Gone Girl – L’amore bugiardo

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Lontano dalle ambizioni lucenti della Grande Mela, nella tranquilla vita da ceto medio silenzioso del Missouri, David Fincher celebra l’ultimo capitolo della crisi americana. Dopo la caduta del mito della felicità, la recessione economica, la perdita dei sogni di gloria e del lavoro più amato, a far da contraltare a una vita piena di delusioni resta solo un miraggio utopico: quello del matrimonio come status sociale e individuale, il raggiungimento di un equilibrio sentimentale che possa ripagare il fallimento in ogni altro campo.

Ma il decadimento del quarantenne newyorkese non conosce freni o limiti e Gillian Flynn, autrice del romanzo “Gone Girl” e della sceneggiatura di questo intricatissimo giallo messo in scena sotto la luce naturale del sole di campagna, lo sa talmente bene che quasi si intravede del sadico compiacimento nel fotografare il disfacimento totale dell’istituto dell’unione fra marito e moglie. Il matrimonio di Nick e Amy, infatti, si sfalda lentamente, dopo un accumulo di frustrazioni e antipatie reciproche, fino a deflagrare in un reflusso di odio violento, fino al desiderio di annientare l’altro.
Fincher, giunto così al suo decimo lungometraggio, trova pane per i suoi denti. Ormai, la parte finale della sua carriera, se si eccettua la superflua scorribanda “svedese” nel riadattamento del bestseller di Stieg Larsson, è tutta puntellata di pellicole che fanno della dissimulazione un elemento cardine imprescindibile. L’autore di solide opere mainstream è diventato negli anni, sempre più, un ardito sperimentatore di linguaggio cinematografico, un avventuroso cineasta capace di mettere in scena qualcosa, per poi rinnegarlo, rimetterlo in discussione, fino a capovolgerne il senso lungo il corso della narrazione, fino a lasciare lo spettatore pieno di dubbi, di incertezze sull’essenza stessa del film che ha visto.

Nella confezione formale con cui ci viene presentato, “L’amore bugiardo” (questo il titolo italiano) ci sembra un thriller classico, fatto di rivelazioni che vengono alla luce poco a poco, una scomparsa su cui indagare, dei sospetti da sciogliere e una verità definitiva da accertare. Ben presto, però, il racconto si sdoppia: al giallo incentrato sui sospetti di colpevolezza per la morte della moglie che cadono sulla testa del fedifrago Ben Affleck, si affianca la voce fuori campo di Rosamund Pike, moglie scomparsa ma con diverse verità nascoste nell’abitacolo di una macchina.
Ed è così che, come una macchia d’olio che si allarga su una tavola e che confonde l’occhio che cerca di ridefinirne la forma e l’estensione, il racconto di Fincher si fa tentacolare, labirintico, polifunzionale: c’è un acuto accenno alla potenza dei media in fatti di cronaca nera provinciale, con l’inevitabile perverso intreccio fra la necessità di “usarli” da parte dei protagonisti negativi e la voglia di emettere sentenze anticipate da parte di chi tenta di sfuggire alla monotonia della quotidianità; c’è l’intervento della legge americana, come spesso accade nella realtà pasticciona e desiderosa di correre a conclusioni affrettate, attraverso indagini disordinate, confuse e poco coordinate tra i vari enti che le portano avanti; e c’è poi la messa in scena del sentimento di ipocrisia che tiene vivo il matrimonio, come centro aggregatore di interessi molto terreni, che si tratti di necessità sessuali o bisogno di sicurezza patrimoniale, gli sposi sono legati a doppio filo.

Le teorie della Flynn trovano nello stile glaciale e compassato di Fincher l’ideale contraltare cinematografico. Ma il regista di “Fight Club” ci mette del suo, come dicevamo, nello stimolare lo smarrimento indotto dello spettatore. Come accadeva anche in “The Social Network”, ma soprattutto in “Zodiac”, Fincher mischia il registro narrativo teso e cupo a sprazzi di commedia grottesca che strappa più di un sorriso. Una scelta che spiazza, stranisce, ma che alla lunga paga: il suo racconto non è mai appianato, mai prevedibile, non c’è un solo momento in cui il livello della tensione rischia di scemare.
Certo, nell’ultima mezz’ora, senza svelare l’esito del thriller, il plot si perde fra troppi sentieri aperti, alcuni meccanismi che dovrebbero rendere a prova di qualsiasi contestazione la costruzione del mistero si inceppano visibilmente (non stupitevi e non sentitevi gli unici a porsi alcune domande sull’incongruenza di alcune svolte narrative), ma resta negli occhi e nel cuore il talento di un autore ambizioso che, pur parlando a un pubblico molto vasto, rispettando tutti gli stilemi della tradizione blockbuster hollywoodiana, non rinuncia mai a un suo personale ragionamento sulle possibilità più nascoste dell’arte della narrazione cinematografica.

E in chiusura, meritano un accenno i riconoscimenti individuali. In primo luogo la premiata ditta Trent Reznor/Atticus Ross, alla loro terza colonna sonora per Fincher, capaci di assecondare ormai alla perfezione proprio quel curioso alternarsi di mystery e commedia, amplificandone gli effetti emotivi. E in secondo luogo, e soprattutto, sottolineiamo la prova enorme di Rosamund Pike, biondissima e algida come sarebbe piaciuta a Sir Alfred Hitchcock, in grado di modificarsi nel look e nell’espressività, di scena in scena, in ossequio all’inafferrabilità della personalità di Amy. Una prova maiuscola che inquieta e strappa applausi.

Giancarlo Usai, da “ondacinema.it”

 

Ben Affleck e Rosamund Pike sono i protagonisti di L’amore bugiardo – Gone Girl: David Fincher crea un nuovo grande affresco degli istinti mascherato da film di genere, uno sguardo verso l’interno che assume le caratteristiche del gioco per adulti, in una moltitudine di umori, shock e subdoli piaceri perfettamente orchestrati.

Una donna scomparsa, il marito sotto accusa, mentre presunzione ed apparenza si rarefanno: di chi è il piano di cui stiamo vedendo l’attuazione? Dei circuiti senza via d’uscita, nuovamente, condizione umana insieme (con)dannata ed ammaliante, in cui attraverso il giallo, il thriller, il non-detto, il cinema-marchingegno degli umani come topi nel labirinto, le anime sporche trovano modo di accettarsi. Come per Seven, Zodiac o Millennium: l’ipotesi risolutiva è uno sguardo all’abisso, dell’eco del reale, del rapporto di causa/effetto rappresentato millimetrico e fitto di particolari e precisione, capaci di risultare appaganti nel loro dipingere un’angoscia già digerita e nel cinema da descrivere, abbracciare, afferrare e trasformare in un’architettura a perdita d’occhio. Come per Fight Club, The Social Network o The Game: burattini e fili nati dal tumulto personale in un’opera a metà tra l’esplorazione interiore e la ragnatela cinematografica.

Il matrimonio, i casi mediatici, l’investigazione, la menzogna, se stessi: galere limpide e plateali, dal doppiofondo diabolico e patetico, fatte danzare facendo scivolare una sull’altra menzogna e verità mentre l’assunto base del cinema di Fincher qui è capace di ridarsi completamente e confermarsi, passando per l’eleganza del suo digitale (ancora più raffinata che in precedenza) e i suoi angoli gelidi e fagocitanti, attraverso i colori del malessere e ritmi tesi ed insieme cullanti, interminabili e morbidi tappeti rossi in preparazione per le esplosioni in cui i personaggi raggiungono il proprio apice.

Gone Girl parte e prosegue in puro stile Fincher, per poi divenire uno dei suoi migliori para-investigativi ed infine molto di più. Piani (come progetti, come rappresentazioni) si intersecano sbilenchi e perfettamente stabili. Forse stimolato dall’esperienza di House of Cards, il regista riesce ad intrecciare più linee narrative, aggiungendo plot al plot, cambiando registro, intenzioni, prospettiva, condizioni e regole, moltiplicando i campi di gioco: materiale da scrutare e sguardi da cui essere intimoriti prima, tensione nuda e violenta poi, uniti sulla sommità di questo sontuoso castello di carte a prova di terremoto, in cui il grottesco svetta su ogni cosa, protettore di ogni angoscia, mentre un primo film diventa un secondo, e poi un terzo, con la paura cangiante e la curiosità sempre più ambigua.

Un risata sardonica dà il là alla pace dopo averci trascinato attraverso i generi, e la sensazione è quella che solo le allegorie e caricature migliori danno: Gone Girl è una commedia che impariamo a capire solo ad un certo punto, ma che probabilmente ad una seconda visione sarebbe capace di farci ridere fin dalla prima scena. L’amore bugiardo non finisce, ma ricomincia come un film diverso, da rileggere da capo, con le farfalle nello stomaco finalmente liberate.

Alessandro Tavola, da “farefilm.it”

 

La mattina del suo quinto anniversario di matrimonio l’ex-romanziere Nick Dunne (Ben Affleck) segnala alla polizia la scomparsa della moglie Amy (Rosamund Pike), affermata scrittrice di libri per bambini. Le circostanze sono però sospette e non solo il detective Boney (Kim Dickens) ma l’intera comunità di North Carthage, Missouri, si convince presto della colpevolezza di Nick. Niente, tuttavia, è come sembra.
Mentre i primi rumors su un eventuale seguito di Uomini che odiano le donne cominciano a circolare in rete, Gone Girl, l’ultima fatica di David Fincher, fa il suo debutto nelle sale americane, accompagnata dagli elogi della stampa. C’è chi, come il critico di Indiewire Eric Kohn, lo ha battezzato miglior film dell’anno, e senza dubbio l’adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Gillian Flynn (anche sceneggiatrice) è uno dei titoli più difficili da recensire senza incappare nel famigerato demone dello spoiler di zerocalcariana memoria. Fedele al romanzo di partenza ad eccezione del finale (modificato per mantenere vivo l’interesse dei lettori dell’originale), lo script di Flynn procede infatti secondo la traiettoria del neo-thriller più tradizionale soltanto nella sua prima parte, per offrire poi agli ignari spettatori un inaspettato coup de thèatre in grado di sconvolgere ogni aspettativa. Confermatosi maestro del genere fin dagli anni ’90 con Seven e The Game, Fincher accoglie la sfida di dirigere non uno ma due film in uno, confezionando un thriller dalle linee pulite e dal ritmo implacabile, se non il migliore certamente il più ironico e paradossalmente più divertente dei suoi film. Robin Collins su The Telegraph lo ha definito, a ragione, “David Fincher in fun mode”, e a dispetto della sua carica inquietante, Gone Girl offre al regista di culto l’occasione di prendersi meno sul serio e ritrovare il black humour caro agli estimatori di Fight Club. Le performance stranianti di Ben Affleck e Rosamund Pike (strepitosa nel ruolo camaleontico di femme fatale/mantide religiosa) si conformano infatti alle convenzioni di genere  “marito insoddisfatto e sospetto, moglie-vittima e sottomessa” soltanto finchè la trama lo richiede, per spingersi progressivamente al limite dell’assurdo nel corso dello scioccante secondo atto del film (con derive splatter da antologia).

Interessato a sconvolgere le aspettative del suo pubblico non solo nei termini della struttura narrativa e, in maniera più ambiziosa, della struttura ontologica del film (in Gone Girl come in Seven la verità è sotto ai nostri occhi mentre siamo continuamente spinti a guardare altrove), Fincher lavora in modo ammirevole anche a livello delle aspettative di gender. Ad un cinema tendenzialmente dominato da uomini, Fincher inizia infatti a preferire il trattamento di personaggi femminili dalla personalità imponente (Lisbeth Salander in testa), le cui controparti maschili soccombono al confronto (perfino quando, e Nick Dunne ci prova con tutte le proprie forze, sembrano aver registrato una significativa vittoria). La donna, diabolica e intelligentissima, si erge al di sopra del maschio con furia vendicativa, e se Fincher offrisse allo spettatore almeno un personaggio verso cui provare una sincera e continua empatia, forseGone Girl non sarebbe poi tanto interessante. E più nessuno è incolpevole; la misoginia confessa di Nick Dunne, incarnata dalla performance violenta ma anche volutamente instupidita di Ben Affleck, provoca lo spettatore più sensibile, per poi lasciarlo nella scomoda posizione di dovergli dare ragione. Nella sua parabola caustica del giogo coniugale, Fincher ribalta senza pudore le possibilità di identificazione spettatoriale, ponendosi al tempo stesso una domanda particolarmente scomoda: e se considerassimo per una volta l’uomo nella posizione della vittima? E se la donna fosse veramente un essere demoniaco? Gli indovinelli creati da Amy per la sua caccia al tesoro matrimoniale non sono allora soltanto espedienti diegetici ma rimandano in modo più ampio alla dinamica di gioco instaurata da Fincher con la sua audience. L’andamento volutamente criptico del film sembra dunque testare la resistenza ma anche l’intelligenza dello spettatore, cui viene costantemente richiesto di capire da che parte stia la verità, chi, cioè, in questo gioco al massacro di coppia, sia il gatto e chi il topo. Nel tentativo di tradurre per il cinema la costruzione meta-letteraria dell’originale (il diario come libro nel libro, lo scrittore come figura appunto “meta”), Fincher costruisce sul romanzo di Flynn un trattato cinematografico sulla natura terrificante del matrimonio. Sostenuto dal montaggio ad arte di Kirk Baxter (per la prima volta in dieci anni senza il fedele partner in crime Angus Wall), Gone Girl si adopera infatti a svelare, strato dopo strato, la fragile impalcatura di menzogne e risentimenti che costituisce l’esoscheletro instabile dell’unione matrimoniale. Odio reciproco e calcolata follia germinano all’interno della prigione domestica per dare infine sfogo a sentimenti sopiti, che conducono all’eccesso la frustrazione sia maschile che femminile per l’indifferenza o la pressione coniugale. La fotografia di Jeff Cronenweth, come una firma sul quadro fincheriano, sigla nuovamente la fascinazione per le cromie fredde e gli interstizi più cupi della psiche umana, a cui la luminosità eccessiva e dunque artefatta del tranquillo sobborgo di provincia si accosta in modo ancor più inquietante. Alla loro terza collaborazione con Fincher, Trent Aznor e Atticus Ross dei Nine Inch Nails offrono anch’essi adeguato sostegno sonoro alle atmosfere disturbanti della vendetta coniugale. Il matrimonio è una trappola, un incubo da cui è impossibile uscire o da cui non si vuole uscire, Fincher, in quanto Fincher, non offre risoluzioni, e l’impianto formale del suo cinema ne conferma le intenzioni: forse non c’è mai stata nessuna verità, tutto è inganno, macchinazione, una messa in scena ad uso e consumo delle telecamere. Il romanzo di Flynn, e il film di Fincher con esso, offre infatti un ritratto spietato e veritiero del circo mediatico che assale senza scrupoli vittime e carnefici di eventi di cronaca, e che, modellando giudizi, forzando i fatti, produce un ritratto falsato del reale, in cui chiunque può diventare eroe o mostro, a seconda della sua capacità di prestarsi alle lusinghe del piccolo schermo e dei suoi spettatori. Come un Alfred Hitchcock contemporaneo, Fincher conferma ancora una volta l’efficacia del proprio cinema nel plasmare le reazioni del pubblico con le tecniche prima disorientanti, ma infine perfettamente motivate, della suspense e dello sconvolgimento del reale: l’ennesima critica all’assurdità dell’esistenza umana nell’era della sua riproducibilità  tecnica, sia essa anarchica e terroristica (Fight Club), schiava dell’interfaccia digitale (The Social Network) o risucchiata dall’ossessione morbosa per le vite degli altri.

Fulvia Massimi, da “storiadeifilm.it”

 

Era da ben tre anni che David Fincher non si faceva vedere sul grande schermo con uno dei suoi grandi successi, impegnato nella produzione e nelle riprese di un altro clamoroso successo, questa volta non cinematografico, bensì televisivo, ossia House of Cards – Gli intrighi del potere. Con Fincher c’eravamo dunque lasciati con il bellissimo Millennium – Uomini che odiano le donne, remake americano dell’omonima versione cinematografica svedese. Inoltre, l’anno precedente il regista aveva realizzato un’altra meravigliosa pellicola sulla storia di Facebook e del suo creatore Mark Zuckerberg, The Social Network. Insomma, tutto questo per dire che un film firmato da David Fincher mancava a molti, ai cinefili più incalliti, ai veri intenditori e anche a una grossa fetta del pubblico giovanile, rimasto entusiasta di Fight Club (1996).

Il pluripremiato regista di Seven “resuscita” e si palesa ai suoi spettatori conGone Girl – L’Amore Bugiardo, in cui figurano come protagonisti Ben Affleck (Argo, To the Wonder) e Rosamund Pike (La morte può attendere, Orgoglio e pregiudizio) nel ruolo dei coniugi Nick e Amy Dunne. Il film è tratto dall’omonimo romanzo di Gillian Flynn, che cura, peraltro, la sceneggiatura della pellicola.

Dopo cinque anni di matrimonio, il rapporto tra i coniugi Nick (Ben Affleck) e Amy Dunne (Rosamund Pike) incomincia a incrinarsi. La mattina del loro quinto anniversario Amy scompare misteriosamente, lasciando un vuoto nel cuore del marito e nella loro bella casa nel Missouri. La polizia inizia a indagare su Nick, sospettato di aver fatto sparire e ucciso, con l’aiuto della sorella Margot, la moglie per coprire la sua infedeltà coniugale. Agli occhi del detective Rhonda Boney (Kim Dickens) e dei mass media Nick non può che essere il colpevole. Ma la storia non finisce qui.

Con Gone Girl – L’amore bugiardo, Fincher confeziona un algido e raffinatissimo thriller psicologico sul rapporto matrimoniale e sull’estensione di quest’ultimo all’interno della società, in questo particolare caso di quella americana. Le sue inquadrature, di una precisione chirurgica, riassumono in loro stesse il messaggio ultimo del film: dietro all’apparenza si cela il nulla. Ed ecco, dunque, che le prime inquadrature del vicinato e di casa Dunne, apparentemente prive di significato, assumono, invece, grande importanza una volta terminato e compreso il film. Esse, in realtà, sono un enorme indizio su quanto potrà accadere durante lo svolgimento della storia, che, per l’appunto, confluirà in una riflessione sull’inconsistenza dei rapporti sentimentali e sulla comprensione viscerale della realtà umana, ridotta a un mero show televisivo in cui non conta più quello che sei ma quelli che dici e come ti presenti a quella massa degli stolti di cui persino Platone parlava ne Il simposio.

In quest’ottica s’inserisce anche la feroce critica che il regista rivolge al mondo della televisione e, in particolare, dei mass media. Fincher mostra aspramente come i giornalisti, i presentatori tv e gli show men siano totalmente disinteressati alla verità e, anzi, la distorcano per raggiungere una maggiore visibilità e un più ampio consenso tra il pubblico. E’ ovvio come questo discorso, nel film circoscritto alla sola società americana, sia facilmente estendibile alla società contemporanea in generale, costituita da squallidi individui e fagocitrice di false apparenze e vuoti discorsi.

Michelangelo Mengoli, da “justnews.it”

 
Amy e Nick sono sposati da cinque anni. Belli, colti e ammirati, hanno lasciato New York per la provincia, dove la loro relazione languisce e l’ostilità cresce. Dietro di loro la crisi economica che ha messo in ginocchio l’America e interrotto le loro carriere, davanti a loro nuvole nere che minacciano tempesta e guai, grossi guai. Licenziati dalle rispettive redazioni e dalle rispettive ambizioni, Amy e Nick provano a ricostruirsi una vita nel Missouri. Casalinga annoiata e paranoica lei, proprietario di un bar che chiama The Bar lui, la coppia scoppia il giorno del loro quinto anniversario. Amy scompare senza lasciare tracce, se non il suo sangue versato e ripulito in cucina, un tavolo rovesciato in salotto, un diario che non tarderà a essere ritrovato e un marito apatico che fatica a realizzare la sua condizione. Perché i vicini, i media, la polizia e tutti quelli che lo stanno a guardare sono davvero convinti che sia stato lui ad uccidere Amy.
A un primo sguardo Gone Girl sembra una corsa contro l’evidenza. Una corsa per scoprire le ragioni della sparizione di Amy e per dimostrare la colpevolezza di Nick. Perché lui ha tutta ‘l’aria’ del colpevole. Almeno per la polizia, che cerca indizi e accumula prove, per l’anchorwoman più famosa d’America, che sottopone a un’analisi impietosa la sua vita, per i vicini, che giurano al solito di aver visto e sentito, sicuramente per Amy, che gli ha dichiarato guerra prima di scomparire, formalmente per David Fincher, che orchestra nel tempo di un’ora un thriller meticoloso, un gioco di piste, di cinismo, di follia, di fragore mediatico, di illusione romantica. Ma poi, nell’ora e mezza restante, l’autore ridistribuisce le carte e avvia un nuovo film, una commedia esistenzialista e bicefala che alterna i punti di vista e rivela, dietro la messinscena para-hitchcockiana, il grado zero di una coppia e di un matrimonio dominato dalla paura, il sospetto, il tradimento, il rimorso, la rivalsa. Come la protagonista di Kim Novak anche Amy vive due volte. La bionda (e ideale) spirale dei suoi capelli nel prologo diventa segno del film e tono del film. Accarezzata dallo sguardo di Nick, la testa di Amy dissimula cose che lui vorrebbe talmente conoscere che si decide ad aprire la ‘scatola’. L’ultima volta che un protagonista di Fincher ha guardato sul fondo della scatola è stato in Seven, un noir cupo di cui Gone Girl replica il gusto per la messa in scena, la scelta cromatica e l’iniziazione alla verità attraverso la creazione di un mondo parallelo. Un delirante disegno che pone il protagonista di fronte alla necessità di compiere una scelta precisa e irreversibile, una scelta traumatica che gli (ri)apre gli occhi. Per Fincher la strada verso la realtà sperimenta sempre la violenza ed è segnata dal sangue, dalle ferite, dai lividi, quando non dalla morte. Amy e Nick sono come ogni altro personaggio di Fincher figli del loro tempo. A ribadirlo è il regista di The Social Network, una tragedia geek che insieme a Gone Girl dice di noi e della nostra esistenza passata a costruire un’immagine pubblica conveniente. Nella rete (sociale), nella vita reale, nel matrimonio. Amy e Nick fingono superbamente di non vedere che il loro piacere narcisistico è compreso nello sguardo degli altri, nello sguardo di chi li osserva, figuranti frustrati dalla loro felicità senza nubi. Ma alla maniera dei film di Fincher, Gone Girl interrompe la narcosi interiore dei suoi protagonisti, facendo saltare lo schema logico e le previsioni facili, diventando gioco interattivo, dove il presunto assassino diventa vittima e la vittima si fa carnefice, dove c’è solo il male, di vivere e di guardare. Gli spazi dell’innocenza, in quel luogo mentale che è la città per Fincher, sono ristretti e affondano senza remissione chi pensava di (ri)costruire. L’ambiente domestico e il quartiere residenziale immacolato, facciata edificata sopra le rovine di un centro commerciale e della crisi economica, correlano le manie dei protagonisti, interpretano la loro psicologia, illustrano la morbosa estetica della malattia, del decadimento, dell’illusione a cui non sfugge nemmeno il matrimonio con la sua pretesa di durare per sempre. Come desidera diabolicamente Amy, che prosegue il discorso di Fincher sull’emancipazione (e libertà) femminile dopo l’amica di Mark Zuckerberg, che rifiuta la sua ‘amicizia’ (The Social Network) e l’eroina di Stieg Larsson, che si vendica del suo aguzzino e diventa elemento destabilizzante del liberalismo patriarcale (Millennium). Con Amy, corpo rigido e insensibile, la donna si fa mistero angosciante, pronta a ottenere il suo potere a ogni costo e con ogni mezzo, compreso quello di invischiare la preda in una tela di ragno camuffata da felicità coniugale. Assenza mai così presente e rivelazione bionda dentro un valzer di mostri di cui segna il passo, Rosamund Pike è la perfetta antagonista di Ben Affleck, abbagliante e (im)perturbabile, che trova l’epifania in un sorriso e l’attore dentro il riscatto di un personaggio assimilabile al suo. Trasposizione del bel romanzo di Gillian Flynn, che sceneggia il film, Gone Girl è testimone e giudice di quello che siamo veramente, al di là di tutte le apparenze e della capacità di costruire e abitare un teatro della mente. Teatro in cui si mettono in scena Amy e Nick, fatti davvero l’uno per l’altra, sovrani effimeri e officianti radiosi di una cerimonia barbara, dove i ‘fedeli’ scattano selfie e contemplano soddisfatti la propria immagine sul telefonino. Dopo aver compreso che in fondo anche per gli altri la felicità è una bufala.

Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

 

Non foss’altro che per quello spazio di inattività durato cinque anni, tra il 2002 e il 2007, la carriera di David Fincher può riassumersi un prima di Zodiac e in un dopo Zodiac. O, volendo, in un prima Panic Room e in dopo Panic Room.
Dal film che raccontava le vicende del killer dello Zodiaco in avanti, infatti, Fincher è andato raffinando uno stile che, esteticamente, si è fatto via via più stilizzato, architettonico e ardito nella sua meticolosità tecnica e nella sua precisione chirurgica e asettica; e che al tempo stesso lavora con testarda  tenacia su un cuore aperto e vibrante, che è quello di una natura umana in costante tensione tra pulsioni intime e sociali discordanti, e quindi in continua ricerca di un’identità, di un posizionamento, di una Verità.

Anche alla base di Gone Girl ci sono quella tensione e quella ricerca, ci sono le duplicità e le ombre, gli slanci e i condizionamenti sociali: c’è quella drammatica e nichilista visione del progresso individuale, collettivo e amoroso che mette di fronte all’impossibilità di rinunciare alla maschera di sé poiché sotto la maschera non c’è nulla, e il Vero, se non inconoscibile, di certo è irraggiungibile.
Fincher prende la storia di una coppia, le storie che la compongono, e le intreccia ulteriormente dopo averle frantumate, complicandone la struttura, sovrapponendo spazi e tempi perché gli unici spazi e tempi realmente percepibili sono quelli della narrazione: di sé, di un amore, di un crimine o di un film.
Così facendo disseziona identità che da singolari si fanno collettive, favorendo l’aderenza dei frammenti di Nick e Amy con quelli di noi spettatori, che in questo modo ci vediamo rispecchiati, noi e le nostre vite e i nostri amori e i nostri peccati, in una galleria di specchi che restituisce la confusione complessa del reale quanto più la distorce con gli strumenti del racconto.

Perché Fincher, grande romanziere del cinema contemporaneo, non dimentica mai l’importanza della storia e dei personaggi, e rende il loro portato simbolico e metaforico subordinato a loro, e non il contrario: questo fa di Gone Girl un thriller di grande godimento, ma anche un film che ferisce e sgomenta. Perché gli orrori e le perversioni dell’animo umano che racconta han poco da invidiare a quelli di Millennium; perché l’ansia di affermazione sociale e la rapacità e la solitudine che comporta sono le stesse di The Social Network; e l’amore si dimostra altrettanto assurdo, impossibile e mutevole di quello di Benjamin Button.

L’incedere è quello amniotico, liquido di un incubo, come quello vissuto da un incredulo Nick, che  si sforza di far buon viso a cattivo gioco fino al momento in cui capisce che una reazione deve arrivare e che deve essere di modi e direzioni uguali e contrarie. Fincher mostra, distanzia, avvicina, confonde le acque; sempre con un’oggettività calda e partecipe, con una raffinatezza formale che ha pochi eguali, fino a condurre il suo protagonista e i suoi spettatori nell’angolo di uno scacco matto al quale non c’è possibilità di rimedio.
Se non quello di accettare l’assurdo e il crudele del mondo, viverci di fianco, stoicamente, sopportando con un sorriso forzato quando non siamo in grado di piegare, con estremi rimedi a mali estremi, a nostro vantaggio. Cercando di scrivere la nostra storia e la nostra identità nel migliore dei modi possibili.

Federico Gironi, da “comingsoon.it”

 

Nick Dunne (Ben Affleck) si appresta a festeggiare il suo quinto anniversario di matrimonio insieme alla moglie Amy (Rosamund Pike). Quella che sembra cominciare come una tranquilla giornata nella vita di coppia prenderà invece una piega inaspettata e terribilmente spiacevole. Di ritorno a casa dal suo consueto giro in quartiere, Nick scopre che sua moglie è scomparsa e lo stato in cui versa la casa fa pensare che le sia successo qualcosa di terribile. Le indagini non tardano ad iniziare e gli sguardi della polizia e dei media sono tutti puntati sullo stesso Nick.
Da un comune caso di cronaca e un quanto mai abusato espediente cinematografico, prendono la parola Gillian Flynn e David Fincher, rispettivamente autrice del romanzo “L’Amore Bugiardo” e regista della pellicola, presentata in anteprima nazionale al Festival del Cinema di Roma dopo il grande successo riscontrato in patria.
Osservando con gli occhi di chi si trova ad approcciare per la prima volta una storia senza aver letto il materiale originale, è impossibile negare il fascino che emana Gone Girl (e che ha esercitato sul sottoscritto) attraverso il suo potere in pellicola. A partire dal quell’ombra mistero che aleggia negli abituali eventi di cronaca, si dirama una tale rete di emozioni, tensione, dubbi e un così forte scontro di personalità che lo spettatore non potrà che ritagliarsi un attimo di respiro per metabolizzare l’enorme flusso di input trasmesso dal film. La sensazione che pervade all’uscita dalla sala è quella di aver assistito ad un qualcosa di imponente e articolato nel tempo, e questo non è dovuto soltanto alla rispettabile durata di 149 minuti e al graduale e oggettivo influsso della vicenda, ma anche al gran numero di sottotesti e di virate a sorpresa che fanno dell’opera di Fincher uno dei prodotti più stimolanti, attraenti e meglio costruiti del 2014.
Due identità così ben evidenziate, quelle di Nick ed Amy (ma anche della sorella gemella di lui, come dei genitori di lei), da portarci a credere che tutto sia possibile. Un matrimonio che comincia nel migliore dei modi e unisce due esseri umani che sembrano destinati a stare insieme nelle auspicabili prospettive di un roseo futuro. Entrambi belli, ricchi e intelligenti, vengono mostrati dal regista nei loro momenti migliori attraverso una serie di romantici flashback estrapolati direttamente dalle pagine del diario di Amy. Da un’elegante e stratificata dimensione come quella di New York ad un quieto scenario di provincia, ecco che qualcosa sembra incrinarsi e nelle varie analessi cala un velo di tensione e di timore nei confronti della minaccia che la figura di Nick rappresenta tra le mura di casa. La crescente paura di Amy si sposa perfettamente con la limpida e crepuscolare fotografia di Jeff Cronenweth (Fight Club, One Hour Photo) il quale, come un freddo manto, avvolge le storie dei protagonisti e delle figure più o meno marginali che gli orbitano attorno, fondendoli insieme quasi fino a diventare un’unica entità: una comunità che si nutre del dolore per una persona scomparsa e della visibilità mediatica che tale sparizione gli conferisce, al fine di rivendicare il proprio ruolo nel mondo ed uscire meno provata da quella nube di crisi economica e ideologica avvolta nella sua ombra in sottofondo.
Ben Affleck ci regala, senza alcun dubbio, una delle prove recitative migliori (o forse la migliore) della sua carriera ed è abile nel trasmettere una venatura di ingenuità e infantilismo al suo personaggio (sorrisi di troppo, foto in compagnia delle fan, interrogatori della polizia presi sotto banco), tanto da attirare su di sé sempre maggiori sospetti. L’incredibile performance di Rosamund Pike emana una fragranza da ‘Oscar’, nella sua algida quanto sensuale bellezza che non sarebbe passata inosservata nemmeno al maestro del brivido Alfred Hitchcock. Impossibile entrare nel dettaglio, senza correre il rischio di svelare dettagli intriganti della pellicola, ma difficilmente saremo in grado di cancellare dalle nostre menti l’ideale femminile a cui la fascinosa attrice londinese ha dato vita.
Tanta è la materia affrontata e plasmata da Fincher, che il film necessitava obbligatoriamente di una solida e chiara struttura architettonica. Meticoloso ed accurato, il cineasta di Denver si riavvicina allo stile adottato nel giornalistico Zodiac e, scandendo il trascorrere dei giorni e delle indagini per non confondere il pubblico (a partire dal fatidico “the day of”), mette in evidenza quattro atti ben precisi che si distinguono per atmosfere e tematiche. Mentre inizialmente la mano del regista focalizza l’attenzione dello spettatore sulla coppia in questione e sulle fondamenta che ne reggono la relazione, man mano che la vicenda procede, il tema dell’influenza dei media e del giudizio che il pubblico da casa riserva per la celebrità del momento si fa sempre più forte. Costantemente appeso al gancio di una bilancia invisibile, Nick si ritroverà a dover valutare attentamente ogni sua singola mossa o parola pronunciata).
E tutto questo per ritornare, infine, a concentrarsi sulla coppia, nella migliore tradizione del cinema a struttura circolare e frantumando nuovamente ogni nostra certezza accumulata fino a quel momento… proprio quando pensavamo che una semplice storia d’amore non potesse celare così tanti dubbi ed incertezze.

Giulio Burini, da “cineavatar.it”

 

Il titolo (italiano) potrebbe essere quello di un romanzetto rosa, il trailer prospetta un thriller dalle venature noir, il manifesto ufficiale (in primo piano Ben Affleck, di spalle e in piano americano, che guarda in basso mentre la sua figura è sovrastata da un minaccioso cielo plumbeo) sembra annunciare un sequel di To The Wonder di Malick. E in effetti dopo la visione si conferma uno strano oggetto questo ultimo lavoro di David Fincher, regista diseguale e ambiguo ma certamente centrale nel cinema americano degli ultimi vent’anni. Gone Girl – L’amore bugiardo è molti film dentro uno solo, e si fa fatica a dirne senza rivelare troppo, così come ad assegnargli una qualsiasi etichetta.
Tutto ruota attorno ad Amy (Rosamund Pike) e Nick (Affleck), coniugi quarantenni o poco meno, legati da una storia d’amore che dall’idillio dei primi tempi è diventata negli anni reciproca tortura, aggravata dalle strette della crisi economica. Il film si apre, nel giorno del quinto anniversario del loro matrimonio, con la scomparsa improvvisa e misteriosa di lei, che dà l’avvio a un’indagine di cui il marito diventa presto l’indiziato numero uno. A sospettare che Nick abbia ucciso Amy non c’è solo la polizia locale ma l’America tutta, pronta a linciarlo dal divano di casa mentre la tv trasmette morbosamente tutti gli sviluppi del caso. Dettagli via via più scabrosi sulle vite dei due vengono fuori, aprendo il sipario su un letale gioco al massacro in cui nulla è come si presenta a un primo sguardo.
La sceneggiatura, scritta da Gillian Flynn a partire dal suo bestseller omonimo del 2012, caso letterario negli Usa con più di sei milioni di copie vendute, mette sul piatto tali spunti e colpi di scena da rischiare il fuori giri. Thriller, commedia nera, apologo contro i mass media, instant movie sulla crisi, beffarda riflessione sulla vita di coppia, questo e altro è Gone Girl. Ma a guardare bene, al netto di qualche esitazione nella parte finale, Fincher si districa tra i cambi di registro e dà la sensazione di mantenere sempre, lungo tutti i 150 minuti, il fuoco del film, ciò che gli interessa davvero: svelare i sistemi di apparenze, multipli e contrastanti, che dominano i rapporti tra gli uomini. È come se la varietà delle situazioni e dei punti di vista messi in campo gli servisse per indagare e svelare l’intera gamma dei meccanismi della manipolazione su cui si fondano le relazioni umane nei diversi ambiti in cui si situano: nell’intimità della coppia, in famiglia, all’interno del gruppo dei pari, sotto i riflettori dei media.
Siamo pienamente dentro la politica dell’autore Fincher, che sin dal folgorante Se7en è aduso a mettere in piedi dei complessi congegni a orologeria, apparentemente perfetti, per poi smontarli davanti ai nostri occhi e indurci a riflettere – persino didatticamente – sul loro funzionamento. In Fight Club la struttura era il parto diretto di una mente malata, in Benjamin Button l’inesorabile vita al contrario del protagonista, e così via.
Qui il regista californiano arriva a indicare l’intera costruzione delle nostre identità come strutturata sulla menzogna. Ed è interessante, forse sorprendente, che il mezzo primario attraverso il quale in Gone Girl si istituisce un’apparenza, la si rende credibile e la si perpetra è, prima ancora dell’immagine, la scrittura. L’iper-tecnologico Fincher restituisce alla carta e alla penna l’analogico potere di inscenare vite, a partire dalla mirabile idea (probabilmente, invero, da ascrivere alla Flynn) di Amy come protagonista di un romanzo finto-vero scritto dai suoi genitori e ispirato alla sua vita. Quando poi la parola si fa complice dell’immagine per realizzare l’inganno, l’allegro mostruoso gioco di Fincher si compie appieno: Hitchcock, Paura in palcoscenico, docet.
Ecco ancora la parola, gioco. Quanto il regista sia interessato umanamente alle vicende dei suoi protagonisti, e non li usi piuttosto per la mera funzione che ricoprono nel suo proprio ingranaggio, rimane un dubbio legittimo. Ma questa è la natura del suo cinema, gioco astratto e mentale – forse cinico, prendere o lasciare – che si muove diverse spanne sopra le teste di Amy, di Nick e le nostre.

Armando Andria, da “schermaglie.it”

 

 

 

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