce per influenzare facilmente il giudizio sui personaggi, ma il cuore del film non è chiedersi se sia meglio una dieta mediterranea o una macrobiotica, quanto mostrarci due modi diversi di allevare un neonato che, per via della sua età, deve irrimediabilmente i suoi primi anni di formazione alle scelte dei genitori. Sia Mina che Jude (Drive) amano il proprio figlio ed è questa la base da cui è fondamentale partire; il punto di non ritorno per la madre arriva quando il suo desiderio di proteggere il bambino diviene ossessione, volendo mantenere pura la vita del piccolo isolandolo da tutto ciò che costituisce la vita stessa. Nonostante ciò, la sceneggiatura non sembra voler puntare il dito verso Mina o Jude, indicando un vero e proprio colpevole; è qui che interviene invece la mano del regista.

Costanzo fa uso di una regia piuttosto invadente, che segue i personaggi, arrivando però ad assalirli; non si preoccupa di dosare obiettivi che addirittura, con l’utilizzo di grandangoli, distorcono la figura di Mina dandocene un’immagine troppo esplicitamente pericolosa. Il pubblico, oltre ad avvertire eccessivamente la presenza del regista, prendendo eccessiva coscienza della finzione del film, si trova quasi costretto, per via della costruzione formale, ad accettare la madre come il nemico, effetto oltretutto accentuato da un uso della musica che sarebbe più appropriata per il Norman Bates di Psycho. Per buona parte della pellicola, viviamo il dramma che Jude prova sulla propria pelle e Mina raffigura il mostro dalle cui grinfie è necessario sottrarre il bambino; questo rende più passivo lo spettatore, a cui forse sarebbe stato meglio lasciare maggiore libertà, intervenendo sull’estetica del film in maniera più discreta. Parlerei di momenti effettivamente controproducenti all’esigenza della storia, il che risulta strano considerando che la sceneggiatura è opera dello stesso Costanzo; questo è probabilmente il neo maggiore del titolo, che calca la mano quando sarebbe bastato un tocco più in punta di fioretto.Un montaggio semplice ma con ampie ellissi, a cura di Francesca Calvelli, dilata il tempo e, pur ripetendosi con la stessa cadenza durante la visione come a dividere il film in atti, lascia all’immaginazione del pubblico l’inevitabile deteriorarsi del rapporto fra i due protagonisti; buona la colonna sonora di Nicola Piovani integrata da brani non originali, non sempre però inseriti perfettamente, e notevole la fotografia di Fabio Cianchetti, contraddistinta da un apprezzabile effetto patinato.

La storia, nonostante la superflua virata retorica del sogno di Mina, avvolge nel complesso lo spettatore e, in base alla propria predisposizione mentale, assistere alla disputa ideologica smuove, soprattutto in alcuni episodi, l’animo di chi guarda; ciò che  giusto e ciò che è sbagliato sembra facile da discernere, ma con occhio più attento il confine diviene sottile e la questione si fa dunque più intrigante. Il tema del cibo è ovviamente solo il mezzo per parlare di quei “cuori affamati” del titolo che sono i protagonisti, tutti bisognosi d’amore, ma ognuno incapace, in un determinato momento, di provvedere al bisogno dell’altro, finendo per ritrovarsi soli o con una parte di cuore mutilata.

La versione italiana tiene il passo con quella originale, eccezion fatta per il ruolo di Alba Rohrwacher, che ritrovandosi a doppiare se stessa non mostra grandi doti da doppiatrice, ridimensionando l’interpretazione che le è valsa il premio a Venezia; un formidabile Adam Driver si rivela il compagno ideale in questo passo a due con la Rohrwacher e anche Roberta Maxwell,che nel film veste i panni della madre di Jude, regala l’interpretazione di un genitore che, come i protagonisti, reca con sé valori e difetti.

Hungry Hearts è dunque una storia semplice per quanto può esserlo raccontare il confronto fra due persone con ideologie differenti, ognuna convinta di essere nel giusto. Saverio Costanzo realizza un titolo non per tutti e non privo di difetti, ma le cui chiavi di lettura possono attrarre lo spettatore avvezzo a storie più intime, pronto a mettere in questione ciò che solitamente si darebbe per scontato, facendo affidamento sui propri pregiudizi e sul proprio pensiero. Leottime interpretazioni del cast aggiungono un elemento di verità indispensabile per il tipo di film e fanno da contrappeso alla smaniosa voglia di Costanzo di far sentire il suo contributo alla regia, che rischia di spezzare l’incantesimo. Non prendere la lotta fra i due genitori come una gara è la chiave per godere del film, che non vuole dare essenzialmente risposte alla fine, ma preferisce minare le convinzioni di chi guarda nella speranza di far sorgere considerazioni nuove e magari sorprendenti.

Manuel Fiorentini, da “mistermovie.it”

 

 

Dopo l’adattamento del best seller “La solitudine dei numeri primi”, sorta di parentesi commerciale in una carriera segnata da scelte non compromissorie, per il suo quarto film Saverio Costanzo ripristina il rigore che avevamo riscontrato in corrispondenza dei suoi primi passi e firma, in trasferta Usa (ma la produzione è interamente italiana), un tesissimo dramma familiare, aperto tuttavia da una sequenza comica.
È un maleodorante bagno pubblico di un ristorante cinese, dove rimangono incastrati, il luogo in cui nasce la storia d’amore tra l’immigrata italiana Mina (Alba Rohrwacher) e l’ingegnere statunitense Jude (Adam Driver). Se i toni, nel prosieguo della pellicola, vireranno irreversibilmente, la chiusura fisica dell’ambiente in cui la vicenda prende il via si tramuta presto, come vedremo, in un’opprimente senso di claustrofobia.

La passione travolgente conduce la coppia a una gravidanza non voluta, a un matrimonio frettoloso, e all’abbandono del lavoro in ambasciata per Mina, che presto avverte le prime avvisaglie di un’ossessione inedita, o quanto meno sconosciuta al novello sposino e al pubblico. La ragazza, allarmata da un ricorrente incubo premonitore, comincia infatti a respingere le cure mediche e, quando l’infante viene alla luce, fatica a staccarsene e pretende l’esclusiva, senza sentir ragioni, sui metodi con cui nutrirlo, su come avvicinarsi a lui, su quando portarlo all’aria aperta. La dieta rigorosamente vegana a cui lo sottopone gli preclude pericolosamente la crescita, finché il padre non decide di affrontare la situazione, prima con le buone, poi con altri mezzi più o meno legali.

Le tante sfaccettature della personalità di quest’ultimo – primo merito ascrivibile al film – restituiscono una persona in perenne ricerca del bene del bambino ma anche della moglie, un padre estremamente ragionevole al cospetto di una situazione complicatissima, un giovane uomo permeabile a una vasta gamma di emozioni, capace di divertirsi e commuoversi, adirarsi e riflettere, agire in maniera diplomatica o irosa (ma mai impulsiva). Se la caratterizzazione di Mina non è altrettanto articolata, se il personaggio non esce dalla compulsione delle sue manie e dal morboso amore cieco per il neonato (che è più un oggetto del contendere che un soggetto titolare di diritti: notare come non venga chiamato per nome), limiti differenti connotano il terzo incomodo che interviene ad arbitrare la controversia: la madre di Jude, che al matrimonio rivela di essere in cattivi rapporti col figlio e di simpatizzare per Mina. Di fronte al pericolo attraversato dal nipotino, la donna inverte la rotta, e porta infine la sua scelta di campo alle estreme conseguenze. Ma i suoi mutamenti risultano, indubbiamente, un po’ schematici.

Quello di Costanzo è senz’altro un punto di vista maschile, pure tacciabile di maschilismo: sanno di stereotipo le contrapposizioni tra la razionalità di Jude e l’irrazionalità di Mina, che non si fida dei medici ma prende sul serio i tarocchi, che non esita a convocare le autorità anziché ricercare un compromesso. È tuttavia mirabile la tessitura delle relazioni tra i personaggi, il trasferire le ossessioni da uno all’altro, il restituire il clima angoscioso con immagini anamorfiche e ubriacanti movimenti di macchina.
Ciò che manca ad “Hungry Hearts”, opera al di sopra delle aspettative che è anche un sofferto campanello d’allarme contro i rischi del fanatismo alimentare, è un colpo di coda decisivo. Ai due terzi la pellicola sembra giunta a un punto morto, e non convincono né la fuga di Mina al mare col bambino, né la soluzione della diatriba, entrambe da bignami di sceneggiatura. L’insistere sul medesimo registro alla lunga fa rischiare il comico involontario, mentre l’incapacità di trovare un finale convincente preclude al regista la possibilità di autografare il suo primo capolavoro.

Claudio Zito, da “ondacinema.it”

 

 

Può piacere o meno, ma è un fatto che il cinema di Saverio Costanzo abbia una personalità e un respiro piuttosto insoliti nel panorama italiano.
Un’estraneità di interessi, gusti, sensibilità e idee che nasce probabilmente dal lungo tempo trascorso lontano dall’Italia, in America, dove il regista è tornato a girare ambientando il film che porta in gara alla Mostra.
Hungry Hearts è tratto però da un romanzo italiano, Il bambino indaco di Marco Franzoso, così come da un bestseller nostrano era tratto anche il precedente La solitudine dei numeri primi, con il quale molti sono i punti di contatto: una narrazione sincopata, l’attitudine borderline dei personaggi, la latente mostruosità della famiglia, l’uso allegorico degli spazi, le distorsioni e le disarmonie visivo-sonore.
La storia si dipana tra ambienti che da strettissimi diventano sempre più vasti: il bagno di un ristorante cinese, un appartamentino a Brooklyn, una casa in campagna, una spiaggia. La progressione spaziale corrisponde in realtà a una regressione nella love-story tra l’americano Jude e l’italiana Mina che, da vicinissimi, si scopriranno sempre più lontani. E di mezzo c’è una gravidanza inattesa, un figlio prima non voluto e poi eccessivamente amato, l’idiosincrasia di Mina per la medicina ufficiale e le sue convinzioni in materia alimentare (è vegana) che metteranno a serio rischio la vita del piccolo.
E se Adam Driver e Alba Rohrwacher (entrambi premiati a Venezia) ci restituiscono perfettamente e tormentosamente due personalità a loro modo “malate” – che a un certo punto Costanzo deforma col grandangolo – ma degne di misericordia, è il mondo in cui si muovono i personaggi – e da cui i personaggi verranno inghiottiti – a rivelare una faccia anche più folle e sinistra.
Costanzo lavora per accumulo, costruendo un’atmosfera morbosa e opprimente che sembra nutrirsi dei cattivi pensieri dei due protagonisti (e viceversa).
Hungry Hearts è un melo’ denso di suggestioni horror e di tracce psicanalitiche, che rivela un’attenzione alla messa in scena e una disinvoltura musicale che a tratti sfiorano il ridicolo.
Certe prese di posizioni faranno discutere (i vegani sono avvertiti, ma non solo), ma al regista non si può contestare il coraggio e la libertà espressiva.
Autentico cinema del disagio.

Gianluca Arnone, da “cinematografo.it”

 

Jude è americano, Mina è italiana. S’incontrano per caso a New York. S’innamorano, si sposano e presto avranno un bambino. Si trovano così in poco tempo dentro una nuova vita. Sin dai primi mesi di gravidanza Mina si convince che il suo sarà un bambino speciale. E’ un infallibile istinto di madre a suggerirglielo. Suo figlio deve essere protetto all’inquinamento del mondo esterno e per rispettarne la natura bisogna preservarne la purezza. Jude, per amore di Mina, la asseconda, fino a trovarsi un giorno di fronte ad una terribile verità: suo figlio non cresce ed è in pericolo di vita, deve fare presto per salvarlo. All’interno della coppia inizia una battaglia sotterranea, che condurrà ad una ricerca disperata di una soluzione nella quale le ragioni di tutti si confondono.
Già presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, e vincitore di due Coppe Volpi, Hungry Hearts segna il debutto “americano” di Saverio Costanzo con una storia drammatica, ambientata a New York, di due giovani sposi, Mina(Alba Rohrwacher) e Jude (Adam Driver), e del loro bambino, che una veggente ha predetto essere speciale, tanto da portare la madre ad essere ossessivamente preoccupata per la sua salute, impedendogli di crescere come dovrebbe. Il piccolo viene nutrito, infatti, con un regime alimentare vegano: un’astinenza forzata che secondo Mina porta alla purificazione del corpo, ma che Jude non tollera. All’interno della coppia inizia così una vera e propria battaglia alla disperata soluzione per il bene del bambino.

Dopo La solitudine dei numeri primi, il regista torna ad esplorare il malessere esistenziale, basandosi sul romanzo Il bambino indaco di Marco Franzoso. Il suo film è un thriller su una realtà quotidiana, quella di una madre che cerca di proteggere il suo bambino da un mondo sporco e nebuloso, ma le sue ragioni finiscono per diventare una malattia ossessiva che rendono la maternità problematica. La vita della donna è unicamente centrata su quel figlio che ribadisce essere suo, tanto che il marito viene praticamente annullato da ogni attività genitoriale. Quando Jude vede che il bambino sta rischiando la vita, lo porta a vivere da sua madre, mettendo in atto un vero e proprio rapimento. Il film prende poi una piega horror dopo una girandola di disperazione e rabbia, sentimenti che ognuno dei personaggi vive in difesa del proprio amore nei confronti del piccolo.

Hungry Hearts è un esperimento interessante ed intrigante soprattutto nella parte iniziale, quando descrive l’amore estremo di Mina per suo figlio e il contrasto sempre più acuto tra i due genitori; mentre la seconda parte sembra maggiormente manipolata dalla coproduzione americana, che ne impedisce l’articolazione di un finale più rischioso. A parte questo, il regista riesce a creare un senso di inquietudine in maniera trasversale, per far riflettere su un tema, quello dell’universo “organic”, di cui spesso si praticano abusi incoscienti: anche da parte di una madre, che con la sua scelta di vita radicale, rischia di fare male al suo bambino.

Gloria Paparella, da “storiadeifilm.it”

 

 

 

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