Dancing with Maria

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È un intrecciarsi di movenze sinuose, in armonia con se stessi prima ancora che con il mondo, con se stessi metamorfosati in puro fluire musicale.
Unico film italiano in concorso alla Settimana Internazionale della Critica a Venezia, Dancing with Maria ha il sapore di un’elegia sommessa e toccante. Siamo dalle parti di Wim Wenders e del suo affascinante Pina, eppure siamo al contempo da tutt’altra parte.
Niente 3D, niente scorci sontuosi e sconfinati per rendere omaggio a un’altra leggenda della danza contemporanea, e pioniera della danza-terapia, come l’argentina Maria Fux. Il regista friulano Ivan Gergolet ci immerge, invece, nelle atmosfere intime della sala-prove in cui l’ormai novantenne Maestra argentina, con sofisticata ironia e ironica leziosità, accoglie aspiranti danzatori di qualsiasi condizione sociale, argentini e stranieri, uomini e donne con malattie fisiche e mentali, integrandoli tutti nella dimensione trascendente, è davvero il caso di dirlo, della danza.
Più che un biopic, dunque, questo bel docufilm riesce nella non facile impresa di suggerire ciò che, all’apparenza, sembrerebbe impossibile far rivivere su di uno schermo: l’essenza di un’esperienza psicofisica che, lungi da tentazioni misticheggianti o new-age, (fin troppo comuni a tempi, come i nostri, assetati di spiritualità in salsa digitale) si propone a un tempo come mezzo terapeutico ed espressione artistica, coniugando le esigenze dell’una con il pragmatismo dell’altro.
Complici, e non poteva essere altrimenti, le musiche suadenti di Luca Ciut, il racconto della vita e del pensiero-azione di Maria Fux, dal bianco e nero degli esordi giovanili, in un’Argentina-Eldorado per migliaia di emigranti europei, si tinge di vibrazioni sottili, echi del passato, vite di allievi e allieve che hanno incrociato il proprio percorso esistenziale con quello della Maestra, incontro da cui si è generato un rapporto di reciproco scambio e maturazione.
Un crogiuolo narrativo sorretto da sobrietà stilistica, un intrecciarsi di volti e relazioni, continenti e modi d’intendere la vita e i suoi ritmi, le sue movenze, un inestricabile nodo di vissuti dal sapore borgesiano, borgesiano come la Buenos Aires in cui, attempata ma ancora fervente di vita, Maria Fux continua a vivere e a danzare.
Gianfrancesco Iacono, da “cinematografo.it”

 

 

L’esordiente Ivan Gergolet tratteggia con mano ferma il ritratto composito di una danzatrice ostinatamente alla ricerca di nuove forme per esprimere la sua creatività, perché questa è, in fondo, la missione di ogni artista. In concorso alla SIC 2014.
Guarda, la musica!
Maria Fux è un’anziana danzatrice argentina. Nel suo studio nel centro di Buenos Aires accoglie danzatori di qualsiasi condizione sociale, ma anche uomini e donne con limitazioni fisiche e mentali, formando gruppi di danza integrati. Dopo aver sperimentato e trasmesso agli altri per tutta una vita il suo metodo basato sulla percezione dei ritmi interni e sulla simbiosi con la musica, Maria Fux ha preso in consegna un’ultima allieva, forse la più difficile: se stessa. Tutti abbiamo dei limiti che possiamo conoscere e superare. All’età di 90 anni, Maria combatte l’ultima battaglia contro i limiti del proprio corpo… [sinossi]
Probabilmente non esiste una forma espressiva capace di catturare una volta per tutte e nella sua più intima essenza il nascere di un’idea creativa, né alcuna esegesi ermeneutica può risalire alla sua origine prima. Quel che è certo però è che non esiste nulla di più seducente dell’osservare un artista al lavoro. Ed è proprio con questo spirito, appassionato ma anche profondamente rispettoso, che l’esordiente Ivan Gergolet ha deciso di affrontare il suo oggetto d’elezione, la danzatrice argentina Maria Fux, nel documentario Dancing with Maria, unico film italiano (si tratta di una co-produzione Italia/Argentina) in competizione alla 29/esima Settimana Internazionale della Critica.

Prodotto da Igor Prinčič, già fautore di Zoran, mio nipote scemo, film vincitore della SIC lo scorso anno, Dancing with Maria è il ritratto composito di una delle figure più importanti della danza contemporanea a sfondo terapeutico, ritratto ben distante da ogni tentazione agiografica così come da intenti didattici. Il regista goriziano, dichiara d’altronde fin dall’incipit i suoi intenti, con quel lungo piano sequenza a seguire l’ingresso della sua protagonista su un palcoscenico a lei molto caro: la sua scuola di danza. In fondo, sembra volerci dire sin da subito l’autore, quel che ci è dato conoscere di un artista è tutto contenuto nel suo spazio d’elezione e dunque, nel caso di Maria Fux, tutto giace in quella sala e su quel parquet dove ancora oggi, all’età di 93 anni, si esercita e tramanda la sua arte, utilizzando i propri accordatissimi strumenti: la voce e il corpo.

Privo dunque di quel rigore stantio che caratterizza tanta produzione documentaria nostrana, e che apparirebbe qui necessariamente calato dall’altro, Dancing with Maria si pone al servizio del suo personaggio per concentrarsi poi gradualmente su alcune figure che le gravitano attorno: una danzatrice triestina, una coppia di ragazzi down, una donna affetta da Poliomelite e un’ex allieva oggi insegnante proprio nella scuola di Maria a Buenos Aires. Accanto loro, si muove poi un nutrito gruppo di allievi, tra cui anche un unico uomo e una non vedente, ma soprattutto si delinea a tratti un personaggio inafferrabile, che è il motore immobile di questa Storia: l’india Maria Garrido.
Vera e propria metafora vivente dell’ammaliante opacità dell’inconoscibile, Maria Garrido fu trovata da una suora nella foresta quando era poco più di una bambina; sordomuta e inizialmente incapace di stabilire un contatto con l’esterno, Maria, attraverso gli insegnamenti della Fux, riuscì a trovare la propria via all’espressione corporea e dunque alla comunicazione. Questa figura quasi dal portato ancestrale avrebbe meritato forse maggiore spazio e si percepisce una certa frustrazione nel cogliere solo lacerti della sua storia e della sua personalità; ma d’altronde, in quei pochi istanti in cui la si vede in scena, in brevi filmati di repertorio, si comprende bene quanto la sua deflagrante presenza avrebbe finito per trasformare Dancing with Maria in qualcosa d’altro, minandone alla base la coesione.

Dalla storia della Garrido, così come da quelle delle altre allieve qui prese in esame, emerge invece con forza e nitore il grande insegnamento della danza contemporanea, che con il suo accordo complesso di movimenti sganciati da ogni disciplina, riesce a rendere naturale ciò che apparentemente non lo è, e simile o affine ciò che si ritiene diverso.
Senza indulgere in facili sensazionalismi, Dancing with Maria ci immerge dunque in un universo per sua natura “aperto” e accogliente e ci ritroviamo – poco importa se la danza sia tra i nostri interessi – iniziati ad un rituale collettivo trascinante e inclusivo.
Così come la porta della scuola di Maria Fux risulta sempre aperta per nuovi o vecchi allievi, anche a noi spettatori sembra di stazionare proprio su una preziosa zona di confine: quella tra l’io e l’altro, tra chiusura e apertura al mondo, tra limiti fisici e altri auto-imposti, mentre sotto ai nostri occhi e attraverso le movenze degli allievi di Maria, l’espressione artistica prende numerose forme, tutte parimenti giuste.
In tal senso, la stessa protagonista non è altro che un’allieva tra le altre, intenta ora ad osservare e incorporare la musica, ora a danzare al solo suono del vento, ad ascoltare il proprio corpo, sondando i limiti ad esso imposti dalla vecchiaia, perché senza limitazioni forse non esiste la danza, né l’arte tout court. E poco importa dunque se gli arti di Maria Fux non sono flessuosi come un tempo, i suoi occhi, il suono e la modulazione della sua voce, sono altri corpi tra i corpi, danzanti e vivi.

Daria Pomponio, da “quinlan.it”

 

 

“Ci sono due modi di vedere la vita: ciò che gli altri pensano di te e ciò che tu sei.” In questa frase Maria Fux racchiude la sua anima e il suo lavoro, ed è anche il lavoro che Ivan Gergolet ha cercato di raccontare nel suo lungometraggio Dancing with Maria. A più di 90 anni, con molte sfide e traguardi alle spalle, la celebre e affascinante Maria Fux non ha perso la vèrve e la grazia che ne hanno fatto una delle grandi stelle della danza. Nella sua casa studio di Buenos Aires, Maria ha una missione, trasformare i limiti di ognuno in risorse con la danza e la simbiosi con la musica. Nei suoi corsi ballano insieme danzatori di qualsiasi condizione ed estrazione sociale, uomini e donne con malattie fisiche e mentali, tutti alla scoperta di se stessi e degli altri. Perchè “la danza è l’incontro di un essere con gli altri. L’incontro con l’energia e la danza di Maria Fux cambiano la vita di chi l’incontra.

Maria Fux è una forza della natura, energia allo stato puro e come dice una delle sue allieve “il suo sguardo ti attraversa e ti penetra” una presenza che esce dallo schermo di una sala cinematografica e che, immaginiamo, con tale forza riempie il suo studio di Buenos Aires, vincitore di diversi premi tra cui ilCivitas Vitae della 71° Mostra del Cinema di Venezia, Dancing With Maria è una di quelle belle sorprese che ogni tanto si vedono in sala, delicato ma potente allo stesso tempo, capace di raccontare la vita di Maria mostrando il suo amore e la sua dedizione alla danza. Lo stesso Gergolet a volte non riesce a cogliere l’essenza di una donna simile, troppo “grande” per la piccola cinepresa, un vero docufilm che ripercorre i momenti della vita della protagonista, dall’arrivo in Argentina, terra di promesse per molti europei dell’epoca, il rapporto con la madre e il suo incontro con un mondo che le cambierà la vita, quello della danza, un amore che cambierà la vita di moltissime persone.

Una pellicola diretta con maestria che mostra il rispetto per una donna che ha fatto della danza il modo per amare e migliorare il mondo, il tutto condito dalle musiche perfette di Luca Ciut che sa anche quando celebrare il silenzio anche perchè tra gli allievi di Maria ci sono persone con deficit uditivi che vedono la musica e la toccano con mano. Quale modo migliore di celebrare una donna del genere se non con il racconto dei suoi allievi: volti, aspirazioni, continenti e modi diversi di intendere la vita e il rapporto con se stessi, perché questo insegna Maria Fux: il dono della diversità.

Lorenzo Colapietro, da “cinematographe.it”

 

 

Roma, con un piano sequenza seguiamo le spalle di una donna. Sembra anziana, piccina, cammina in un corridoio e arriva in quella che pare una sala prove: persone di tutte le età la aspettavano, sedute a terra. Lei parla spagnolo con un caratteristico accento argentino, la camera gira e ci mostra il volto sorridente che stavamo seguendo: Maria Fux. Ma chi è questa donna? Con l’andare avanti dei minuti impariamo a conoscerla bene, scopriamo ciò che stava per iniziare in quella sala prove è una lezione di Danzaterapia, di cui lei stessa è la fautrice. Può la musica e i suoi movimenti aiutarci a scoprire noi stessi? Scoprire angoli nascosti della nostra anima e del nostro corpo? Ballando con Maria scopriamo che sì, si può eccome. La suite numero 1 di Bach per solo violoncello ci dà il benvenuto e iniziamo a conoscere le persone che partecipano ai suoi corsi: uomini e donne di ogni tipo, di qualsiasi estrazione sociale, con malattie fisiche e mentali. E’ così che l’energia e la forza di Maria arriva dritta alle loro braccia, le loro gambe, il loro cuore; la danza diventa aiuto per la vita, accompagna l’esistenza di queste persone e Maria è proprio questo, un inno alla vita. La scopriamo una figura carismatica, virtuosa, in grado di leggerti dentro con un solo amorevole sguardo, di strapparti una risata con un semplice movimento delle mani o espressione del volto. In questa ora ci viene raccontata la sua vita, il suo lavoro, il suo progetto che va avanti da anni; le esperienze delle persone la cui vita è stata cambiata grazie alla presenza di questa donna argentina che non si arrende mai, che ha insegnato loro ad amarsi, ad abbracciare le difficoltà, a capire che sono tutti uguali e in grado di sentire loro stessi e gli altri. Il ritmo è lento, adagiato al tono della sua voce, alla calma e alla serenità che lei stessa infonde. Tutte le scene vanno di pari passo con le varie musiche che utilizza per i suoi corsi, si associano alle sue frasi brevi e dirette, ai racconti del suo passato, sin da quando era una piccola ballerina che coltivava la sua più grande passione. Un’ora che emoziona e lascia riflettere, che ci insegna come è il ritmo del nostro cuore che ci fa danzare sull’equilibrio che creiamo nella nostra vita: tutti possono danzare e scoprire se stessi, proprio ballando insieme a Maria.

Rachele Di Paolo, da “cinema4stelle.it”

 
Maria Fux ha 93 anni. Ancora danza, con le braccia e con la mente, e ancora insegna a danzare. Alla sua casa-studio di Buenos Aires arrivano persone da tutto il mondo, per frequentare i suoi seminari e per conoscere il suo metodo, così particolare, nato nel 1942 vedendo una foglia staccarsi da un albero e muoversi al vento. Secondo Maria Fux non è solo seguendo la musica che si danza, ma imparando a seguire il proprio ritmo interno. Dunque tutti possono farlo. Trasformare i limiti fisici in una risorsa è diventata la sua missione.
Maria Fux, in questo senso, ha cambiato la vita di molta gente. Certamente quella di Maria Garrido, bambina mapuche trovata dalla polizia in una grotta, nel 1971, denutrita e sordomuta. La Fux le ha insegnato a muoversi tra le compagne, e poi nel mondo. Ha fatto scoprire il linguaggio del corpo a chi non può camminare, a chi non vede, ai ragazzini down Marcos e Macarena. Il documentario di Ivan Gergolet racconta questi successi senza farne motivo di clamore, mantenendoli nell’alveo della quotidianità in cui Maria vive del proprio del lavoro, da sempre, felice di fare quello che è, piuttosto che il contrario. La dimensione del film è pacata, intima: il regista non sgomita in casa d’altri, ma assorbe con discrezione le abitudini della padrona di casa, rispettandone la volontà di entrare e uscire di scena tuttora in maniera teatrale, per conservare quell’aura di mistero che l’ha resa una sorta di guida per tante donne, una guru in senso buono. E a colpire, del film, è proprio il rapporto tra la classe e la maestra, il clima di rispetto e il lavoro di integrazione che la Fux sa instaurare. La componente teatrale è presente, importante, ma non si risolve in un’occasione di narcisismo: piuttosto contiene l’idea e la prassi, molto argentine, secondo cui un attore (un danzatore, un artista) non è mai un semplice interprete, ma sempre un creativo, che mette la propria intuizione al servizio di quel che è chiamato a fare.
Con la sua voce monocorde, attenta a non sovrastare il gesto del corpo, Maria Fux si allena ogni giorno con la sua classe, sempre più gremita, alla sbarra dell’immaginazione, e non è mai una fuga dalla realtà ma un altro modo di guardare ad essa, di approfondire la sua conoscenza, esattamente come, a volte, una parola di un’altra lingua fa luce su un vocabolo o su un concetto della nostra.
Il regista goriziano osserva l’artista al lavoro senza mai farsi passare dalla mente l’idea di costringerla ad interviste para-televisive o di forzarla a dar spettacolo di sé. È un ospite nel suo mondo e lo sa bene. Si fa bastare quel che intercetta, anche se qualche volta ci induce a desiderare di saperne più.

Marianna Cappi, da “mymovies.it”

 

 

Quella di Maria Fux è una storia e una personalità che attendevano di diventare film.

Ballerina argentina di buona notorietà, ad un certo punto della sua carriera ha deciso di cominciare ad insegnare danza come forma di terapia. Terapia per chi ritiene di averne bisogno ma anche terapia per invalidi o terapia per affetti da sindrome di down, non ci sono categorie che Maria (ormai anziana ma comunque vitale e capace di impressionare muovendo anche solo una mano) non possa far ballare. Il suo metodo e la sua scuola hanno diverse succursali in diverse città del mondo ma lei continua a vivere nella sede centrale, casa e bottega.

È evidente che l’impatto visivo potente di questo documentario è tutto sull’asse Maria/ballerini, cioè sul fatto che questa donna anziana ancora curata come una ballerina d’altri tempi (con i fiori nei capelli) detta movimenti nell’aria e spiega come poter occupare lo spazio con il proprio corpo a persone che non solo non hanno il fisico ma nemmeno i movimenti dei ballerini. Eppure, attraverso i suoi metodi, anche i più deficitari si appropriano di una grazia e un’idea di comunicazione tramite braccia, mani, gambe, torso e testa che appaiono liberatorie.

C’è qualcosa di fortissimo in queste immagini, a prescindere dallo stile con il quale Ivan Gergolet le riprende: quella che per alcune persone è una gabbia che costringe, limita e fiacca (il corpo, specie se contaminato da handicap), possa diventare lo stesso, in maniere paradossali, un’opportunità di comunicazione.

Peccato che non sempre Dancing with Maria sia all’altezza degli eventi che filma, dei gesti cui assiste e della figura che ha scelto di raccontare. Verso metà sembra aver già esaurito la sua spinta propulsiva e comincia a ripetersi, a ripassare più volte i medesimi solchi.

Gergolet documenta anche la lotta di Maria Fux contro il suo corpo che decade ma in questo caso, cioè nel dramma, non trova la forza visiva che invece è presente nelle prime immagini dell’estasi da danza dei corpi inusuali dei suoi studenti portatori di handicap. E così lentamente il film muore.

Gabriele Niola, da “badtaste.it”

 

Maria Fux è una danzatrice sudamericana famosa in tutto il mondo per il suo stile innovativo e sopratutto per il modo in cui applica le sue conoscenze nell’ambito della danzaterapia; attraverso il suo metodo la danza diventa un’attività che aiuta le persone a trovare un equilibrio soddisfacente tra corpo e anima. L’esordiente Ivan Gergolet realizza un documentario che si muove intorno all’attività pluridecennale di Maria, sviscerando il percorso che l’ha portata ai risultati attuali e mostrando tutta la realtà umana che si muove intorno alle sue sessioni formative. Maria Fux non fa distinzione, non è necessaria una preparazione fisica pregressa per avvicinarsi alla danza, e chiunque, dai ragazzi down fino alle persone colpite da handicap più o meno gravi, possono partecipare alle sue lezioni, esprimendo la propria interiorità attraverso il ballo. Gergolet ci mostra da vicino il metodo formativo di Maria e l’entusiasmo che riesce a trasmettere ai suoi allievi; Maria non li conosce tutti per nome, ma riesce a sapere tutto di loro e delle loro esigenze interiori dal modo in cui si muovono. La libertà dalle costrizioni, fisiche e mentali è l’obiettivo della Fux e Gergolet ce lo fa capire con le sequenze che ci mostrano le sessioni con due ragazzi portatori di handicap i cui volti diventano immagini della libertà e dell’armonia. La voce off di Maria è il collante di tutto il racconto, tra episodi della sua vita e il commento diretto ad alcuni momenti di danza. Gergolet si serve di uno sguardo onesto, senza alcuna forzatura e cercando una vicinanza partecipata ai corpi danzanti, lasciandosi andare a qualche simbolismo poetico come quello della sequenza finale, dove tutti gli allievi si precipitano in una strada danzando come fossero parte di un unico organismo vivente, come a dire che unione e simbiosi con la musica sono gli ingredienti per superare i limiti del proprio corpo.

Federico Salvetti, da “indie-eye.it”

 

 

 

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