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Franny

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Con quel nome lì, così salingeriano (che poi è anche il titolo del film che segna l’esordio nella regia di Andrew Renzi), Franny non poteva che essere il personaggio che è: il miliardario eccentrico e filantropo, con il look casual, le sciarpe colorate e le Mercedes cabrio degli anni Settanta. Ma anche l’uomo che dietro l’euforia chiaramente nevrotica nasconde la depressione (come spesso accade), che annega nella morfina i sensi di colpa rischiando di andare a fondo lui stesso, e senza il salvagente del denaro e della simpatia.

Dice Richard Gere, che di Franny è il protagonista unico e assoluto, sempre talmente sopra (o sotto) le righe da oscurare qualsiasi altro personaggio della sua vita e del film, che quello di Renzi non è un film sul senso di colpa, né un film sulla dipendenza. Secondo lui Franny è un oggetto caleidoscopico capace di restituire la complessità della vita e delle persone vere: per lui, da attore, non c’è dubbio che la cosa sia stimolante; per gli spettatori le cose vanno magari un po’ diversamente.
Più che costruire lentamente un mosaico esistenziale, l’agitarsi di Franny si tramuta nel più banale dei puzzle, e le sue ombre (caratteriali, comportamentali, perfino sessuali) si allungano sbiadite sopra un racconto che non è brilli proprio per luminosità.

C’è da dire che, in un film che bandisce quasi del tutto i telefoni cellulari, e che guarda diritto al cinema americano di fine anni Settanta (e di certo dei primi anni Ottanta), non è che ci possa aspettare le luminose patinature o gli eccessi di mobilità visiva dei film di oggi. E questo non è necessariamente un male: anzi.
Ma, sebbene possa far venire alla mente la versione manico-depressiva di un film di un Hal Ashby, Franny non cattura né le vibrazioni della New Hollywood, né la forza letteraria di un Salinger, o di quell’Hemingway che Gere ha citato come ispirazione per il personaggio.
Renzi non sa bene dove andare, aggrappandosi alle soluzioni più facili per esprimere momenti e stati d’animo: il look trasandato di Franny da abbandonare, i bambini malati da accudire, e le tante scene madri in cui Gere – rosso d’accaloramento o di vergogna, ma senza eccedere nella rabbia come ogni bravo buddista – fa trapelare i suoi dolori e suoi demoni.

L’emotività, così teleguidata e standardizzata, ne risente. E lo sguardo si distrae.
Perché tanto la riabilitazione di Franny, che è tanto fisica quanto esistenziale, è dietro l’angolo e si sa, con un pancione – quello di Dakota Fanning, amatissima figlia degli amatissimi amici morti – che sta lì dai primi minuti a ricordare il potere salvifico di una nascita e della vita.
Nascite e rinascite: più buddista di così.

Federico Gironi, da “comingsoon.it”

 

 

Franny è un eccentrico milionario filantropo, logorato dai sensi di colpa per aver indirettamente provocato l’incidente in cui hanno perso la vita i suoi due migliori amici, genitori di Olivia (Dakota Fanning). I tre costituivano il suo unico punto di riferimento, la sua famiglia, e Franny, incapace di elaborare il lutto, vive in solitudine, nella suite di un lussuoso albergo, in totale dipendenza da potenti antidolorifici.

Quando improvvisamente Olivia ricompare nella sua vita, neosposa incinta, Franny si rende conto che la giovane coppia rappresenta la sua ancora di salvezza, il suo unico legame con la vita. La gravidanza di Olivia, inattesa ed a cui la giovane donna non era del tutto pronta, rende ancora più evidente il contrasto tra l’esistenza che scorre inesorabile e l’insana proiezione di Franny verso un passato che è presente con prepotenza nei dolorosi ricordi che lo devastano.

Un alone di mistero circonda Franny; non si sa molto di lui, dell’origine della sua ricchezza, né del suo orientamento sessuale. Richard Gere, che ha interpretato il ruolo in modo magistrale, ha dichiarato di aver contribuito a cambiare la sceneggiatura di Renzi in questo senso, per accentuare l’enigmaticità che aleggia sul suo personaggio, esasperandone le contraddizioni e i repentini cambiamenti d’umore. Questa soluzione ha sicuramente accentuato quella che era l’intenzione iniziale di Renzi: realizzare un film forte e teatrale, ispirato al cinema italiano fortemente gestuale.

Ne è scaturito un protagonista caratterizzato e ricco di contraddizioni, disperato ed euforico, egoista e generosissimo, senza scavare troppo nel suo percorso di vita, senza cercare spiegazioni logiche, a sottolineare che la vita è così, difficilmente lineare.

Buona l’interpretazione di Dakota Fanning, che riesce bene a tratteggiare la personalità di Olivia attraverso la dolcezza dello sguardo e la serenità che trasmette.
Franny è un personaggio ingombrante ed invadente, che si intrufola nella vita di Olivia e di suo marito Luke (Theo James), medico promettente. Quest’ultimo, inizialmente, si lascia manipolare e resta affascinato dal milionario e dalle sue seducenti offerte, difficili da rifiutare; in seguito però dimostrerà una fermezza ed una forza tali da porre uno stop alle intemperanze di Franny, costringendolo a fare i conti con la realtà.

Franny è un uomo sulla sessantina che non è cresciuto, che ha tutto ma non ha niente, perché la sua esistenza si è fermata al momento del tragico incidente, così che, per riuscire a sopravvivere in una realtà che non riesce ad accettare, si ritrova, in modo quasi inconsapevole, ad abusare di sostanze stupefacenti che non fanno altro che amplificare il suo dramma e lo fanno precipitare nella disperazione nel momento in cui non riesce più a procurarsi l’agognata morfina col compiacimento dei medici, e si trova di fronte alla dolorosa necessità di affrontare un percorso di disintossicazione.

Per alleviare il suo dolore interiore, e per dare un senso ad una vita altrimenti vuota ed inutile, Franny si impegna in attività filantropiche in favore dei bambini, spinto quasi da un bisogno di redenzione, e poi cerca a modo suo di aiutare la dolce Olivia, che rappresenta il suo unico affetto.
Tutti questi temi risultano però volutamente solo accennati, e questo penalizza l’intreccio che risulta un po’ piatto e superficiale. Il film è comunque molto godibile per le ottime performance dei tre protagonisti.
“Franny” è ambientato a Philadelphia, città nella quale il regista è vissuto e, curiosamente, anche quella in cui è nato Richard Gere.
Renzi l’ha scelta come sfondo per il suo primo lungometraggio, riprendendo i luoghi a lui familiari, come la casa di Olivia e Luke, che era quella in cui è vissuto il miglior amico del regista. Anche per il protagonista, Renzi si è ispirato ad alcuni eccentrici aristocratici della sua città, dalle cui vite è sempre stato affascinato.
La familiarità di Renzi con la città gli ha anche consentito di poter girare in ambientazioni eccezionali, come sulle stesse scale del museo della famosa sequenza di Rocky, pur disponendo di un budget limitato.

Isabella Gasparutti, da “ecodelcinema.com”

 

Con Franny si aggiunge un tassello al nuovo capitolo della carriera di Richard Gere, quello che il talentuoso ed affascinante attore sta vivendo da qualche anno a questa parte; dopo essersi ampiamente assicurato il futuro con produzioni da cifre astronomiche, il protagonista di pellicole iconiche come Pretty Woman, American Gigolò o Ufficiale e Gentiluomo può concedersi di dar voce al desiderio di interpretare ruoli più intimisti, impersonificando personaggi dalle sfaccettature allo stesso tempo sottili e complesse, segnati nel corpo e nell’anima dall’imprevedibilità dell’esistenza.

Dopo Time Out of Mind (che probabilmente uscirà in Italia con il titolo più immediatoThe Invisibles), in cui presta anima e corpo ad un senza tetto, emarginato dalla società, in Franny (trailer) Richard Gere si trasforma in un eccentrico milionario, la cui goliardica esuberanza finisce per essere causa della tragedia che gli porta via gli affetti più cari: una coppia di amici , ex compagni di Università, genitori di una figlia da lui amata come propria. Dopo l’incidente che gli cambia la vita, Franny cade in un’apatia pressocché totale, spezzata solo dalla missione di fare del bene attraverso la fondazione di  un ospedale pediatrico da lui stesso diretto.
La vita dell’uomo subisce una scossa solo cinque anni più tardi,  quando la figlia degli amici scomparsi, ormai divenuta donna ed in procinto di dare alla luce un figlio, chiede il suo aiuto per trovare una sistemazione a Philadelphia e tornare così nella citta natale insieme al marito per formare la sua nuova famiglia là dove lei stessa è cresciuta ricevendo tanto amore. Ma Franny vede il ritorno di Olivia (Dakota Fanning), ignara delle responsabilità del suo benefattore nell’incidente che le ha portato via i genitori,  come l’occasione di una vera e propria redenzione, finendo per perdere l’equilibrio lungo il sottile filo che separa la generosità dall’invadenza.
Andrew Renzi, alla sua prima esperienza con un lungometraggio, dirige Franny con tocco poetico e malinconico; la storia da lui diretta e sceneggiata, infatti, ha radici nella sua stessa infanzia, ripercorrendo fatti e luoghi ricchi di significato e realtà per il giovane regista, desideroso di ripercorrere, e forse elaborare, situazioni e terreni già battuti. Ciò che lascia sospeso lo spettatore, tuttavia, è la mancanza di un vero e proprio approfondimento di un personaggio, quello del protagonista, che pur viene presentato come fulcro di tutto ciò che accade, col risultato di affidare completamente alla bravura indiscussa di Richard Gere la possibilità di stabilire un contatto empatico con Franny.
Franny è un uomo dal carisma tangibile ma veicolato più dalla personalità di chi lo intepreta che dalla sua scrittura. La trama, infatti, viene portata avanti attraverso indugi e brusche accelerate con il fine di veicolare una situazione stagnante verso un epilogo in grado di chiudere il cerchio. Il risultato è una sfilata poco omogenea dei vari sé del protagonista, i cui antecedenti non sembrano sufficienti a motivarne appieno azioni e reazioni, pur ottimamente rese ed orchestrate.
Nel complesso, quindi, Franny risulta una prova che, con attori meno capaci a disposizione, avrebbe potuto essere disastrosa ma che, complice una regia motivata dal coinvolgimento sentimentale di Renzi e la meravigliosa presenza scenica di Gere e dell’ ottimo Theo James, si salva, costituendo un esordio promettente ed una piacevole alternativa ai titoli più blasonati disponibili nelle sale per scaldare anima e corpo durante queste feste natalizie.

Virginia Campione, da “cinematographe.it”

 

 

Richard Gere è Franny, un milionario filantropico, sopra le righe, senza famiglia, né lavoro, convinto di poter alleviare il suo senso di colpa con i soldi e la morfina. Quando, dopo cinque anni, Olivia (Dakota Fanning) l’unica figlia dei suoi più cari amici tragicamente scomparsi, ritorna nella sua vita, per non perdere anche lei, è costretto a mettere a nudo il suo dolore e le sue debolezze.
Il film è l’opera prima di Andrew Renzi, promettente regista di corti e documentari che per il suo debutto ha centrato in pieno la scelta del suo attore protagonista. Richard Gere. Perché, al di là della sceneggiatura debole, delle mancanze strutturali o di alcune scelte poco convincenti, il nucleo della pellicola è indubbiamente Mister Gere, capace di portare sullo schermo un esilarante miliardario, che demolisce stereotipi e inverte luoghi comuni. Divertente anche nel nome, Franny è uno di quei personaggi a tutto tondo, dove ogni particolare è al servizio del quadro generale. Capelli bianchissimi lasciati crescere nei momenti di depressione, occhi che sono fessure di luce sorridenti e rassicuranti, colorito del volto mutevole in base alle emozioni, foulard al collo per ravvivare e abbellire. Franny è tante cose insieme.
Perseguitato dal ricordo e dal senso di colpa per l’incidente che causò la morte dei suoi amici, è destinato a cercare nel ‘dare’ un sollievo a questo male che lo tormenta. Ma la generosità non riporta in vita i defunti, né rimargina le ferite. Passati cinque anni da quell’incidente Franny è un uomo solo, di una solitudine rimbombante, annoiato nella stanza d’albergo di lusso dove si lascia vivere, e dove l’unico suono è quello delle lancette dell’orologio. Sarà il trillo gracchiante e improvviso di un telefono a riportarlo al presente, a strapparlo da quella valle di ricordi e dolore dove sono rimasti nella sua memoria i corpi dei suoi amici.
Dopo aver accolto il ritorno di Olivia come un cambiamento radicale nella sua vita, e averle donato tutto il possibile – un lavoro al marito Luke (Theo James) nell’ospedale di sua proprietà e una casa fuori città – , la sua scorta di morfina inizia a vacillare e così il suo temperamento. Costretto a vagare per ospedali e farmacie per procurarsi una nuova dose, Franny inizia lentamente a mostrare la sua vera natura. Renzi avanza sulla lama sottile del thriller, facendo trapelare fin dal principio il dubbio che lo zio Paperone di Philadephia indossi una maschera misteriosa. Solo quando la lama è utilizzata disperatamente dal protagonista per procurarsi una ferita, la dimensione del dramma di Franny perde il controllo e si mette al centro della narrazione. Franny passa dalla Rolls Royce ai mezzi pubblici, dai sorrisi amorevoli alle crisi d’astinenza, dallo smoking al maglione bianco macchiato di sangue.
Mentre la vita diventa una lotta fra il cedere e il resistere, ammettere o negare, lottare o soccombere, Richard Gere dimostra una forza e una capacità interpretativa in grado di portare lo spettatore giù fra i demoni della sua mente e i fantasmi del suo cuore. La leva emotiva è attivata dal suo viso, dai suoi occhi, dalla sua voce fioca e dalle mani tremanti. La fisicità trasmette in piccolissimi dettagli la sofferenza dell’astinenza, quell’urlo interiore che fa strappare i capelli, uscire in pigiama e tremare d’estate. È un lavoro delicato, il risultato di una carriera lunga, di un incedere degli anni affrontato consapevolmente. Il film è anche un’opera sul perdono, sulla redenzione: quando le scuse mancate sono ormai impronunciabili e il bisogno di assoluzione perseguita e non fa dormire. Per questo Gere è un’anima dantesca senza quiete, condannata all’eterno vagare. Fin quando, come la primavera a novembre, la vita tornerà a sorridere, ancora una volta all’improvviso. È nel viso sereno di chi è appena arrivato sulla Terra da chissà quale mondo lontano, che si nasconde una dolce possibilità di consolazione, un bisbiglio di assoluzione e forse anche una dose di autentica pace.

Shaila Risolo, da “mymovies.it”

 

 

Se l’indie americano, negli ultimi anni, sembra sempre più avvitarsi in un “canone” che si nutre di buone professionalità, abili narratori, ma anche di una certa tendenza alla standardizzazione (con visioni per molti versi sovrapponibili), prodotti come Franny seguono in parte un percorso diverso. Principalmente perché l’esordio nel lungometraggio di Andrew Renzi (un background da documentarista e autore di corti) non fa nessuna concessione all’estetica à la Gondry e alla levità un po’ furba di tante opere provenienti dalla stessa scuola: a partire dalla scelta di utilizzare, per la narrazione di una storia di affetti, senso di colpa e redenzione, una star stagionata, già sex symbol hollywoodiano per antonomasia, come Richard Gere. Viene da fare, semmai, un parallelo col recente Ruth & Alex, commedia “autunnale” diretta da un regista britannico prestato a Hollywood: analogo, esibito patetismo nella gestione della componente emotiva, analoga tendenza ad affidarsi all’esperienza di star provenienti da altre e diverse stagioni cinematografiche, analogo sentore e messa in evidenza del tempo che passa. Fuori e dentro lo schermo.

Franny, va detto, è un film non esente da pietismo, maldestri scivoloni nei passaggi emotivamente più forti, mancanza di misura e indebiti ricatti emotivi nei confronti dello spettatore. La sceneggiatura dello stesso Renzi fatica sovente a trovare il giusto registro, affidandosi in buona misura (se non del tutto) ad un Gere che sembra voler inaugurare una nuova fase della sua carriera. Ed è proprio nel volto del protagonista, emblematicamente trasformatosi, a più riprese, nel corso della storia, che si giocano i motivi d’interesse (e i limiti) del film: si coglie in modo palese lo sforzo (forse studiato, ma non per questo meno efficace) di trasformare un’icona che ha segnato una precisa stagione cinematografica, così come il suo immaginario, in un emblema di caducità. In questo senso, la prova del protagonista è una sorta di tour de force fisico ed emotivo che da solo tiene in vita (e giustifica) l’intera costruzione del film: quella espressa da Gere è una forma di cupo istrionismo, giocato tra humour e calcolata sgradevolezza, teso a evidenziare un rimosso che tale non è per lo spettatore. Fin dalla prima, significativa sequenza, siamo infatti a conoscenza della radice dei disturbi del protagonista: in questo senso, il film gioca fin dall’inizio a carte scoperte. Con tutto ciò che, in termini di registro narrativo e atmosfere, ne consegue.

Palese vetrina per un Gere che si cala con convinzione, e con generosa assenza di misura, nei panni di un personaggio capace di generare sentimenti contrastanti, Franny vive anche di isolate intuizioni visive: l’insistenza sugli esterni che circondano la casa della protagonista, col loro perdurante mood autunnale; le geometrie dei corridoi e delle enormi stanze in cui si aggira un Gere sempre più preda della sua dipendenza (chimica e affettiva). La fotografia degli interni, che mescola tonalità calde e avvolgenti a una studiata cupezza, è tra le migliori intuizioni del film; a sottolineare la natura soffocante, e ricattatoria, dell’abbraccio emotivo al centro della storia (quello del protagonista nei confronti della controparte, col volto di Dakota Fanning).
Proprio la scarsa presenza in scena, e la limitata rilevanza narrativa, del personaggio della Fanning, involuto e dalle potenzialità in gran parte non esplicitate, è invero tra i limiti più evidenti del film: dazio da pagare, forse inevitabile, alla debordante prova attoriale di Gere. Per il resto, la narrazione di Franny vive di impennate e passaggi a vuoto, di improvvisi “strappi” emotivi, di momenti di lacerante intensità (la crisi di astinenza, il confronto finale tra i due protagonisti) alternati ad altri di imperdonabile pacchianeria (l’escursione notturna di Gere e Theo James).

Disunito, sghembo, a tratti ridondante, ma non privo di un suo singolare magnetismo, l’esordio di Andrew Renzi si muove così in equilibrio (precario) tra commedia e melodramma; trovando il suo centro in un protagonista che aderisce al personaggio cucitogli addosso con un impeto difficile da ignorare. Lo sguardo del regista, che della storia tenta di restituire la geografia di luoghi e sentimenti, le contrastanti pulsioni e l’affetto contaminato dall’ossessione, finisce per restare soffocato da una prova attoriale che non è riuscito a contenere. Resta l’eleganza formale, e l’intravista personalità di un cineasta che, in un diverso e più adeguato contesto, potrebbe ancora dire la sua.

Marco Minniti, da “quinlan.it”

 

 

 

 

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