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Birdman

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Birdman or (the Unexpected Virtue of Ignorance) è una black comedy ambientata a New York che racconta la storia di un attore in declino (Michael Keaton) – famoso per aver in passato interpretato un mitico supereroe – alle prese con le difficoltà e gli imprevisti della messa in scena di uno spettacolo a Broadway che dovrebbe rilanciarne il successo. Nei giorni che precedono la sera della prima, deve fare i conti con un ego irriducibile e gli sforzi per salvare la sua famiglia, la carriera e se stesso. Adattato da un racconto di Raymond Carver. Fotografia del premio Oscar Emmanuel Lubezki (Gravity).
Con la “trilogia sulla morte”, composta da Amores Perros, 21 Grammi e Babel, il regista messicano Alejandro González Iñárritu ha conquistato i favori di pubblico e critica grazie soprattutto al fascino per il modo in cui, attraverso uno stile di regia incredibilmente frammentato e contraddistinto da continui balzi spazio-temporali, è riuscito a sviluppare degli intrecci narrativi incredibilmente complessi, ma, al contempo, estremamente accessibili e coinvolgenti. In seguito alla parentesi di Beautiful, in cui, complice il divorzio artistico dallo sceneggiatore Guillermo Arriaga, la frammentarietà era stata accantonata lasciando spazio ad uno sviluppo più lineare, era difficile riuscire ad indovinare quale sarebbe stato l’approccio con cui il regista avrebbe affrontato la storia di un attore in declino (Michael Keaton). In realtà, non appena il film inizia, lo spettatore viene immediatamente travolto dalla coraggiosa scelta di Iñárritu: Birdman è un film concepito e realizzato come un unico, pirotecnico, piano sequenza, con cui il regista messicano riesce a muoversi tra i corridoi del backstage di un teatro, agganciandosi di volta in volta a personaggi diversi, riuscendo a costruire un quadro d’insieme che stupisce per complessità e compattezza.

Ad un primo impatto la scelta del piano sequenza unico sembra porsi in netto contrasto con quello che era stato lo stile narrativo dei film precedenti del regista, ma in realtà l’uso che ne viene fatto non mira a semplificare l’intreccio, linearizzandolo, e rende ancor più sorprendente la frammentarietà e le sfaccettature che il film riesce ad offrire allo spettatore. Sembra infatti che il regista messicano abbia deciso di rinunciare al montaggio per mettere in scena un percorso all’interno della mente del personaggio interpretato da Michael Keaton, in cui realtà e finzione si susseguono fino a fondersi in quella che è la schizofrenica visione del mondo del protagonista: lo spettatore si ritrova così trasportato in una sorta di vorticoso monologo interiore visivo, dove ogni tentativo di distinguere l’oggettivo dal soggettivo viene costantemente sovrastato dall’esuberanza visionaria della regia, che, nonostante la teorica oggettività del piano sequenza, gioca a creare eccentriche visioni ed ingegnose ellissi temporali. Oltre che al restituire la mancanza di punti di riferimento nei confronti della realtà, il piano sequenza di Birdman trasmette il fatto che tutti i personaggi secondari dello spettacolo e della vita del protagonista sono sulla stessa giostra e vivono in una realtà distorta e sopra le linee, in cui la finzione della recitazione si sovrappone costantemente alla vita reale e viceversa. Nonostante la visione d’insieme che Iñárritu riesce a creare rimbalzando da un personaggio all’altro, riuscendo a far emergere al meglio le assurdità del mondo che rappresenta, il film decolla quando riflette le ossessioni e le visioni del protagonista, sia perchè è attorno al personaggio principale che si sviluppa un interessante discorso sulla società dello spettacolo di oggi – spaziando dai social network ai supereroi – sia per la memorabile interpretazione di Michael Keaton, immersosi nei panni di Birdman con una passione più unica che rara.

Francesco Ruzzier, da “storiadeifilm.it”

 

Riggan Thomson (Michael Keaton) è una star di Hollywood in declino, che un tempo conquistò la fama nei panni di un supereroe alato e mascherato. Decide così di rimettersi in gioco e dimostrare il suo talento attoriale mettendo in scena a teatro un racconto di Raymond Carver. Ma non sarà affatto semplice, perché i demoni del suo passato lo tormentano e la compagnia che lo circonda è tutt’altro che equilibrata.
Nel 2000 Alejandro González Iñárritu portò una ventata d’aria fresca nel mondo del cinema con il suo primo film, Amores Perros. Quindici anni dopo, nell’epoca asfittica dei remake e dei sequel, la storia si ripete grazie al suo quinto lungometraggio, che ha alla base l’imprevedibile virtù di una incredibile sceneggiatura scritta a otto mani. Una serie di elettrizzanti piani sequenza avvolge sin dalle prime battute lo spettatore trascinandolo in un via vai dal camerino al palcoscenico, e facendolo entrare e uscire continuamente dalla testa di Riggan, che ha il volto e le rughe di uno straordinario Michael Keaton. Già, proprio lui che nella realtà è stato Batman e si trovava in una fase calante della sua carriera, sembra interpretare un po’ se stesso. Il suo Riggan, incapace di distinguere la popolarità dal prestigio, ha un ego spropositato che ha perso contatto con la realtà e mette a repentaglio gli affetti e i rapporti umani.
Intorno a Keaton si muove un cast in stato di grazia, da Emma Stone a Naomi Watts, da Zack Galifianakis fino a un irresistibile Edward Norton che, nei panni di un insolente attore teatrale, entusiasma e diverte. E tra i protagonisti, in fondo, c’è anche New York, che sembra farsi complice dei deliri di Riggan con le luci abbaglianti, la verticalità degli edifici, le strade affollate e chiassose.
Con Birdman Iñárritu si prende gioco ferocemente di Hollywood e dello star system, e lo fa al ritmo travolgente della batteria jazz di Antonio Sánchez, la cui musica rapisce il cuore sin dagli scomposti titoli di testa.
Chissà come questo gioiello del regista messicano verrà trattato alla notte degli Oscar, dove si presenterà con 9 meritatissime nomination. L’unica certezza è che a noi resta un film che non ci stancheremo mai di rivedere.

Voto: 5/5

Marco Torinello, da “cinescatenato.it”

Riggan Thompson è una star che ha raggiunto il successo planetario nel ruolo di Birdman, supereroe alato e mascherato. Ma la celebrità non gli basta, Riggan vuole dimostrare di essere anche un bravo attore. Decide allora di lanciarsi in una folle impresa: scrivere l’adattamento del racconto di Raymond Carver Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, e dirigerlo e interpretarlo in uno storico teatro di Broadway. Nell’impresa vengono coinvolti la figlia ribelle Sam, appena uscita dal centro di disintossicazione, l’amante Laura, l’amico produttore Jake, un’attrice il cui sogno di bambina era calcare il palcoscenico a Broadway, un attore di grande talento ma di pessimo carattere. Riuscirà Riggan a portare a termine la sua donchisciottesca avventura?
Dopo il tuffo negli abissi della disperazione di Biutiful, capolavoro poco apprezzato dal grande pubblico, il regista messicano Alejandro Gonzalez Inarritu si cimenta con la commedia, benché agrodolce e in alcuni tratti quasi nera. Temi principali sono l’ego, in particolare quello maschile, e l’incapacità di distinguere l’amore degli altri dalla loro approvazione. Chi meglio di un attore molto amato ma poco apprezzato per rappresentarlo? Inarritu scandaglia l’animo di Riggan usando la cinepresa come mai aveva fatto prima, ovvero cimentandosi in una serie praticamente infinita di piani sequenza all’interno dei quali gli attori recitano senza inerruzioni come su un palcoscenico teatrale, entrando e uscendo continuamente dal teatro in cui si svolge prevalentemente l’azione alla strada, e dentro e fuori i camerrini, i corridoi, il backstage del teatro stesso. In un gioco continuo di immagini rifratte attraverso specchi e spiragli.
Il paragone con Robert Altman è inevitabile: i piani sequenza (come quello iniziale de I protagonisti), l’adattamento da Carver (come in America Oggi), la messa in ridicolo corale del mondo dello spettacolo (Nashville, I protagonisti, Radio America). Come è altmaniana la visione da insider della Hollywood contemporanea, in particolare quella dei franchise dedicati ai supereroi, “pornografia apocalittica” responsabile dell’infantilizzazione irreversibile del pubblico.
Birdman è anche un capolavoro di metacinema: il protagonista è quel Michael Keaton che deve la sua celebrità all’interpretazione di Batman (ma che è anche un grande attore, come dimostra appieno nel film di Inarritu); è più volte citato The Avengers, il film cui Edward Norton, che inBirdman ha il ruolo del prim’attore, ha rifiutato di partecipare nei panni di Hulk, dopo aver litigato con la produzione del film sul gigante verde. E c’è una scena in cui Inarritu fa ciò che Hollywood vorrebbe da ogni regista, dopo aver fatto per tutto il resto del film ciò che Hollywood detesta (tranne la notte degli Oscar): infiniti virtuosismi registici, dialoghi interminabili, mancanza di un eroe immediatamente identificabile.
Birdman è apparentemente privo di montaggio (o meglio: il montaggio è molto attento a “non interrompere un’emozione”) il cui ritmo è dato da una pianificazione meticolosa, una inarrestabile agilità nei movimenti di macchina, una recitazione rocambolesca, un incalzante rullo di batteria che accompagna tutte le azioni che coinvolgono Riggan. Ed è un esperimento in linguaggio cinematografico coraggioso e spaccone, reboante e ridondante, eccessivo ma funzionale alla storia che narra. Inarritu racconta l’uomo (e in particolare il maschio) nella sua fragilità e contraddizione, nei suoi sogni di gloria e le sue delusioni di vita. Racconta la presunzione, ma anche la vulnerabilità, di ogni artista, o anche di chi crede di esserlo ed è costretto a confrontarsi con l’evidenza contraria. Attraverso lo sguardo di Riggan, il regista commenta su tutta la società contemporanea, sul “genocidio culturale” in corso e sulla prevalenza fagocitante dei social media, creatori di una nuova forma di ambizione, quella di diventare virale, e una nuova forma di delusione, quella di credere che milioni di contatti equivalgano ad un singolo attestato di stima.
Il risultato è un film magmatico (e in questo senso perfettamente “almaniano”) che è un piacere per gli spettatori, gioiosamente ridondante e tracimante vita ed ambizione. Nella sua bulimia creativa Inarritu inanella troppi finali, ma è difficile biasmiarlo per la volontà di dire troppo invece che tutto, ricordando che chi rischia cammina sempre sull’orlo dell’abisso.

Paola Casella, da “mymovies.it”

 

 

Riggan Thomson ha un’ossessione: quella di non essere dimenticato. E’ un attore, ha superato i 60 e vive nel ricordo compulsivo del suo successo planetario di anni prima quando era l’osannato e celebre interprete di Birdman, un supereroe da blockbuster. I tempi dellagrandeur, però, sembrano ormai finiti anche se, soprattutto nella sua testa, il suo alter ego alato è più vivo che mai. Come una sorta di (molesto) amico immaginario, continua a parlargli, a pungolarlo, ad attizzare il fuoco del suo ego mescolandosi ambiguamente alla voce della sua coscienza che, sempre più sfocia, (con la complicità dall’alcool) in un delirio di (im)potenza che lo consuma, giorno dopo giorno.

La nobiltà del teatro dovrebbe, allora, riscattarlo dall’oblio, offrendo la prova provata del suo talento, al di là di quel costume e di quella maschera che l’hanno reso famoso per un lasso di tempo la cui brevità e intensità sono state per Riggan troppo brevi da non poter essere, ora, accettate. Portare in scena un adattamento di Carver, “What we talk about when we talk about Love”, sembra così la via migliore, seppur tortuosa, per svelare il Thomson “vero” attore oltre le sembianze di Birdman.

Iñarritu, in un ininterrotto piano-sequenza, segue, letteralmente, il percorso delirante e comico, crudele e doloroso, di un uomo che sembra non voglia arrendersi a se stesso. Con graffiante black humor il regista messicano non risparmia nulla all’incontrollabile personalità di Riggan facendone un’arma a doppio taglio che lacera la superficie per rivelare il posticcio sembiante dello star system, sì, ma anche dell’egocentrismo umano. Il poster di Birdman che campeggia nel camerino di Thomson non può che riportare alla memoria il Batman di Tim Burton che Keaton interpretò nel lontano 1989 ed è su questo continuo gioco di rimandi (le battute sugli attori più celebri, le citazioni, il riferimento alla morte della Fawcett scomparsa lo stesso giorno di Michael Jackson…) che Iñarritu tesse la trama di quel gioco a massacro che spesso si consuma tra persona e personaggio.

Nonostante qualche eccessiva ridondanza, il cuore di Birdman pulsa al massimo nello straordinario confronto tra due attori come Michael Keaton ed Edward Norton, archetipi di quella dilaniante competizione che, spesso, erode anime e corpi degli artisti. Che sia tra l’istrionismo o il talento, la tecnica del mestiere o l’autentica vocazione questa sfida, all’ultima parola, non è che l’immagine della lotta per il dominio, combattuta su un palcoscenico che si fa, con un evidente senso del tragico, anche proscenio esistenziale.

“Sia chiaro: non sei un attore ma una celebrità” dice a Thomson con sprezzante sarcasmo la temuta giornalista del Times, attraverso la quale Iñarritu si beffa, con cuastico divertimento, della categoria di quei critici al vetriolo che, come gli oggetti della loro stroncatura, respirano soltanto nei confini del loro ego. Thomson/Keaton e Shiner/Norton si confrontano, si affrontano e, specularmente, si rubano la scena lasciando davvero poco spazio ai (bravi) comprimari in un duello all’ultima battuta in cui il fragore di un applauso o uno sparo squarcia il velo della finzione per deflagrare nella pièce, caduca e mortale, della vita vera.

Eleonora Saracino, da “cultframe.com”

 

La vicenda di Riggan Thompson/Birdman non tralascia nessun dettaglio dell’artificioso, eppure umano, mondo dello spettacolo. Inarritu poi, coinvolge chiunque, non marginalizzando nessuno: dall’attore all’assistente, dall’aspirante stella di Broadway all’amante, dal giornalista al critico d’arte, dalla figlia al padre, dal ribelle di turno al pubblico.
Siamo tutti convocati, perché l’arte dello spettacolo non si costruisce solo all’interno del fittizio limite in cui si muovono gli addetti ai lavori, ma è il riflesso della volontà del pubblico e dei media di assistere alla simulazione della vita, alla violenza e al nonsense.

Un artista a Hollywood così come a Broadway, una volta entrato nella magia dello spettacolo, lotta tutti i giorni tra ribalta e palcoscenico: già il sociologo Erving Goffman definiva l’essere umano un doppio che, sempre in bilico tra realtà e finzione, medita dietro le quinte in che modo confermare l’immagine che ha fatto di sé sul palcoscenico della vita. Edward Norton, in tale prospettiva, interpreta uno straordinario personaggio rivoluzionario e moderno.
Il viso invecchiato, stanco e avvilito di Keaton mostra un malessere psicologico, un disadattamento, un conflitto in continuo movimento con se stesso.
Ogni personaggio viene caratterizzato a livello psicologico senza ridondanze e passaggi didascalici, perché quando c’è una buona scrittura alla base di un film, tutto funziona e tutto ritorna, come epifania dell’idea che si ha in partenza. Il cinema nasce dalla idee, dunque.
Lo spettatore guarda ciò che vede il narratore Inarritu, ascolta il linguaggio volgare di attori sfiniti da un luogo prostituitosi alla necessità illogica di essere ammirati, immortali e unici.

Girato quasi interamente in lunghi piani sequenza, Inarritu interpreta la vita come un flusso, un magma di parole, emozioni e improvvisi cambi di scena, percorsi e desideri irrealizzati.
Quando finalmente compare il tanto atteso Birdman lo vediamo alle spalle di Riggan; lo esorta a indossare di nuovo quel costume, questa volta però a farlo in maniera esistenziale. Per riuscire nel ruolo, l’attore deve essere quel personaggio. Segue una delle scene più belle del film: Keaton vola sulla città e parte la musica. Questo è il film nel film, è il gioco narrativo ed estetico di Inarritu, che mostra dall’interno il mondo dello spettacolo, ma non può rinunciare a seguire le regole formali del fare cinema. Il regista stesso ha il bisogno di uscire dalla forma codificata dello spettacolo per poi reinventarla.

L’epilogo scuote e impressiona. Riggan Thompson in scena non finge più di suicidarsi, ma usa dei proiettili veri. Successo di pubblico, che disorienta anche la giornalista che ha stroncato lo spettacolo. Fortunatamente Riggan rimane ferito, così può “godersi” la sua rivincita, il suo successo per avere portato un barlume di verità nel teatro americano. La verità. Ossessione di ogni personaggio del film, perché consumato da malessere della rappresentazione, ora vittima delle pretese del pubblico e della critica.

Un gran bel film, Birdman.

Annarita Cavaliere, da “35mm.it”

 

 

Parafrasando il Raymond Carver portato in scena dal protagonista Riggan Thomson (Michael Keaton), potremmo chiederci: di cosa parliamo quando parliamo di Alejandro Gonzalez Inarritu? Risposta: di uno dei più grandi registi degli anni Duemila e non solo. E Birdman ne è la piena conferma, un nuovo capolavoro di un talento registico che ci lascia a bocca aperta come bambini di fronte ad un super-eroe, che sia Iron Man, Batman o Birdman.

Se Gravity lo scorso anno fu un grandioso film d’apertura (con un piano sequenza iniziale nello Spazio lungo 15 minuti), Birdman apre le danze di Venezia 71 in modo ancor più sorprendente, quasi ineffabile, colpo grossissimo di Alberto Barbera e il suo team.

Birdman è un film gigantesco, magnetico, un flusso di cinema allo stato più puro e più raffinato allo stesso tempo. Se non fosse per i minuti finali, Inarritu realizza un unico incredibile piano sequenza lungo tutto il film, roba vista solo in Arca Russa di Sokurov. La macchina da presa segue i protagonisti, gira continuamente su se stessa, spicca il volo, atterra e riparte.

Birdman coinvolge e diverte, trainato da un mix di elementi senza pari: la fotografia di Lubezki, una sceneggiatura spumeggiante e densa di spunti, una regia che non si smarrisce neppure per un attimo. Inarritu getta anche qualche pennellata di riflessione sulla figura dell’attore, sullo star system, sulla critica teatrale e cinematografica e su molto altro ancora.

Sul grande schermo il tentato ritorno alle luci della ribalta di un attore divenuto una celebrità nei panni di unsuperhero dotato di becco e ali, un character ingombrante che come un fantasma del passato continua a tormentarlo. Ad impersonarlo un Michael Keaton in grandissimo forma, che da anni non vedevamo on screen, come se avesse passato tutto questo tempo a mettere a punto i dettagli di questa grande prova. Ma nel pollaio c’è anche un Edward Norton mastodontico, che nella prima parte più volte pesta i piedi al protagonista. Bravo Zach Galifianakis, brava anche Emma Stone che la fa crescere molto tutta insieme. Stona l’enfatico e strozzato patetismo di Naomi Watts.

Con Birdman Inarritu riesce quindi in un folle volo, e a differenza di Icaro non si brucia le ali, ma fa sognare. Un’opera che dimostra la straordinaria poliedricità del regista di Babel, capace di passare dai film-puzzle precedenti dominati dal montaggio ad un film che è uno stream fluidissimo dove il cinema si snoda onirico e reale.

Tommaso Tronconi, da “onestoespietato.com”

 

 

Iñárritu apre le ali, anche grazie a un grande Michael Keaton e all’incredibile fotografia di Lubezki. Da non perdere
Riggan Thomson (Michael Keaton) sta per esordire a Broadway. Stella del cinema tramontata – fino agli inizi dei ’90 iconico supereroe dietro il costume di Birdman -, oggi, a 60 anni suonati, l’attore tenta di ricostruirsi un’immagine partendo da un testo di Raymond Carver, Di cosa parliamo quando parliamo d’amore.
L’impresa è ardua, però: alle continue discussioni con l’amico, produttore, avvocato Jake (Zach Galifianakis) si aggiunge poco dopo la difficile gestione del nuovo arrivato Mike (Edward Norton), attore talentuoso ma uomo impossibile, per non parlare del rapporto conflittuale con la figlia Sam (Emma Stone), fresca di rehab, e della difficile relazione con la collega di palco Laura (Andrea Riseborough). Naturalmente sono in pochissimi a dargli credito, men che meno la temibile critica teatrale del New York Times, Tabitha Dickinson (Lindsay Duncan), decisa a stroncarlo ancor prima di vedere la piece. Oltretutto, c’è qualcuno da cui Riggan proprio non riesce a liberarsi: Birdman, che non smette un secondo di incitarlo a mollare tutto e ritornare a volare. A reindossare la maschera dell’effimero per sentirsi, ancora una volta, vivo.

Dopo Gravity di Alfonso Cuarón (2013), la Mostra di Venezia (2014) è riuscita ad accaparrarsi un’altra, straordinaria apertura: Birdman – O l’imprevedibile virtù dell’ignoranza di Alejandro González Iñárritu. Lontanissimi tra loro, i due film sono accomunati da un particolare di non poco conto, Emmanuel Lubezki, tra i più grandi direttori della fotografia contemporanei, artefice di un ulteriore “miracolo” cinematografico. Dal camerino al palcoscenico, dai marciapiedi di Broadway alla platea del teatro, dal tetto del palazzo al cielo di New York: il primo “stacco” arriva un’ora e cinquanta minuti dopo l’inizio del film, che tentando di mescolare cinema-vita-teatro produce effetti stranianti e totale empatia con i personaggi. E’ un flusso ininterrotto, un pianosequenza ardito e sporco, un vortice che risucchia sguardo e emozioni: per riflettere su dicotomie ataviche come arte vs. intrattenimento, popolarità e prestigio (“La fama è la cugina zoccola del prestigio”, cit.), realtà e messa in scena, che non risparmia attacchi all’aridità di posizioni radicali (la figura del critico) o alla vacuità dei social network e si interroga, a suo modo, sulla disperata ricerca d’amore di ogni essere umano.

Iñárritu scopre un nuovo modo di fare cinema, si mette in gioco ancora una volta, realizza forse la sua opera più libera e sincera, supera definitivamente la “fase Arriaga” e si svincola dai ricatti emotivi (Biutiful), raggiungendo con Birdman il punto più alto della sua filmografia. Anche grazie alla prova maiuscola del redivivo Michael Keaton (i due Batman con Tim Burton sono rimando sin troppo limpido), che non a caso riporta alla mente il Mickey Rourke di The Wrestler (operazione, quella di Aronofsky, poi non così dissimile a questa) e dell’intero cast tutto, da Edward Norton a Galifianakis, fino a Naomi Watts.

Premiato con il Golden Globe per la migliore interpretazione maschile (Michael Keaton), Birdman è candidato a 9 premi Oscar, tra cui miglior film, regia, attore protagonista, attore e attrice non protagonista (Norton e Stone), fotografia e montaggio.

di Valerio Sammarco, da “cinematografo.it”

 

 

“Birdman” di Alejandro González Iñárritu, apre Venezia71 e vince. Da quel giorno la sua ascesa non si è più arrestata: il regista e il suo film ovunque si presentino conquistano consensi e rincasano con dei premi, da ultimo ai Golden Globe, dove hanno fatto incetta confermando che il prossimo 22 febbraio la concorrenza avrà difronte un bel ostacolo.

La storia di Riggan (Michael Keaton) è quella di una celebrità, un uomo che vuole rilanciare la sua carriera, un ex-supereroe di successo intento a rifarsi l’immagine, calcando i palchi di Broadway, luogo da cui spesso non si esce vivi. L’attore è determinato a vincere la sfida, ma ad ogni anteprima dello spettacolo il suo io si indebolisce sino ad arrivare alla notte del debutto quasi esanime.

La trama si sviluppa attorno a una manciata di personaggi con grandi ambizioni, alcuni con un ego gigantesco altri con manie e atteggiamenti sopra le righe, ma tutti emotivamente fragili e timorosi di perdere la scommessa. “Bridman” è uno di quei film che non cela la volontà di criticare Hollywood e le sue regole, le umane debolezze nell’era dei social network, e i fruitori di cinema-spazzatura farcito di roboante azione fine a sé stessa.

Tra una citazione e l’altra (gli inchini ai classici del teatro e del cinema sono visibili qui e la) le battute sono spiazzanti, i dialoghi sono serrati, la sottile ironia è ovunque. La meticolosità, l’attenzione ad ogni particolare, angolazione, smorfia, battuta è palese ed è la chiave di un successo planetario iniziato in Laguna. Iñárritu è, infatti, noto per essere esigente, eclettico, bizzarro nelle scelte e per avere quel non-so-che in grado di strabiliare ogni volta il pubblico.

Ammetto di essere un’estimatrice del regista messicano, del suo modo di confezionare campioni d’incassi non rinunciando alla passione e all’andare controcorrente, ma qui supera addirittura le aspettative. La recitazione di Michael Keaton è mozzafiato, viene voglia di fargli le carezzine consolatorie, Edward Norton è da sberloni e Emma Stone è ai limiti del fastidioso. Sono tutti talmente bravi da provocarci i capogiri e quelle inquadratore schiacciate in ambienti angusti ci inducono una strana sensazione di claustrofobia.

Incollati per due ore davanti allo schermo, per una volta senza pensare alle varie lista delle cose da fare o alle mail non inviate, siamo dentro il teatro, soffochiamo, ridiamo, trepidiamo in attesa che la stupidità umana esploda in tutta la sua grottesca bellezza.“Birdman” è un film unico, è una commedia sagace, un dramma forse un po’ ambizioso, un’opera brillante con un tocco stravagante.

Forte di nove nomination agli Oscar®, del clamore dei mesi scorsi e di un cast stellare, in egual misura formato da donne da urlo e da uomini che hanno popolato i sogni di molte fanciulle, “Birdman” trascinerà la folla al cinema, verrà percepito da ognuno in modo diverso, ci lascerà la sensazione di non aver colto tutto il sottesto e, alla fine, ci farà tornare felici e contenti al nostro quotidiano (mal)celato disagio di perdenti  (forse) e incompresi (sicuramente).

Vissia Menza, da “masedomani.com”

 

Quando stamane, uscendo di casa, ho postato su Twitter e Facebook un frammento di All That Jazz (quello in cui Roy Scheider si prepara concludendo, davanti allo specchio “Si va in scena”), non avevo idea di quanto tutto questo potesse essere coerente con Birdman.
Perché quello di Alejandro Gonzales Inarritu, sterzando bruscamente rispetto al cammino fin qui intrapreso col suo cinema, è un film dove cinema, teatro, arte, amore, morte e social network s’intrecciano e si alternano senza soluzione di continuità, ricalcando così il virtuale, unico piano sequenza che lo costituisce e lo racconta.

La parabola di Birdman è quella di un attore in là con gli anni, che ha da due decenni appeso al chiodo il costume del supereroe che l’ha reso celebre, e che da allora non è più stato lo stesso; confondendo, come gli rinfaccia la ex moglie, l’amore con l’ammirazione del pubblico.
Un attore patologicamente dipendente da quel passato da cinecomic, che di questa sua poco nobile addiction cerca di liberarsi nobilitando (più ai suoi occhi che a quelli degli altri) la sua immagine sulle tavole di un palcoscenico di Broadway, dove vuole portare in scena un suo adattamento di Raymond Carver tra lo scetticismo di molti e l’aperta ostilità del feroce critico teatrale del New York Times.

Esattamente come il Joe Gideon del capolavoro di Bob Fosse, il Riggan Thompson interpretato da Michael Keaton è alle prese con un febbrile allestimento, nel quale riversa tutto sé stesso e tutta la sua vita, raccontando i propri drammi e i propri dilemmi in una pièce che è una miniatura della sua stessa vita e della domanda che lo ossessiona: “Perché non mi amate come vorrei, per quello che sono?”. E come il personaggio di Roy Scheider, così facendo si confronta con i suoi fantasmi, e con quelli della sua morte: o di una sua (im)possibile resurrezione.
Ma se Fosse si concentrava soprattutto sul rapporto tra arte e vita, Inarritu attualizza quel canovaccio innestandovi sopra le ossessioni tutte contemporanee per la celebrità: e di qui il costante tornare sul rapporto tra l’intrattenimento popolare “basso” (i cinecomic) e la legittimazione culturale “alta” del teatro e della letteratura, e sui meccanismi perversi della popolarità via Twitter e Facebook, germi virali in più di un senso capaci di elevare l’inelevabile e di rivoluzionare qualsiasi concetto di “celebrità” sia esistito fino a questo momento.

Proprio perché il dibattito che contrappone cultura pop e cultura highbrow è ancora oggi (anche e soprattutto in Italia, dove tutto arriva in ritardo) fervido e acceso, e proprio perché i social network sono spesso e volentieri il terreno dello scontro tra fazioni, lascia un po’ l’amaro in bocca che il regista messicano non sia giunto con Birdman a conclusioni sintetiche rilevanti, abbandonandosi ad un esistenzialismo magico che riporta tutto dentro le ossessioni già raccontate da Fosse quasi quaranta anni fa e sostanzialmente dicendo che solo dall’unione tra vecchie e nuove modalità si può provare l’ebrezza del volo della celebrità, e anche dell’amore. Sempre, però, rimanendo dentro la rappresentazione di sé che si vuole dare agli altri e che gli altri legittimano.

Sì, va bene, i critici usano etichette, e in fondo “A thing is a thing not what is said of that thing”, come recita l’adesivo che cita Susan Sontag attaccato allo specchio del camerino di Riggan, perfetto contraltare al poster di Birdman alle sue spalle. E quindi il riduzionismo di Inarritu sarà anche giustificato. Ma, come in passato, l’impressione è che al messicano piaccia più sé stesso dei personaggi dei suoi film o le storie che raccontano, girando con un virtuosismo tale da togliere, paradossalmente spazio e respiro al contenuto.
Un contenuto che qui è chiaro, dichiarato, definito, senza sfumature; supportato dalle ottime interpretazioni del cast (Keaton e Edward Norton su tutti) e da una martellante e ipnotica colonna sonora costruita praticamente unicamente su una batteria jazz che non la smette di produrre un angosciante assolo che batte come il cuore dolente e bisognoso d’amore e celebrità di Riggan. E forse anche dello stesso Inarritu.

Federico Gironi, da “comingsoon.it”

 

 

 

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