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Forza maggiore

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Il cinema ha ufficialmente un nuovo autore dallo stile riconoscibile e dalla poetica chiara e personale. Si tratta di Ruben Östlund, svedese classe 1974, con alle spalle tre film più quest’ultimo Force Majeure (titolo originale e internazionale, ma in Svezia si chiama semplicemente Turist).
Östlund è stato portato alla ribalta dal suo terzo lungometraggio, Play, presentato a Cannes nel 2011. Il film si caratterizzava per lo stile molto particolare, per il ritmo pacato ma che catturava sin dal magistrale pianosequenza iniziale, e poi ancora per il discorso politico forte e per la violenza che strisciava sottopelle.
Alcune di queste qualità le ritroviamo in Force Majeure, che potrebbe forse essere la prova della sua definitiva maturità artistica. Siamo davanti ad un cinema totalmente imprevedibile, che non si sa bene come prendere e che comunque entusiasma, fa ridere fino alle lacrime e addirittura spaventa. Non c’è in giro un autore come Ruben Östlund, poco ma sicuro.
La storia di “Forza Maggiore” è ambientata durante una settimana bianca in Francia. Una famiglia svedese sta pranzando in un ristorante di montagna quando una slavina colpisce improvvisamente l’edificio. Preso dal panico e dal suo egoismo istintivo, il padre scappa, lasciando in asso la moglie e entrambi i figli. La vicenda fa così affiorare conflitti mai prima rivelati.
Volendo proprio sintetizzare al massimo e ricondurre Force Majeure ad un genere, si potrebbe dire che si tratta di un distaster movie in cui viene dato ampio spazio alle conseguenze della catastrofe. Ma davvero, non siamo vicini neanche in minima parte alla natura dell’opera, che è veramente un ufo unico e particolare. Come se Michael Haneke avesse deciso di darsi alla commedia senza snaturarsi troppo.
Le inquadrature del piccolo hotel/villaggio turistico sulle montagne innevate, l’uso in alcune sequenze di raccordo di un montaggio musicale e altre piccole delizie tecnico-espressive ci dicono molto dell’idea di cinema di Östlund. Però è l’insieme multiforme e variegato che fa saltare sulla poltrona dalla gioia: ti ritrovi a ridere, e il momento successivo hai i brividi lungo la schiena, poi un minuto dopo sei semplicemente ammirato.
Force Majeure è un film controllatissimo e di un rigore totale, anche se mai ingessato. La scena della valanga è tutta un pianosequenza con la macchina da presa fissa che lascia a bocca aperta, in un crescendo di suspense da maestro. Per non parlare poi di tutti i quadretti famigliari quotidiani, scritti con astuzia (quei bambini che si vorrebbero ribellare, e invece…!) e messi in scena con intelligenza rara.
Ci sono poi scene intere di discussioni, confronti e litigate che valgono il prezzo del biglietto. La prima è tra la coppia di protagonisti e un’altra coppia, composta da una donna piuttosto libertina che hanno conosciuto nell’hotel e un turista americano (Brady Corbet): si tratta del momento in cui la moglie “accusa” il marito di essere fuggito via durante la valanga, e lui nega. La seconda è con un’altra coppia di turisti, e parte sempre dalle stesse premesse: solo che la coppietta invitata a cena viene coinvolta attivamente nell’autoanalisi senza esclusione di colpi dei protagonisti. La risata è assicurata, interrotta a sorpresa da un bel balzo sulla sedia.
Gesti, espressioni e dettagli del linguaggio del corpo fanno scaturire il lato più grottesco delle relazioni. Man mano che procede, la trama fa accumulare ai personaggi – e soprattutto al marito – una notevole quantità di stress, tanto che ogni situazione potrebbe essere quella buona perché qualcuno “scoppi”, come durante il momento in cui il protagonista e un altro turista si riposano al sole dopo una scìata e stanno per far scattare una rissa (sulle note altissime di Reload).
Diviso in sei giornate, corrispondenti a sei “scìate” e a tutti gli avvenimenti successivi, Force Majeure si presenta come uno studio tra il cinico e il grottesco sulle ansie dell’essere umano in situazioni di stress emotivo. Proviamo però semplicemente a leggerlo come la descrizione di una piccola vacanza in famiglia: credo che anche solo così il film possa definirsi quasi geniale. Tutta la parte finale sul pullman in viaggio di ritorno ne è la conferma definitiva.
Voto di Gabriele Capolino: 9
da “cineblog.it”

Tomas e Ebba sono i genitori di Vera e Harry. Tomas lavora molto, dunque questa vacanza sulle Alpi, hotel di lusso e giornate dedicate allo scii tutti insieme, parte con grandi aspettative. Ma accade un imprevisto. Mentre siedono per pranzo ai tavoli all’aperto di un ristorante panoramico, una valanga si dirige a grande velocità verso di loro e pare destinata a travolgerli. L’istinto di Tomas è quello di mettersi in salvo il più in fretta possibile, l’istinto di Ebba è quello di proteggere i figli ed eventualmente morire con loro. La valanga si arresta prima e i quattro rientrano sani e salvi. Ma qualcosa nella coppia si è incrinato ed è una crepa che è destinata ad aprirsi sempre di più.
Basta questo breve resoconto dell’incipit del film per capire che siamo in presenza di un’ottima idea, che il regista svedese, già autore del notevole Play , sa sfruttare al meglio.
Colpito dai risultati di una serie di ricerche che osservavano un incremento dei divorzi nelle coppie sopravvissute ad un’esperienza fortemente drammatica (un dirottamento o uno tsunami, per esempio), Ostlund raccoglie la suggestione e la trasforma in cinema, innescando un parallelismo tra il percorso inarrestabile di un’emozione e quello del tutto simile di una slavina.
Come nel miglior cinema d’alta montagna, allora, il corpo e la psiche degli attori si muovono in silenziosa corrispondenza con la natura, libera e minacciosa, ma non si pensi ad un film drammatico, perché con Turist si ride moltissimo. Come in una commedia degli equivoci, infatti, il virus che ha colpito Tomas e Ebba si diffonde rapidamente ad intaccare le certezze dei loro ospiti più giovani, modificandosi per adattarsi alle diverse condizioni della loro coppia ed esacerbare i loro specifici non detti.
La trasferta della famiglia svedese nelle montagne francesi è anche l’occasione, per il regista, per guardarsi dall’esterno e criticare il mito della solidarietà scandinava di contro alla legge della giungla dell’individualismo, del dialogo come pratica consolidata di contro agli accessi d’ira o alle scenate d’isteria, e soprattutto del discorso di genere politicamente corretto, per cui le differenze tra uomini e donne sono diventate un argomento curiosamente tabù.
Le lunghe inquadrature a macchina fissa, marchio di fabbrica del regista e dichiarazione aperta di una poetica che aspira a mescolare ironia ed entomologia, si arricchiscono in quest’occasione della potenza evocativa che viene dal paesaggio, dal suo bianco destabilizzante e dalle profondità delle gole, in esterni, ma anche dall’architettura degli interni, tanto moderna quanto a suo modo alienante, e del commento musicale, pensato -non senza divertimento- come una sorta di “destino che bussa alla porta”.
Come in Play, il finale è la parte meno sicura e più stiracchiata dell’insieme, ma in generale Turist è una graditissima conferma del talento di Ostlund e del suo cinema dell’assurdo sociale, intelligente e rivelatore.
Marianna Cappi, da “mymovies.it”

Piangere disperatamente mentre stai pisciando in mezzo al nulla nonostante attorno ci siano zero gradi di temperatura; oppure davanti a tua moglie, capendo finalmente, dopo anni di matrimonio, quanto tu sia solamente un patetico essere inutile. C’è una coppia che scoppia in Forza maggiore, e lo fa alternando momenti glaciali con altri che invece questo ghiaccio lo sciolgono, emanando un toccante calore umano che rimembra la toccante confidenza del focolare domestico, quello denso di abbracci che non sembrano finire più, come se stesse per crollare il mondo sotto una tempesta apocalittica di gelo e nebbia.
Lo svedese Ruben Östlund inquadra con occhio meccanico creando un’atmosfera di perenne straniamento: il risultato è un atipico dramma familiare che mescola Ulrich Seidl e Vivaldi, lentezza ed evocazione, sedativi e suggestione. Maturissimo, il cineasta non perde un singolo fotogramma del suo oggetto, modellandone angolazioni e frammenti con una precisione chirurgica vicina all’ipnosi. Lo vediamo in tutti gli inserti in mezzo alla neve, nei dialoghi serratissimi che trasformano i campi / controcampi in ansiosi duelli, nella meravigliosa scena della valanga che travalica i limiti dei piani fissi cambiando umore, senso e direzione narrativa nel giro di pochi secondi. Nella sua apparente semplicità da rilassatezza vacanziera, la pellicola arriva ad iniettarci il dolore con sadica finezza: il colpo non attacca mai dritto al cuore, ma passa impercettibilmente fra le vene, come un virus inesorabile ma lieve, di quelli che si diffondono invisibili, con le macchie che si fermano sottopelle senza lasciare tracce all’orizzonte.
Insomma, un film dalla imperforabile corazza e armato di seducente fascino fino ai denti, quasi miracoloso nel suo riuscire a infondere un tepore di umanità nonostante la gabbia di impassibile freddezza che si è costruito attorno. I due protagonisti, Johannes Bah Kuhnke e Lisa Loven Kongsli, alternano scene da pubblicità Ikea e intensità recitativa, virando nella tragicommedia prima d’immergersi dentro la malinconia. Il tutto, con la grandezza di chi può veramente permettersi di rimanere nonchalante senza risultare snob e fastidioso.
Infine, il punto in più arriva quando capisci che il lavoro di Östlund, oltre ad essere una bella pellicola, è anche in verità una saggia educazione sentimentale.
Pierre Hombrebueno, da “farefilm.it”

Arriverà nelle sale il 7 Maggio Forza Maggiore, caso cinematografico dell’anno che si è accaparrato il premio della Giuria al Festival di Cannes nella sezione Un Certaine Regard e candidato sia ai Golden Globe che agli European Film Awards. Una famiglia svedese – Tomas, sua moglie Ebba e i loro due bambini – è in vacanza per una settimana di sci sulle Alpi Francesi. Il sole splende, la vista è spettacolare, ma durante un pranzo sulla terrazza dell’hotel una valanga improvvisa sembra sul punto di travolgere i turisti. Mentre la gente fugge terrorizzata Ebba tenta di proteggere i due bambini, al contrario Tomas scappa rifugiandosi all’interno: la reazione dell’uomo sconvolgerà il suo matrimonio e lo obbligherà a fare i conti con se stesso mettendo in discussione il suo ruolo di padre e marito.
Ruben Östlund indaga, attraverso il film, sugli istinti primari dell’uomo di fronte al pericolo, il dilemma sulla scelta della strada da seguire di fronte ad un disastro viene visto come in un enorme esperimento sociologico in cui al centro c’è una famiglia felice – a volte quasi eccessivamente melensa – che si ritrova catapultata in una sorta di incubo; nel momento del pericolo, colui che dovrebbe proteggere il nucleo familiare scappa in preda al panico abbandonando le persone che dovrebbero contare di più, trasformando il “prima le donne e i bambini” nel più egoistico “si salvi chi può“. Il regista analizza proprio il comportamento del modello maschile – quello che secondo la società dovrebbe sacrificarsi, ma che in base alle statistiche ha il più alto tasso di sopravvivenza – e lo fa in maniera contraddittoria ed infantile con Tomas incapace di accettare quello che è successo negando apertamente l’evidenza. Il contrasto con l’inizio della pellicola è evidente, la presentazione di una famiglia che sfiora la perfezione ma che viene “travolta dalla valanga” sia in senso letterale che metaforico, evento che porta la povera Ebba in una sorta di crisi profonda dalla quale non riesce ad uscire soprattutto perché non trova riscontro oggettivo nelle dichiarazioni dell’uomo che ama, o amava, ostinato a negare la realtà pur di non fare i conti con se stesso. Dal canto suo Tomas è quasi infantile, incapace di accettare quella sua parte “nascosta” reagendo anche in più di un’occasione in maniera grottesca, in contrasto con il modello stereotipato del padre di famiglia, una comicità cruda e brutale quella di Östlund che non risparmia anche l’evidente dramma psicologico che si consuma.
Tecnicamente eccelso, e con una fotografia nitida, quasi asettica, il grande problema di Forza Maggiore è proprio l’eccessiva pesantezza di alcune sequenze. In alcuni momenti il film si perde in interminabili dialoghi che non giovano all’attenzione dello spettatore e man mano che si va avanti nella visione si perde l’empatia e la gamma di emozioni (smarrimento, paura, ecc.) che la pellicola dovrebbe trasmettere. Lo stesso finale è stiracchiato e non infonde il senso di solidarietà che il regista tenta di presentarci. Nonostante qualche piccolo difetto, tuttavia, Forza Maggiore è un film che trascina lo spettatore nel suo percorso narrativo minando certezze e raccontando la storia di una crisi coniugale in maniera originale e sarcastica.
Lorenzo Colapietro, da “cinematographe.it”

La famiglia, in Forza maggiore, è un contratto a tutele (de)crescenti. La famiglia è un gioco di ruolo. Un nucleo sociale nel quale ognuno è la sua funzione specifica, non modificabile da eventuali variazioni di assetto. Diffidate dai figli che chiamano per nome i genitori, compiono una violazione contrattuale. Thomas, Ebba, Harry e Vera, svedesi, sono una famiglia alto borghese in vacanza-settimana bianca sulle Alpi francesi, e ognuno se ne sta cheto nel suo bozzolo: Thomas-padre-marito gigioneggia, Harry-figlio e Vera-figlia bighellonano, Ebba-madre-moglie si trastulla, socialità e routine da montagna. Il tempo è un mantra di neve, salire sciare risalire mangiare dormire tutti insieme. Poi un imprevisto prevedibile, una quasi valanga, e la mente si fa labile, Thomas si mostra qual è, infantile e codardo, fugge e ricompare solo a pericolo scampato.
Nulla è più come prima: Ebba che ha protetto i cuccioli lo ha condannato, c’è aria di rescissione contrattuale, il gruppo diventa un insieme di individui sparsi. A nulla vale la mediazione di due amici in coppia occasionale, lui separato 40-something, lei studentessa in calore, loro giocano un’altra partita e pure loro rischiano la crisi. Thomas, reietto in mutande, percorre le tappe del martirio, si umilia in pubblico, gli viene negato il sesso coniugale, prorompe in lacrime e singhiozzi fuori e dentro la camera d’albergo, simulacro di un focolare che si spegne, ma una vacanza non è per sempre, allora tutti sul pullman che si torna a casa. Altro imprevisto, altra fuga ma della madre-moglie, e lui finalmente torna a giocare di ruolo, maschio alfa d’accatto, abbandonato il torpedone guida la sua e le altrui famiglie nella discesa a piedi nella montagna, una grottesca teoria di riccastri in marcia sulla strada, non un Quarto ma un nuovo Terzo Stato.
Ruben Östlund, indagatore acuto delle dinamiche sociali già nel precedente mirabile Play (2011), esibisce in Forza maggiore un occhio d’autore, sospeso tra Von Trier e Seidl, riempiendo la visione di ironia sovversiva e cinismo antropologico. Le musiche di Vivaldi (altro retaggio da LVT) accompagnano mirabilmente questa operetta a-morale, dove la montagna è il palcoscenico e i mostri meccanici (skylift, seggiovie, cannoni sparaneve) sono i coristi. Uno dei migliori film del 2014, premiato a Cannes, candidato all’Oscar, ma battuto da una certa idea di Europa, prima che da una certa idea di cinema.
da “nocturno.it”

Alpi francesi, una famiglia svedese in settimana bianca. L’hotel è lussuoso, il paesaggio ameno, le piste perfette, i cannoni tuonano per controllare le valanghe. Tutto bene, finché un’esplosione non è poi così controllata e la valanga sembra travolgere la terrazza su cui Tomas (Johannes Kuhnke), Ebba (Lisa Loven Kongsli) e i figli Vera e Harry stanno pranzando: attimi di terrore, mentre il bianco occupa tutto. Ma due reazioni opposte: Ebba si preoccupa dei figli, Tomas prende guanti, cellulare e corre via.
Tutti indenni, tranne la relazione: Ebba non perdona a Tomas di essersene andato a gambe levate, di non aver protetto né lei né, soprattutto, i figli. Insomma, sotto la neve non finisce nessuno, ma le conseguenze sono egualmente devastanti: Tomas si trincera nel mutismo, Ebba non ci dorme e due sconosciuti o due amici sono analogamente buoni per tornare sul misfatto, verbalizzando in pubblico…
Tranquilli, se il tema è serio, molto, ma la trattazione che ne dà lo svedese, classe 1974, regista e sceneggiatore Ruben Ostlund è ironica, ilare, “alleggerita”: Turist /Force majeure, già al Certain Regard di Cannes 2014, candidato agli Oscar dalla Svezia e ora al Torino Film festival (Festa mobile). Forse Tomas s’è dato per causa di forza maggiore, ma una coppia, una famiglia può stare in piedi se qualcuno nel momento del bisogno è scappato? Progressivamente, lo stesso Tomas non se ne dà pace, ma capire se ci fa o ci è non è facile: Ostlund spariglia le carte e i registri, mette il film nella carreggiata del dramedy ma sentimentale, comico, romanzo di formazione, e chi più ne ha, sono sul tavolo, pardon, sullo schermo.
L’unica vera pecca è la durata eccessiva (un’ora e 58 minuti), ma Turist offre splendide immagini alpine, contrappunti sonori iperbolici e l’insostenibile leggerezza dell’istinto di sopravvivenza su un basso continuo che nella (mancata) tragedia trova sempre l’occasione di una sacrosanta risata. Riuscirà il buon Tomas a tornare compagno, padre, uomo? Ah, saperlo…
PS: Pare quasi superfluo, ma in Italia un film così non lo sappiamo fare. E non per le valanghe, s’intende.
di Federico Pontiggia, da “cinematografo.it”

Una famiglia svedese, con al seguito due bambini, va a trascorre la settimana bianca sulle Alpi Francesi, in un posto da favola. Le giornate sono splendenti e le piste per sciare perfette. Il secondo giorno, mentre si trova su di una terrazza a pranzare, viene giù una valanga che raggiunge anche i tavoli all’aperto. Fortunatamente sono tutti illesi. Scampato il pericolo, il panico non è del tutto svanito, ma fanno tutti finta di niente e ognuno riprende regolarmente la propria attività. Solo qualche ora più tardi, la moglie, vedendo ancora spaventati i suoi figli, rinfaccia al marito di averli lasciati soli al momento dell’impatto. In effetti, l’uomo, per istinto, si stacca dagli altri componenti e questa sua reazione lo costringerà, da quel momento in poi, a fare i conti con una profonda crisi coniugale. Le giornate si susseguono e gli occasionali incontro fatti in Hotel, renderanno ancora più critica la situazione. Il quarantenne regista svedese (al quinto lungometraggio e vincitore dell’Orso d’oro a Berlino nel 2010 con Incident in a Bank per il migliore cortometraggio) è ovviamente interessato ad indagare come l’essere umano cerca di reagire in situazioni estreme e pericolose. Da questa domanda arriva ad imbastire un dramma esistenziale, sul mito dell’eroe di famiglia che cerca di tenere a bada i suoi sensi di colpa concedendo ai figli e alla moglie alcuni giorni di relax. Ma l’istinto di sopravvivenza metterà a nudo le debolezze umane.

Non c’è più tempo e modo oggi di difendere la propria famiglia, in una realtà che tende a tenere tutto sotto controllo e ciò rende sempre più destabilizzante e confuso il ruolo dell’uomo. Tutto si gioca sullo smantellamento della mitologia famigliare e sulla retorica dei rapporti umani, sempre più dettati dalla convenienza personale e dall’istinto di sopravvivenza, appunto. Ma per tutta la storia, sembra essere dietro l’angolo ancora un’altra catastrofe, amplificando e mettendo maggiormente in risalto gli angoli più estraniante di una pista sciistica, come la funivia, il buio che avvolge l’hotel nella notte, i corridoi deserti e silenziosi delle camere, inservienti ambiguamente impiccioni. L’autore lavora sulle atmosfere e sa essere anche decisamente divertente in alcuni passaggi. Senza contare una certo occhio nelle riprese esterne sulla neve, fatte di panorami mozzafiato e movimenti di macchina a seguire i personaggi, mostrando un’evidente padronanza. I corpi in bilico si limitano a significare, a rappresentare una condizione che si esaurisce in se stessa. Orizzontalità di uno sguardo che cerca di avvicinarsi ad una condizione (l’equilibrio precario) di per sé negata o messa seriamente in discussione. C’è sempre, o quasi sempre qualcuno escluso dall’inquadratura: un personaggio fuori fuoco o la mdp piazzata in basso a riprendere i bambini e a tagliare la testa agli adulti. Il film sembra che abbia inizio nell’istante stesso in cui si sia progettato il viaggio, scandito dai giorni di vacanza. L’andamento del racconto narrativizza i materiali diegetici liberati da un (pre)testo reale che apre gli orizzonti, scontrandosi con l’ateismo naturale delle cose o la gratuità del “dono” che non si “scarta” senza dolori e pentimenti.
Leonardo Lardieri, da “sentieriselvaggi.it”

Una bella famiglia svedese parte per una settimana bianca sulle Alpi francesi con l’obiettivo di distrarsi e (soprattutto) trascorrere un po’ di tempo insieme lontano dal lavoro e dagli impegni di sempre. Il clima, le piste, l’albergo, tutto sembra perfetto e il quadretto famigliare è presto fotografato in tutto il suo idillio. Eppure, durante una delle consuete pause pranzo presso uno chalet d’alta montagna dotato di spettacolare vista panoramica sulle piste, una potenziale valanga minaccerà di travolgere l’intera famiglia. Ma se di fronte all’imprevisto, all’evento di forza maggiore, lei (Ebba) si precipiterà verso i figli per metterli al riparo, sarà invece lui, il capo famiglia, l’uomo di casa (Tomas) a fuggire a gambe levate dopo aver velocemente raccolto le sue cose (occhiali e cellulare). La valanga, infine, si dissolverà in un’enorme nube bianca, ma saranno la relazione e il suo presupposto di fiducia a venir, invece, letteralmente travolti dall’evento. Fermi su due posizioni discordanti e opposte (Ebba colpevolizza Tomas di esser fuggito senza preoccuparsi di lei e dei figli, mentre Tomas tende a minimizzare/rimuovere l’accaduto), i due coniugi precipiteranno dunque in una profonda crisi, davanti agli occhi smarriti e spaventati dei due figli. Sarà poi l’arrivo di una coppia di amici ad ampliare il dibattito sull’evento in una discussione molto più generica sulle alternative del maschio solidale o menefreghista.
LA CRISI DI COPPIA COME UNA VALANGA
Lo svedese Ruben Östlund firma con Turist (presentato nella sezione Un certain regard al Festival di Cannes 2014) una sorta di dramma famigliare che esplora tutte le fragilità di un rapporto di coppia messo in crisi da un improvviso crollo di fiducia nel partner e dalla messa in discussione della figura genitoriale/maschile nel suo ruolo di protettore della famiglia. Östlund realizza un film energico, sospeso tra il freddo accogliente della splendida località sciistica e il raggelante senso di perdita di quell’armonia famigliare che si è cercato di costruire mettendo in campo anni di sacrifici ed energie. All’interno dei dialoghi, taglienti ma anche sottilmente ironici, che si andranno sviluppando tra i due (e poi quattro) adulti, s’inserisce poi il dramma ancora più forte dell’occhio bambino che percepisce con grande senso di minaccia (“Ho paura che divorziate”) la rottura improvvisa dell’armonia genitoriale. Ma è proprio tramite il dialogo, insinuante e doloroso, che il regista svedese tratteggia con grande forza (e anche) realismo, la complessità di un iter mentale capace di prendere derive (quasi) irrisolvibili. Nella parole di Ebba così come nei dinieghi e nei silenzi di Tomas, scava così il tarlo di una crisi che metterà poi in discussione non solo (nello specifico) la solidità dei rapporti, ma anche (soprattutto) i valori alla base di essi. Il 41enne regista svedese dimostra dunque grande abilità nel raccordare le fila di un ‘materiale umano’ assai delicato e fragile, conducendolo attraverso il terreno dissestato di un fuori pista emotivo. Al di là di quello che sarà poi l’esito degli eventi, Turist lascia comunque sospeso nell’aria un generico senso di smarrimento legato a doppio filo alla realtà di un equilibrio relazionale/famigliare sempre troppo facilmente (e velocemente) incrinabile.
Il regista svedese Ruben Östlund racconta il processo di crisi relazionale/famigliare cui andranno soggetti due giovani coniugi dopo che un evento di ‘forza maggiore’ avrà messo a repentaglio le loro vite. Proprio come una valanga Östlund descrive con grande forza e linearità l’avvento di uno stato di crisi indotto da un crollo di reciproca fiducia che i protagonisti dovranno attraversare nella speranza di riemergerne lentamente. Una sorta di thriller dei sentimenti con un’ottima tenuta narrativa e dialogica.
VOTOGLOBALE7
Elena Pedoto, da “everyeye.it”

Il cinema, quando è Cinema, si lascia guardare con piacere ma, subito dopo, a proiezione terminata, comincia lui a guardare dentro di noi, dentro tutti noi, con una perfidia tale da costringerci alla riflessione.
Forza Maggiore è una di quelle opere che ci scrutano dentro, racconta la vicenda di una famiglia Svedese, Tomas, sua moglie Ebba e i loro due bambini, durante una vacanza sulle Alpi Francesi. Durante un tranquillo pranzo sulla terrazza dell’albergo, una valanga si avvicina minacciosamente fino a quasi travolgere tutto e in una situazione di così chiaro pericolo Tomas reagisce seguendo il suo primordiale istinto di sopravvivenza, fuggendo, non curandosi di sua moglie e dei suoi figli. Questa sua reazione istintiva si sistema come un macigno sul suo matrimonio e il film è il racconto di ciò che sta sotto, che è continuamente pronto ad emergere e che solo le situazioni di pericolo tirano fuori.
La verità è simile ad un cane, che deve restar chiuso in un canile, va ricacciato lì dentro a frustrate dice Il Matto nel Re Lear Shakespeariano, ricordandoci il potenziale distruttivo della verità e nel caso di Tomas, degli istinti. Fuggire davanti ad un pericolo, lasciando soli moglie e figli, è il cedere all’egoismo e il tentativo di ricacciare sotto questa verità, di nasconderla, è un inutile e nocivo gioco, che serve solo ad inquinare sempre di più un rapporto sentimentale. Tomas e Emma sono un uomo e una donna alle prese con una Forza Maggiore, la verità appunto. Entrambi si comportano da uomo e da donna ma quando lui viene meno al suo ruolo la donna non riesce a sopportarlo e lo trascina per le orecchie davanti alla sua verità.
Il regista, ormai affermato talento del cinema Europeo, Ruben Ostlund, riesce nella non facile impresa di raccontare le tensioni e i conflitti interiori più profondi dei suoi personaggi. Forza Maggiore è un film che si avvale di un impianto stilistico e formale di tutto rispetto, ma non si limita a questo compito. Il cinema di Ostlund va oltre la forma, usa la forma, il rigore stilistico per scavare nei suoi personaggi, e in Forza Maggiore il risultato è soddisfacente. Il film ha i giusti ritmi di montaggio, si prende tutto il tempo di cui ha bisogno per permettere alle viscere di Tomas ed Ebba di emergere dagli abissi e in questo Ostlund dimostra grande maestria.
Il regista non rinuncia né alla suspense né all’ironia, non avrebbe mai potuto farlo, in quanto soprattutto l’ironia è ciò che ci permette di osservare i lati oscuri delle persone, in particolare di quelle persone così subalterne ai propri ruoli, come lo sono Tomas ed Ebba. Il percorso narrativo di Forza Maggiore infatti, ci guida verso il decadimento di tali ruoli, lì dove per ruoli si intendono i ruoli sociali di uomo/donna, marito/moglie, padre/madre. Il film prende vita, smette di essere una fredda analisi dei comportamenti umani e comincia a guardare i personaggi con tenerezza, non più con perfidia, e allo stesso modo lo sguardo è rivolto verso ognuno di noi, ricordandoci che, in fondo, siamo solo degli esseri umani.
Agostino Devastato, da “close-up.it”

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