Gemma Bovery

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Leggi Gemma (Arterton) Bovery e viene in mente madame Emma Bovary. Lo pensa anche il panettiere di una ridente cittadina della fiorita campagna normanna, talmente appassionato di Flaubert da vedere in una ragazza inglese, bella e, sembrerebbe, piuttosto insoddisfatta, una specie di sosia-clone della protagonista flaubertiana. Così il panettiere Martin, quell’istrione di Fabrice Luchini tutto occhi, segue da vicino la coppia, tra il suo negozio e una vecchia casa di sasso, tra prati e boschi, tra desideri senza troppe pretese e cortesie d’altri tempi.Tratto da una graphic novel di Posy Simmonds, che aveva ispirato l’ugualmente campagnolo e tenero Tamara Drewe di Stephen Frears, sempre con la Arterton come interprete, il film di Anne Fontaine è dolcemente elegante, ha colori dolcissimi, personaggi dolci e una dolce attenzione ai sussulti del cuore (e del torace…). Non è una trasposizione di Flaubert: gli rende omaggio trasferendolo in due altre semisfere, quella della serena commedia alla francese e l’altra di un bonario umorismo britannico. Il risultato è un’anisette con una punta di whisky, un sorprendente finale beffardo e un’ulteriore appendice letteraria, stavolta tolstoiana…
Bruno Fornara, da “cinematografo.it”

 

 

La noia può essere una brutta bestia, ma se non colpisse a tappeto nelle cittadine di provincia molte avvincenti storie non sarebbero mai state raccontate, per non parlare del contributo al tasso di natalità. Un vero sotto genere è quello che racconta di personaggi non più giovani che decidono di cambiare vita abbandonando la frenesia competitiva della città per ritemprarsi nei ritmi dolci della campagna. Per Fabrice Luchini, poi, sembra diventata un’abitudine, visto che questa premessa si adatta bene non solo al personaggio che interpreta in Gemma Bovery, ma anche a quello di Molière in bicicletta. Non è l’unico déjà vù suscitato dal nuovo film di Anne Fontaine, regista capace di spaziare dall’agiografia laccata di Coco avant Chanel allo scandalo pruriginoso di Two Mothers. Anche l’altro personaggio chiave, la protagonista femminile che echeggia nel titolo, è molto simile a quello intepretato dalla stessa Gemma Arterton in Tamara Drewe.
In entrambi i casi l’arrivo in un paesino di campagna della affascinante Gemma crea scompiglio generale. Le somiglianze sono spiegate dal fatto che entrambi i film sono tratti da graphic novel scritte dalla britannica Posy Simmonds.

Francesi e inglesi a confronto, per cui aspettatevi qualche battuta sui rispettivi luoghi comuni. Fra una Normandia verdeggiante, un formaggio che si scioglie in bocca e un Calva… che è il Calva, il film si focalizza sul risveglio dei sensi di un fornaio suo malgrado, Martin: un intellettuale in prestito ai lieviti dalle buone letture con un approccio al mondo ben più parigino che campagnolo.

Martin si inventa panettiere per mantenere in vita la bottega del padre scomparso, e presto prova una adorazione erotica, seppur mentale e repressa, per la splendida nuova arrivata, venuta insieme al marito in cerca di quiete. Una musa da baguette, che permette alla Fontainedi regalarci una divertente scena di seduzione in penombra, che trasforma una dimostrazione di impastamento del pane in un vero balletto erotico.

Un film in cui la vista domina sensorialmente la scena. Il gusto del buon pane è solo una scusa per far incontrare i due protagonisti, con i continui sguardi di Martin che nutrono il film, a causa della passione così forte, seppur platonica, che arriva sconvolgergli la vita, proprio quando si era rassegnato a una routine distratta con la moglie.
Un Luchini dalla recitazione tutta increspature del viso, tutta espressiva, alla Servillo, che padroneggia da attore magistrale con infinite sfumature, tanto quanto Gemma Arterton si conferma un’arma di seduzione quasi suo malgrado, inevitabile.

Quando la serena vita coniugale nella nuova vita in campagna di Gemma inizia a lasciare posto a una passione infuocata per un ricco giovane del paese, il cognome di lei sembra sempre più essere parto beffardo del destino, con una vicenda che inizia ad avere troppe similitudini con le sventurata Madame Bovary. Martin, allora, si sente responsabile del destino della bella inglese; deve evitare che finisca tragicamente come la sua alter ego letteraria.

Nella parte conclusiva la Fontaine abbandona l’alveo rassicurante della garbata commedia maliziosa per osare un gioco di specchi nei confronti del romanzo di Flaubert, in cui deraglia ogni tanto, ma in fondo riesce a rimanere nei confini del divertissement, senza prendersi troppo sul serio, intonando un inno all’immaginazione e al potere della fantasia.

Mauro Donzelli, da “comingsoon.it”

 

 

Emma Bovary viveva in provincia, era la moglie dell’ufficiale sanitario Charles Bovary, e per scacciare la noia si diede all’adulterio. “Madame Bovary” è il capolavoro di Gustave Flaubert, è un cosiddetto classico anche se venne da subito additato come oltraggioso al buon pensare e buon costume. Durante gli anni delle scuole, per lo meno ai miei tempi, questo libro è percepito come una boccata di aria fresca. Nonostante le pagine siano cariche di sofferenza e la trama non sprizzi allegria, di fatto trasudano tensione ed erotismo, cosa che solletica non poco la fantasia degli adolescenti rendendo la lettura ben più divertente di altre imposte dai professori durante le vacanze.

“Gemma Bovery” è il nuovo film di Anne Fontaine (la regista di “Two Mothers”) e non temete se il titolo vi riporta alla memoria le pagine dedicate all’eroina di Flaubert. Anche al protagonista della nostra storia, Martin, è capitata la stessa cosa. Martin è un intellettuale parigino che si ritira in Normandia dopo aver rilevato la panetteria di famiglia. L’uomo cerca di dimenticare gli insuccessi cittadini creando baguette e altre delizie in un piccolo paese nel nord della Francia. La sua quieta routine sarà spezzata dall’arrivo dei nuovi vicini: una coppia inglese, Emma e Charles, i cui nomi (e non solo) faranno sobbalzare il nostro eroe di provincia.

L’opera è la trasposizione cinematografica della graphic novel di Posey Simmonds, autrice di un altro fumetto portato con successo in sala, “Tamara Drewe” di Stephen Frears. La storia di Gemma ha la stessa grazia che contraddistingueva quella di Tamara, l’attrice è addirittura la stessa, ma l’ambiente e il protagonista maschile sono invece presi da altra pellicola deliziosa, “Molière in biciletta”. Gemma Arterton e Fabrice Luchini formano la strana coppia, o meglio, sono i vicini di casa protagonisti di una dolce commedia, ricca di riferimenti, sorprese e ironia.

Il nuovo lavoro della regista francese è, infatti, unico nel suo genere. Cosa lo rende tale? La Normandia con i suoi colori, profumi e tradizioni; la presenza di Flaubert senza dover rileggere le sue pagine sempre attuali; la condotta dei protagonisti, così inconsapevolmente simile alle pagine del classico; il sex-appeal di Gemma Arterton; le inquadrature di Anne (Fontaine); la luce calda che rende tutto più intimo e ci porta in stanze in cui aleggia il profumo di pane; e quei dialoghi intelligenti, sottili ed eleganti che trasudano ironia e sensualità.

“Gemma Bovery” non insegna, non sfoggia conoscenza, non è snob, al contrario è un piccolo film, curato e delizioso. È come quei pasticcini mignon, tanto piccoli, quanto delicati e preziosi. È una mosca bianca che spicca nello sciame di opere chiassose che si danno battaglia al botteghino ogni weekend. È un bel diversivo da pellicole tutte uguali. Fabrice Luchini è stato di grazia, convincente con le sue smorfie e battute al punto da confondersi con Martin. Gemma Arterton è un vulcano, ispira simpatia, ricorda la comune umana fragilità ed ha un’innocente carica erotica che buca lo schermo. La trama è tanto fiabesca quanto reale e profuma di storie antiche. Da non perdere.

Vissia Menza, da “masedomani.com”

 

 

La provincia del nostro scontento

Voglio andare a vivere in campagna, voglio la rugiada che mi bagna (cit.). Di questo parere non è più Martin, che conosciamo come raffinato panettiere di un delizioso paesino francese della Normandia, dove l’uomo si è rifugiato in seguito a qualche disavventura, di cui sapremo però solo alla fine della storia.

Non pago di farine e lieviti, l’uomo rimastica in continuazione fantasie letterarie, insoddisfatto di un’esistenza che vorrebbe più appassionante, meglio scritta, più somigliante all’arte. Quando nel paesino si trasferisce la bella coppia inglese Bovery, Charles e Gemma, in fuga dal logorio della metropoli, Martin scopre con stupore incantato che la situazione riflette quella del celeberrimo romanzo di Flaubert, da lui molto amato. Per forza la morbida Gemma, dalla seduttività ignara, è inadatta a quella vita monotona e poco appassionante, per forza deve essere annoiata, delusa, in cerca di distrazione, per forza sul suo destino si devono addensare ombre minacciose, a causa della ronda di uomini da lei attratti. La pace dei sensi che Martin pensa di avere raggiunto svanisce in un istante. Vistosamente ignorato da Gemma come oggetto del desiderio, arriva a credere di poter orchestrare gli eventi dalla posizione laterale di “amico”, come in un viaggio nel futuro in cui si cerca di rimediare gli errori commessi nel passato. Se la vita non imita l’arte, perché non forzarla un po’? Modellando sui suoi preconcetti le sue azioni e volutamente fraintendendo segnali altresì chiarissimi, non capirà nulla fino al beffardo finale della vicenda. Nonostante il quale non perderà il suo vizio. Splendida Gemma Arterton nella sua carnale, radiosa bellezza, donna che è troppo per un uomo solo (come in Tamara Drewe, tratto da una graphic novel di Posy Simmonds come Gemma Bovery), alla quale l’attrazione che esercita sul genere maschile sarà nociva. Gemma Bovery è una tipica commedia francese che potrebbe essere stata scritta da Woody Allen, perché il protagonista ricorda a tratti i suoi personaggi, intellettuali velleitari del tutto incapaci di vivere la vita vera se non adattandola ai propri modelli letterari. La sceneggiatura sembra scritto addosso a Fabrice Luchini, che istrioneggia amabilmente con il suo personaggio, sopportata a fatica dalla moglie, irriso dal figlio fannullone, patetico e meritevole di compassione, eppure sottilmente maligno, di quella malignità che deriva dall’invidia, dall’essere respinto (e non c’è peggiore furia…), lui sì nel suo scontento vera Emma Bovary della storia.

Giuliana Molteni, da “moviesushi.it”

 

Gemma Bovery rappresenta l’ennesima conferma del fatto che i francesi sanno fare Cinema: se dovessimo pensare in astratto all’ultima pellicola di Anne Fontaine la immagineremmo come una piccola, preziosa bomboniera ben confezionata e con un amore particolare per i dettagli.

Tratto dall’omonima graphic novel di Posy Simmonds, Gemma Bovery racconta la storia di un uomo di mezza età alle prese con  la nostalgia e le sue fantasie: intellettuale parigino in decadenza, Martin (Fabrice Luchini) vive la sue seconda occasione trasferendosi in una paesino della Normandia e rilevando la panetteria del padre. Qui, insieme alla moglie ed allo scapestrato figlio adolescente, sembra trovare una sorta di pace dei sensi, immerso nel rituale estraniante e poetico del “fare il pane”, un’attività sulla quale l’uomo sfoga la frustrazione del dover tenere a freno la sua fervida ed instancabile immaginazione.

Appassionato da sempre di grandi classici della letteratura, la vita di Martin viene sconvolta dall’arrivo di una coppia di inglesi,  nuovi vicini di casa: Gemma e Charles Bovery (Gemma Arterton e Jason Flemyng). L’assonanza con il nome dell’eroina del capolavoro di Flaubert (Emma di Madame Bovary) crea un collegamento immediato e l’uomo, “tradito” ed istigato dalla sensualità prororompente della nuova arrivata, non riesce a fare a meno di tessere sulla coppia le vicende della sfortunata protagonista del romanzo, la cui ricerca di un ideale sentimentale fu  causa della sua tragica fine.

Inizia così un gioco di letture forzate di espressioni e linguaggio del corpo, facilitate dalla bellezza e sensualità della ragazza che, però, a dispetto delle fantasie di Martin, non sembra vivere la noia deprimendosi come Madame Bovary ma, al contrario, ha scelto di vivere la sua vita inseguendo il piacere ed adattandosi con disinvoltura alle conseguenze delle proprie decisioni…

La forza di questa commedia potenzialmente drammatica è proprio il tono con il quale la vicenda viene raccontata: il focus non è sulla vita della bella Gemma ma sulla fantasia fuori controllo e comicamente patetica del buon vecchio Martin che, deciso ad indossare i panni di “regista visionario”, ha la pretesa di sapere tutto quello che succederà e si prodiga disperatamente per salvare la donna dal suo ineluttabile destino. E se non bastassero la faccia “imbambolata” e l’impaccio  di uno strepitoso Luchini a rendere lo spettatore costantemente consapevole dell’enorme equivoco al quale l’uomo sta andando incontro, centrale è il ruolo della moglie Valérie (Isabelle Candelier) che, rassegnata a convivere con le stravaganze intellettuali del marito, tenta pazientemente (e senza alcun successo) di tenerlo a bada, come si farebbe con un bambino.

Gemma Bovery impiega circa metà della pellicola a gettare le premesse di ciò che succederà, innalzando nella seconda parte la posta in gioco attraverso la dimostrazione di come intrufolarsi nelle vite degli altri non sia mai una buona idea ma provochi sempre conseguenze imprevedibili.

Altro elemento fondamentale, il tema dell’apparenza, del quale l’intero film è permeato e che porta i protagonisti, a seconda del punto di vista assunto, a maturare opinioni eterogenee e quasi mai azzeccate sugli eventi: una sorta di avvertimento per lo spettatore a non fidarsi, sino alla fine, delle verità mostrate dai suoi occhi ed un tacito rimprovero registico per Martin, colpevole di non aver applicato alcuno spirito critico ai suggerimenti perversi della propria immaginazione.

La sceneggiatura, scritta dalla regista insieme a Pascal Bonitzer e Posy Simmonds, sostiene perfettamente le intenzioni della narrazione, non risparmiando momenti di puro divertimento e permeando l’intera pellicola di un sottile ed ironico humor alla Woody Allen.

Splendida la fotografia, che alterna la sfacciata bellezza ed i colori vivaci  dei paesaggi della Normandia a ritratti della bellissima Gemma che sembrano uscire da opere pittoriche dell’epoca flaubertiana; l’uso della luce, in particolare, sottolinea con discrezione ed estrema efficacia le espressioni dei protagonisti, donando alla pellicola un’aura letteraria di delicato gusto retrò.

A coronare il tutto, una regia dal sapore teatrale che fa di Gemma Bovery una commedia sui sentimenti umani in cui la camera non invade mai troppo lo spazio dei protagonisti, dando allo spettatore il distacco necessario per valutare la storia nel suo insieme e non subire lo stesso inganno di cui Martin è stato vittima.

Virginia Campione, da “cinematographe.it”

 

 
Da sette anni Martin Joubert ha lasciato Parigi per la provincia dove è convinto di aver trovato equilibrio e tranquillità. Panettiere nella panetteria paterna, Martin ha una grande passione per la letteratura, Gustave Flaubert su tutti. Sereno fino alla noia, Martin impasta e ascolta France Culture, che ‘legge’ “Madame Bovary”, il suo romanzo preferito. Tra il pane sfornato e una pagina sfogliata, il panettierebobo ancora non sa che la vita può avere più fantasia della finzione. Di fatto, una coppia di inglesi si trasferisce in Normandia nella casa adiacente alla sua, lei si chiama Gemma Bovery, lui Charles Bovery. Sorpreso ed eccitato da quella coincidenza, Martin diventa assiduo frequentatore dei coniugi ma soprattutto fanatico ammiratore di Gemma che, bella e insoddisfatta, incarna l’eroina dei suoi sogni. Deciso a sapere di più di quella creatura precipitata dalle pagine di Flaubert, Martin ne spierà ogni respiro, disponendone il destino.
Un anno dopo Two Mothers, ritratto incrociato di due mamme e di un’amicizia esclusiva come l’amore, Anne Fontaine prosegue la sua indagine sul desiderio, adattando la graphic novel omonima di Posy Simmonds. Ambientato in Normandia, dentro un ‘teatro borghese’ circoscritto tra una panetteria, uno château e un vecchio casale, Gemma Bovery ruota intorno all’apparizione di una giovane donna inglese che ha nome e condotta flaubertiana. Almeno per Martin, lettore accanito di romanzi e già innamorato dell’amore, che in fondo non aspetta che un incontro, un’altra, un (s)oggetto che si presti a funzionare come tela sulla quale proiettare il proprio fantasma letterario. Gemma Bovery, inglese sul continente, è esattamente l’argilla con la quale modellare l’eroina immaginata dal proprio pre-sentimento. Un sentimento precostituito nell’immaginario del protagonista che non può non contribuire a determinare la forma stessa del suo sentire e che non può che renderlo prossimo alla Emma di Flaubert, più di quanto lo sia la Gemma dell’Arterton. La commedia di Anne Fontaine d’altra parte non è un adattamento del celebre romanzo francese ed è lontana da qualsiasi ambizione di illustrarlo. Certo Flaubert è onnipresente nel film come lo è dentro la vita di Martin ma Gemma Bovery non è propriamente flaubertiano, è piuttosto una commedia che conserva lo spirito di Flaubert e lo combina con l’umorismo britannico di Posy Simmonds, la scrittrice e illustratrice inglese che ha collaborato alla sceneggiatura con Pascal Bonitzer. E poi è la stessa Gemma a ribadirlo a gran voce, rivendicando il principio di realtà e il proprio sé (“Io non sono Emma Bovery, io sono io”), ricacciando il gioco di manipolazione di Martin, stanato dal suo ripiegamento romantico dalla forte carica istintuale della donna. Come Nettoyage à sec, Gemma Bovery incontra personaggi antagonisti e osserva il conflitto, anche sociale, che producono. La messa in scena, sempre lontana dall’essere radicale quanto i soggetti che la regista predilige, riconferma il suo cinema pudico che elude la frontalità, resta sempre a una distanza ragionevole dai corpi e dagli amplessi e si appoggia su attori e attrici credibili.
Davanti a Gemma Artertorn, vague erotica che aveva già investito gli uomini e la contea di Dorset nel film di Stephen Frears (Tamara Drewe), anche questo tratto da un romanzo grafico della Simmonds, c’è Fabrice Luchini, demiurgo e insieme vittima delle illusioni che lui stesso ha suscitato. Se il corpo di Gemma Artertorn, piena di un’eccedenza che seduce, incarna alla perfezione la forma morbida del cinema di Anne Fontaine, quello di Luchini rende plausibile la sua ossessione. A forza di contemplarla Martin si è persuaso che la sua vicina riproduca passo dopo passo il destino di Emma Bovary. Ma Gemma non finirà tragicamente, vomitando sangue nero come l’inchiostro di tutti i romanzi che Emma aveva letto, la sua ‘fine’ sarà piuttosto beffarda e inscritta tra la commedia coniugale e l’incidente domestico. Interprete magnifico Nella casa di François Ozon, dove assecondava l’immaginazione del suo allievo, in Gemma Bovery è lui stesso a provocarla e materializzarla, Fabrice Luchini è insieme punto di forza e punto critico del film, in cui ‘eccelle’ in un ruolo di maniera. Di nuovo personaggio misantropo e narciso, di nuovo dentro un modello di commedia popolare ingentilita e innalzata dai riferimenti alla letteratura accreditata, ieri Molière (Molière in bicicletta), oggi Flaubert. L’attore di Éric Rohmer (Le notti della luna piena), ormai disarmato e inoffensivo, spende qui tutta la versatilità, la bizzarria e l’istrionismo che determinano da sempre il suo charme. Nondimeno, in faccia agli inglesi che comprano casa in Normandia e l’arredano metà giapponese, metà Versace, il suo spirito inquieto esprime da solo la Francia, una Francia profonda e colta, magari un po’ altezzosa ma capace di cedere una volta di più alla vertigine della bellezza, al diario intimo di una donna sognata e ritornata subito chimera.

Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

 

Joubert era convinto 7 anni fa, quando aveva deciso di andare a vivere in Normandia, di trovare “equilibrio e serenità”. Una vita a cui ogni francese bene o male aspira. Ma anni dopo quell’aspettativa di stile di vita l’arrivo inaspettato di Gemma lo mette su un altro binario. “Equilibrio e serenità un corno!”, dice rivolgendosi agli spettatori all’inizio del film: e di equilibrio se ne vede pochino nella sua vita di oggi, figurarsi la serenità!

Nel suo paesino vive la vita ordinaria di tutti i giorni. Vive con una moglie, con la quale però l’attrazione sessuale è svanita da un po’ (precisamente 10 anni, ci par di capire a un certo punto della pellicola), e un figlio che non dà certo molte soddisfazioni a scuola. Fa il panettiere, e ogni mattina prepara tutti i diversi tipi di pane possibili per i suoi clienti. Finché appunto non arrivano i nuovi vicini di casa, gli inglesi Bovery.

A Joubert, appassionato di Flaubert e di Madame Bovery, non sembra vero: ha una Bovery come vicina di casa. Per di più bellissima. La conoscenza all’inizio è un po’ faticosa, causa soprattutto la lingua, però procede anche grazie all’aiuto dei reciproci cani, che si inseguono e costringono i padroni a passare i primi momenti assieme. Poi però Joubert nota che per davvero la vita di Gemma sembra seguire passo passo quella della Emma di Flaubert…

Affidandosi alla graphic novel di Posy Simmonds, che abbiamo già visto al cinema grazie a Stephen Frears e il suo Tamara Drewe, Anne Fontaine scrive (assieme aPascal Bonitzer) e dirige un film che fa del meta-teatro il suo perno. Il risultato è un film leggero che parte come una commedia e man mano si fa più ossessivo, senza però andarci giù pesante: si tratta pur sempre di un film per signore (in cui il sesso si fa rigorosamente in reggiseno).

Però qualche spunto interessante ce l’ha questo Gemma Bovery, ammettiamolo. E va al di là dell’ovvio paragone tra trama e testo teatrale d’origine. Cos’è che fa in fondo Joubert se non idealizzare e divinizzare la persona “amata”? Questo poi porta ad un processo più complesso della gelosia (dovuta agli amanti della ragazza): l’uomo comincia a pensare di sapere come andranno le cose, ma quello che lui crede di poter prevedere è solo una storia comune già vista altrove.

Una storia vista magari in un film, o meglio in un libro: che a sua volta si è nutrito di vita reale. Un corto circuito niente male che riporta tutto il discorso ai personaggi: altro che meta-teatro! Gemma è sì “costruita” nella mente di Joubert come l’archetipo della donna che s’innamora e viene sempre delusa (come M. Bovery), ma viene delusa per davvero, e ad un certo punto il suo dolore e la sua delusione (dovuta sempre a causa degli uomini, nota bene) diventano davvero palpabili anche per lo spettatore.

E quando Gemma telefona al marito Charlie che è a Londra dopo che i due avevano deciso di non stare assieme per un po’, vedi lo sguardo felice di lui e non puoi non pensare a che film si sia fatto in testa durante i giorni in cui non visto la moglie. In fondo ognuno crede di essere un po’ il regista della sua vita e delle vite altrui, riuscendo a capire così bene psicologie e comportamenti da poter anticipare le mosse o comunque darle per scontate. Non è sempre così.

Gemma Bovery resta un film leggero e gradevole, con una sceneggiatura che pare un po’ incartarsi e andare per le lunghe. Ma un colpo di teatro beffardo e una chiusa niente male rimettono tutto in carreggiata. Infine c’è pure una piccola parte per Edith Scob. E Gemma Arterton e Niels Schneider sono davvero la coppia più bella del mondo.

Gabriele Capolino, da “cineblog.it”

 

 

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