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Diplomacy

diplomacyunanottepersalvareparigiVolker Schlöndorff porta a Berlino nella sezione Special Gala la pièce teatrale di Gély che racconta la lunga notte del 25 Agosto 1944, in cui in una stanza d’albergo due uomini si giocano il destino di Parigi. André Dussollier e Niels Arestrup riprendono i loro ruoli dal palcoscenico fornendo una grande prova di attori per un film dalla messa in scena teatrale orchestrata alla perfezione.

Salvate Parigi
Nell’estate del 1944 le forze alleate stanno stringendo d’assedio la Germania, dopo lo sbarco gli americani avanzano verso Parigi occupata dalle truppe tedesche in rotta. Ma Hitler ha dato l’ordine che la capitale francese non dovrà restare intatta: un piano per farla esplodere è già in atto, dalla Tour Eiffel al Louvre, tutti i ponti, i monumenti e i luoghi simbolo sono pronti ad essere fatti saltare in aria con ingenti quantità di esplosivo disseminate per tutta la città. Si aspetta solo l’ordine del Governatore di Parigi per conto della Wehrmacht il Generale tedesco Dietrich von Choltitz (Niels Arestrup): nel suo studio riesce però ad intrufolarsi il Consigliere Generale della città Raoul Nordling (André Dussollier) dell’ambasciata svedese, che tenterà con tutta la sua diplomazia durante la lunga notte che precede la fatale alba del 25 agosto di dissuadere il Generale della Wehrmacht dall’attuare lo scellerato piano venendo meno agli ordini che arrivano da Berlino.

Partita a due
Basato sull’omonima pièce di Cyril Gély, il film ha un evidente impianto teatrale che mette in scena in modo impeccabile un duello verbale e raffinato tra due caratteri tanto forti quanto in contrasto tra loro, un’abile battaglia psicologica di parole dosate e pesate con astuzia e intelligenza, una sorta di partita a scacchi fatta di dialoghi, pause e gesti con il fine ultimo di persuadere e di avere l’uno il sopravvento sull’altro. Nordling fa leva sia sul lato umano che il suo avversario lascia intravedere, attento a trovare lo spiraglio e il momento giusto per affondare la stoccata nella sua coscienza; allo stesso modo tenta di fare breccia nella determinazione di von Choltilz cercando di evocare un terzo personaggio nella stanza, ovvero la città di Parigi di cui decanta la bellezza che si intravede dalle finestre socchiuse dell’Hotel Meurice al pari di un poeta. “Parigi, tutte queste cose così belle in un nome così piccolo”.

Pagine di storia
Il film si muove in bilico tra finzione e realtà, per cui i dialoghi tra i due sono pieni di riferimenti interessanti dal punto di vista storiografico, l’incontro evidentemente fittizio tra i due rispetto al modo in cui ha avuto luogo, è contestualizzato in maniera didascalica e precisa: come l’ossessione di Hitler di distruggere Parigi per cui era intollerabile che la capitale francese mantenesse il suo splendore mentre Berlino era in rovina. Il Führer nello steso tempo invia emissari perché riportino in Germania alcuni dei capolavori del Louvre mentre gli altri andranno distrutti, si creano curiose analogie con il film di George Clooney Monuments Men presentato sempre alla Berlinale. Le argomentazioni di von Chlotliz sono l’occasione per sfogliare pagine di storia, i bombardamenti subiti da Amburgo e altre città tedesche anni prima che dovrebbero giustificare una sorta di occhio per occhi dente per dente. Nordling dal canto suo intravede delle crepe dietro la cieca obbedienza del generale agli ordini di un regime che oramai si sta sfaldando, ricordandogli come ufficiali tedeschi di suo pari gradi avessero già essi stessi tentato di eliminare Hitler e destituire il regime nazista (come si racconta nel notevole e sottovalutato Operazione Valchiria con Tom Cruise).

La stanza del generale
Storia vera sullo sfondo di un incontro di fiction, messo in scena alla perfezione da Schlöndorff, per un classico film molto teatrale che oggi definiremmo “da interni”. L’azione si svolge quasi interamente all’interno della stessa stanza, con i due protagonisti impegnati nella loro duello psicologico, un duello verbale elegante e raffinato, ben orchestrato e ottimamente interpretato da due attori di grande lignaggio, che sicuramente beneficiano del fatto di aver interpretato gli stessi personaggi anche a teatro. Nonostante l’esito della partita sia noto trattandosi di una pagina di storia già scritta, non ci si annoia nemmeno per un momento, il film riesce a tenere viva l’attenzione dello spettatore e si crea anzi una certa apprezzabile tensione come se l’epilogo fosse in qualche modo incerto. Non avrà la classe del miglior Polanski, ma Schlöndorff confeziona un ottimo film impreziosito da una grande prova d’attori, e di questi tempi non è affatto poco.

Alessandro Antinori, da “movieplayer.it”

 

23 agosto 1944. Parigi, ancora sotto il controllo tedesco, è pronta a cadere nelle mani degli Alleati che si stanno sempre più avvicinando alle porte della città. Il fuhrer, ancora pronto a tutto, ordina al generale von Choltitz (a capo delle operazioni nella capitale francese) di distruggere la città a cominciare dai suoi monumenti più importanti, tra i quali il Louvre e la Torre Eiffel. Oltre alle meraviglie architettoniche a rischio c’è anche la vita di migliaia di civili. Il console svedese a Parigi, Raoul Nordling, da tempo in intensi contatti con von Choltitz si introduce segretamente nella sua camera d’albergo – dalla quale il generale gestisce le operazioni – per cercare di convincere il militare a evitare la strage e a disobbidire agli ordini.

Non nuovo nel trattare storie ambientate durante la seconda guerra mondiale (tra i suoi film più recenti sul tema The Ogre con John Malkovich e gli ineditiIl nono giorno e La mer à l’aube), il regista tedesco Volker Schlöndorff si avventura nel racconto di un’ipotesi già espletata nella pièce teatrale Diplomatie di Cyril Gely.Diplomacy – Una notte per salvare Parigi ne è l’adattamento. Per dar volto a due personaggi storici – realmente esistiti – Schlondorff sceglie di affidarsi a due vecchi, ma ancora ruggenti, leoni come André Dussolliere Niels Arestrup.

Un film ambientato per la sua quasi totalità tra le quattro mura di una stanza non può che vivere sulle prove dei suoi protagonisti, interpreti perfetti e magnifici, che riescono a catalizzare l’attenzione nei loro intensi e serrati dialoghi. Un cinema da camera della miglior specie, che si districa nei meandri di un racconto di cui si sa già la fine, senza però far mai perdere mordente alla narrazione grazie anche a una sceneggiatura a orologeria che non dimentica un’acuta caratterizzazione delle due figure cardine. Il personaggio di von Choltitz viene infatti ammantato di una notevole umanità – operazione non sempre scontata nella rappresentazione di un gerarca nazista – in cui le azioni del soldato cozzano spesso con gli ideali dell’uomo, afflitto da un dilemma che diventa una vera prova esistenziale. L’assenza degli stereotipi e la cura nel rapporto tra il militare e il console svedese sono messi in scena con una rappresentazione classica, che guarda spesso al mondo teatrale senza tuttavia perdere di vista la sua connotazione cinematografica. Una corsa contro il tempo ricca di suspence, che immerge lo spettatore in una delle pagine fondamentali della Storia del secolo scorso.

Maurizio Encari, da “silenzio-in-sala.com”

 

Quando negli anni Cinquanta Chaim Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca scrissero il loro importante Trattato di argomentazione, la seconda guerra mondiale non era finita da molto tempo e non era una scelta casuale quella di riflettere su come di fronte alla violenza fisica e alla manipolazione propagandistica solo la ragione e la dialettica potessero soccorrere gli esseri umani nella ricerca di principi condivisi su cui fondare il vivere insieme.

In questa stessa chiave, l’ultimo film di Volker Schlöndorff racconta come, grazie alla dialettica, Parigi fu salvata dalla distruzione totale sotto l’occupazione nazista. Tratto dalla pièce omonima di Cyril Gely del 2011, Diplomatie (Diplomacy – Una notte per salvare Parigi) mette in scena la sofisticata negoziazione tra il Governatore nazista di Parigi Generale Dietrich von Choltitz (Niels Arestrup) a cui Hitler ha appena ordinato di far esplodere ponti e monumenti emblematici della capitale francese e il console svedese Raoul Nordling (André Dussollier) che vi si trova di stanza. L’episodio dell’evitata distruzione di Parigi ha già un precedente cinematografico nel film Paris brûle-t-il? di René Clément (1966), tratto dal libro omonimo di Larry Collins e Dominique Lapierre, e interpretato niente di meno che da Orson Welles nella parte di Raoul Nordling e da Gert Fröbe in quella di von Choltitz.

Dopo La mer à l’aube, Schlöndorff prosegue il suo lavoro di esplorazione cinematografica di pagine di storia cruciali per le relazioni franco-tedesche. Qui, però, si tratta di una versione in parte romanzata della storia dacché pur avendo avuto luogo, l’incontro messo in scena ebbe come oggetto uno scambio di prigionieri e la negoziazione di una tregua con la resistenza francese che evitasse ritorsioni tragiche da parte della Wermacht.

Il testo come il film sono perciò costruiti come un’ode a Parigi articolata in più movimenti analogamente alla Sinfonia n° 7 di Beethoven che apre il film mentre sullo schermo scorrono le immagini della distruzione di Varsavia, come a significare l’incubo che il console Nordling vuole evitare alla ville lumière. Della meravigliosa città, il console conosce i più reconditi segreti. Così riesce a penetrare nel quartier generale nazista all’Hotel Le Meurice dallo stesso passaggio segreto che Napoleone III utilizzava per incontrare clandestinamente la sua amante attrice (un’invenzione di Gely sorprendentemente attuale) e lì coglie un von Choltitz apparentemente determinato a eseguire gli ordini del Führer ma in realtà tragicamente roso dai dubbi. Inanellando con grande perizia argomenti pragmatici ed emotivi, il diplomatico riesce a confezionare il proprio capolavoro e lo straordinario duetto di attori, che aveva già portato in scena il testo a teatro, rende a meraviglia ogni variazione di tono dal tragico al leggero al furioso al solenne.

Silvia Nugara, da “culframe.com”

 

 

La banalità del male, scriveva Hanna Arendt, come concetto sulla questione dell’obbedienza agli ordini.
Un militare può disobbedire ai suoi superiori? Deve ascoltare i suoi sentimenti, la sua ragione, o solamente mettere in pratica gli ordini impartiti? Non si giudica un ordine, si esegue a priori oppure c’è un momento in cui gli ordini smettono di essere giusti e l’obbedienza estrema diventa inumana?
Diplomacy scava nella questione, analizza, approfondisce e indaga sulla disputa tra autorità e responsabilità, attraverso un dialogo, lungo una notte, tra l’ufficiale tedesco Von Choltitz e l’ambasciatore della neutrale Svezia Raoul Nordling.
Una notte per salvare una città e i suoi milioni di abitanti.
“Avremo sempre Parigi” pronuncia Rick in Casablanca nel 1942, ma questa frase storica avrebbe potuto non essere più vera due anni più tardi, esattamente il 23 agosto 1944, quando sulla Germania nazista incombe l’avanzata delle truppe alleate durante la Seconda Guerra Mondiale.
Bloccato nel suo bunker berlinese, infatti, Hilter ordina di procedere alla distruzione della capitale francese, sperando di lasciare decine di migliaia di morti tra le macerie e cancellare secoli di arte, architettura e la civiltà. D’altronde se Berlino è ridotto un cumulo di macerie “Parigi non poteva certo risplendere ancora”.
La persona incaricata di questo atto barbaro e ai limiti dei crimini di guerra è il Generale Von Choltitz (Niels Arestrup), che dirige la guarnigione tedesca a Parigi e, poco prima dell’alba, si prepara a eseguire gli ordini e distruggere la città. Ponti e monumenti, musei e cattedrali, ma anche l’Opera, la Torre Eiffel, il Louvre, sono tutti stati minati e sono pronti a esplodere al segno del governatore militare.
Un ordine, per fortuna, mai avvenuto. Ma per quale ragione? E la pellicola diretta da Volker Schlondorf cerca di rispondere immaginando un faccia a faccia, della durata di una notte, tra un diplomatico (Andre Dussollier), e un generale tedesco che ha il potere di distruggere o di preservare un’intera città.
Diplomacy è un film affascinante, interessante e splendidamente recitato. E’ un dramma da camera ben costruito, tratto da una piece teatrale su una storia che andava raccontata e approfondita.
Una partita a scacchi psicologica che crea suspance e tensione. Il vero mistero non risiede nel risultato, ma nelle ragioni della decisione di Von Choltitz, fondamentali per le sorti di Parigi, dell’Europa, e di milioni di persone.
Marco Visco, da “cinemamente.com”

 

La storia non si fa con i se o con i ma, o meglio, se volessimo essere più precisi, con la storia controfattuale. Ma il cinema non solo può farlo, ma direi quasi deve. Perché in questo modo riesce a scandagliare l’animo umano, affacciandosi sui grandi bivi decisionali che hanno indirizzato lo sviluppo della nostra storia. Volker Schlöndorff lo ha fatto con il suo nuovo filmDiplomacy, tratto da una pièce teatrale di successo, utilizzando gli stessi attori, due colossi come André Dussolier e Niels Arestrup, per raccontare una notte diversa dalle altre. È il 25 agosto del 1944 e Parigi è ancora sotto l’occupazione tedesca, guidata da poche settimane dall’aristocratico prussiano generale Dietrich Von Choltitz. Ma gli alleati sono alle porte della città e nel suo quartier generale, l’elegante Hotel Lutetia, si intrufola attraverso un ingresso segreto il console generale svedese. Sono le primissime ore del mattino, è ancora notte, e tutta Parigi è stata minata nei giorni precedenti. L’ordine diretto di Hitler è di far esplodere i ponti, i monumenti; secoli di cultura e civilizzazione sono a rischio.

Superfluo dire che sappiamo già la fine, ma nonostante questo la tensione piana di Diplomacyci inchioda alla poltrona mentre i due si ritrovano in un duello verbale, in un dialogo intimo, poco importa se mai avvenuto, che diventa un paradigma delle disgrazie della cieca obbedienza, della convinzione ideologica priva del filtro dell’arbitrio personale. I due sono molto diversi: uno è un abile tessitore diplomatico, si muove nel buio, conosce i segreti delle viuzze della città, tanto quanto le piccole debolezze e le risorse dell’animo umano; l’altro viene da una famiglia nobile di militari, è abituato a concepire l’etica come rispetto della gerarchia: un panzer che si muove muscolarmente in campo aperto.

Due posizioni che sembrano inconciliabili, ma ecco che avviene sotto gli occhi di noi spettatori, con il ricamo elegante di Schlöndorff, il miracolo umano dell’ascolto dell’altro, del crollo di ogni sovrastruttura o divisa, che lascia risaltare la grandezza dell’uomo, in parallelo con la fine della notte e l’arrivo dell’alba. Un nuovo giorno è in arrivo a Parigi, un giorno di speranza, di sogni, di illusioni.

Troppo facile definire questo film per il suo impianto teatrale, quando la forza dirompente sta invece in un cristallino miracolo cinematografico: rendere universale un dialogo fra due personaggi, dimenticare i limiti spaziali di un elegante studio per farne un gioco di specchi e stoccate, un western umano all’ultima pistolettata in cui in palio c’è il rispetto di sé, prima che la propria vita o quella dei propri cari minacciati dal potere nazista.

In un’epoca di spersonalizzazione del confronto, che diventa sempre di più mediatico o pubblicoDiplomacy, il titolo ce lo fa intuire chiaramente, è un elogio della mediazione, del dialogo vis-à-vis, che può portare anche all’inganno, al sotterfugio per un giusto fine. In fondo da secoli, e saggiamente, la diplomazia si giova di una patina di segretezza.

Mauro Donzelli, da “comingsoon.it”

 

È la notte fra il 24 e il 25 agosto 1944. Gli Alleati stanno per liberare Parigi, ma il Fuhrer ha deciso che distruggerà la città per punire “l’arroganza dei francesi che credono che sia già finita”. Le mine sono piazzate sotto Notre Dame, la torre Eiffel, il Louvre, l’Opera, l’Arco di Trionfo. Manca solo l’ordine definitivo affinché ponti, monumenti, stazioni saltino per aria, portando con sé circa 3 milioni di civili residenti nella Ville Lumière. Quell’ordine verrà dato all’alba dal generale Dietrich von Choltitz, capo del quartier generale tedesco a Parigi. Ma entra in scena Raoul Nordling, console svedese “nato e cresciuto a Parigi”, che si intrufola nello studio di von Choltitz per cercare di dissuaderlo dal confermare quell’ordine fatale.
Tutti sappiamo com’è finita, perché Parigi continua a brillare con tutti i suoi gioielli. L’abilità della pièce teatrale Diplomatie di Cyril Gely, su cui è basato l’adattamento cinematografico ad opera dello stesso Gely e del regista Volker Schlondorff, è quella di ricreare la tensione di quelle ultime ore e tenerci in sospeso su quali saranno gli argomenti utili per convincere von Choltitz a cancellare la distruzione della capitale francese. Il fatto che dietro la sceneggiatura, perfettamente calibrata e allo stesso tempo completamente coinvolgente, ci siano un francese e un tedesco ha certamente contribuito a ritrarre i due protagonisti, von Choltitz e il console svedese innamorato della Francia, come esseri umani a tutto tondo, ognuno dotato di ragioni condivisibili per agire in un modo piuttosto che in un altro.
“Lei cosa farebbe al mio posto?”, chiede il generale al diplomatico, ma è come se lo chiedesse a noi, perché è impossibile chiamarsi fuori dal dilemma che riguarda il suo personaggio. In ballo ci sono i legami famigliari, il futuro di una città e di due nazioni, la paura, l’onore. E soprattutto “il limite oltre il quale l’obbedienza smette di essere un dovere”, nonchè il rapporto fra i doveri che ci impone l’appartenenza ad una collettività, una nazione, un esercito e un’educazione, e quelli che ci suggerisce la coscienza, rendendo unica la nostra individualità.
Schlondorff esamina un’altra pagina della Storia affrontando di petto il tema delle responsabilità – collettive e individuali, appunto – del nazismo, e lo fa tenendosi alla larga dagli stereotipi e dai luoghi comuni. Con una messinscena classica che concentra l’azione – puramente verbale – all’interno di una stanza, attraverso una grande attenzione ai dettagli – il bidet che transita durante la smobilitazione del quartier generale tedesco, la lampada di fortuna alla cui luce il generale deve leggere gli ordini di Himmler, il ticchettio dell’orologio che sottolinea l’urgenza della decisione – il regista racconta la storia di due uomini che hanno fatto la Storia rimanendo connessi alla loro umanità più profonda.
La sceneggiatura non dimentica di colorare di sottile ironia ogni scambio verbale ed ogni azione filmica. E l’interpretazione del franco-danese Niels Arestrup e del francese Andre Dussolier nei panni del generale e del console fa il resto, rendendo impossibile distogliere l’attenzione da questi due virtuosi del cinema internazionale.

Paola Casella, da “mymovies.it”

 

Volker Schlöndorff, classe 1939, lavora nel mondo del cinema fin dall’inizio degli anni 60. Un esordio come assistente alla regia di Louis Malle, Jean-Pierre Melville e Alain Resnais, e poi una carriera da regista con tanto di vittorie di lusso (Palma d’oro a Cannes e Oscar come miglior film straniero per Il tamburo di latta nel 1979).

Il suo ultimo lavoro, Diplomacy – Una notte per salvare Parigi, è tutt’altro che il nuovo film di un autore che ha perso lo smalto, anzi. Per raccontare questa storia “vera”, raccontata nell’opera teatrale di Cyril Gely (che ha lavorato all’adattamento cinematografico), Schlöndorff pare davvero usare una qualità che solo un vecchio leone come lui potrebbe avere dopo tanti anni di lavoro: il totale controllo del mezzo.

Diplomacy è davvero il lavoro di un regista. Non si tradisce mai l’origine teatrale, certo: ma oltre a essere un film coinvolgente, Diplomacy è innanzitutto un film. È cinema. Di “faccia a faccia” di origini teatrali ne abbiamo visti parecchi, tra gli ultimi anche Venere in pelliccia di Polanski. Ma non sempre i risultati si allontanano dall’apparenza di essere “teatro filmato”.

La cura nei dettagli e la macchina da presa mobile di Schlöndorff, che non si ferma mai al semplice campo-controcampo, danno un’idea di messa in scena ricca, senza che si cada mai in virtuosismi. È forse per questo controllo che Dimplomacy può affrontare la storia (e la Storia) uscendone vincitore, sia dal punto di vista del coinvolgimento che delle questioni (storiche e private) che racconta.

Accade tutto in una notte, tra il 24 e il 25 agosto del 1944. Gli Alleati stanno per entrare a Parigi, ma il generale tedesco Dietrich von Choltiz, governatore militare della città, si prepara a eseguire gli ordini di Hitler e distruggere la città. Notre Dame, la torre Eiffel, il Louvre, l’Opera, l’Arco di Trionfo e altri celebri monumenti e spazi parigini sono stati minati e sono pronti a esplodere.

Ma poco prima che il generale possa dare il via alla distruzione della città eseguendo gli ordini del Führer, una visita inaspettata lo costringe a ripensare continuamente a quello che sta per fare. Si tratta della visita di Raoul Nordling, consulente della Svezia innamorato di Parigi e venuto dal generale proprio per far sì che non esegua gli ordini di Hitler…

Dietrich von Choltiz e Raoul Nordling sono due personaggi realmente esistiti, ma non si sa ovviamente come sia andata quella notte e cosa abbia fatto il secondo per convincere il primo. Schlöndorff prova quindi a scavare in questo “buco storico” per ragionare sulle responsabilità di due uomini dai lati opposti della barricata di fronte alla Storia. Un duello senza armi che mette in gioco questioni morali e personali, quindi umane.

Provate a confrontare Diplomacy con Monuments Men: sono due film diversissimi, certo, ma che vanno a parare nella stessa direzione. Il secondo ne esce rottamato, complici anche le prove attoriali di André Dussollier e Niels Arestrup che si mangiano il cast hollywoodiano del film di Clooney. Dando vita a due personaggi sempre credibili, i due contribuiscono alla grande a rendere Diplomacy il film teso e coinvolgente che è.

Gabriele Capolino, da “cineblog.it”

 

 

È la notte del 24 agosto del 1944, l’arrivo degli alleati nella Parigi sotto il dominio nazista è incombente e Adolf Hitler, bloccato nel suo bunker a Berlino, dà un ultimo folle ordine: radere al suolo la città. A ricevere l’ordine è il generale nazista e governatore militare di Parigi, Dietrich von Choltitz (Niels Arestrup), che rintanato nel suo quartier generale è pronto ad eseguire con estrema fedeltà il più spregevole tra gli ordini. Ad intromettersi quella notte è il Console di Svezia, Raoul Nordling (Andre Dussollier), che pronto a dissuadere il generale armandosi di tutta l’arte retorica e diplomatica che possiede, comincerà una lotta psicologica che gli consegnerà intatta l’amata città.

Tratto dall’omonima opera teatrale di Cyril Gely, adattatore e co-sceneggiatore del film assieme al regista, Premio Oscar nel ’79 per “Il tamburo di latta”, Volker Schlöndorff,Diplomacy è la ricostruzione rielaborata dei rapporti diplomatici tra i due protagonisti. Difatti non è mai stato chiaro se fu l’intervento del diplomatico svedese a far cambiare idea al generale, ciò che è sicuro e provato sono i rapporti che vi erano tra i due, soprattutto in quelle ore fatidiche.

E’ forte l’impronta teatrale nel film, che si svolge per buona parte all’interno delle mura della lussuosa suite dell’Hotel Meurice, quartier generale delle truppe tedesche a Parigi e accogliente alcova degli incontri con Nordling, machiavellico e vero attore della vicenda, amabile incarnazione dei valori umani.

Nonostante si conosca l’esito della vicenda, il ritmo del film è sempre coinvolgente e riesce sempre a catalizzare l’attenzione dello spettatore creando empatia con entrambi i protagonisti e un’inevitabile, quanto inaspettata, immedesimazione perfino con il carnefice. Enorme risulta la bravura degli attori, passando dalla simpatica e benevola figura di Nordling, all’ impensabile umanità e debolezza emerse nella figura di Choltitz. Un esecutore, che nulla sembra potere di fronte alla sua fedeltà e abnegazione verso un’insana, quanto assurda causa.

Il film è il sentito tributo alla città parigina, niente affatto mero sfondo ma assoluto protagonista onnipresente della pellicola. Un ritratto pitturato dalle parole del diplomatico svedese in un’arringa continua, in difesa della tanto cara Parigi. Un dipinto che trova in poche e rare riprese della città la sua espressione massima portando alla commozione e alla consapevolezza dell’enorme gravità della tragedia scampata.

Andrea Rabbito, da “filmforlife.org”

 

Dell’indiscutibile fascino di Parigi ne abbiamo già parlato a lungo raccontando qualche film di Woody Allen. Una città scintillante, intensa, romantica che ha corso il rischio di essere rasa al suo durante la Seconda Guerra Mondiale. E’ questa paura che anima Diplomacy diretto da Volker Schlondorff, presentato al 64esimo Festival Internazionale di Berlino. Il film uscirà nelle sale il 21 Novembre 2014.

Una notte per salvare Parigi. Quella tra il 24 e il 25 Agosto 1944. Mentre gli alleati, poco prima dell’alba, entrano nella capitale francese, il generale tedesco Dietrich von Choltitz si appresta ad eseguire gli ordini di Adolf Hitler: far saltare in aria i ponti e i monumenti della città, causando la completa distruzione. Questo fortunatamente non si è realizzato e la storia ci ha consegnato una Parigi sana e salva in tutto il suo splendore.
Cosa ha fatto desistere il generale dall’eseguire l’ordine? La sua lealtà verso il Terzo Reich era indiscutibile. Saranno state veramente le parole del console svedese Raoul Nordling a fargli cambiare idea?

Diplomacy è incentrato interamente su quella notte e sul dialogo che avviene tra il generale tedescoDietrich von Choltitz e il console svedese Raoul Nordling. I due dibattono e riflettono su autorità e responsabilità. Entrambi hanno a cuore le sorti dei propri cari e credono nella follia di tale piano. Von Choltitz crede fermamente nell’obbedienza gerarchica e nel dovere. Raoul Nordling sostiene, invece, che qualsiasi contrasto può essere risolto e discusso con la forza delle parole e non delle armi.

Noi sappiamo che Parigi non verrà mai distrutta, ma il regista dà una spiegazione, del tutto personale, alla ragione per la quale ciò non accadde. Quello di Volker Schlondorff, Premio Oscar e Palma d’Oro a Cannes nel 1979 con il film Il Tamburo di Latta, è un film storico, nonostante l’incontro al centro del film non sia avvenuto realmente. O almeno non vi sono testimonianze o prove a riguardo. Si sa per certo che i due si sono visti più volte nei giorni precedenti il 24 Agosto 1944 all’Hotel Meurice e spesso hanno fatto uno scambio di battute sulla bellezza di Parigi e del pericolo che la città stava correndo. Se il generale Von Choltitz avesse eseguito l’ordine di Hitler, non solo non avremmo mai potuto vedere Parigi, ma l’Europa così come la conosciamo non sarebbe esistita.

A guidare il film sono due attori raffinati come Andre Dussollier e Niels Arestrup. “Lei cosa farebbe al mio posto?” e’ questa la frase dalla quale questi due grandi del cinema iniziano la loro recita. Un’interpretazione sublime e magistrale. Non un piega fuori posto, un tono eccessivo, una parola di troppo o troppo scontata. Il tutto in un film forte, riflessivo ed evocativo.

Margherita Bordino, da “cinematographe.it”

 

 

Parigi, 23 agosto 1944. La Germania nazista è prossima alla disfatta, mentre avanzano sempre più compatte le truppe alleate. Eppure, ancora non pronto a rassegnarsi, il führer, dal suo bunker berlinese, ordina al Generale von Choltitz (a capo della guarnigione tedesca di Parigi) di procedere alla distruzione della capitale francese, di eliminare in un colpo solo la fastosa architettura della Ville Lumière e i suoi cittadini. Un ordine dettato con grande probabilità dalla volontà di Hitler di sfigurare Parigi come era accaduto per Berlino e di non permetter così alla capitale francese di mantenere il suo ‘primato estetico’. Ma quest’ordine (nella realtà storica dei fatti) non verrà mai eseguito, lasciando così intatte le bellezze della Parigi che tutti conosciamo e che ancora oggi è custode di alcune ineguagliabili espressioni d’arte. Diplomacy del regista Volker Schlöndorff cerca di dare una chiave di lettura plausibile ai motivi che spinsero il Generale von Choltitz a non portare a termine uno degli ultimi, folli ordini di Hitler. E nel disvelare questa presunta, ipotetica pagina di storia, diventa centrale la figura di un altro uomo, Raoul Nordling (interpretato da André Dussollier), all’epoca dei fatti Console Generale di Svezia a Parigi, e che in quel frangente incontrò più volte il Generale tedesco, instillando forse nell’uomo il dubbio di quella possibile disubbidienza a un ordine che (assecondato) avrebbe cambiato per sempre non solo la fisionomia di Parigi ma anche le sorti socio-politiche dell’Europa di cui oggi facciamo parte.
SALVANDO PARIGI

Partendo dunque da una speculazione politica e riadattando per il cinema la fonte d’ispirazione teatrale (Diplomatie di Cyril Gely), Diplomacy del regista tedesco Volker Schlöndorff porta realmente in scena una mirabile azione di diplomazia che pur nella sua non storica fondatezza riapre l’interessante riflessione del rapporto tra uomo e coscienza nei casi limiti, come quello di una guerra feroce e dilaniante in cui la volontà del singolo lascia il posto alla mera esecuzione dell’ordine, qualsiasi esso sia (affermerà a questo proposito von Choltitz in merito all’ordine di distruggere Parigi e tutti i suoi abitanti: “Non ho mai ricevuto ordini aberranti”). Il paradosso dell’uomo che diventa criminale per semplice aderenza agli ordini e ai dettami della guerra è stato da sempre fonte di numerosi dibattiti, polemiche, tutte poi raccordate attorno al labile filo di quella banalità del male acutamente ricostruita dalla Arendt. Può dunque un uomo in casi limite mantenere un rapporto limpido con la propria coscienza? Diplomacy, mantenendo l’impostazione teatrale e dunque il minimalismo di spazi (è quasi tutto girato nella fastosa stanza d’albergo dove alloggia il Generale) e personaggi (quasi l’intero film poggia sul confronto dialettico, esistenziale tra il Generale e il Console), riporta in auge proprio il tema dell’uomo nel confronto con sé stesso e con la propria morale in una situazione che definire al limite è a dir poco riduttivo. Volker Schlöndorff rilegge dunque questa pagina storica di un dramma sventato attraverso il confronto tra due uomini, abituati a essere per ruolo uno mero braccio esecutore l’altro mente, in grado di portare l’avversario alla resa con la sola forza della propria dialettica. E, infatti, sarà proprio chiamando in causa la pagina biblica di Abramo, l’amore di un padre per i propri figli e non da ultima la grande differenza insita nell’esser ricordati come salvatori anziché come distruttori, ad abbassare gradualmente le difese ‘militari’ del Generale per ricondurlo invece a una dimensione umana, più fragile e dunque più incline ad ascoltare le ragioni della propria coscienza. Un duetto umano davvero interessante, reso tale senza dubbio dalla forza di dialoghi che sanno essere sempre funzionali e incalzanti, e da una coppia di attori davvero magistrali e perfettamente calati nei loro ruoli e nelle sfumature del loro riflettere. È, infine, un confronto tutto umano che si muove tra due esistenze diverse eppure similmente in grado di dare del filo da torcere al proprio interlocutore: da un lato la durezza apparente del Generale di Niels Arestrup e dall’altro l’essenza enigmatica (verbale e mimica) del Console, interpretato da uno straordinario e sfuggente Andre Dussollier.
D’impianto teatrale e basato tutto sulla fine dialettica e sul filosofeggiare (politico ed esistenziale) dei due protagonisti assoluti, Diplomacy ricostruisce la suspense di un momento della storia che decise non solo delle sorti della Villa Lumiere ma anche dell’assetto socio-politico dell’Europa intera. Forte soprattutto delle magistrali interpretazioni di Niels Arestrup e Andre Dussollier rispettivamente nei panni del Generale Dietrichvon Choltitz e del Console Raoul Nordling, l’opera del tedesco Volker Schlondorff fa del rigore e della sintesi narrativa i suoi punti di forza e di coesione dimostrando come anche un’ipotesi storica a volte può essere di fondamentale importanza per la comprensione della Storia.
VOTOGLOBALE7

Elena Pedoto, da “everyeye.it”

 

 

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