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Alaska

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Senza esserci mai stato, l’Alaska è – un po’ da sempre – uno dei miei luoghi d’elezione. Sarà stato Un medico fra gli orsi, sarà stato zio Paperone col Klondike, sarà quella natura magnifica e impervia che mette gli uomini al loro posto: qualunque esso sia, qualunque sia la loro ricerca.
Guarda caso, nel film di Claudio Cupellini che ha quel titolo, l’Alaska non è solo il nome di un locale, ma uno stato d’animo diffuso che riflette proprio quella durezza e quella purezza, quella ricerca di sé e di una collocazione.
In Alaska si andava a cercare l’oro in preda alla febbre, e in preda a una febbre di ricerca e di vita, in Alaska, è anche il Fausto di Elio Germano. Una febbre che gli fa venire fame, che lo spinge a divorare e divorarsi ogni momento, nella bramosia di azzannare quello successivo, di prenderlo alla giugulare, di sentirne il calore del sangue che scorre e che si fa suo.
La febbre di Fausto è la più alta di tutte, ma febbricitanti sono anche Nicole (che ha una febbre d’amore, ma anche di vita), e Sandro, magnifico personaggio animato da un bravissimo Valerio Binasco: una figura dal patetismo cosmico, letterario nello spessore e in quell’ansia di grandeur intimamente provinciale che lo spingerà fino a un divano sfatto, tra una pistola e una crostatina ai mirtilli fatta a mano, con amore, ma non abbastanza.
Anche Claudio Cupellini è preda della febbre, e della fame. Una fame di cinema e di racconto che sembra non saziarsi mai, e che lo spinge a cercare, divorare, ricominciare. Fino al confine con la bulimia, magari, ma senza mai perdere il gusto dell’assaggio, dell’accostamento ardito, del sapore verace e raffinato insieme delle immagini e degli snodi narrativi.
Splendidamente sfacciato nell’infilarsi mani e piedi nei fanghi caldi e pericolosi del melò, gridando senza paura le passioni impetuose – e talvolta violente – dell’amore e della gelosia, della bramosia e della conquista, ma senza arretrare di un passo di fronte alla caduta, Alaska procede con ritmo sincopato e discontinuo, sempre al limite tra fibrillazione e arresto, a tratti arrancando sotto il peso di tutto il suo accumulare, ma sempre capace dell’energia (e l’eleganza) necessarie per toglierlo d’impiccio.
La storia di Fausto e Nadine è una sinusoide impazzita e speculare, in grado di riprendersi anche quando sembra destinata a schiantarsi contro le pareti dell’eccesso o dell’esaurimento, e lo stesso fa il film di Cupellini. Una battuta di potente verità, o una scelta formale coraggiosa e raffinata, e Alaska barcolla, magari, ma non molla, e si rialza sorprendendo una volta di più.
Perché c’è una febbre, a trainare il film, a spingerlo avanti, a renderlo vivo. A trasformare in passione quel che poteva essere retorica, a rendere umani – e perfino comuni – personaggi così estremi e così a rischio idiosincrasia immediata.
Febbre, e coraggio. Il coraggio di un titanismo che avrebbe spaventato molti, e che Cupellini affronta avendo nel suo bagaglio un pizzico di sana incoscienza, tanta (a tratti, troppa) musica, consapevolezza dei suoi mezzi e fiducia nella verità delle sue intenzioni.
Per andare in Alaska, serve questo, e nulla di meno. Altro che vita tranquilla.
Federico Gironi, da “comingsoon.it”

Fausto lavora in un hotel e sogna di diventare maître, Nadine si presta controvoglia ad un provino per modelle (che poi passerà). I due si incontrano su un tetto di Parigi e vivono subito dopo la prima di molte disavventure che li porteranno tra la galera e l’ospedale, tra la ricchezza e l’estrema indigenza, tra Francia e Italia flirtando con il crimine come fosse niente e rovinando vite altrui. Tutto per inseguirsi come non avessero altri al mondo. E forse davvero non ne hanno.
Non muovendo un passo dallo stile di messa in scena a cui il nostro cinema ci ha abituato negli ultimi anni, Claudio Cupellini realizza uno dei film più anomali che abbiamo visto, una storia che prima di tutto è densa di eventi, che lascia e riprende per strada dei personaggi come non contassero nulla, che cambia di tono, verso e direzione molte volte. In mezzo sempre loro, Fausto e Nadine, le loro vite parallele che si incrociano e si allontanano ma non smettono di influenzarsi, dentro e fuori diverse prigioni, costretti di continuo a rivoluzionare quello che pensano del proprio futuro ma mai rivolti verso il passato (sembra un dettaglio ma è invece un elemento molto influente nel differenziare questo film dai soliti finti thriller italiani).
Non c’è nessuna probabilità nell’incredibile susseguirsi di fortune e sfortune nella vita dei due ed è una delle prese di posizione migliori, l’aperta finzionalità di una storia che non somiglia alla vita vera ma semmai all’epica del cinema e per questo riesce così tanto a parlare del mondo che viviamo. Pur non essendo un film d’azione Alaska è lo stesso una storia di grandi eventi e clamorosi ribaltamenti, di inseguimenti forsennati e decisioni repentine. Traduce nel cinema drammatico il passo esagerato del cinema d’avventura.
A separarlo dal resto del cinema che vediamo dunque non sono solo i molti eventi ma anche la maniera inedita (per il nostro paese) con la quale sono osservati da un regista lontanissimo dai personaggi, il cui sguardo onnisciente ne segue le gesta quasi stupefatto quanto il pubblico. Non c’è nessuna adesione a loro, Cupellini sembra non essere nemmeno dalla loro parte (e del resto ne fanno di cose di cui non c’è da essere fieri). Solo questo assunto di partenza basterebbe per rendere questo uno dei film italiani “da vedere” della stagione, anche al netto della consueta visione esagerata dei sentimenti o della solita iperbolica voglia di gridare tutto. Una volta tanto si passa sopra volentieri alla recitazione presenzialista delle scene madri e dei tipici momenti in cui un attore mette in mostra se stesso invece del film.
Alaska sembra fregarsene di tutto (e finalmente!). Non vuole decidere un’ambientazione, non vuole decidersi a dare struttura alla sua storia, nè equilibrio ai suoi personaggi, si abbandona al caotico vortice della sceneggiatura (ovviamente molto rigorosa e ben scritta per riuscire ad ottenere quest’effetto) ripetendosi, ritornando su punti che pensavamo conclusi (le molte prigioni), uccidendo personaggi come fosse niente e abbandonandone altri senza troppi convenevoli. Ciò che altrove potremmo elencare come difetti qui sono pregi, perché questa qualità espressiva Alaska la mette a frutto, specie nella chiusa, quando vediamo per la prima volta del sentimento onesto e nudo, una dolcezza insperata che dopo un film di ottusa attrazione sembra spiegare tutto.
Come i migliori finali infatti anche questo disegna un raggio di sole tra le nuvole che cambia il senso di ciò che abbiamo visto fino a quel momento.
Gabriele Niola, da “mymovies.it”

Fausto (Elio Germano) è nato in Italia ma già da anni vive a Parigi dove fa il cameriere in un lussuoso albergo sognando di diventare maitre (e aprire un suo hotel). Nadine (Astrid Berges-Frisbey) ha vent’anni e nessun sogno nel cassetto, ma la sua irruente bellezza le sta dando una chance di entrare nel mondo della moda. Nessuno dei due ha un posto che possa chiamare casa o qualcuno che li aspetti al ritorno. Soli in un mondo sconfinato e aggrappati alla speranza di avere qualcosa, qualcuno, un giorno, il loro incontro sul tetto dell’albergo dove Fausto lavora e Nadine sta facendo un provino sarà di quelli folgoranti. Il brivido sottile di aver percepito le vibrazioni di qualcuno così simile a noi, così aderente al proprio io, scatenerà nei due ragazzi una scossa di unione talmente profonda e viscerale che neanche il tempo e le mille avversità riusciranno a spezzare del tutto. Da Parigi a Milano, passando per il progetto dell’Alaska (una discoteca che Fausto aprirà insieme a un suo nuovo amico), il loro vortice amoroso si trascinerà nel buio delle loro vite, nate all’ombra e apparentemente destinate a chiudersi nella medesima assenza di luce. Due esistenze sole e solitarie, appaiate dal destino e che nemmeno il destino saprà (più di tanto) sciogliere dal loro abbraccio di eros e tanatos, gioia e disperazione.
Claudio Cupellini firma Alaska, una coproduzione francese che sente tanto l’influenza del cinema d’oltralpe, infilando una storia di amore e disperazione che non teme affronti, difetti, lungaggini, e che va spedita verso il proprio epicentro narrativo senza curarsi di nulla. Portandosi dietro la forza di una sceneggiatura (scritta dallo stesso Cupellini con l’aiuto di Filippo Gravino e Guido Iuculano) volteggiante ma precisa, dove ogni spirale narrativa assume la sua giusta intensità all’interno della parabola tragico-affettiva dei suoi protagonisti. Già con Una vita tranquilla Cupellini aveva dimostrato di saper maneggiare con cura il materiale umano di esistenze osteggiate nel loro percorso di vita e ricerca di quiete. Qui il regista veneto punta ancora più in alto, affrontando sfide ancora maggiori, e realizzando ancora una volta un film a cavallo di due Paesi (Francia e Italia), in un interessante scambio di culture che trapela anche da quel mix nel parlato dei due protagonisti (Nadine prova a parlare in italiano, Fausto le risponde in francese, ma quando sono incazzati entrambi utilizzano la loro lingua madre). Un melodramma amoroso e sentimentale di straordinaria portata dove Cupellini si prende il tempo necessario (125 minuti di pellicola) per entrare nei dettagli della sua storia, raccontando vizi, tic, paure e virtù dei suoi Fausto e Nadine, per poterne poi spiegare azioni e reazioni in una catena di eventi estremamente drammatica ma geometricamente sequenziale. Fausto e Nadine sono giovani privi del senso della prospettiva, e puntano tutte le loro esistenze verso il loro riscatto da una solitudine e da una ‘povertà’ congenite. E in questa dinamica, l’elemento dell’esser spinti dallo stesso obiettivo sarà al tempo stesso il punto di forza e debolezza del loro rapporto. Elio Germano spicca per la tenuta e coerenza emotiva durante tutto l’arco del film, ma anche Astrid Berges-Frisbey non è da meno, incarnazione piena di una cupa e dolorosa bellezza che ricorda vagamente la Marion Cotillard in Un sapore di ruggine e ossa di Audiard. Un paragone non casuale visto che, a margine di qualche linea narrativa che andava forse un po’ sfoltita garantendo all’opera una maggiore incisività, nei suoi pregi migliori Alaska ricorda da vicino la profondità e la compiutezza del miglior cinema francese, un cinema dove il dramma (in fondo semplice) di due vite ai margini appaiate dal caso o dal destino, può assumere vertici emozionali davvero sorprendenti. Non c’è facile pietismo o un dramma ricattatorio, ma solo la storia (verosimile) di Una vita tranquilla che appare in certi casi un miraggio impossibile da raggiungere.
Alaska Con Alaska Claudio Cupellini (Una vita tranquilla, la serie televisiva Gomorra) si conferma regista di grande talento e capace di stare al passo – per qualità – con il miglior cinema internazionale. Alaska è un melodramma esistenziale e amoroso a tinte forti, lungo, intenso, che non sacrifica mai la sua vera identità per esser qualcos’altro. Un carosello complicato e lineare di due vite difficili determinate a trovare una loro luce, un loro spazio esistenziale non degradato dalla mancanza di soldi o amore. Elio Germano e Astrid Berges-Frisbey spiccano per qualità e intensità in questa coproduzione italo-francese che sa mettere in campo la lezione del miglior cinema internazionale.
Elena Pedoto, da “everyeye.it”

Claudio Cupellini ha dimostrato negli anni di saperci fare con il cinema come con la tv. Ha realizzato una commedia diretta al sociale (Lezioni di Cioccolato), una storia di criminalità originale (Una Vita Tranquilla) e la pluripremiata serie Gomorra, in collaborazione con Stefano Sollima e Francesca Comencini. La sua ultima fatica, Alaska, è stata presentata in concorso alla Festa del cinema di Roma e ha lasciato nel cuore del pubblico indecisione nell’ amare fino in fondo o no, tale opera.
Fausto (Elio Germano) è italiano e a Parigi lavora come cameriere per uno dei più grandi hotel di lusso. Nadine (Astrid Berges-Frisbey) è francese e la sua bellezza l’ha portata a sostenere in quello stesso hotel, un provino per diventare modella. L’incontro sarà casuale ma i due si troveranno le loro vite per sempre legate da un doppio filo.
Alaska è un’opera più complessa di quello che sembra. Le sfaccettature tecniche e di intenzione che la caratterizzano sono talmente tante e ampie che non permettono un univoco giudizio. Le capacità tecniche alla base del film non sono da mettere in dubbio. La fotografia curata da Gergely Pohàrnok è attraente e di grande respiro, la regia assieme alla recitazione di tutti gli attori è eccelsa, (tra tutti Elio Germano e un ancora poco conosciuto Valerio Binasco). E quindi non è ovviamente da affidare a queste il grande dubbio che si para di fronte allo spettatore.
Il film di Cupellini ha certamente una struttura narrativa interessante. L’autore gioca con lo spettatore, giostrando la narrazione, e destinandola ad una direzione per poi cambiarne improvvisamente l’oggetto d’interesse. Mostra lo scontro per creare l’amicizia, incontra la delusione di un amore per rivelarlo essere poi quello solo e unico, il più grande. Questo andare avanti ma tornare indietro, questo mostrare per poi nascondere, scontrare per poi solo amare, dà grande spessore e non convenzionalità a questo melò. Una qualità che ancor di più fa gridare al ‘Peccato!’. Peccato che il tutto rimanga appesantito da una quantità eccessiva di dramma. Un dramma giustificato forse dall’esigenza di dover chiudere la vicenda in modo circolare, ma che lascia spazio ad una certa insofferenza, arrestata solo di fronte alla qualità del film. Non da meno è il doppio filo che lega i due destini protagonisti. Legame che li fa scontrare e contrapporre, donando ad uno la gioia e all’altro l’infelicità, ad uno la sfortuna e all’altro il successo. Un doppio filo che ci rimanda ad una situazione già vista nel principio, ma che con più maturità viene vissuta da entrambi i protagonisti.
Alaska è un film da vedere per chi ama le storie d’amore e i forti drammi. Ma anche per chi apprezza il buon cinema che a volte commette i suoi errori, anche se in buona fede.
Andrea Rabbito, da “filmforlife.org”

La freddezza di un’insegna blu al neon che si illumina. Una scritta, un luogo, un sogno, una riscatto: Alaska. Come la storia, incredibile e magica, di una nevicata in Polinesia, evento spiazzate capace di consegnare la corona ad un folle, facendolo diventar Re di un ecosistema avverso, un profeta nella terra dei sogni realizzati.

Alaska di Claudio Cupellini è un film che racconta la storia di due anime, tragiche e reali, che si stringono, si riconoscono e si accettano reagendo ad una serie di eventi inaspettati quanto involontari, snodi di vita reale e di cambiamento che sovvertono il prima ed il dopo, generando tramite la forza di un effetto domino realtà diverse, da sovvertire, da combattere, alle quale resistere reagendo insieme. Carambole umane che si legano in sentimenti forti e duraturi ben oltre i cambiamenti attuati dall’energia motrice del destino, tra fortune e sfortune personali che concedono felicità ad uno per poi toglierla all’altro. Fausto (Elio Germano) e Nadine (Astrid Bergès Frisbey) s’incontrano sul terrazzo di un lussuoso albergo parigino. Avvolti da un panorama di tetti si riconoscono come esiliate anime alla ricerca della loro identità, sradicati dalla loro appartenenza territoriale ed emotiva, sono due destini fragili che si scelgono, si incastrano nella parte ognuno lascia vuota, nella complementarietà dell’altro. La stessa lingue francese se nella prima parte è un modo per farsi capire, per comunicare con l’altro, nella seconda parte del film – ambientata a Milano – diventa una lingua segreta che sono loro in parte conoscono, una dialettica verbale in sottotraccia rispetto all’italiano che gli altri parlano: un modo per appartenersi, per riconoscersi e per stare insieme. Fili che convergono in un nodo per ripartire distanti, fili spezzati che non si riallacciano, Fausto e Nadine tessono il tracciato madre che li porta a stare insieme, oltre tutto, nonostante tutto. Il regista ci suggerisce che al di là delle connessioni con le altre fibre secondarie quello che rimane del loro rapporto è pur sempre la matassa che con il tempo entrambi sono riusciti ad annodare, depositando l’intreccio del sentimento che – nell’incapacità di riconoscerlo in loro stessi – per l’altro provano.

Due grandi interpretazioni racchiuse in personaggi forti, che a volte rimangono impantanate nella struttura e nella caratterizzazione data loro dalla sceneggiatura, una griglia di scrittura stretta e fin troppo invasiva rispetto al temperamento – naturale – delle loro interpretazioni. Il Fausto di Elio Germano – che si è, da grande attore, scrollato definitivamente di dosso il poeta recanatese – recupera la sue identità primaria consegnandoci un’interpretazione di un personaggio quotidiano (come il Claudio de La nostra vita) mai edulcorata, sempre asciutta ed allo stesso tempo furente, che non raggiunge mai il terreno dell’artificiosità restando razionale e calibrato. Un personaggio tanto sfaccettato quanto reale, un attore in carne ed ossa che riesce a normalizzare la sua recitazione adottando, affrontando e superando il tanto temuto paradosso di Diderot: e d’altronde, lontano dai grandi personaggi letterari classici, quale difficoltà maggiore per un attore se non quella di interpretare una aspetto quotidiano di sé stessi? Fausto e Nadine si amano, collidono, si scontrano, ognuno legato all’altro attraverso quella parte del carattere proprio che riconoscono nella metà mancante, quell’aspetto divergente che ognuno di noi possiede e che allo stesso tempo odia, ma che comunque ne vien ghermito.

Se in Una vita tranquilla, Cupellini, lavorava attraverso la suspense legata ad un passato che ritorna, creando una situazione pericolosa per l’equilibrio famigliare nel presente, qui il regista costruisce un ménage à trois tra due personaggi e la vita che affrontano, nel rapporto tra loro ed il destino che li porta a reagire ad essa. Nell’incapacità di tenerla per le redini e nell’impossibilità di controllarla, è la sceneggiatura che molto spesso controlla – arginando lo sviluppo emotivo – ed occlude una storia che voleva farsi raccontare con più libertà; e se la prima parte, tutta giocata sui riflessi dei due personaggi che si generano nelle immagini sulle superfici riflettenti (vetro, vetrina) è molto funzionale ed adatta al narrato, nella seconda ed ultima parte spesso si cade in una brodaglia impantanante, in una stitichezza narrativa ed evolutiva dopo un lungo pasto nuziale, dovuto ad una scrittura fin troppo schematizzata, angolare e geometrica, da risultare spigolosa rispetto all’energia che conteneva e che poteva essere orchestrata al meglio lasciando più libero arbitrio all’evoluzione della storia stessa. Un film obiettivamente molto buono, con due ottime interpretazioni, ma che si lascia ancorare dal rigore della sua scrittura. E se nella scrittura de Una vita tranquilla il rigore è il giusto dosaggio per una narrazione volutamente e necessariamente controllata all’interno di tempi propri del genere di riferimento, qui spesso si rivela troppo artificiosa per l’energia d’accumulo e per la libertà espressiva di un film che tende a rappresentare una burrascosa storia d’amore.
Giorgio Sedona, da “pointblank.it”

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