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Cobain – Montage of Heck

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Con Cobain: Montage of Heck la Hbo porta sul grande schermo l’album dei ricordi della famiglia Cobain sotto forma di film. Ai video live, le registrazioni audio e gli spezzoni casalinghi, Brett Morgen unisce l’animazione e le interviste alle persone che hanno vissuto più a stretto contatto con Kurt, l’icona musicale che ha spinto milioni di ragazzi ad abbracciare la propria disperazione.

Per coloro che hanno vissuto i Nirvana come qualcosa di più di un gruppo musicale e percepito Kurt Cobain come qualcosa di più di un frontman, guardare Cobain: Montage of Heck sarà un percorso doloroso. Sarà come scorrere le foto di un vecchio amico o di una fidanzata che non sentite più, come ritrovare un oggetto caro che avevate dimenticato di avere e si riapriranno un sacco di antiche ferite. C’è un luogo comune che riguarda i Nirvana, ovvero che fossero il gruppo preferito degli adolescenti alienati e tristi che cercavano nella musica un modo per soffocare il proprio dolore ma a guardar bene, eliminando le dovute generalizzazioni, il fenomeno si rivela più reale di quanto ci piaccia ammettere. Per quanto possa essere stata strumentalizzata e mitizzata negli anni, la musica dei Nirvana ha conservato intatta la propria capacità di sedare la rabbia con altra rabbia, in un paradosso psicologico che trova perfettamente senso nel contesto della condivisione terapeutica dell’irrequietudine.

La premessa al film era necessaria, poiché molto del fascino e della bellezza di Cobain: Montage of Heck sta proprio nel clima emotivo in cui riesce a proiettare. Il documentario è costituito da spezzoni di video casalinghi, alternati a riprese di concerti dei Nirvana, dalle origini negli scantinati ai live imponenti degli ultimi anni, il tutto impreziosito da registrazioni audio della voce di Kurt e interviste a parenti e amici. Alcuni dei momenti più emozionanti nascono grazie alle registrazioni audio. La voce profonda e monotona di Kurt ci racconta alcuni dei più oscuri episodi della sua adolescenza, sullo schermo compare la ricostruzione di tali eventi trasformata in un corto d’animazione, mentre il tappeto sonoro è composto da uno straziante riarrangiamento di “Smell Like Teen Spirit” suonato con gli archi. La pelle d’oca e i lacrimoni sono le reazioni più blande che potrete avere.

Se siete in cerca di risposte riguardo alla morte di Kurt Cobain, se sperate di poter esplorare le teorie complottiste o vedere Courtney Love che fa ammenda probabilmente rimarrete delusi. Cobain: Montage of Heck non è un’inchiesta. Il suicidio di Kurt viene nominato soltanto dopo la fine, come una nota a margine, poiché questo film è una celebrazione della vita, pienamente e lucidamente affrontata anche nella sua continua contaminazione con la morte. La cura dedicata alla parte musicale del film fa compagnia ad una magistrale opera di montaggio, capace di rendere i frammenti che si susseguono un unico flusso organico di materiale, dando coerenza al susseguirsi di situazioni apparentemente distanti, come nei sogni.

In ogni caso, Cobain: Montage of Heck sarà in grado di soddisfare in egual misura gli affezionati seguaci dei Nirvana, i neofiti, gli ex ribelli, i nostalgici, i curiosi e gli scettici, creando un ritratto autentico e splendidamente confezionato di una mente brillante quanto difficilmente gestibile. Se quando tornerete a casa avrete soltanto voglia di stare al buio a piangere sappiate che non siete soli.

Eva Cabras, da “storiadeifilm.it”

Partiamo subito col dire una cosa essenziale: entrati in sala, sapendo della durata della proiezione (sono quasi due ore e mezza, eh!), c’era un po’ di paura… Insomma, 150 minuti di documentario avrebbe potuto far diventare martire anche il più paziente dei critici.

E invece…
Montage of Heck è bellissimo, nudo, crudo, poetico, realistico.
Il regista Brett Morgen ha lavorato sulla vita di Cobain per diversi anni, ottenendo le autorizzazioni ad accedere a materiale praticamente mai visto prima: da video girati da Cobain stesso, o dalla mamma o da quella pazza di Courtney, fino ad interviste inedite, canzoni mai pubblicate, foto rare, scritti.
Si parte dall’infanzia, vissuta ad Aberdeen, fino ad arrivare al fenomeno Nirvana, a quel capolavoro di Nevermind che segnò milioni di ragazzi in tutto il mondo, stregati dal nuovo Messia biondo, capace di raccontare l’esasperazione. Lì dove nessuno riuscì ad arrivare.

Per Cobain tutto il successo è opprimente, devastante. A completare il suo continuo malessere, l’incontro e la storia d’amore con Courtney Love, difesa dallo stesso Cobain a spada tratta. La nascita della figlia Frances, vero faro nel buio dell’anima di Kurt. La dipendenza dall’eroina. Una depressione sempre più totale, che lo porterà ad uccidersi, a soli 27 anni.
Il documentario procede su più fronti: da quello più canonico, alternando interviste ad immagini, a quelle in cui si focalizzano spezzoni di live dei Nirvana, primissimi piani di Cobain, sofferente ma voglioso di stare sul palco, animazioni digitali in pieno stile “Waking Life” che raccontano alcuni momenti della vita dell’artista. E poi tanta, tanta musica: materiale mai sentito e visto.

E’ uno dei documentari probabilmente meglio riusciti degli ultimi anni, diverso per potenza visiva, totalmente visionario, emozionante, ricco di contenuti.
Non ci si può spaventare della durata, visto e considerato che siamo di fronte ad un lavoro completo.

Meraviglia.

Francesco Governa, da “35mm.it”

 

 

L’assenza è l’elemento peculiare del fotogramma. Il cinema racconta persone che prima erano nell’inquadratura e poi se ne sono andate: è una perdita congenita che assegna alla possibilità di vedere ciò che è stato il valore di un disperato attaccamento all’immagine. Il 5 aprile di ventun’anni fa Kurt Cobain si è sparato alla testa, sottraendosi definitivamente allo sguardo del mondo. Sono rimaste solo vecchie immagini, fotografie e filmati, che per moltissimi fan descrivono un’imprescindibile icona con un’influenza unica per la cultura musicale contemporanea; per un numero più ristretto di persone però, rappresentano semplicemente un figlio, un amico, un marito. E un padre.

Cobain – Montage of Heck, che esce nelle sale italiane il 28 e il 29 Aprile, non ha alcun intenzione di documentare il fenomeno musicale dei Nirvana e la relativa esplosione della scena grunge agli inizi degli anni Novanta. Il regista Brett Morgenha sviluppato il film, su richiesta della vedova di Kurt, Courtney Love, e della figlia Frances Bean, produttrice del film, come un viaggio all’interno della vita e della mente dell’individuo complesso e profondo quale era Cobain. Riportarlo sullo schermo significa, ben prima di fare affidamento sulle testimonianze di amici e parenti – nel cui gruppo spicca l’assenza del ex batterista dei Nirvana Dave Grohl, a quanto pare impegnato nella registrazione di un album durante la produzione del film – restituirne il volto, la voce, le espressioni. L’irresistibile cifra vincente diCobain – Montage of Heck è proprio il mix di filmini domestici e registrazioni audio amatoriali, il tono assolutamente caldo e personale presente nelle immagini sgranate di un Kurt bambino felice e iperattivo, o di Kurt adulto che assieme a una Courtney incinta salta e ride di fronte alla telecamera, in un atmosfera talmente intima da sottolineare che il ragazzo che se ne è andato via era, prima che una rockstar congelata nella propria aura sacrale, una persona inaspettatamente divertente, buffa…autentica. Qualcuno di cui sentire la mancanza.

Brett Morgen ha l’intelligenza di strutturare il film come un racconto principalmente in prima persona: l’Io di Kurt si mantiene al centro della storia grazie alla genesi di inserti animati col peculiare stile espressionista dei suoi disegni e dei dipinti, mostrando appunti presi dai suoi quaderni e perfino animando alcune sequenze con l’uso della stessa voce di Cobain: la sensazione è quella di perdersi dentro una caotica esplosione di immagini, pensieri e parole. La prima parte di Cobain – Montage of Heck segue l’infanzia gioiosa di Kurt nella depressa cittadina di Aberdeen, il “leggendario divorzio” dei genitori avvenuto quando aveva sette anni e la conseguente difficile crescita sballottato da una casa all’altra, rabbioso emarginato costretto dentro un ambiente conformista e culturalmente povero con solo la musica, l’arte e la droga quali uniche vie di uscita. Bisogna qui sottolineare, parlando della tossicodipendenza del musicista, che pur creando un rapporto empatico fra lo spettatore e Cobain, Morgen evita il terribile errore della maggior parte dei documentari biografici post-mortem, ovvero la sacralizzazione del personaggio; questo forse anche grazie a una certa schiettezza narrativa, corroborata in primis dalla congenita sincerità di Courtney Love.

Ciò che eleva su tutt’altro piano il film è l’arrivo sullo schermo, dopo le prime immagini del piccolo Kurt, della sua giovinezza e del successo dei Nirvana, di un’altra bambina minuscola: Frances Bean, nata nel 1992, ripetutamente ripresa con la videocamera dai felici genitori – ancor più felici dopo che era temporaneamente stata loro tolta la custodia della piccola a causa delle illazioni, presenti in un articolo di Vanity Fair, su una Courtney drogata durante la gravidanza – mentre fa il bagno, ride, scruta curiosa l’obiettivo. Il livello di intimità di questi filmati rischierebbe di far urlare al ricatto emotivo, se la dedizione nel trasmettere l’esperienza di Kurt come genitore non suggerisse l’idea che in realtà il primo vero spettatore di Cobain – Montage of Heck, il più importante, senza il cui consenso non si sarebbe mai fatto il film, è proprio la figlia, che può riscoprire un padre perduto. Ciò che abbiamo perso noi testimoni involontari degli anni Novanta il giorno in cui si è ucciso Kurt Cobain ed è finita un’epoca, non è niente in confronto a quello di cui è stata privata Frances Bean. L’immagine diviene – come nel nostrano bellissimo Un’ora sola ti vorrei di Alina Marazzi – l’unico elemento rimasto a riempire una memoria priva di ricordi. Mai come con questo film la scomparsa di Kurt Cobain aveva allora potuto assurgere a perdita universale e personale allo stesso tempo: Cobain – Montage of Heck obbedisce al compito di elaborare un lutto generazionale mai veramente risolto con una catarsi definitiva, dolorosa ma necessaria, rivelandosi il perfetto commiato finale a un individuo straordinario che forse, da oggi in poi, dopo un ultimo sguardo, potremo finalmente lasciar andare via.

Veronica Vituzzi, da “pointblank.it”

 

 

Il 5 aprile del 1994 il mondo piangeva la morte di Kurt Cobain, morto suicida all’età di 27 anni. Due decenni che hanno alimentato il mito del personaggio tramutato in icona, con complottisti, fan e critici che hanno provato in mille modi a motivare il perché di quell’insano gesto, il perché di una personaltà tanto depressa e disturbata. 10 anni fa ci provò Gus Van Sant, con il non autorizzato Last Days, a ripercorrere gli ultimi momenti di vita del cantante dei Nirvana, mentre da anni è in lavorazione un biopic prodotto da Courtney Love, moglie e madre che nell’attesa ha concesso a Brett Morgen l’occasione di una vita. Quella di mettere mano ad ore e quintali di documenti inediti di Cobain. Sue registrazioni audio, interviste, disegni, diari personali, video privati casalinghi. Ne è uscito fuori un documentario made in HBO che potremmo quasi dire ‘definitivo’, perché in grado di mostrarci, letteralmente, il Kurt fino ad oggi mai visto e a lungo nascosto, taciuto. Cobain: Montage of Heck.

Due anni dopo aver dato vita a Crossfire Hurricane, doc sui Rolling Stones, Morgen ha confermato la propria attitudine rock-documentarista con un progetto sporco, straniante, a tratti visionario, tecnicamente straordinario, punk nell’anima e in grado di rappresentare un Cobain a più facce, partendo sin dai primi giorni di vita. Perché in Montage of Heck possiamo ammirare Kurt bimbo, ad un anno, con la chitarra in mano. Biondo e iper-attivo ma con evidenti carenze affettive da parte dei genitori, divorziati quando quasi nessuno, erano gli anni ’70, pensava ancora alla separazione.

Ed è in questo preciso momento, e Morgen lo rappresenta con dei meravigliosi intermezzi animati di Hisko Hulsing, che cresce in Kurt l’apatia, il disprezzo nei confronti di un mondo che non lo ama, non lo coinvolge, lo rifiuta. La madre non lo vuole, il padre non vuole, i nonni non lo vogliono. A raccontare quei complicati anni di crescita la voce dello stesso Cobain, ritrovata attraverso nastri ovviamente conservati dalla Love e dalla figlia Frances Bean. Lentamente, e con documenti sempre più incredibili e dettagliati, Morgen ripercorre la carriera di Kurt. Il boom dei Nirvana, nel giro di un anno passati dall’anonimato alla celebrità internazionale, il peso della fama da dover sopportare, l’odio nei confronti dei giornalisti, l’ingresso di Courtney nella vita del cantante, il matrimonio, l’eroina, la chiacchierata gravidanza portata avanti con la droga, la nascita della primogenita venuta al mondo ‘strafatta’, il distacco dalla realtà e da un’esistenza che lo rendeva infelice.

Sullo schermo si alternano le voci dei genitori di Kurt, della stessa Love, della precedente fidanzata e di Krist Novoselic, mentre fa rumore l’assenza del batteristaDave Grohl, da sempre in aperto contrasto con Courtney. Tutti concordi nel sottolineare il genio di Cobain, cresciuto con l’ossessione di quell’unione famigliare che a lui era mancata, tanto da trovare un punto definitivo dopo la nascita di Frances e andarsene una volta per tutte. Emozionanti i video intimi di Kurt all’interno della propria casa, al fianco della figlia appena nata e della moglie. Qui, stranamente brillante, emerge un Cobain impensabile, che pian piano, con il passare degli anni, va sempre più spegnendosi, fisicamente e non solo. Eccessivamente e inutilmente lungo, ed è qui che Morgen inciampa, Montage of Heck ripercorre per intero la breve ma intensa e dolorosa esistenza di un mito della MTV Generation, in grado di smuovere masse oceaniche nei primi anni ’90, concludendo il proprio progetto con lo storico Unplugged televisivo e con l’indimenticato ricovero capitolino che vide il cantante finire in coma. Un mese dopo arrivò la fucilata alla testa, ma Morgen si ferma prima, a pochi metri dal traguardo, dopo aver dettagliatamente documentato l’escalation depressiva di un uomo sempre più incline al suicidio, alla morte e al disprezzo nei confronti della vita, attraverso tutto quello che Kurt aveva lasciato ‘in eredità’ sotto forma artistica.

Mischiando arte e musica, il regista è così riuscito attraverso le stesse parole di Cobain a rappresentarne l’essenza, iconica e al tempo stesso maledetta, presentando sia ai fan che ai tanti che non hanno vissuto l’epoca dei Nirvana un personaggio di per se’ unico ed immortale, come solo i grandi miti del rock sanno essere.

Federico Boni, da “cineblog.it”

 

 

Presentato nella sezione Panorama Dokumente della scorsa Berlinale, arriva in sala per due giorni, il 28 e il 29 aprile, “Cobain – Montage of Heck”, il documentario dedicato al frontman dei Nirvana e diretto da Brett Morgen; lavoro denso e ambizioso, ben lungi dall’agiografia.

Infernale, questo rimontaggio della vita di Kurt Cobain a base di home movies, repertorio, teste parlanti e animazioni à la Waking Life non lo è davvero. È un prodotto solido, fortemente voluto da Courtney Love e, come da raccomandazione (non originalissima) a inizio film, da proiettare «a massimo volume». Il logo della Universal che irrompe nei primi secondi mette le cose in chiaro, e spiega anche come mai il documentario di Morgen abbia trovato una, seppur circoscritta, distribuzione italiana in sala. Montage of Heck racconta i 27, turbolenti anni di vita del frontman dei Nirvana attingendo a una mole impressionante di materiale inedito, ma non certo da un’inedita prospettiva. Trattasi di documentario per neofiti o fan accaniti e completisti. Anche le testimonianze dirette sono indicative del progetto. Incontriamo entrambi i genitori di Kurt (un reticente Don e la spumeggiante Wendy, dalle inquietanti rassomiglianze con Courtney), la sorella Kimberly, l’ex fidanzata Tracy Marander, Krist (ex Chris) Novoselic. Grande assente dal vivo – ma non nel materiale di repertorio – Dave Grohl, l’unico che è riuscito a voltar pagina e ad avere successo lontano dall’egida dei Nirvana. Altro grande assente, stavolta giustificato, è il contesto musicale dell’epoca, poi ribattezzato «grunge». Montage of Heck è un viaggio nella vita privata di Kurt, più che una ricognizione ragionata del suo percorso artistico. Non mancano, sia chiaro, le chicche sonore, a partire dal «blob» casalingo eponimo del documentario, di cui vengono proposti degli estratti, o una versione scartavetrata di And I Love Her recuperata chissà dove, che mette in luce la passione di Kurt per le melodie classiche. Del resto, prima di venire marchiato come «sudiciume», il grunge di casa Cobain era molto vicino al cosiddetto «love rock», mutazione sentimentale del punk a stelle e strisce. I pregi del film di Morgen sono innanzitutto l’abnorme lavoro di montaggio, che rende le due ore e dodici minuti del film lisce come l’olio e meno frastornanti di quanto ci si potrebbe aspettare. In seconda battuta, le animazioni a partire dai disegnetti di Kurt e quelle che vanno davvero a ripescare l’immaginario del Linklater anno 2001 o, più di recente di Searching for Sugar Man. Una di queste, ad esempio, racconta un paio di episodi davvero bui della vita del giovane Kurt, tingendoli di naiveté. Infine… la fine. Non è facile scansare il rischio retorica o morbosità nel trattare la morte di Kurt Cobain, e Montage of Heck ci riesce, approdando a una conclusione mite, «unplugged», che lascia da parte le mille speculazioni gemmate dal suicidio per fucilata in testa. In altre parole, i «Last Days» sono fuori campo. Resta solo la musica. Montage of Heck è un documentario denso e ambizioso, ben lungi dall’agiografia e ottimamente rappresentato dall’immagine più iconica tra quelle messe a disposizione dall’ufficio stampa: un piano americano a torso nudo, steso, i capelli tinti di fucsia e lo sguardo altrove. Sfocato.
di Simone Buttazzi, da “indie-eye.it”

 

 

Ricostruire l’invisibile rendendolo visibile è da sempre lo scopo primario del cinema: invano, proprio perché l’invisibile è tale e non può mai essere colto pienamente dalla macchina da presa. Piuttosto, si può rincorrere l’immanenza, l’essere catturato dalla pellicola in un momento e nell’altro per sempre svanito. È questo il tentativo del documentarista Brett Morgen nel suo Montage of Heck, che non è un montaggio “del cacchio” come vuole il titolo, ispirato a un collage musicale realizzato da Cobain nel 1988 composto da vecchi demo dei Nirvana, registrazioni manipolate dalla radio, suoni inventati e distorti della sua stessa voce.

Allo stesso modo, il regista assembla insieme filmati di famiglia, interviste, video di repertorio, concerti, con animazioni, disegni, appunti scritti, clip totalmente inedite, in un flusso sia cronologico che emotivo atto a “fermare” una volta per tutte l’icona del grunge e di una generazione intera, fallendo in ultimo alla comprensione, impossibile, di una vita personale e artistica così tormentata. Non è necessario essere fan dei Nirvana per capire l’importanza culturale della band e del suo leader negli anni novanta, di ciò che rappresentavano al di là della musica e della celebrità: Cobain divenne involontariamente l’ “improvviso portavoce dei giovani scontenti”, simbolo inconscio di un’apatia generazionale, prima ancora degli smartphone e dei social.

Morgen è attento, infatti, nell’illustrare anche il contesto sociale degli anni in cui Kurt è cresciuto: l’America del benessere, l’America di Ronald Reagan, di Martha Stewart, dei viaggi nello spazio; un periodo in cui il divorzio era raramente contemplato, e che fu probabilmente la prima causa dello sconforto e della depressione maniacale di Kurt. È così che il documentario prende la forma di una spirale ossessiva e allucinata come fu il resto della vita del musicista maledetto: una ricostruzione per immagini da egli stesso create, tramite le animazioni dei suoi schizzi, che prendono vita e movimento, cercando di trovare il senso negato anche dalla sua arte non prettamente musicale; una ricostruzione che acquista ancora più forza e commozione nelle sequenze in rotoscope, in cui è possibile intravedere, seppure disegnato, seppure immaginato, il Cobain più sconosciuto, prima della fama, narrato dagli audio ritrovati con la sua voce.

Tra momenti iconici, come il backstage della realizzazione della copertina di Nevermind, e attimi familiari, che ritraggono Cobain ancora bambino, lontano anni luce da ciò che sarebbe diventato, Montage of Heck mostra senza filtri la relazione tossica con Courtney Love, nel periodo della segregazione domestica e della dipendenza dell’eroina. Senza attribuire direttamente alla moglie il suo declino, come succedeva nelle accuse pesanti del documentario Kurt & Courtney, sembra di avere a che fare con found footage estremamente intimi e personali, tragici e disturbanti nella completa innocenza di suoi due protagonisti. A spezzare la disperazione inconsapevole, è l’arrivo della figlia Frances Bean, che ora, ventitré anni dopo, produce questo film.

Tralasciando l’ultimo mese di vita di Kurt prima del suicidio, quei Last Days raccontati da Gus Van Sant, Montage of Heck non pretende di sapere e di spiegare perché; l’opera di Morgen è invece una bellissima ode a uno dei personaggi simbolo degli anni ’90, che non tenta né di immortalarlo per sempre né di elevarlo a mito assoluto. Semplicemente, una dichiarazione d’amore postuma più dolce e sincera per la piccola Frances Bean.

Giulia Marras, da “farefilm.it”

 

 

“Talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura
il punto morto del mondo, l’anello che non tiene
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità”
(Eugenio Montale)

“(…), ha, you think it’s funny
turning rebellion into money”
(Joe Strummer)

E’ necessaria una premessa. Dato il coinvolgimento del recensore nei confronti della materia trattata, non ci si aspetti una critica oggettiva, questa volta, (né tantomeno una critica musicale). I Nirvana sono stati tra i primi, ben prima di Montale, a mostrami il punto morto del mondo, l’anello che non tiene. Durante la proiezione sono stato tramortito ad ogni canzone che riscoprivo (giustamente erano tutte sparate a volume mortale), a parte quelle dell’Unplugged che ho ascoltato così tante volte per anni che non posso riscoprirle: è come se fossero in rotazione continua sempre, sullo sfondo delle cose che faccio nella vita.

Chissà cosa pensava Kurt quando… beh ora lo sappiamo, o così ci viene fatto credere. Tutto il rockumentarysi basa sull’accesso apparentemente illimitato ai quaderni/diari di Kurt e sul fatto che apparentemente lui vi scrivesse e disegnasse senza posa. In effetti è bello vedere, in mezzo a mille deliri, la scritta “cosa deve fare la band adesso: mandare i demo tape” ripetuta più e più volte fino a che non compaiono gli indirizzi delle etichette, tra cui quello della Sub Pop che a sua volta sfuma in un contratto percorso a volo d’uccello come fosse un paesaggio. Le animazioni dei disegni e delle scritte sono affascinanti, da “Mr Moustache” alla copertina di “Incesticide”, e sono la vera spina dorsale del film. La vicinanza alla persona è quasi indiscreta (Cobain aveva scritto quei testi perché qualcuno li leggesse?) al limite dell’endoscopico, anche grazie alle numerose visualizzazioni plastiche dei famosi dolori allo stomaco del cantante.

Eppure non si può negare che sia interessante alfine capirci qualcosa della complessa infanzia di Kurt – che sostanzialmente termina con la scoperta della marijuana che sola lo solleva dalle crisi di nervi familiari e gli consente di dormire in pace. Allo stesso modo si chiarisce la serie di sfortunati accadimenti che ha fatto sì che un bel ragazzo biondo con grandi doti artistiche finisse dalla parte dei loser durante l’adolescenza. Infine è bello il peso dato alla ragazza storica di Kurt che lo ha mantenuto per qualche anno – quelli cruciali – durante i quali lei lavorava mentre lui stava in casa a farsi, scrivere, dipingere, comporre, assemblare suoni (il montage of heck che dà il titolo al documentario) e in sostanza a porre le basi del suo universo artistico. Da lì si passa ai demo tape e alla storia nota. In questo primo pezzo del film ci sono i momenti di massimo disagio durante le interviste ai genitori e gli inevitabili filmini familiari, ma i passaggi chiave sono efficacemente messi in scena come animazioni solondziane dai colori spenti accompagnate da brani di interviste in cui Kurt racconta i vari mesti aneddoti.

L’uso di due tipi molto diversi di animazione non è l’unico spunto stilistico interessante del documentario. Sui titoli di testa parte con potenza “Territorial Pissings” a dare la carica – ma ecco che sul finale il suono si scarnifica e si fa infine da parte e rimane solo la voce. E’ quella di un matto, di un disperato, e l’emozione cambia di tono. Un momento altrettanto forte è l’improvviso flashback infantile su un Cobain biondo che vuole solo ascoltare musica durante l’esecuzione unplugged di “All Apologies”. Anzi è così perfetto l’incastro, così ovviamente splendido, da sfiorare lo splendidamente ovvio. Il sospetto della ricerca della mossa ad effetto torna sui titoli di coda, una prevedibile “Smells Like Teen Spirit” a cui viene applicato lo stesso trucco della musica che lascia la voce sola sulla ripetizione di “A Denial”.

Non che abbia niente contro la canzone: mi emoziona così tanto ancora che la ascolto poco, non lo voglio fare distrattamente. Comunque la canticchio così spesso che recentemente un amico di famiglia ha chiesto a mia figlia di tre anni “come fa la chitarra?” e lei ha fatto il suono dei primi tre accordi di “Smells…” “Tan – TaTan!”.

I difetti allora.
All’alba degli anni 90 il capitalismo appariva così sfacciatamente trionfante (“La fine della storia” di Fukuyama è del 1992) da essere ancora più insopportabile. Venne allora lasciato più spazio del solito ai fenomeni culturali “alternativi” a patto che si convertissero in nicchie di consumo, quasi a guisa di vaccino. Il problema era che almeno alcuni di quelli che creavano questa cultura erano genuinamente eversivi e che alcuni (non tutti) i vaccini hanno effetti collaterali. Lacerato da questa tensione sta Kurt Cobain, ed è bello e interessante nel documentario sentirlo contraddirsi più volte nelle interviste (voglio il successo, sì no sì, mi piace il successo sì no sì, sfrutto il mio stesso dolore sì no sì). Sarebbe stato addirittura possibile un taglio sullo stile del “Nastro bianco” di Haneke “questa storia dello stato di Washington potrebbe essere utile a comprendere eventi destinati ad accadere di lì a pochi anni proprio a Seattle…”. Invece Kurt e la sua musica e la sua droga fluttuano nel vuoto.

Ma anche qui – nel cuore del suono e della furia e della disperazione e della rabbia e dell’esaltazione e della malinconia della musica dei Nirvana, nel mezzo di queste emozioni violente, vedere che i media bollano istantaneamente Kurt come apatico rappresentate di una generazione apatica è un assurdo così lampante e lacerante da avere una valenza politica immediata. E’ come vedere una persona spaccarsi le unghie per scavare il muro e uscire di prigione e  sentire che le guardie gli dicono “lo fai solo perché sei annoiato”.

Un altro difetto: troppo, troppo lungo il pezzo sulla querelle con la stampa americana vs la coppia Kurt/Courtney. Considerato che ogni volta che appare in scena Kris Novoselic si ride (nei flashback) o si sentono parole di saggezza (nell’intervista di adesso) sarebbe stato decisamente meglio dedicare metà del tempo dato a “Vanity Fair” all’amicizia Kurt-Kris-Dave che ha dato origine ai Nirvana.
In definitiva, sia nella scelta del materiale che dello stile un documentario decisamente interessante ma meno innovativo del suo soggetto. Forse era inevitabile.

Da ateo ho comunque sempre trovato una buona idea i rituali religiosi. Almeno per un’oretta provi a costringere tutti a smettere di pensare al contingente e agli affanni quotidiani e a vedere le cose su una scala più ampia. E’ per questo che alcuni andranno a vedere questo documentario. Per riflettere sulla propria storia e sulle proprie emozioni su una prospettiva di venti anni. Per riflettere su ciò che poteva essere e non è stato, su uno scarto, un clinamen, un pintoriano reinventare la vita che non è riuscito a Kurt, figuriamoci a noi.

Voi pure, vi siete interessati al mondo.
Parlo di tanto tempo fa; però vi prego di provare a ricordare. Il dominio della norma non vi era più sufficiente; non potevate più viverci, nel dominio della norma; e così vi trovaste a dover entrare nel dominio della lotta. Vi chiedo di riandare a quel momento preciso. Risale a molto tempo fa, vero? Rammentate: l’acqua era fredda.
Ecco: siete lontani dalla riva, oh si! come siete lontani dalla riva! A lungo vi siete illusi dell’esistenza di un’altra riva; sbagliando, com’è ormai evidente. Tuttavia continuate a nuotare, e ogni movimento che fate vi avvicina al collasso. Tossite, i vostri polmoni bruciano. l’acqua vi sembra sempre più fredda, e soprattutto sempre più amara. Non siete più tanto giovani. E adesso state per morire.
Non è niente. Ci sono qua io. Non vi lascerò cadere. Continuate a leggere
(Michel Houellebecq)
Alberto Mazzoni, da “ondacinema.it”
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