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Wayne ha 65 anni, ha perso da poco la moglie. Cammina con Jack, 73 anni, il prete episcopale che ha celebrato il funerale. Misa è danese, sportiva, competitiva. Pensava che avrebbe voluto camminare da sola, ma poi ha incontrato il canadese William, che ha il suo stesso passo veloce, e non si sono più seprati. Annie viene da Los Angeles, il ginocchio le fa male, la fatica la fa piangere, ma smettere sarebbe ancora più doloroso. E poi ci sono Sam, dal Brasile, in piena crisi esistenziale, Tomas, che non sapeva se fare kite-surfing o intraprendere il cammino, Tatiana, di 26 anni, fervente religiosa, con il fratello ateo e il figlio Alexis, che di anni ne ha 3, ed è il più giovane della compagnia.

Il cammino di Santiago di Compostela è lungo quasi 800 kilometri e attraversa il Nord della Spagna per terminare nell’Oceano a Finisterre. Non è un’impresa semplice, eppure sono secoli che le genti di ogni dove lo percorrono. Molti partono con una domanda nel cuore, perché in quello spazio e in quel tempo, immersi nella natura e segnati dalla fatica ma anche dall’emozione, il confronto con se stessi è inevitabile e spesso illuminante. La regista lo ha fatto nel 2008, dopodiché, al ritorno a casa, la stessa “chiamata” che l’aveva messa sulla strada spagnola la prima volta, l’ha indotta a tornare per documentare il pellegrinaggio di altre persone. Il suo approccio è profondamente umanistico: il paesaggio ha ovviamente il suo spazio, ma non è alla sua contemplazione che si dedica il documentario. Allo stesso modo, la geografia del percorso, la pittoresca burocrazia dei timbri, il cibo e le messe, finiscono inevitabilmente nelle riprese di Lydia B. Smith ma non viene concesso loro uno spazio autonomo. Al centro, dall’inizio alla fine, ci sono le persone (le sei che ha scelto al montaggio, dopo averne seguite più del doppio per un totale di 300 ore di girato).
Piove, fa freddo, oppure il sole brucia in testa e sulle spalle, le vesciche sono causa di dolori atroci, la febbre può allettare per un po’, ma ogni giorno è diverso, ogni tratto è diverso, e questo cambiamento, di sfondo e di umore è in fondo una metafora della vita, e si va avanti nonostante tutto, sperimentando difficoltà e gioie a fasi alterne, in vista della ricompensa finale, in autostima e significato.
Dal film della Smith emerge bene un piccolo paradosso: quello che s’intraprende, anche se non sempre in solitaria, come un viaggio individuale, alla ricerca di sé, della risposta che probabilmente abbiamo già dentro ma dietro una nebbia troppo fitta per riconoscerla, si trasforma quasi sempre in un’esperienza di condivisione e di collettività. Il Cammino, sembra dire il film, in un modo o nell’altro, ti sorprende. Ed è in questo sovvertire le aspettative che il Cammino incontra la vita e anche il cinema.

Marianna Cappi, da “mymovies.it”

 

Viaggiare significa lasciare a casa una parte di sé, per cercare tra le vie del mondo tutte le risposte intrappolate nei meandri del cuore; e al nostro ritorno, non saremo più gli stessi.
Lydia B. Smith vuole raccontare proprio questo attraverso il documentario Sei Vie per Santiago – Walking the Camino, in cui la filosofia del viaggio acquista un plus valore poiché va ad amalgamarsi nel contesto sacrale del pellegrinaggio, del cammino fatto a piedi, in una strada aspra e meravigliosa, che da Saint Jean Pied de Port attraversa il territorio francese e spagnolo, passando da Pamplona a Burgos, dal Convento di Sant’Antonio a La croce di Ferro e così via per ben 800 km, fino a raggiungere Santiago Di Compostela. Un tragitto conosciuto fin dal Medioevo, tra l’altro dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco, in cui la regista riversa, come sulla tavolozza di un pittore, personalità differenti, ognuno con la propria battaglia, ognuno perso in una strada che ha bisogno di esplorare, spesso senza volerlo o senza saperlo.

Così Annie si lascia guidare dalla spiritualità e dalla competitività di stare al passo con gli altri, rendendosi infine conto che il suo corpo necessita di un passo lentissimo e meraviglioso, perché la vita va assaporata a piccoli sorsi. Per Wayne percorrere il Cammino di Santiago equivale ad onorare la memoria della moglie e nel rimembrare la sua assenza si fa accompagnare dal prete Jack. Misa ha intrapreso la sua lunga passeggiata pensando di ritagliarsi un momento per sé e restare sola, ma William sembra averle scombinato i piani! La tenace brasiliana Sam ha bisogno di ritrovare la forza e prendere in mano la sua esistenza; Thomas lo fa per sport, mentre Tatiana è spinta da una fede incrollabile e con coraggio si cimenta in questo viaggio col figlio di 7 anni e col fratello ateo Alexis, che spera di cambiare, ma alla fine sarà lei a trovarsi diversa.

Lydia B. Smith durante il Cammino
Lydia B. Smith (nella foto) ha sentito il bisogno di fare il documentario dopo aver percorso il Cammino di Santiago

La macchina da presa si muove con poetica destrezza tra i fili d’erba commossi di rugiada, prati illuminati dal sole, distese di grano che danzano al vento e piccoli ostelli in cui rifugiarsi con l’anima e il corpo, condividendo non solo il cibo, ma anche ansie, dolori, aspettative e gioie.

Credo di essere nata per fare questo film – racconta la Smith –Percorrendo il Cammino mi sono resa conto di quanto sia magico e sacro… non pensavo che sarei stata in grado di captare la sua magia. È un cammino verso il cuore, verso quello che c’è dentro.

La pellicola sa convogliare gli spettatori verso il ghirigori della storica via dei pellegrini, con l’aiuto di unacolonna sonora spirituale, in grado di sintonizzarsi perfettamente al battito del cuore. Fa venire voglia di abbandonare tutto il caos della routine quotidiana, mettere da parte i rancori accumulati, le imprecisioni di una vita già programmata; azzerare il rumore del bla bla bla di fondo e alzare unicamente il volume della vita che scorre dentro: fluida, libera, già conscia di quale sia la sua meta.

La regista americana sa prenderci per mano e insegnarci che ognuno ha il suo passo, ma che tutti alla fine raggiungono la vetta; sa farci capire, senza giri di parole e filosofie trascendentali, che la tutta la nostra vita è un viaggio alla scoperta di noi stessi e che dietro la fine si cela sempre un nuovo inizio.

Teresa Monaco, da “cinematographe.it”

 

Sarà accaduto a chiunque, si tratti di un viaggiatore o meno, almeno una volta nella vita d’incrociare il Cammino di Santiago. Un amico, un conoscente che ne parla, ne ha sentito parlare, lo vorrebbe percorrere, un film, il film, Buñuel. Tanti sono gli elementi che riconducono alla mente la città spagnola come meta del Cammino. Lydia B. Smith consente a chi ha innata l’anima del viaggiatore, a chi ha rodato i piedi mangiando chilometri ma anche a chi di camminare proprio non ne vuole sapere (così può rimanere comodamente seduto in poltrona) di viaggiare idealmente lungo le strade più note del percorso al fianco di sei protagonisti.

Santiago de Compostela. ”Secondo la leggenda fu una stella ad indicare a dei pastori il luogo dove si trovava il corpo di San Giacomo. Questa fu l’origine del nome di Compostela. Campus stellae. Il luogo della stella’(prologo de La via Lattea diLuis Buñuel). Da allora meta di pellegrinaggio. Ma perchè, oggi, camminare lungo un percorso di oltre 800 km (se si aggiunge il tratto che da Compostela conduce a Finisterre)? A partire dalla nascita l’uomo vive la in-consapevolezza pasolinina che se ”il cammino incomincia…il viaggio è già finito” (prologo di Uccellacci e Uccellini di Pier Paolo Pasolini), ma è proprio tale in-coscienza che lo trascina alla ricerca di territori liberi dal tempo e dallo spazio conosciuti, consueti, veloci, preghi di aspettative e segnali della fine. Il cammino è la ricerca di un tempo ed uno spazio che pulsino a ritmi diversi e che sfuggano le dinamiche di quell’ in-coscienza. Camminare è per i protagonisti, al di là delle motivazioni del caso (religiose, sportive, spirituali, rituali), o almeno diventa più ci si avvicina alla meta, rompere gli schemi del reale con la lentezza (ciascuno col suo tempo), con l’ordine e la disciplina (se si vuole raggiungere l’obbiettivo), lasciandosi meravigliare da ciò che può o non può accadere (nel cambiamento costante dell’ambiente circostante), è ripulirsi dall’aspettativa del domani con la focalizzazione sull’adesso.

Pacatamente e con fiducia la Smith si accosta all’obiettivo della pura narrazione (molto statunitense come approccio) lo sfiora, ma nel tentivo di afferrarlo le sfugge. Esso langue in attesa di essere colto trasformandosi piuttosto in uno di quei desideri che tanto più ardentemente si affacciano al pensiero, più misteriosamente si allontanano dalla realtà. Se infatti la fotografia regge l’evoluzione del viaggio/essere umano come genius loci che entra nell’uomo e ne modifica ‘l’essenza’, la ‘scrittura’ non riesce a ripulirsi di quel surplus che diventa il cammino stesso nel momento in cui viene continuamente dai più nominato quasi fosse uno spot pubblicitario!

Maria Teresa Sammarco, da “sentieriselvaggi.it”

 

 

Un mosaico di vite parallele, un docufilm che è diario di viaggio e al tempo stesso itinerarium mentis: la meta? Santiago di Compostela, percorso di pellegrinaggio, groviglio di sentieri che sin dal Medioevo conduce, attraverso la Francia e la Spagna settentrionale, al luogo di sepoltura, secondo la tradizione, dell’Apostolo Giacomo.

Sulla via per raggiungere questo luogo, lunga più di cinquecento miglia, ogni anno si affollano centinaia di migliaia di moderni pellegrini, a testimonianza di quanto impellente sia la necessità di recuperare una dimensione spirituale, un contatto materico con il sacro e il divino, e di quanto tale necessità passi attraverso il sudore e la fatica, metafora di una metamorfosi interiore inavvertita ma inevitabile.

E la regista statunitense Lydia B. Smith, folgorata sulla via di Damasco che oggi passa sotto il nome di Santiago di Compostela, cesella un percorso multiprospettico, forse frammentario ma a suo modo affascinante, incorniciando i suoi pellegrini tra le lande della Spagna del nord, con i suoi cieli cupi e corrucciati. Offrendo così allo sguardo dello spettatore sei declinazioni di quel bisogno ineluttabile di cambiamento e di purificazione avvertiti dall’uomo a ogni latitudine, il tono della narrazione riesce altresì a evitare, ed è impagabile, le agiografie del dolore e l’estetica lacrimevole delle tivù generaliste.

Così, se la vicenda delle pellegrine Misa, giovane danese, Sam, brasiliana, Annie, statunitense, e Tatiana, una donna francese, è sospesa tra ricerca dell’armonia, disperazione e fede, d’altra parte i due anziani canadesi, Jack e Wayne, rispettivamente un sacerdote e un vedovo, colgono l’occasione del viaggio per compiere un bilancio esistenziale al crepuscolo della vita. Armati di zaino e di stivali, il pellegrinaggio prosegue nella sua essenza più intima, quella della ricerca di uno sfavillio di bellezza: uno scorcio paesaggistico, una goccia di pioggia, un sentimento di gioia ritrovata.

Gianfrancesco Iacono, da “cinematografo.it”

 

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