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Cenerentola

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Sorpresa alla Berlinale. “Cenerentola” non è affatto l’ennesima, velleitaria trasposizione fiabesca. Al contrario, trattasi di una delle più riuscite da anni a questa parte, con una Cate Blanchett meravigliosa.
Oh, le fiabe. Se solo al cinema, negli ultimi anni, non si fossero il più delle volte trasformate in sterili storielle senza né capo né coda, si sarebbe potuto consigliare anche di accedervi attraverso i film, stante il proposito di recuperarne il testo non appena possibile. Di Cinderella non convinceva quasi nulla; eccetto Cate Blanchett magari. Alice in Wonderland, Maleficent, Mirror Mirror, Il grande e potente Oz, Biancaneve e il cacciatore etc. etc. Tutti film tratti da classici, siano essi fiabe o racconti, che non hanno convinto a pieno: sufficienti nei migliori dei casi.

Altro campanello d’allarme la presenza di Kenneth Branagh, il Branagh di Thor o di Jack Ryan, per intenderci; non l’ottimo interprete di Shakespeare sul grande schermo. Che il suo impiego inCinderella fosse un rischio lo si poteva perciò dedurre a priori; a posteriori confermiamo l’adagio per cui il grado di successo è commisurato pressoché sempre al rischio. Senza troppi giri di parole, infatti, Cinderella è la più riuscita delle operazioni nella sua categoria da anni a questa parte. Uno di quei film in cui, se non è tutto giusto, quasi nulla è sbagliato.

La fiaba la si conosce un po’ tutti; per i meno fortunati, si tratta di una giovane ragazza, di buona famiglia, che dopo aver perso la madre assiste impotente, per amore del padre divenuto vedovo, alle nuove nozze di quest’ultimo. Lady Tremaine (Cate Blanchett), la matrigna acquisita, porta con sé nella magione di Ella (Lily James) le due insopportabili figlie viziate, facendo calare le tenebre sull’esistenza della giovane e bella orfana. Sì, perché di lì a poco morirà anche il padre di Ella, partito per un viaggio di lavoro dal quale non torna più.

«Sii gentile e coraggiosa. Perché c’è più gentilezza nella punta del tuo dito che nell’intero corpo di tanti altri», dice la madre di Ella prima di lasciarla. Raccomandazione che risuona costantemente nel cuore e nella testa della figlia, per la quale invidia, odio e cattiveria di ogni tipo sono sentimenti quasi sconosciuti. Nelle fiabe, ambigue per definizione, le sfumature non vanno mai ricercate nei profili dei personaggi; sono le storie, le sue dinamiche, ma soprattutto le conclusioni a non darci coordinate precise, alle volte sfuggenti all’inverosimile. Tuttavia la fiaba di Cenerentola non rientra tra quelle più oscure, anzi. Il che rappresenta una sfida ulteriore alla luce di una qualunque trasposizione, perché quando non puoi nemmeno giocare su quell’alone di mistero che contraddistingue buona parte delle fiabe, cavare fuori qualcosa d’interessante è un’impresa.

Ed allora Branagh opta per l’approccio più intelligente: niente stravolgimenti, né colpi di testa per fare vedere che siamo originali e la nostra visione è più accattivante della fonte stessa. Anche a costo di dire uno sproposito, ci pare che l’essersi accostati al testo con una sorta di umiltà rappresenti la vera carta vincente. Questa versione di Cinderella, al di là dell’aderenza in toto o meno, lavora su quegli elementi che possono davvero offrire un contributo aggiuntivo, specie in relazione al mezzo su cui “gira” tale trasposizione. L’humor tipicamente british appiccicato alla vicenda, mai molesto poiché equilibrato, rende piacevoli e spassosi certi passaggi: in alcuni casi giocando facile, come in tutte le occasioni in cui l’inquadratura si sofferma sui topini o sull’oca, in altre, invece, trovando l’uscita perfetta (quando a Cinderella viene chiesto perché le scarpette siano di vetro, la sua risposta, secca, è «perché no?»).

Così come non mancano scene impensabili al di fuori del grande schermo, che riescono pure alla grande: è questo il caso del rocambolesco rientro a casa di Cinderella subito dopo il ballo al Palazzo Reale, mentre zucca, oca, topini e lucertole vanno gradualmente trasformandosi in ciò che sono, a rotta di collo per giunta. Applausi a scena aperta al Berlinale Palast dopo questa sequenza, a mo’ di reazione liberatoria. Perché Cinderella, ad un Festival come questo, a questo punto, è esattamente ciò che ci vuole. Il film che tutti o quasi vorrebbero ma nessuno osa chiedere.

Ma prima di chiudere, due parole spendiamole su Cate Blanchett. O Cate! La sua matrigna è una stronza di prima, ma pur sempre dotata di una grazia e di una eleganza fuori parametro, merito esclusivo dell’attrice premio Oscar lo scorso anno. Si guardi Cinderella da qualunque prospettiva si vuole, e sebbene si tratti di un lavoro che si regge molto bene sulle sue gambe, con o senza la Blanchett non sarebbe la stessa cosa. Tanto che a un certo punto si passa pure sopra all’iniziale overacting della James, straniante di tutta prima.

Davvero, è dura trovare qualcosa fuori posto in Cinderella versione 2015. Tra i vari commenti sterili ci è capitato di sentire che si tratta di un film «troppo orientato ai bambini», oppure «alle femminucce». Che peccato. Peccato per chi denota una così scarsa fantasia, oltre che una supponenza che non può che danneggiare chi la coltiva. La fiaba (en passant, tale è pureKnight of Cups, anche lui presentato qui a Berlino) è un linguaggio universale, archetipico, che trascende epoche, luoghi e situazioni. Che si parli di principesse, di lupi, streghe o chiavi, i destinatari di queste storie siamo noi, ciascuno preso a sé stante. Ed è quasi commovente apprendere che al cinema c’è ancora speranza per loro, le fiabe. E di conseguenza anche per noi.

Antonio Maria Abate, da “cineblog.it”

 

 

Alla voce “classico” la maggior parte dei vocabolari trova i seguenti sinonimi: intramontabile, fondamentale, esemplare, ideale, perfetto. Guardando Cenerentola di Kenneth Branagh si potrebbe aggiungere alla lista anche “necessario”. Questa operazione Disney va controcorrente rispetto alle rivisitazioni fiabesche che il cinema ha messo in scena negli ultimi anni modernizzando storie, personaggi, significati e avallando contaminazioni fantasy come se i materiali di partenza fossero graphic novel. Chissà se i produttori di Cenerentola, commissionando questa versione ultra classica come se vivessimo in pieni anni 40, sapevano che avrebbero compiuto un gesto estremo.

L’atto rivoluzionario è rappresentato dalla linearità narrativa della sceneggiatura di Chris Weitze dal messaggio di cui la protagonista si fa alfiere: essere gentile, ovunque e con chiunque, sempre e comunque. E avere coraggio per non cambiare quella natura nonostante le avversità. Questo vetusto concetto è portato avanti molto seriamente e ciò che lo avvalora sono i magnifici costumi di Sandy Powell, le scenografie regali di Dante Ferretti e la mano di Kenneth Branagh. Il regista tratta la fiaba come se fosse pura letteratura inglese dell’800, infonde saggezza, maturità e ottiene dai giovani protagonisti Lily James e Richard Madden, interpretazioni perfettamente calzanti per i personaggi, come la scarpetta perduta calza il piede di Cenerentola. Non sono da meno Cate Blanchett e Helena Bonham Carter, rispettivamenteLady Tremaine e la Fata madrina, cattiveria e bontà di gran classe.

Questa versione si ispira direttamente al film animato del 1950. Ne mantiene interamente la grazia sostituendo il talento dei disegnatori dell’epoca con l’artigianato dei designer attuali, i già citati Ferretti e Powell ai quali si aggiungono il compositore Doyle, il direttore della fotografiaZambarloukos e i creativi della computer grafica. Alleggerita in qualche passaggio e approfondita per dare più spessore emotivo ai personaggi, la storia è coinvolgente nonostante si conoscano molto bene gli eventi che la caratterizzano. L’elemento dirompente sta proprio in quella gentilezza che nella società attuale possiamo riconoscere occasionalmente, dal cameriere sorridente all’impiegato statale educato, dal medico premuroso allo sconosciuto galante. Per Cenerentola invece essere gentili è una missione, è qualcosa in cui credere perché è giusto. Senza ironia, senza eccesso di zelo, la ragazza diffonde gentilezza a chiunque, ricchi o poveri, buoni o cattivi, umani o animali. È una fiaba, per carità, e alla fine la protagonista avrà ciò che desidera ma il film di Branagh, oltre ad essere un buon intrattenimento educativo per i più piccoli, si permette di dare uno schiaffo agli adulti ricordando loro tutto ciò che hanno dimenticato.

Antonio Bracco, da “comingsoon.it”

 

 

Dopo il grande successo che è stato Maleficent, la Disney continua il suo percorso di adattamento live-action dei suoi classici animati e porta nelle saleCenerentola, raccontata attraverso l’occhio diKenneth Branagh.

Sceneggiato da Aline Brosh McKenna (Il diavolo veste Prada), il cui script è stato successivamente rivisto da Chris Weitz (La bussola d’oro e ora al lavoro sullo spin-off di Star Wars), Cenerentola mette in chiaro la volontà di realizzare una versione in carne e ossa del lungometraggio animato del 1950 pur non disprezzando l’introduzione di alcune novità. L’elemento fiabesco fa immediatamente il suo ingresso grazie alla voce narrante, che rimanda alla tradizione orale attraverso la quale questo genere narrativo è stato tramandato attraverso i secoli e che accompagna il pubblico per gran parte della proiezione.

Il film ripercorre i punti portanti della storia che tutti conosciamo: Ella è una bambina solare che vive felice con i genitori; la sua vita cambia quando la madre muore e il padre, anni dopo, si risposa con una dispotica vedova già madre di due figlie. In seguito alla scomparsa del padre, Ella rimane sola con la matrigna e le sorellastre, che cominciano a trattarla come una serva, ribattezzandola Cenerentola. Man mano che il lungometraggio procede, la scelta di Branagh nelle vesti di regista risulta più che appropriata per l’idea che la produzione ha del titolo; al contrario di Maleficent o Alice in Wonderland, che fornivano una rilettura action dei racconti a noi noti, questa Cenerentola vuole porsi quantomai come una trasposizione posata dell’originale. Così come la sceneggiatura aggiunge intuizioni all’originale film animato, il regista mette al servizio del mezzo cinematografico tutta la sua esperienza teatrale: gli attori si muovono sul set come su un palcoscenico, ognuno conquista prepotentemente il proprio spazio, fisico e non, all’interno della scena e viene spesso inquadrato come lo vedrebbe uno spettatore voyeur.

Nonostante i personaggi rappresentino dei modelli ben catalogabili, la dimensione fornita ad alcuni di essi costituisce un’interessante novità. Il film costruisce il passato di diverse figure e questo ha un effetto non trascurabile sulle relazioni interne. Se l’aver dato una “spiegazione” alla bontà per certi versi esagerata della protagonista, frutto di una promessa, aggiunge poco al carattere del personaggio, la figura di Lady Tremaine acquista invece un diverso spessore. Cate Blanchett è perfetta nel ruolo di una crudele matriarca facile da detestare, che si risposa perché terrorizzata dall’idea di non poter provvedere a sé e alle sue figlie, ma in alcuni frammenti notiamo una moglie che, nella nuova famiglia, sa di non poter sostituire la madre di Ella, il cui spirito aleggia ancora nella dimora; una donna che vede in Cenerentola tutto ciò che lei poteva e ora non può più essere, in cui continua a riflettersi lo spettro della defunta, la cui gentilezza è stata tramandata a Ella così come il cuore duro di Lady Tremaine ha modellato le due sorellastre, ancor più vistosamente inette se paragonate alla giovane protagonista.

Come per tutte le produzioni Disney di questo tipo, gli effetti speciali giocano un ruolo preponderante nella creazione del mondo; sfortunatamente, il modo di integrare la computer grafica è spesso abusato e il risultato è un ambiente non tanto fantastico quanto irreale. La scena più iconica del film, con la Fata Smemorina che tramuta una zucca in carrozza e dona l’abito per il ballo a Cenerentola, è fin troppo esasperata; la situazione è già carica di magia per ciò che sta per succedere e non richiede un eccessivo arricchimento visivo per mezzo del computer. Se in questi casi Branagh fatica a gestire le sequenze, il lavoro svolto con scenografie e costumi è particolarmente notevole. I set maestosi ricostruiti da Dante Ferretti sono quantomai sfarzosi, ma il regista passa abilmente da ambienti barocchi ad altri più intimi, a volte angusti, o naturali: la casa di Ella, dalle stanze calde e ben arredate, diventano presto territorio della madre e delle sorelle acquisite, mentre la protagonista viene relegata nella piccola soffitta; dopo il grande ballo al castello segue una sequenza più intima in un giardino segreto del palazzo e non mancano, nel corso del titolo, corse a cavallo in mezzo alla foresta. Anche i costumi di Sandy Powell, oltre a essere altamente curati nel dettaglio, fungono platealmente da codice per identificare la natura dei personaggi: elegante ma leggero è l’abbigliamento di Cenerentola, del Principe Azzurro e delle personalità positive; per i colori accesi, a tratti acidi, e spesso in contrasto fra loro si distingue il guardaroba degli infidi e dei doppiogiochisti, Anastasia e Genoveffa su tutti.

Dal punto di vista narrativo, la storia è lineare e non scardina eccessivamente il classico del 1950. Questo, nella seconda metà del film e in particolare dopo l’apparizione del Principe, rallenta non poco il ritmo di un racconto che sappiamo tutti come andrà a finire, soprattutto per via del suo essere didascalico: la voce narrante onnisciente è fin troppo ingombrante e la ripetizione della frase “bisogna essere gentili e coraggiosi” a più riprese, come fosse un mantra, appesantisce inutilmente un concetto già reso palese dal comportamento fin troppo corretto della protagonista. A un pubblico più adulto, questa retorica potrebbe dar fastidio, per quanto si possa apprezzare il messaggio positivo secondo cui ognuno raccoglie ciò che semina.

Questa versione di Cenerentola rispetta dunque lo spirito dell’originale animato, offrendone una versione in carne e ossa per le nuove generazioni che vive innanzitutto dell’inedito punto di vista fornito dalla sceneggiatura su alcuni personaggi e l’approccio classico alla regia da parte di Branagh. Gli interpreti calzano bene il proprio ruolo, le proprie maschere dotate di nuova vita, con un plauso particolare alle arpie Tremaine; paradossalmente, sono forse Cenerentola e il Principe Azzurro a bucare meno lo schermo, colpevole anche la retorica ridondante e il loro carattere più bidimensionale, senza i quali sarebbe risultato un film meno prolisso e ancor più potente, ma che riesce comunque a portare la fiaba sul grande schermo con dignità.

Cenerentola arriverà in Italia il 12 marzo 2015, un giorno in anticipo rispetto all’uscita statunitense. Il film è diretto da Sir Kenneth Branagh (Marilyn; Jack Ryan – L’iniziazione) e vede Lily James (Downton Abbey) nei panni della sognante protagonista. Per l’occasione, un nutrito gruppo di star ha risposto alla chiamata della major: Cate Blanchett è la perfida matrigna Lady Tremaine, Helena Bonham Carter è la Fata Smemorina, Richard Madden (Robb Stark in Game of Thrones) è il Principe Azzurro, Derek Jacobi è il Re e Stellan Skarsgård è il machiavellico consigliere del Re. Completano il cast Holliday Grainger, Sophie McShera(Anastasia e Genoveffa), Ben Chaplin, Hayley Atwell (genitori di Ella) e Nonso Anozie (Capo delle guardie reali).

Manuel Fiorentini, da “mistermovie.it”

 

Kenneth Branagh raramente ha dimostrato senso della misura; non che gli sconfinamenti ci spaventino, ma l’ossessione auto-celebrativa e l’allure del genio sopra ogni cosa hanno attraversato buona parte della sua filmografia, raffreddando molto spesso l’intensità dei suoi progetti e minandoli alla base con una scopertissima tendenza enciclopedico-cinefila; un film come “L’altro delitto” per esempio, secondo del regista inglese realizzato nel 1992, affascinante e gelido allo stesso tempo, nonostante la produzione di un uomo di cinema solido come Sidney Pollack, pescava a piene mani da Welles, Hitchcock, il Noir classico americano e il solito Shakespeare, cercando un contatto visivo eccessivo con le fonti originarie, replicando angolature inconsuete, impostazioni stilistiche, illuminazione, decor, con quel piglio ipertrofico di chi è incapace di allontanarsi dai modelli di riferimento, retorica nostalgica inclusa. Questa tendenza al florilegio sembra arrestarsi solo nel 2007 con “Sleuth“, la sua versione della piece scritta da Anthony Shaffer e portata sullo schermo nel ’72 da Joseph L. Mankiewicz. Sembra si diceva, perchè la geometria del set de “Gli insospettabili” era impostata per fare il paio con i motti di spirito riscritti da Harold Pinter per l’occasione e con un surplus di tecnologia nel tentativo di rinnovare lo spazio diegetico della scenografia ideata da Ken Adam; un trucco che ristabilisce in breve tempo l’ordine ottico del cinema americano classico in stile Branagh, raggelando tutto quanto attraverso uno sguardo nostalgicamente archeologico e vitreo e con la presunzione di citare Escher (lo scenografo Tim Harvey proprio volutamente, si riferiva al grande artista olandese), il tutto al di là dei dispositivi a circuito chiuso e della scenografia hi-tech (ne parlavamo, male, in tempi non sospetti, da questa parte) I film più recenti di Branagh (la produzione Marvel “Thor” e il reboot del “Jack Ryan” creato da Tom Clancy) si confrontano per la prima volta con due icone dell’immaginario popolare; il regista inglese ovviamente le re-inventa, se ne appropria e le trasforma innestando elementi Shakespeariani oppure, come nel caso di Jack Ryan, lavorando sulla scrittura di Clancy per creare una cosa del tutto nuova, ma che allo stesso tempo prendeva le mosse dallo stile dello scrittore americano. Cinderella sembra confermare questo nuovo corso; tra Disney e Perrault, Branagh sceglie il suo amore per il cinema classico, rielabora lo spirito dello Shakespeare commediografo e sopratutto potenzia la sua capacità di lavorare sui personaggi e sullo spazio, senza che l’apparato si mangi il film, quindi con un dominio sul materiale più vicino al lavoro fatto su “Thor” che acquisiva un nuovo spessore tragico, come era successo con l’Hulk di Ang Lee e come accadrà per il Wolverine di James Mangold. Non solo personaggi e spazio, perchè uno degli aspetti più evidenti del nuovo film di Branagh prodotto dalla Disney è il lavoro sul colore; il direttore della fotografia è Haris Zambarloukos, sodale del regista inglese da “Sleuth” e recentemente collaboratore di Steven Knight per Locke; il tentativo è quello di riferirsi al Technicolor girando infatti su pellicola Kodak, ad eccezione di alcuni (pochissimi) interventi in CGI e pensando alla Disney stessa ma anche al musical, ad alcuni noir fotografati nello splendore accecante di luce e colori, come “Leave her to heaven” e ovviamente a Powell e Pressburger, veri e propri feticci per Branagh, la cui Cenerentola, quando scappa dal ballo allo scoccare della mezzanotte, corre quasi come Moira Shearer, anche se a sintonizzarsi su quelle atmosfere sono più le prospettive espressioniste a cui Branagh ricorre che non il personaggio interpretato da Lily James. Proprio su Cinderella, Branagh, insieme al prezioso Chris Weitz, sceneggiatore del film, lavora cercando di restituire quel senso di luminosità del personaggio, procedendo per accumulo e stratificazione ma senza comprometterne la credibilità drammaturgica; “Ella” da bambina ha l’aspetto e la positività di Pollyanna, non è solo la somiglianza con Haley Mills e i colori pastello del primo segmento, molto simili al film di David Swift del ’60 prodotto proprio dalla Disney e realizzato in Technicolor, ma è la stessa filosofia del personaggio creato da Eleanor Hodgman Porter a influenzare il carattere di “Ella”, il segreto della positività che la madre insegna alla bimba, essere “coraggiosi e gentili”, è molto simile al gioco della felicità che il padre di Pollyanna insegna alla piccola, prima di rimanere orfana e di essere adottata dall’arcigna zia; un parallelo fortissimo con il film di Branagh, considerato che quello della forza e della gentilezza sarà il refrain che per tutto il film metterà in contrapposizione “Ella” alla perfida matrigna interpretata da Cate Blanchett. Proprio Lady Tremaine, secondo una tradizione Disney che ha legato nei decenni l’elaborazione dei personaggi disegnati sui volti del cinema classico, sembra modellata su modi e toni di alcune figure femminili del cinema “nero” statunitense, tra la Marlene Dietrich di “Testimone d’accusa” (e le radici Wilderiane dei fratelli Weitz, grazie al nonno Paul Kohner, agente del grande regista, oltre che della Dietrich, potrebbero essere una possibile origine) la Stanwyck de “La fiamma del peccato” (sempre Wilder) e la crudeltà di Joan Crawford. Del resto, a proposito di oscurità e desiderio, Branagh insiste anche sull’immaginario fetish in modo sottilissimo e allusivo, al di là di tutta la lunga sequenza del riconoscimento, scarpetta di vetro alla mano, lungo inserto costruito con i toni della commedia, c’è un erotismo trattenuto, sottile e pervasivo; pensiamo alla scena del ballo girata come se si trattasse di un amplesso, ma sopratutto ad un breve frammento dove Cinderella allaccia uno stivaletto in stile vittoriano a Lady Tremaine, gioco delle parti che ha una sottile venatura erotica, sottilmente legata al puritanesimo vittoriano, confermato dal depotenziamento grafico dell’erotismo nel contesto del riconoscimento, tra calze fetide e il piede di Cinderella che non viene mai inquadrato interamente, né mostrato nudo (il classico Disney era invece molto più esplicito su questo aspetto) Lo stesso utilizzo dello spazio, quando Cinderella e Lady Tremaine si confrontano in soffitta, con la Blanchett seduta in fondo e il volto tagliato da luci e ombre mentre la ragazza dalla parte opposta rimane in piedi davanti alla porta, sembra concepito per esaltare la profondità di campo come in un noir Wellesiano, altro riferimento a cui Branagh non rinuncia ma che qui è assolutamente integrato alla psicologia dei personaggi, come tutto il resto. Con tutte queste Caratteristiche Cinderella diventa naturalmente una commedia e un dramma umano, attraversato nella prima parte dalla presenza della morte, con un forte senso della relazione scopica tra piani, dove “Ella” è inquadrata quasi sempre sullo sfondo o in profondità di campo, mentre la sua realtà si sfalda, e il senso della perdita, affrontato attraverso i numerosi riferimenti alla letteratura per l’infanzia, si trasforma passo passo in un vero e proprio racconto di formazione, dove il riconoscimento della propria maturità sessuale non è certo quello soverchiante riletto da Angela Carter attraverso le varie morfologie della fiaba, ma pur ancorandosi ad una traccia classicissima, ne parla riconducendo tutto ad una dimensione semplicemente magica e mantenendo la destinazione infantile originaria. E se la scena del ballo, oltre ai britannici Powell e Pressburger è un’enciclopedia hollywoodiana in piena regola, tutto il contrasto tra essere e apparire che attraversa il film, scandito dalla frase apparentemente innocua pronunciata da Ella “Just because it’s what’s done doesn’t mean it’s what should be done” ha ovviamente una radice profondamente Shakespeariana, senza che la firma del Bardo dell’Avon sia così visibile e ingombrante.

Michele Faggi, da “indie-eye.it”

 

Per la sua versione di Cenerentola, Kenneth Branagh fa una netta scelta di campo per la filologia, rifacendosi alla versione animata disneyiana, ma restituendo anche uno sguardo fresco e personale sulla vicenda.
Il canone e la fluidità
La vita di Ella, figlia felice di un mercante e di sua moglie, cambia radicalmente quando sua madre si ammala e muore. Dopo un periodo di lutto, l’uomo si risposa con Lady Tremaine, vedova meschina e piena di rancore, madre di due perfide ragazze, Anastasia e Genoveffa. La ragazza cerca di adattarsi al meglio alla nuova situazione, ma la tragedia bussa di nuovo alla sua porta quando anche suo padre, durante un viaggio di lavoro, scompare improvvisamente. Ridotta a vivere da serva nella sua stessa casa, Ella fugge a cavallo nel bosco, e qui incontra un misterioso e affascinante giovane… [sinossi]
Le fiabe non smettono di parlare ad ogni generazione, di chiamare a nuove letture, interpretazioni, ri-narrazioni e contaminazioni. Il rinnovato interesse di Hollywood per il genere, manifestatosi in particolar modo nelle ultime stagioni, è l’ennesima prova della natura di una forma narrativa che è “fluida” per eccellenza, incapace di fissarsi ma sempre pronta ad adattarsi a strutture, contenitori, medium diversi: in pochi anni, abbiamo avuto (tra gli altri) la Biancaneve postmoderna di Tarsem Singh, quella di derivazione twilightiana di Rupert Sanders, gli Hansel e Gretel guerrieri di Jeremy Renner e Gemma Arterton, quelli adolescenti e contemporanei diretti da Duane Journey. Letture, modellamenti e ricollocamenti di archetipi, di varia riuscita, che presto vedremo intrecciarsi e dialogare tra loro nell’esperimento forse più ardito e rischioso, quello compiuto da Rob Marshall nel suo Into The Woods.
Spesso e volentieri affascinato dagli archetipi, e già trovatosi, nella sua carriera, ad affrontare operazioni apparentemente lontane dal suo mondo (il Frankenstein di Mary Shelley, il recente Thor) Kenneth Branagh sceglie, per il suo Cenerentola versione 2015, di affidarsi a quello che, nell’immaginario collettivo, si è posto come “canone”: la versione animata disneyiana del 1950, a sua volta ispirata alla lettura della fiaba data da Charles Perrault. Parliamo di canone con tutte le cautele del caso, ovviamente, dato l’appena ricordato carattere “fluido” del genere; ma è indubbio che, a differenza di quanto hanno fatto autori come Singh o Marshall, il cineasta irlandese fa una netta scelta di campo per la filologia, il richiamo alla memoria e al piacere del riconoscimento, l’innesto di elementi di modernità su un nocciolo duro forte e improntato alla classicità.

La Cenerentola di Branagh si chiama Ella, ha il volto della giovane Lily James, e il suo campo d’azione si colloca in un contesto che ha qualche similitudine con la Gran Bretagna ottocentesca. L’attenzione, per tutta la prima parte del film, agli elementi che sottolineano la geografia dei luoghi (il padre che parla scherzosamente in francese, l’arazzo giapponese visibile in più di una scena) rafforzano la collocazione della storia in un contesto realistico: la magia, per Ella e la sua famiglia, è elemento solo ipotetico, richiamato da sua madre in uno dei primi dialoghi del film (il riferimento alla “fata madrina” e alla necessità di credere nei prodigi) ma lontano dall’orizzonte di una vicenda umana con i piedi ben piantati in terra. È la verosimiglianza, al di là dell’espediente della voice off e di qualche, ovvia concessione al modello (i topolini domestici), la cifra stilistica scelta da Branagh e dallo sceneggiatore Chris Weitz per la prima metà del film, quella che arriva fino ai preparativi del ballo; verosimiglianza sottolineata dall’accento sulle differenze sociali tra la nobiltà di palazzo e la famiglia della protagonista (esponenti di una borghesia mercantile sempre a un passo dallo scendere nella scala sociale), dall’irruzione iniziale, semplice e realistica, della tragedia nella vicenda della famiglia, dalla presentazione fin da subito complessa e sfaccettata del personaggio della matrigna, col volto di una straordinaria Cate Blanchett. Proprio la complessità di quest’ultima, villain di cui vengono colte al meglio le potenzialità, non semplice strega monodimensionale ma donna toccata e contaminata dal dolore, rivela dell’approccio fedele e personale insieme che lo script adotta per gli archetipi: l’emersione di precisi tratti in ogni singolo personaggio, l’accento posto sul processo di crescita della protagonista e sulla presa di coscienza delle proprie potenzialità, l’elemento forte della corsa nel bosco e dell’incontro col principe interpretato da Richard Madden, vero punto nodale dell’intera narrazione.

Lo sguardo del regista sui personaggi, che innesta elementi di innovazione su un tessuto narrativo solido e all’insegna del rispetto per la tradizione, rappresenta il contributo principale di Branagh a questa nuova versione di Cenerentola. Della sua Ella, più del tradizionale carattere remissivo (lascito della promessa di gentilezza fatta a sua madre) viene messa in luce la capacità (magari espressa sottovoce, ma innegabile) di prendere in mano il proprio destino; contraltare ideale a un’antagonista (la matrigna) che, invece, dallo stesso destino si è lasciata sopraffare. La stessa attenzione viene dedicata alla figura di un principe (di cui viene, emblematicamente, rivelato da subito il nome) di cui lo script descrive, pur a grandi linee, l’insofferenza per la vita di palazzo; ma di cui viene evidenziato anche il carattere di bersaglio (possibile) delle macchinazioni politiche ordite dal granduca interpretato da Stellan Skarsgard, in accordo con Lady Tremaine. La politica e i meccanismi del potere, temi spesso e volentieri trattati dal regista, fanno capolino anche tra le maglie di un racconto che resta comunque sostanzialmente (e diremmo anche orgogliosamente) fedele al suo modello.

Per il resto, la Cenerentola branaghiana restituisce allo spettatore esattamente ciò che si aspetta, in un tripudio di tecnica che, per una volta, viene messa al servizio della narrazione: virtuosismi registici, elaborati piani sequenza (Branagh si, e ci, diverte, soprattutto nella lunga scena del ballo, e nel rocambolesco ritorno a casa della protagonista), magniloquenza di costumi e una gestione delle scenografie (opera di Dante Ferretti) che sottolinea al meglio il passaggio tra la cupezza decadente della residenza della protagonista e lo splendore, visivamente ubriacante, del palazzo. Qualcuno potrebbe forse obiettare che il tocco del regista, in un’operazione come questa, si veda meno che in passato; l’ovvia risposta è che ciò, di fatto, è il risultato della deliberata scelta da parte di Branagh di fare un passo indietro, lasciando che sia il racconto a guidare (e orientare) le scelte di messa in scena. Scelte che restituiscono comunque, complessivamente, uno sguardo più fresco ed elegante di quando rilevato in altre operazioni del cineasta, come il recente (e comunque non disprezzabile)Thor. Considerate le premesse del progetto, e la sua dichiarata opzione di campo per una classicità che non fosse mero gusto retrò, l’operazione può dirsi decisamente riuscita.

Marco Minniti, da “quinlan.it”

 

Ha i movimenti del musical. Anche se non lo è. Con la tempesta cromatica di George Sidney e la dimensione aerea di Stanley Donen. Forse, nel cinema del regista, questa è la versione Disney di Molto rumore per nulla, il migliore dei suoi film shakespeariani. Ed è ripartita un’altra carriera. Che regala insospettabili brividi, improvvise magie, derive mélo

Degli strani girotondi. Come se la mdp improvvisamente volasse. Sopra il palazzo reale, nel bosco, attorno al corpo di Ella e il principe. Ha i movimenti del musical. Anche se non lo è. Ma Cinderella regala insospettabili brividi, improvvise magie, derive mélo di un cinema che si porta dietro le tracce della fiaba ma che poi si trasforma in un fantasy dove tutto può cambiare: un corpo, un paesaggio, un oggetto.

Ella vive felicemente con i genitori. Ma la madre all’improvviso muore. Il padre, un mercante, decide di risposarsi e accoglie in casa la matrigna con le sorellastre Anastasia e Genoveffa. La donna inizia a comandare e trasforma la ragazza in una serva coperta di cenere e stracci. Un giorno Ella incontra nel bosco quello che pensa essere la sua anima gemella. Non sa che è il Principe, che presto invita a corte tutte le ragazze del posto a un ballo. La ragazza pensa che sia arrivato il suo momento di riscatto. La matrigna però le proibisce di andarci strappandole il vestito per la festa. Inaspettatamente, quando tutte le cose sembrano essere contro di lei, arriva una mendicante che le cambia il destino.

Da quando il cinema di Branagh si è liberato da quella sua letterarietà/teatralità, è diventato tutta un’altra cosa. Cinderella si esalta  proprio su una favola già nota, si illumina come nella scena dei fuochi d’artificio, ha la tempesta cromatica di George Sidney e quella dimensione aerea di Stanley Donen. Dove i personaggi non sembrano mai toccare terra, ma essere sempre sospesi a mezz’aria. Come delle creature animali che possono trasformarsi all’improvviso. Ella che ruota su se stessa nel momento in cui le viene cambiato il vestito diventa il segno di un cinema che si è fatto improvvisamente inventivo, con una metamorfosi persistente dove la mutazione avviene dentro la stessa inquadratura. Il tempo si è come fermato. Lì a mezzanotte. E il ritorno a casa con i cavalli che tornano topi mostrano un ritmo action e un piacere del gioco, quindi di filmare, che confermano come ora, il cinema di Branagh sappia controllare l’istante, fermarlo, sospenderlo per un tempo brevissimo che però nella testa potrebbe durare in eterno.
Stavolta gli attori non sono dipendenti dal testo. Anzi, Cinderella ne esalta la plasticità e i contrasti. Per questo una superba Cate Blanchett, davvero una portentosa matrigna/strega, diventa l’ideale opposto di Lily James, purezza e sensualità più nascosta e più presente che va oltre le ‘cinquanta sfumature di grigio’ in una parte che inizialmente doveva andare a Emma Watson.

E in più entrano in gioco altri due elementi. Il primo è lo specchio. Presenza già determinante del cartoon Disney del 1950 che qui, ancora di più, mette in evidenza come l’immagine riflessa può non essere la stessa di quella percepita. Lo stesso gioco del cinema dove un corpo può diventare improvvisamente qualcos’altro. Senza make-up. La seconda è la morte. Attraversata e ricorrente. Dove però restano spettri che possono essere anche angeli. Ma la morte è anche quella del tempo proprio del cinema, della durata del film. Che non si può arrestare. Che può solo illusoriamente dilatatarsi. Il ballo di Ella col principe come quello tra Christina Ricci con il fantasmino ritornato improvvisamente bambino nel bellissimo Casper.

Forse, nel cinema di Branagh, Cinderella è la versione Disney di Molto rumore per nulla, il migliore dei suoi film shakespeariani. Dove non c’è lo più spazio teatrale limitato e sparisce la performance. Come in quel caso, anche qui c’è una festa di suoni, di colori impazziti che creano continui fuochi d’artificio. Si, probabilmente è un cineasta che va tenuto sotto controllo. La Disney, anche nella sottosezione Marvel (Thor) ha però improvvisamente fatto partire un’altra carriera. Che non annulla la precedente ma crea uno stacco netto. E sono le opere su commissione (qui è decisiva la sceneggiatura di Chris Weitz) non di un mestierante ma di un cineasta di talento che era diventato troppo narcisisticamente legato al suo cinema. Spogliato di questo, e mettendosi al servizio della storia, anche Cinderella può essere più intensa di Shakespeare.
Simone Emiliani, da “sentieriselvaggi.it”

 
Ella è una bambina che cresce felice tra mamma e papà. Ma la sua serenità è turbata dalla morte prematura della madre, che le ha fatto promettere di essere sempre coraggiosa e gentile. E coraggio e gentilezza le serviranno qualche anno più tardi con la donna che il padre sposerà in seconde nozze. Dispotica e ambiziosa, Lady Tremaine ha un ex principe da dimenticare e due figlie frivole da accasare. Sola e vessata, dopo la perdita del padre, Ella è costretta a (ri)governare la casa e ad abitare la sua ala polverosa. Appellata Cinderella dalle due sorellastre, Ella fugge a cavallo nel bosco dove incontra Kit, un ragazzo cortese che lavora a palazzo e al servizio del re. Emozionata da quell’incontro, decide di partecipare al ballo bandito dal banditore reale e aperto a sorpresa ai sudditi. Il suo desiderio non ha però fatto i conti con la matrigna e le sorellastre, che la umiliano strappandole il vestito. Ma lassù qualcuno la ama. Avvicinata dalla fata madrina, i suoi sogni diventano realtà. Dentro una zucca trasformata in carrozza, raggiungerà il castello e scoprirà che Kit è addirittura un principe. Il suo principe.
La favola, come i miti, costruisce diverse versioni di sé, cambia forma fino a trovarne una definitiva. Per “Cenerentola” è quella animata della Disney, che sessantacinque anni dopo torna a raccontare sullo schermo la storia della celebre orfana perseguitata, che si riscatterà con un’impresa eroica (il ballo a corte). A ‘condurla’ nelle danze questa volta è Kenneth Branagh, che dopo il bipolare Thor, tragedia edipica nel cielo e commedia romantica sulla terra, rivisita l’adattamento edulcorato di Charles Perrault, conservando dei Grimm il ramo di nocciolo, l’albero materno e lo smarrimento prodotto dal fantastico. Senza stravolgere l’intreccio, Cenerentola non smette di rientrare a mezzanotte e il principe di cercarla con una scarpetta di cristallo, Branagh produce uno spiazzamento e fornisce i suoi personaggi di una psicologia sfumata ed evoluta, mai passiva e pienamente consapevole. Perché nella favola dell’autore inglese, che eredita la leggerezza, il ‘bianco e nero’, i raggiri e le maschere di Molto rumore per nulla, i protagonisti arrivano al lieto fine dopo essersi riconosciuti, scelti e voluti. Cinderella non sogna di un principe, Cinderella incontra il suo principe. Se nella versione animata, la festa e la relazione si sviluppano in una sola serata, (nella favola i balli sono due), nella traduzione live action, l’autore inglese incrocia Ella e principe nel bosco, prima del ricevimento danzante. Nel bosco, il luogo altro deputato alla magia e alle forze irrazionali, si rivela l’amore e si dissimulano identità e condizione sociale, ostacoli evidenti al sentimento nascente. Sentimento che Branagh esplode nel preziosismo scenografico e ‘consuma’ nel giardino segreto, dove il principe ‘calza’ il piede di Cenerentola. Tra animali antropomorfi (topolini, lucertole, oche e uccellini), coreografie geometriche, trasformazioni straordinarie che non trascurano il dettaglio, divise che definiscono i corpi e costumi che assecondano i movimenti, Branagh inventa la ‘prima volta’ di Cinderella e Kit, la scintilla di erotismo che rende la loro passione qualcosa di più profondo e di più difficile lettura. Attraverso il loro amore prendono coscienza di sé e delle proprie possibilità, riconquistando il loro nome e il loro posto nel mondo. Al principe di Richard Madden, (stra)ordinariamente azzurro, non serve in fondo un riscontro, la scarpina non è la prova per riconoscere la (Cinder)Ella di Lily James ma è il mezzo (frangibile) per ritrovarla. Infrangibile è invece il loro sentimento, che abbaglia e supera in bellezza la brutta favola di Lady Tremaine, vittima della propria invidia. Cate Blanchett, presenza divistica che scavalca i mortali come il tramonto di Norma Desmond o il primo piano velato di Rossella O’Hara, incarna in maniera mirabile la matrigna, misurandosi con le più belle cattive del reame (Julia Roberts, Charlize Theron,Angelina Jolie). Equilibrato il buonismo della fata madrina con i suoi bibbidi bobbidi boo, a questo giro di valzer la spinta autoriale e la maggiore adesione emotiva hanno la meglio suo ‘tocco’ Disney, che ancora una volta cede il passo alle principesse progressiste. Quelle che non hanno (più) bisogno di principi charmant, quelle che vogliono sceglierne uno ad occhi ben aperti, quelle che forse domani magari lo sposo, quelle che lo liquidano con l’universo simbolico che lo accompagna, quelle che lo trovano in viaggio, quello che lo sposano plebeo e quelle a cavallo che lo incontrano a cavallo, guardando sua altezza alla stessa altezza.

Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

 

 

 

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