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Bambina, Anna era cazzuta: si fece quattro anni dalle suore, ma allora non aveva paura di nulla, sapeva volare. Letteralmente: volo dell’angelo, alla Festa dell’Assunta. Trent’anni e più dopo, Anna Ruotolo (Valeria Golino, superba) ha perso la guerra: si lascia vivere, non ha più amore, è ancora sensibile ma ignava, all’insegna dell’”è niente, fa niente”, che poi niente diventi davvero. Ha una famiglia, e un rapporto fusionale con i tre figli: Arturo, che è sordomuto, e le due ragazze Cinzia e Santina.

Purtroppo, ha anche un marito, Gigi Scaglione (Massimiliano Gallo), che è un poco di buono: quanto poco Anna non lo sa o, meglio, fa finta di non saperlo. E’ violento, Ciro, sfratta i condomini dal palazzo in cui abita la famiglia, e chissà quante altre cose ancora. Anna ha anche un lavoro: fa la suggeritrice in uno studio televisivo, meglio, il “gobbo umano”, perché la star della soap, Michele Migliaccio (Adriano Giannini), vuole le battute scritte a mano. Da lei, che ha “rubato” il posto a Ciro (Salvatore Cantalupo), il suo mentore. Quanto Anna può ancora non vivere così?

18 anni dopo, un’altra maturità, il suo primo lungometraggio, l’ottimo Giro di lune tra terra e mare, Giuseppe Gaudino torna alla finzione: Per amor vostro, in Concorso – l’ultimo titolo a passare – a Venezia 72. Non solo è il migliore dei quattro italiani in lizza, ma pure quello con più chance di portare a casa un felino o un altro premio, in primis con la superlativa Valeria Golino: altre volte è stata così brava, Valeria, forse nessuna così totalizzante, mesmerizzante, magica. Brava.
Gaudino non è da meno, partenopeo e parte tutto il resto, in primis, demiurgo: prende il realismo, e il Neorealismo, e lo infetta di onirico, poetico, iperrealistico, fagocitando soap opera e telefoni bianchi, commedia dell’arte e musicarelli (sublime colonna sonora), il Quartetto Cetra e gli effetti speciali, l’arte e la videoarte, Gomorra e Matarazzo, Stromboli e LaChapelle. E’ un film ipertrofico, eppure, sotto sotto geometrico, perfino cartesiano: storia e racconto non si lasciano mai la mano, si guardano negli occhi, che sono quelli liquidi d’identità ferita della Golino. Anna, e vedremo se Anna dei miracoli: la troviamo in medias res, ma non è un’aurea mediocritas, piuttosto una sospensione dal giudizio. Anna è povera: dentro, non perché i soldi non ci siano. Piuttosto, da dove vengono, dove li prende Ciro, vogliamo credere, dalla vendita dei fuochi d’artificio?

Gaudino indaga, aggiunge e aggiunge ancora, affastellando intuizioni, suggestioni, incubi e videoclip sulla via di Anna, sulla via della croce. Di più, ci porta all’Inferno e alla pesantezza dantesca, il bianco e nero è, in realtà, decolorazione, deprivazione di gioia, di vita: Anna è creatura dei morti, e per riguadagnare la vita servirà Caronte (Michele) e un folle volo, un altro, verso un sole nuovo.

Barocco, dominato dall’horror vacui e sinceramente incline alla superfetazione, il film gioca tra registri, formati e generi, ma sa sempre le carte che ha in mano, e sono buone: nessun bluff, piuttosto, una ventata di aria fresca che ci fa sussultare sulle poltrone e dà uno scossone – meglio, un calcio in culo – al cinema italiano che si vorrebbe nuovo ma non è. Sì, Per amor vostro è un titolo che mantiene la dedica. Applausi.

Federico Pontiggia, da “cinematografo.it”

 

Per amor vostro è come il febbricitante debutto di un giovane cresciuto a pane, Lynch e soprattutto Malick, che per la prima volta si affaccia al cinema. Evidentemente non si tratta di un’opera prima, tuttavia dell’esordio questo lungometraggio del regista di Pozzuoli ha la sgangheratezza, che, lungi dal porsi quale demerito, al contrario, rappresenta una forza notevole. Attraverso un’estetica strampalata, a tratti gioiosa a tratti severa, eccentrica, incline a talune note popolari come certa arte votiva, naif ma profondamente sentita.
Si avverte questo desiderio potente di staccarsi dal solito format attraverso cui ci vengono filtrati certi drammoni dalle nostre parti, in larga parte uguali, grigi, smorti. Ed invece qui Gaudino è quasi come se smettesse i pani del regista e indossasse quelli del cantastorie, che si trascina il suo carretto per poi fermarsi, girare una manovella ed illustrare certi racconti o leggende popolari. Basti pensare a come comincia il Per amor vostro, con queste reiterate dissolvenze di immagini che si sovrappongono, colori che si mescolano, mentre una voce fuori campo canta in napoletano l’introduzione al personaggio di Annareta (Valeria Golino).

È lei la protagonista di questo dramma familiare onirico, attraversato da una costante aurea di metafisicità mai troppo avulsa dal profano. Componenti essenziali di quell’area d’Italia, sebbene ci pare opportuno evidenziare una sfumatura: Per amor vostro è un film che non si slega soltanto da certi schemi relativi al genere bensì anche al tono, al tenore, d’ispirazione più partenopea che napoletana. Qui c’è la Napoli arcaica, quella che in qualche misura ci sarà ancora (non sappiamo) ma che senz’altro non ci viene mostrata in un periodo del nostro cinema teso più a soffermarsi appunto sulla napoletanità, molto meno variopinta e più austera rispetto alle meravigliose origini partenopee. Lo dico da non esperto in materia, s’intende.

Un’opera di suggestioni, che riesce a passare con disinvoltura dal greve al più leggero, quantunque il limite è sempre molto labile: di molte situazioni si può contemporaneamente cogliere il lato comico e quello drammatico, altra peculiarità dovuta per lo più al contesto. Eppure, a dispetto di una libertà visiva e di riferimenti decisamente singolare nel panorama cinematografico nostrano, Gaudino non strafà, ed ogni passaggio sopra le righe non pare mai fuori posto. Perché a suo modo Per amor vostro vuole pure tratteggiare la vicenda di una santa dei nostri giorni, forse martire, sicuramente vittima.

Tutto il film altro non costituisce infatti che il percorso di Anna verso la liberazione da quelle catene che la tengono prigioniera. Anna infatti, ci ripetono i brani cantati che intervengono di quando in quando, è debole, rientra a pieno titolo nella schiera degli ultimi, di quelli che hanno una via privilegiata verso il Regno dei Cieli. Ma ad Anna della santità non interessa; ha sofferto abbastanza e vuole cominciare a vivere, costi quel che costi, rendendo così il titolo stesso a suo modo ironico, di quell’ironia intelligente, che fa riflettere prima ancora che sorridere.

Per una storia che rifiuta categoricamente qualsivoglia linearità, optando piuttosto per l’associazione meno rigida di situazioni, dalle quali si entra ed esce come solo al cinema si può fare. E, come accennato sopra, notevoli sono certi echi malickiani, tolti monologhi/dialoghi interiori; macchina sempre a mano, inquadratura stretta, Anna può trovarsi ora a casa col suo figlio sordomuto, ora a lavoro sul set dove fa la suggeritrice, ora per strada mentre corre quasi fosse costantemente inseguita.

Un lavoro dunque all’insegna della freschezza, né della novità né tantomeno dell’innovazione, che nondimeno però si tiene a distanza da tante produzioni analoghe e osa, anche a costo di non essere pienamente compreso. Se non nelle dinamiche, forse nell’andamento, che non è costituito di tanti frammenti legati insieme, bensì di un unico, costante flusso che gioca su tutto: realtà, fantasia, sogno, desiderio e quant’altro. Un film che dunque deve entrare nella pelle, poco propenso a farsi oggetto di intellettualizzazioni varie, anche perché la storia di per sé è davvero semplice e risaputa. Apprendere perciò di un regista italiano capace di inserirsi a suo modo nell’alveo di sperimentazioni che altrove sono già belle che mature è una notizia di per sé. Fermo restando che Per amor vostro non è uno di quelli esempi in cui si apprezza lo sforzo e nulla più; chi scrive ritiene il giro su questa giostra corroborante. Pazienza se Anna l’abbiamo vista altre volte… in confronto a quella dell’eccezionale Valeria Golino, buona parte sono insulse.

Antonio Maria Abate, da “cineblog.it”

 

Al centro di un axis mundi, Per amor vostro mette in comunicazione il mondo dei vivi con quello dei morti attraverso Anna (Valeria Golino), la cui forza sciamanica genera continue spaccature nella realtà; non importa che questa energia sia apparentemente annichilita da una vita fatta di compromessi, perché il suo sguardo soggettivo, come quello di una straordinaria Valeria Golino, è ancora capace di incendiare e di incendiarsi. Giuseppe M. Gaudino la crea e la lascia libera, seguendola con una prossimità documentale, ma collocandola in quella dimensione aurorale evocata dal bianconero. Il colore erompe nell’inquadratura quando spalanca una finestra, cercando di lanciare lo sguardo oltre l’orizzonte, ma non è una prospettiva magrittiana, perché Gaudino senza delimitare, si immagina un multiverso dove un mondo si rovescia dentro l’altro. Anna vive tra il nuovo lavoro come suggeritrice in uno studio televisivo e la vita famigliare. Ridotta a “cosa da niente” dal marito violento e compromesso con la criminalità (Massimiliano Gallo), cerca di mantenere la dimensione del gioco con i tre figli, Santina (Elisabetta Mirra), Cinzia (Daria D’Isanto) e Arturo (Edoardo Crò), un adolescente sordomuto che le consente di coinvolgere tutti in un dialogo inclusivo. Nello studio televisivo scrive manualmente su grandi cartelli i dialoghi per una soap, precisa e metodica distingue i colori, sottolinea le battute e associa le differenze grafiche a ciascun attore. L’occasione di un riscatto personale nasce da questa nuova possibilità e dalla necessità di mettersi nuovamente in contatto con l’energia più viva della sua storia, quando da bambina veniva sospesa tra il campanile e il palazzo antistante per fare il volo dell’angelo durante la festa dell’Assunta. Gaudino entra ed esce dal presente e dal passato di Anna con la stessa libertà con cui trasforma un linguaggio nell’altro, seguendo l’andamento della musica popolare. Alle ballate scritte dagli Epsilon Indi nella dinamica dialogica tra coro e immagine, sovrappone una germinazione che esonda da questi stessi snodi narrativi generando un cinema inarrestabile e danzante che entra tra le cose, abita improvvisamente i passeggeri di un autobus, occupa le strade e fuoriesce da uno schermo televisivo nel gioco di Anna con i suoi figli mentre con la lingua dei segni replicano una versione di “Però mi vuole bene” del Quartetto Cetra. Se le liriche di Tata Giacobetti sembrano fare da contrappunto cinico a quella vita senza amore che la figlia Santina le rinfaccia, Anna non può in effetti vivere senza musica, e quando può l’accende, quasi fosse l’emergere di una coscienza interiore che può metterla in salvo. Oltre alla lingua dei segni, a quella dei Cetra e al colore che erompe, Anna interpreta anche l’essenza dei dialoghi che scrive per gli attori, reagendo a quei testi e abbandonandosi al potere generativo delle parole, ulteriore livello che Gaudino inserisce attraverso alcune splendide sequenze dove in un solo spazio coesistono molteplici strati di realtà. L’unico diaframma che separa Anna dalla messa in scena approntata per l’attore Michele Migliaccio (Adriano Giannini) è appunto il gigantesco gobbo che tiene in mano, leggero come un foglio di carta. Non è una relazione binaria tra realtà e finzione o peggio ancora, una dimensione semplicemente metanarrativa; Gaudino rifugge l’esercizio di stile o la riflessione meccanica sul dispositivo, penetrando questo spazio con una furia selvaggia e l’idea, sempre molto forte, che si tratti di un mondo palindromo come in alcuni film di Jacques Rivette dove il teatro (si) sfonda, letteralmente, nella realtà. Ecco allora che in questo straordinario film, fatto di continue trasformazioni, quasi a chiarire una volta per tutte la natura vertiginosamente transitoria del cinema mentre convenzionalmente ci si attarda a distinguere documento da fiction, un salto nel vuoto diventa quello del tempo, l’attraversamento di uno strato che mette in comunicazione mente e schermo; senza più rete, senza più palpebre.

Michele Faggi, da “indie-eye.it”
Anna è stata una bambina spavalda e coraggiosa. Oggi è una donna che vive nella sua Napoli e che da vent’anni ha smesso di vedere quel che davvero accade nella sua famiglia, preferendo non prendere posizione, sospesa tra Bene e Male. Per amore dei tre figli e della famiglia, ha lasciato che la sua vita si spegnesse, lentamente. Fino a convincersi di essere una “cosa da niente”. La sua vita è così grigia che non vede più i colori, benché sul lavoro – fa la “suggeritrice” in uno studio televisivo – sia apprezzata e amata, e questo la riempia di orgoglio. Anna ha doti innate nell’aiutare gli altri, ma non le adopera per se stessa. Non trova mai le parole né l’occasione per darsi aiuto.
Giuseppe M. Gaudino realizza con Per amor vostro il suo film più ambizioso perché la ‘storia’ che racconta si vuole allargare a uno sguardo che coinvolga non solo coloro che agiscono al suo interno ma si applichi alla complessa città in cui si dipana, alla sua storia, alla sua cultura ancestrale. Perché Anna, con le sue incertezze e la sua caparbietà, la sua incommensurabile generosità e il suo bisogno di essere compresa e di avere qualcosa che sia solo per sé è in fondo la summa della coscienza profonda della città che attraversa con il suo passo nervoso e una vita in bianco e nero pronta a colorarsi nei momenti topici in cui la sua anima si sente più fragile.
Anna è Napoli, capace di fingere di non vedere (per quieto vivere) il marciume morale che la circonda e che rischia di sommergerla ma anche capace di serietà, di slanci, di disponibilità al sacrificio e bisognosa di una comprensione difficile da trovare. Gaudino affida alle poderose spalle interpretative di Valeria Golino le innumerevoli sfaccettature di una persona che si fa presente/passato e forse anche futuro e ne viene ripagato quasi che il nome di finzione che le attribuisce volesse, più o meno inconsciamente, far correre il pensiero a una ‘grande’ del cinema come Anna Magnani. Se la colonna sonora musicale riesce a far confluire in un magma di suoni e di stili (si va dal Quartetto Cetra al “Lascia ch’io pianga” di Handel passando per affabulazioni ritmate in un napoletano quasi da cantastorie) il rapporto tra gli inferi urbani e un cielo che a tratti si fa quasi più ctonio degli inferi stessi, la messa in parallelo della vita quotidiana della protagonista e il mondo ‘della’ e ‘da’ soap opera in cui lavora e si innamora suona un po’ didascalico. Ma quando si ha a disposizione una ‘vera’ attrice anche questo ostacolo può essere superato.

Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

 

C’è un quadretto votivo, un immaginario da nicchia con santino nelle coordinate visive di Per amor vostro, film che parla la lingua del kitsch con fierezza, che sceglie una canzone neomelodica come narratore e contemporaneamente coro della sua tragedia, che racconta una storia come le si può trovare nelle canzoni di Gigi D’Alessio. Anna, madre di tre figli di cui uno sordo, subisce le angherie di un marito di cui sospetta la professione (strozzino) ma non osa pensare, mandata dalla famiglia in riformatorio quando era bambina per coprire i crimini del fratello maggiore, ha arrancato tutta la vita ma ora ha un contratto, un lavoro, può mantenere i figli e forse liberarsi del marito violento e criminale che ha messo sul lastrico tutti quelli che gli stanno intorno.

Gaudino per raccontare quest’operetta napoletana, tra la sceneggiata e la tragedia, tra il romanzetto rosa ed echi almodovariani sceglie un bianco e nero dipinto spesso di colori sparati, sceglie di ritrarre la sua Anna come una madonna (letteralmente!) e di eccedere in tutto. La scelta paga, pare l’unica maniera possibile per accettare la natura fieramente popolare di questo intreccio e di questi personaggi vitali e stereotipici, l’unica maniera di raccontarli oggi che il postmoderno ha mangiato tutto e reso ridicolo ciò che non è conscio di se stesso. Per amor vostro ama il cattivo gusto e lo digerisce per creare buon gusto, sovrappone la vita di Anna con le sue aspirazioni che si vedono nelle soap alle quali lavora (eccolo il tocco almodovariano, lei fa il gobbo, legge, ripete e ricopia per altri battute che vorrebbe vivere, la finzione anticipa la sua vita) e la affianca allo zucchero delle canzoni del Quartetto Cetra che tanto ama.

Addirittura Gaudino si concede momenti da puro Harmony nella storia squallida e verace che Anna desidera avere con il bello da TV con il quale lavora. Ma tutto è perfetto in questo film che che non disprezza nessuna forma di produzione culturale ma se ne nutre e ha interiorizzato il basso per creare l’alto, anche i twist sono inesorabili. Se è vero che il postmoderno in Italia non lo abbiamo visto nemmeno con il cannocchiale Per amor vostro, se non altro è uno dei pochi film realizzati nel nostro paese a dimostrare di non aver pregiudizi e di saper cogliere il meglio dalle forme narrative popolari, la loro componente specifica, il loro espressionismo sentimentale, per tradurlo senza perderne l’anima.
Un guilty pleasure intellettuale che trova in Valeria Golino il corpo sofferente perfetto e che ha un finale che nemmeno la più ardita strofa di chiusura neomelodica poteva inventare.

Gabriele Niola, da “badtaste.it”

 

Anime del Purgatorio

Anna è stata una bambina spavalda e coraggiosa. Oggi, è una donna “ignava”, nella sua Napoli, che da vent’anni ha smesso di vedere quel che davvero accade nella sua famiglia, preferendo non prendere posizione, sospesa tra Bene e Male. Per amore dei tre figli e della famiglia, ha lasciato che la sua vita si spegnesse, lentamente. Fino a convincersi di essere una “cosa da niente”. La sua vita è così grigia che non vede più i colori, benché sul lavoro – fa la “suggeritrice” in uno studio televisivo – sia apprezzata e amata, e questo la riempia di orgoglio. Anna ha doti innate nell’aiutare gli altri, ma non le adopera per se stessa. Non trova mai le parole né l’occasione per darsi aiuto. Quando finalmente, dopo anni di precariato, riesce a ottenere un lavoro stabile, inizia il suo affrancamento da questo stato. Anche dal marito, del quale decide finalmente di liberarsi. Da quel giorno affronta le tante paure sopite negli anni, come quella di affacciarsi al balcone di fronte al mare…Perché sa che quel mare è per lei un oracolo. Il mare unico elemento ancora non contaminato dal suo sguardo grigio. [sinossi]
Di Napoli Andy Warhol ebbe a dire: “Amo Napoli perché mi ricorda New York, specialmente per i tanti travestiti e per i rifiuti per strada. Come New York è una città che cade a pezzi, e nonostante tutto la gente è felice come quella di New York.”. Se si deve ipotizzare una risposta ideale a questa lettura della città la si può rintracciare nelle parole di Domenico Rea:

«Ma Napoli, Napoli bella della mia gioventù, com’è diventata?»
«È orribile. Altro che odore di mare, che mi dicevi. Odore di merda come qua. Ma qua è la nostra merda»

Napoli, la bella Napoli della gioventù (d’Italia unita), è protagonista di un paio di titoli che, tra quelli presentati alla settantaduesima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, sembrano destinati a rimanere impressi nella mente e nel cuore. Il primo è Bagnoli Jungle, viaggio in totale libertà tracciato da Antonio Capuano e ospitato nella Settimana Internazionale della Critica come film di chiusura. Il secondo, che ambisce addirittura alla conquista del Leone d’Oro, è invece il ritorno di Giuseppe M. Gaudino al lungometraggio di finzione, dopo oltre tre lustri passati a dirigere documentari, spesso insieme a Isabella Sandri (Scalo a Baku, Maquilas, Storie d’armi e di piccoli eroi, Per questi stretti morire). Quando alla Mostra del 1997, la prima delle due edizioni dirette da Felice Laudadio, venne presentato al pubblico e agli addetti ai lavori Giro di lune tra terra e mare, venne naturale issare Gaudino sul podio dei registi italiani a cui affidare le chiavi della cinematografia nostrana: erano anni che il cinema italiano non dava alla luce un esordio così coraggioso, libero, lontano da qualsiasi apparentamento – anche da quello dei salotti della Roma “bene”, mostruosi gorghi in cui la Settima Arte finisce per essere inglobata, inghiottita, digerita. La sperimentazione espressiva, mai distante da un profondo impeto passionale, dell’esordio di Gaudino, ha lasciato echi anche nel corso del decennio successivo.

Anche per questo il ritorno in concorso a Venezia con Per amor vostro sembra dover riannodare i fili di un rapporto interrotto in maniera troppo brusca. E bastano le prime inquadrature (già i titoli di testa) per annullare i diciotto anni di attesa. Il cinema di Gaudino è ancora lì, intatto, impuro e meticciato per scelta estetica e politica. Ma il tempo è passato. Il cinema è andato oltre, perfino in un gorgo produttivo come quello italiano. E allora Gaudino immerge i panni nello Stige del digitale, lavorando in post-produzione per eccesso ma anche per difetto. Asciuga l’immagine, privandola del colore – tranne esplosioni cromatiche che fanno tremare il quadro nei ricordi infantili e volatili della protagonista Anna, e ritinteggiature al montaggio, per definire i contorni di un immaginario mai accomodatosi sulla norma – ma allo stesso tempo inserisce giochi di effetti speciali, con la testa di Valeria Golino che si fa una e trina, feroce nella sua rabbia indomita e (in)controllata.
È un cinema profanatore, quello di Gaudino, anti-sacrale eppure aggrappato alel fugaci certezze di una fede che si fa a sua volta meticcia, tra retaggi pagani e mitologia cristiana. Anche Anna può essere una santa, forse, ma deve imparare a volare, e ad accettare lo schianto. È a sua volta carnefice, anche se la sua ansia di vivere la pone inevitabilmente come vittima di una società imbastardita.
Perché la Napoli di Per amor vostro è già il Purgatorio in terra. Non c’è bisogno di altro. Anime che si muovono prigioniere di se stesse, su cui si incolla la camera di Gaudino, nevrastenica, umbratile, umorale. Cinema rapsodico non per vezzo autoriale ma per necessità intima di uno sguardo che non vuole allinearsi e cerca traiettorie di fuga in un panorama fin troppo standardizzato Standardizzato come quello del set televisivo, illusorio sogno moderno in cui si crogiola il popolo, ma anche valvola di sfogo da un appartamento che è trappola, alcova e incubo.

Tutto, in Per amor vostro, digrada verso gli inferi. Come se il bradisismo attorno a cui si muoveva il viaggio di Giro di lune tra terra e mare fosse diventato etica stessa del girare, del mettere in scena, di organizzare per immagini. L’essere umano annaspa nel caotico coacervo dantesco che è la vita, ma può ancora fare delle scelte. La scelta, come quella di (ri)prendere la vita e di montarla. La scelta, come quella del cinema.
Esagitato, violento e ispido, il secondo film di Giuseppe M. Gaudino conferma le qualità di un cineasta che non ha pari, né simili, nell’Italia di oggi. Si può tentare un riallaccio ideale con il Federico Fellini di Giulietta degli spiriti, ma si tratta di un paragone che non può restituire la brama di esprimersi di un film come Per amor vostro. Un’opera rumorosa, cantata, vibrante, miglior titolo italiano del concorso e dell’intera Mostra, insieme a Non essere cattivo di Claudio Caligari.

Raffaele Meale, da “quinlan.it”

 

 

A volte i numeri contano fino a un certo punto. Se così non fosse, archivieremmo la vittoria conquistata alla settantaduesima edizione del festival di Venezia, dove Valeria Golino è stata insignita con il premio per la migliore interpretazione femminile, come l’ultima di una carriera che proprio in laguna aveva trovato ragion d’essere, grazie al Leone d’oro conquistato nel 1986 per la prova fornita in “Storia d’amore” di Citto Maselli. E invece, al di là dei calcoli e dei ricorsi storici, il ruolo di Anna Ruotolo, interpretato in “Per amor vostro” di Giuseppe Gaudino, appare, per l’importanza dei significati e le implicazioni delle sfumature, di quelli in grado di fare la differenza anche in presenza di un attrice di tale fama e versatilità. Perché Gaudino, nel raccontare la storia del personaggio, non si accontenta di mettere in scena il percorso umano ed esistenziale attraverso cui si snoda l’emancipazione della donna, rispetto all’infelicità della propria condizione di moglie e di madre, ma ha il coraggio, alla pari di Anna, che si ribella alla subordinazione a cui la relegano le consuetudini del proprio status, di condensare all’interno di quella vicenda, e quindi, della sua protagonista, un universo di umori e di sensazioni che – possiamo intuire, vista la ricchezza e la provenienza dei riferimenti – appartengono in maniera antropologica e ancestrale alla tradizione più popolare della cultura partenopea, ma non solo. A confermare tale ipotesi, basterebbe, da sola, la cornice musicale che dà l’avvio al film, capace di trasformare in carne e in ossa – quelle della protagonista – le parole della canzone(melodica) destinata, nel corso del film, a far da contrappunto al transfert emotivo, che permette ad Anna, di entrare in sintonia – nella bizzarria delle sue manifestazioni – con l’evidenza dell’artificio scenico, drappeggiato da un tourbillon visivo, contaminato da un’eterogeneità di effetti ottici e digitali, richiamati ogni volta, per sottolineare l’alternanza dei livelli di coscienza in cui si dipano le varie fasi del racconto. E, sempre su questo versante, trovano collocazione, le continue escursioni nei retaggi di una liturgia, reperibile nel bagaglio di credenze, di riti e di superstizioni che appartengono tanto ai personaggi della storia, quanto al patrimonio sociale e culturale della città, e che, nel caso della protagonista, costituiscono invero, la ragione principale delle sue disgrazie. Come dimostrano, dapprima il siparietto in cui Anna, per accontentare l’anziana madre, si presta a baciare la reliquia della santa responsabile di averle fatto trovare il lavoro; e, successivamente, nei flashback riferiti all’iniziazione religiosa ricevuta dalla bambina, in cui l’assoluta devozione all’obbedienza impartitale da quel catechismo, corrisponde in età adultà, al mix di ingenuità e di benevolenza caratteriale con cui Anna accoglie le vicissitudini di chi gli sta davanti.

Ma come dicevamo, “Per amor vostro” non si esaurisce nella semplice rappresentazione di un universo circoscritto, perchè la rivincita di Anna nei confronti del marito violento e manesco, è, da una parte, il risultato dell’affrancamento operato nei confronti del proprio vissuto, dall’altra la conseguenza della messa in discussione di un immaginario universalmente condiviso, e individuato dalla sceneggiatura, nel personaggio di Michele Migliaccio (un Adriano Giannini, davvero bravo), il divo televisivo a cui Anna suggerisce le battute e del quale finisce per innamorarsi. E non a caso, sarà proprio la vacuità del mondo a cui l’attore appartiene, sintetizzato dal ritratto in controluce di Adriano che, del romanticismo dei suoi personaggi non riesce a trattenere neanche un pezzetto, a fare da volano per una presa di coscienza, che, oltre a determinare le sorti esistenziali di tutti i personaggi, sembra quasi metterci in guardia sul potere di convincimento e di manipolazione di certe forme di intrattenimento.

Onore quindi alla Golino, e alla capacità di caricarsi con disinvolta leggerezza, il peso e la responsabilità di un tour de force ad alto rischio, che comunque l’attrice riesce a rendere senza cedere alle gigionerie e ai virtuosismi utilizzate dai colleghi americani per rendere la totalità di un ruolo come quello di Anna. E, ovviamente, a Giuseppe Gaudino, per la bravura con cui gli fa corrispondere l’estetica di un’architettura visuale (“vedo tutto scuro” dice Anna, quasi a legittimare la scelta di girare quasi per intero in bianco e nero) che riassume le diverse esperienze – teatrali e documentaristiche in primis – di un’artista meritorio di una maggior attenzione e, con molta probabilità, di una migliore conoscenza da parte del recensore incaricato di parlarne. Ed è forse questa la ragione per cui, l’ammirazione nei confronti del melò realizzato dal regista, riesce solo in parte a trasformarsi in un soffio di pura emozione. Una penalizzazione, nei confronti dell’opera in questione, di cui ci assumiamo la piena responsabilità e, che comunque, non impedisce a “Per amor vostro” di guadagnarsi il plauso.

Carlo Cerofolini, da “ondacinema.it”

 

Anna guarda il mondo dai suoi occhi grandi e chiari ma ciò che vede è solo un orizzonte grigio, un quotidiano universo in bianco e nero dove, di tanto in tanto, irrompe, come un lampo spaventoso sul Golfo di Napoli, la lama azzurra del cielo e del mare.

Cresciuta con il “marchio” del sacrificio e immolata, già da bimba, ai peccati altrui la donna, oggi moglie e madre, sembra aver smarrito la capacità di guardare la realtà, per sottrarsi ad essa e a quel fardello di pena costretta, da sempre, a (sop)portare.

La certezza di un lavoro e il barlume di speranza di un sentimento nuovo potrebbero, forse, trascinarla fuori dal grigiore, riportarla ai colori del mondo e a quelle tinte forti che appartengono, per lei, solo ai ricordi del passato; ma il sacrificio, quello no, non riesce ad abbandonarla, le rimane incollato addosso come una seconda pelle di rinunce e privazioni in nome di un amore, materno e fraterno, che non è altro che afflizione.

Il plumbeo mondo di Anna la fagocita sia nel lavoro, che pur ama, sia nella famiglia, oscurando il suo sguardo incapace di vedere la miseria umana che la circonda: la meschina violenza del marito, i modi melliflui del fascinoso attore che la corteggia, l’opportunismo dei figli, la ricattatoria sventura di un suo vecchio amico…

In questo universo, parzialmente in bianco e nero, Giuseppe Gaudino (tornato al cinema di finzione a diciotto anni di distanza da “Giro di lune tra terra e mare”) incastona la figura di una (ma)donna terrena che fa del dolore la propria sostanza. Come in una ballata antica, che porta con sé struggimento ed allegria, Anna si muove sulle note di una musica incessante, ascoltata allo stereo, trasmessa dalla radio, cantata dai figli e dal marito o anche solo sussurrata a fior di labbra. Il regista partenopeo, in una singolare commistione tra musica popolare e sonorità elettronica, mette in scena un dramma di amore e di dolore permeato di quella napoletanità che non è mero folklore ma è materia prima di una tragedia, messa in scena – divisa in atti e scandita dal coro – su un proscenio tra il reale e l’onirico. L’essenza del cinema di Gaudino risiede in questa capacità di mescolare la prosaicità del vero con la magia del sogno ma in questo film smarrisce a più riprese il ritmo della narrazione, appesantendo il racconto con infinite ridondanze e scivolando, sul finale, in un irritante didascalico.

I lampi psichedelici, il reiterato mormorio dei personaggi che seguono la protagonista immergendola (letteralmente) nell’acqua del rammarico, lo humor nero della melodia di “Però mi vuole bene” gravano su una storia che meritava di essere “spogliata” ed esposta nella sua più profonda e autentica natura, quella di un potente femminile che distilla l’audacia da una fragilità che si affranca, finalmente, da quel sentirsi “e’ nient” (niente).

Il regista affida, pressoché interamente, il film a Valeria Golino che, coraggiosamente (in empatia con il ruolo), accetta la sfida e si fa strada, con vigore, tra gli eccessi e le ampollosità di una narrazione che, tuttavia, non è priva di momenti di pura emozione e di immagini di mirabile visionarietà dove Anna, pur con deboli ali, spicca il volo verso la “scabra tristezza” di un cielo di Pavese: “nube dolcissima, bianca, impigliata una notte tra i rami antichi”.

Eleonora Saracino, da “cultframe.com”

 

 

“Farai sempre del male alle persone che ti amano”, cantava una famosa ballata. Oggi Giuseppe Gaudino, quarto regista italiano a portare un film in concorso a questa edizione del Festival di Venezia, sembra darci un’altra lettura dello stesso verso: le persone che ami ti faranno sempre del male.
Dopo 18 anni di assenza dal racconto di finzione, il suo film è infatti un viaggio all’inferno e ritorno, tutto Per amor vostro.

Protagonista è Anna (Valeria Golino), una donna fragile e allo stesso tempo forte, logorata dall’amore. È per amore del fratello delinquente, del marito infame (Massimilianno Gallo), dell’amante ambiguo (Adriano Giannini) e dei figli ingrati, che la sua vita ha perso colore.
Ed è con il bianco e nero che il regista ci racconta la sua storia.
Nonostante sia stata una bambina spavalda, Anna ha perso coraggio e si è spenta, lentamente, chiudendo gli occhi alle infamie di casa sua, logorata da un marito che non ama più, da una famiglia che l’ha sempre usata e da un mare che le fa sempre più paura.
Gaudino utilizza il mare – unico elemento a mantenere il suo colore – per raccontarci l’inconscio della sua protagonista, e utilizza la colonna sonora – musiche popolari antiche che cantano in napoletano la storia dei protagonisti – per consegnarci la memoria dei suoi personaggi.
Colmo di suggestioni, il regista affida a una storia di violenza e paura le problematiche del contemporaneo (i soldi che mancano, le ingiustizie, il lavoro precario) e chiama lo spettatore a codificare una messa in scena a tratti onirica e orrorifica, accompagnandolo in un percorso di santità che è quello della protagonista.
Perché è con l’arrivo del contratto di lavoro tanto atteso, che Anna ritrova il coraggio e inizia a smascherare i nemici, che molto spesso hanno il volto dei nostri amori più grandi.

Maria Laura Ramello, da “bestmovie.it”

 

 

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