undertheskin (1)

Under the skin

Poster

 

Il film dell’orrore che funziona meglio è quello che, nell’estrema e più raffinata forma di catarsi, riesce a estrapolare il singolo dalla poltrona del cinema, a separarlo da eventuali compagni di visione e a catapultarlo all’interno della realtà filmica. Solo.
In quel momento, quando la soglia di attenzione è talmente alta e la tensione è alle stelle, allora hai completo potere sul poveretto e puoi spaventarlo come ti pare e piace. È un risultato difficilissimo da ottenere, probabilmente ci riesce solamente quel tipo di persona che è in grado di provare sulla propria pelle la principale di tutte le forme del terrore: l’ignoto.
Dalla paura per l’ignoto nascono tutte le psicosi che mi vengono in mente: la xenofobia, l’inadeguatezza, banalmente la paura del buio e del silenzio assoluto. Tutto quello che non conosciamo ci spaventa.
L’idea che nello spazio infinito possano esserci altre forme di vita intelligenti come lo siamo noi -o ancora di più- è talmente grande da paralizzarci. Certo, come scriveva Arthur C. Clarke, l’alternativa (siamo soli, nello spazio non c’è posto che per noi) è ancora più spaventosa, ma nessuno è pronto ad accettare una realtà fatta da forme di vita che agiscono, pensano e all’occorrenza, sanno essere ostili verso il diverso esattamente come lo siamo noi. Nemmeno se le loro intenzioni sono pacifiche: sfido a non provare inquietudine nella seppur serafica scena finale di Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo. Il punto non è l’esistenza di una razza aliena, èl’idea che possa esserci che ci paralizza.
Quando questa idea viene utilizzata in modo intelligente, e la paura dell’incomprensibile elaborata da una mente che è in grado di trasporla in modo efficace su pellicola, allora il risultato non può essere che agghiacciante. Nella schiera di film sugli alieni in grado di ghiacciare il sangue nelle vene, guadagna un posto d’onore Under the Skin, ultima fatica di Jonathan Glazer.

d3bbddab-c53d-42d1-b5bf-18f08681be50

Fonemi incomprensibili, quindi suoni, quindi parole, mentre una gelatinosa sostanza scura cresce come un dolce in un forno. Assume una consistenza, quindi una forma, quindi la forma di un occhio. In sottofondo, nel bianco in cui si consuma questa reazione biologica extraterrestre, incomprensibile per lo spettatore, parole, come un mantra, che ben presto diventano un dizionario. È la genesi della creatura che seguiamo per tutto il film. La sua pelle, quella che veste, è quella di Scarlett Johansson. Ciò che c’è sotto non c’è dato sapere.
La creatura predatrice, come uno squalo aiutato dai pesci guida, può contare su dei motociclisti, probabilmente (?) anche loro mandati sulla Terra per assistere questa formica operaia nella missione di raccolta del cibo. Il cibo è l’essere umano.
L’automobile è la sua navicella spaziale: luogo avulso dalla realtà, come in Cosmopolis e in Holy Motors, vero e proprio mezzo di trasporto alieno per questo abduction a sfondo sessuale. Il raggio traente è lei, la creatura, pronta a sfruttare il basso istinto dell’essere umano per procurare sostentamento alla sua razza.
Il tutto seguendo lo stesso rituale: lei fa domande e si assicura che la vittima non abbia famiglia né lavoro, che non abbia legami. Poi comincia a fare proposte sessualmente ambigue e poi la porta fino al punto di raccolta: una casa dove le vittime, convinte di camminare verso il sesso di lei, invece sprofondano in un terribile liquido nero che lentamente li digerisce, lasciando di loro solo pelle fluttuante. La polpa viene fatta scivolare verso una luce bianca, chissà dove, nell’universo a sostentamento di una razza per la quale siamo bestie da allevamento.
Questo è quello che lo spettatore riesce a comprendere: uno zoo safari alla ricerca di cibo in questa specie di pseudo documentario nel quale l’umanità pare un vastissimo menu di McDonald’s.
Certo c’è poi la questione che presto o tardi lei sviluppa una sorta di empatia per questa razza tanto disgraziata (ma è quel tipo di empatia che alcuni esseri umani sviluppano per gli animali portati al macello, niente di più alto) ma il cuore del film è in quelle riprese gelide, livide e soffocanti di un’umanità grassa, beata, ignorante.

Under-the-Skin-Surfer

9 / 10

L’aspetto scioccante di Under the Skin è la sua duplice capacità di farti sentire nei panni –sotto la pelle– di un alieno che guarda il pianeta Terra, eppure mantenendoti estraneo a quello che succede. Quasi si fosse una terza specie che osserva questo rituale di caccia. Un equilibrio sottolissimo che rappresenta la vera forza del film.
C’è questa scena in cui viene mostrato il modo in cui gli esseri umani vengono digeriti e quindi “spediti” al destinatario sotto forma di una orripilante cascata di gelatina rossastra. Quello che succede è violento e inatteso, come un osso che si spezza. Ed è la prima volta in vita mia che salto, letteralmente, sulla poltrona del cinemaÈ una scena terrorizzante. Questo proprio perché sfrutta quella catarsi che dicevo in apertura.
Under the Skin funziona proprio come quella sua protagonista che ti ammalia, con gli splendidi -e lugubri- paesaggi scozzesi, e ti coccola nel silenzio mostrandoti compiaciuto una realtà che non conosci, ammantata nell’inquietante calma di una gestione dei tempi che non è la tua. Ti dà quasi l’impressione che tu riesca a comprenderla, quella realtà. E nel frattempo ti digerisce. Ti isola. Ti ricorda il tuo posto nell’ordine dell’universo del film: spettatore, complice del genocidio. Responsabile di questa catena alimentare dove si consuma per mangiare e che ha quasi un valore morale ben più alto della filosofia tutta umana del consumare per distruggere.
Che vi piaccia o meno Under the Skin è di certo qualcosa che non avete mai visto. Gelido, cattivo, quasi entomologico, incorniciato da un’ambientazione perfetta e una interpretazione della Johansson a grado zero. Un film che procede per sottrazione e riempie i vuoti in modo intelligente, senza rovinare mai la tensione genuina alimentata dall’ignoto ma anzi, lasciandola crescere fino allo spietato -e perfetto- finale.

Fabio Di Felice, da “theshelternetwork.com”

Una donna misteriosa e seducente (Scarlett Johansson) adesca giovani uomini per le strade di una cittadina scozzese, per farli poi scomparire senza lasciarne traccia. 

C’è chi lo ha definito, tra molte controversie, “l’erede di Kubrick”, e il londinese Jonathan Glazer non sembra intenzionato a rifiutare la prestigiosa quanto scomoda parentela. Tratta dal romanzo d’esordio di Michel Faber e in concorso a Venezia 2013, Under the Skinl’opera terza di Glazer (precedentemente alla regia di L’ultimo colpo della bestia e Birth – Io sono Sean) recupera infatti le disturbanti fascinazioni visive e sonore del Kubrick di 2001: Odissea nello Spazio per raccontare l’esperienza dell’essere umano attraverso gli occhi (o meglio, l’occhio) di chi umano non è, né sarà mai.

La sceneggiatura di Glazer e dell’esordiente Walter Campbell attinge al romanzo di Faber per ottenere una narrazione minimale, più lynchiana che kubrickiana nella voluta intenzione di generare domande ma non di offrire risposte. Le derive mostruose dell’universo fantascientifico di Faber vengono allora sacrificate alla messa in scena di una realtà inquietante e surreale, in bilico tra l’orrore e l’onirico, e volta al denudamento (metaforico e letterale) di una coscienza aliena alle prese con il desiderio, impossibile e dunque disperato, di esperire l’umano.

Laddove The Tree of Life di Terrence Malick aspirava a cogliere l’essenza universale del vivere umano, dalle prime cellule alla compiutezza dell’individuo, dai primi passi al violento impatto con la realtà, Under the Skin interroga piuttosto la “natura” del vivere alieno, dell’essere cioè mandati nel mondo senza libero arbitrio, con il solo scopo di assolvere una funzione dettata da altri. La cognizione del reale, ossia la percezione fenomenologica dell’”essere nel mondo” come Dasein heideggeriano, è allora per la creatura aliena incarnata da Scarlett Johansson un processo impossibile, giacché la nascita le è negata, e ad essa si oppone piuttosto la freddezza dell’assemblaggio meccanico e dell’apprendimento linguistico ottimizzato.

In questo senso, il film di Glazer rimanda piuttosto ai tropi cari alla tradizione dello sci-fi britannico à la Blade Runner (1982, Ridley Scott), o del più recente Non Lasciarmi (2010, Mark Romanek), dove la sofferenza dell’androide antropomorfo è al centro di un’angosciante prospettiva futuristica, e al clone perfetto creato per sopperire ai bisogni dell’umano imperfetto viene infine negata la possibilità di sottrarsi alla prospettiva terrificante di un’esistenza a scadenza limitata. Per l’alieno di Glazer la fascinazione per l’umano avviene tuttavia in lenta progressione: inizialmente compresa nel proprio ruolo di mantide religiosa, la “donna” fatale – indifferente di fronte alla morte orrenda e insensata di una famiglia innocente – trova invece nell’incontro con la deformità mostruosa di una vittima ignara la scintilla di un sentimento che trascende la pura funzionalità robotica.

La parabola predatoria della seduttrice senza nome, incaricata di far scomparire le proprie vittime nelle viscere oscure di un liquido amniotico che all’utero materno sostituisce piuttosto l’orrore della discarica, si trasforma allora nel viaggio breve e distruttivo dell’Altro alla ricerca di un Sé che non potrà mai esistere. La sensualità del corpo femminile a cui è tuttavia negata la conoscenza di ogni piacere sensoriale – e, insieme, la consapevolezza del proprio sesso – diventa così il simulacro di una condizione fittizia, una maschera, un involucro non vuoto, ma dentro al quale non vi è nulla di organico che possa consentire l’integrazione del diverso in un mondo popolato da corpi “veri”.

“Perché indossi quello stupido costume da uomo?” chiedeva il coniglio Frank a Donnie Darko nell’omonimo film di Richard Kelly, e la domanda risuona identica, e forse ancor più terrificante, nelle sequenze conclusive di Under the Skin, dove l’incertezza del titolo viene finalmente svelata. L’orrore non è allora racchiuso soltanto, né soprattutto, nel nero assoluto che inghiotte e risucchia gli ultimi residui di vita, ma piuttosto nella scoperta di ciò che si cela al di sotto della pelle lacera, e nell’ultimo sguardo dell’alieno al doppio di sé, distrutto dalla violenza ferina dell’uomo andros e non più anthropos, del maschio che prende infine la propria rivincita su quel corpo di donna che letale non è più, ma solo vittima.

Nel ventre della Scozia rurale – dove il leone rampante campeggia a simboleggiare un’indipendenza negata, e dunque, in parallelo, un’identità condannata ad essere “altra” – la città respinge e la natura fotografata magistralmente da Daniel Ladin non riesce a fondersi con la creatura che la scopre per la prima volta, se non in una fusione mortale. La precisazione delle coordinate spaziali, in cui si insinua la presenza – non casuale – dello spettro nazionalista, si impasta alla tendenza fantascientifica del luogo come “altrove” e “ovunque”, e dell’orrore come forza universale che potrebbe accadere in ogni tempo e in ogni dove. Il silenzio totale, e dunque tremendo, interrotto a tratti dalle musiche gravi ed inquietanti di Mica Levi, non lascia scampo, e consente alla performance di Scarlett Johansson di evolvere da pura fisicità (il corpo come oggetto di desiderio) ad esperienza emotiva, ultimo stadio nella parabola aliena verso l’acquisizione impossibile della condizione umana.

Narrativamente annichilente e visivamente conturbante, il film di Glazer potrebbe costituire un interessante diversivo per chi ancora rimpiange l’uscita di scena cinematografica di David Lynch e la frustrazione generata dagli enigmi surreali delle sue opere ultime. Nell’era cinematografica del post-post-moderno, dove alla crisi delle grandi narrazioni si affiancano ormai la crisi della visione in sala e dello spettatore capace di emozionarsi di fronte ad una novità che si fa piuttosto rimpasto e riciclo, la capacità di Glazer di stimolare interrogativi e al tempo stesso affascinare con l’impatto visivo di un cinema ancora in grado di essere innovativo, fa sicuramente parlare di sé. Che il regista inglese sia l’erede di Kubrick è un azzardo ancora troppo prematuro da confermare, ma la speranza, si sa, è l’ultima a morire.

Fulvia Massimi, da “storiadeifilm.it”

Freud definiva il perturbante come una cosa che l’essere umano avverte come familiare e allo stesso tempo come estranea. Se ciò succede, si crea nell’essere umano una particolare sensazione di angoscia che può pure sfociare in paura. Il processo stesso che porta al perturbante è spesso confuso, come in molti film in cui si prova smarrimento e disagio.

Under the Skin è un film perturbante. Dentro di sé ha immagini suoni idee trovate sensazioni che tutti noi abbiamo già visto in decine di film o letto in decine di libri. Eppure non si può negare che, anche solo a tratti, nel contesto del film, queste idee, queste immagini, questi suoni abbiano qualcosa di angosciante e regalino sensazioni forse inedite.

 

Che Under the Skin non fosse un film per tutti lo si era capito sin dalla presentazione a Venezia. Non è certo un film per la (maggior parte della) critica italiana, che l’ha subito distrutto e deriso. Non è un film per il grande pubblico, che l’ha fischiato all’anteprima in Sala Grande (con cast in sala: che eleganza). E allora a chi si rivolge, Under the Skin? A chi vuole semplicemente provare un’ennesima esperienza cinematografica fuori dai canoni?

Gira che ti rigira, forse sì. Che il londinese Jonathan Glazer, tra i migliori registi pubblicitari al mondo, avesse preso sul serio il cinema come un mezzo-sfida era ben chiaro grazie ai suoi due precedenti lavori. Soprattutto Birth – Io sono Sean, sinfonia glaciale e discontinua che, guarda caso, sapeva come mettere a disagio lo spettatore.

In quel caso lo spettatore si ritrovava sperduto, un po’ frustrato e un po’ ipnotizzato nel seguire il ritmo altalenante del film sposando il punto di vista di una donna rimasta vedova dalla quale un bel giorno arriva un bimbo che dice di essere la reincarnazione del marito. Under the Skin è una sfida più rischiosa, anche se tenta ancora una volta di far immedesimare lo spettatore con la protagonista. Solo che la protagonista in questo caso è un’aliena.


Rivisto per la seconda volta, è limpido e palese che Under the Skin sfrutta la sua estetica particolare e ricercata per far vedere allo spettatore il nostro mondo con occhi alieni. Come si diceva, ci sono tante idee di regia e tante immagini che abbiamo ben visto altrove (Lynch, Kubrick, persino Cronenberg): in Under the Skin non c’è un “segno” che non abbiamo già avvistato. Tutto è familiare. Eppure il risultato riesce a disturbare e forse ipnotizzare. Pure soltanto a tratti, e questo lo riconosceranno persino i detrattori, altrimenti c’è qualcosa che non torna.

Under the Skin ha scene intere che sono pura e laccatissima videoarte. Tutte le scene in cui l’aliena fa cadere nella sua “rete” i poveri malcapitati di turno sono inglobate in uno spazio bidimensionale totalmente nero. La colonna sonora di Mica Levi (pazzesca, tra minimalismo e anti-melodia) contiene brani cacofonici e sonorità inquiete da sci-fi anni 50. E Under the Skin in fondo è un film di fantascienza, fosse solo per la presenza di un alieno sulla Terra.

L’aliena di Under the Skin, “creata” nelle prime e stranianti immagini d’apertura, si aggira per la Scozia su un furgoncino in cerca di uomini. Molti scozzesi si sono arrabbiati per come vengono messi in scena, e per come il film rappresenti la povertà e in fondo la “pochezza” delle vite ordinarie di Glasgow e dintorni. Ma a Glazer non gliene frega nulla di imbastire l’ennesimo “affresco socio-politico” di un’Inghilterra povera a discutibile.

Se gli interessa è forse soltanto perché conosce bene quei luoghi, e forse perché aveva unlocation manager dal fiuto incredibile (guardate la scena con il mare e gli scogli). Quel che gli interessa è, appunto, far percepire allo spettatore qualcosa che ben conosce con occhio inedito. Anche chi non è mai stato in Scozia avrà visto qualche film inglese ambientato in quelle zone: ma riconoscerà che il modo in cui le persone vengono riprese negli ambienti ha qualcosa di inedito. Perturbante, appunto.

Scarlett Johansson regala corpo e poche parole ad un’aliena chiamata ad “interpretare” una donna, che impara quindi l’abc del ruolo femminile sulla Terra per poter portare a casa il suo compito: impara quindi a sedurre. Una pelliccia, un rossetto, e via. Quello è il suo compito, probabilmente assegnatole dall’uomo in moto che vediamo spesso durante il film. Poi però vive l’ambiente, impara i codici, legge i segni umani, impara a interpretarli e ripeterli. Impara a comprendere, capire e riprodurre.

In uno dei pochi dialoghi del film, l’aliena sta seducendo un ragazzo di 26 anni dalla faccia visibilmente deformata. Per noi umani, a prima vista, un vero e proprio freak. Il ragazzo dichiara di non avere avuto mai una ragazza e nessuna esperienza sessuale. L’aliena capisce forse grazie alle sue parole che non è un essere umano bellissimo, e allora lo seduce dicendogli che ha delle belle mani. “Quando è stata l’ultima volta che hai toccato qualcuno?”.

Poi però, dopo essersi osservata attentamente allo specchio, capisce che c’è qualcosa che non va. E scatta un cortocircuito dal quale l’aliena non potrà più tornare indietro. Un improvviso scatto di empatia, la comprensione che quel viso non era “canonico”, e che nelle parole del ragazzo c’era forse qualcosa di più. L’aliena inizia a pensare come gli esseri umani, e scopre una volontà di integrazione che porta sempre più al bisogno stesso dell’integrazione.

Non è certo facile il compito di Under the Skin. Chiede allo spettatore di affidarsi al mondo che crea facendo sì che stile, sguardo ed estetica siano il collante “empatico” tra lui e il film. Il sound design (provate a sentire il tappeto sonoro, i silenzi e i rumori della scena con i due “uomini blu”) fa un lavoro supremo in questo senso. E la colonna sonora sa bene come cambiare marcia e regalare calore senza farlo notare troppo (c’è una traccia che non a caso si chiama “Love”).

Forse l’estetica del film corrisponde esattamente al suo contenuto. E quel che alla fin fine ci dice Under the Skin è tanto familiare eppure disturbante quanto il suo stile e le sue immagini: il nostro mondo non è pronto per gli alieni. Perché è l’essere umano a non essere pronto. L’essere umano non è fatto per indossare un’altra pelle. Né tantomeno potrà mai diventare candido come la neve. Under the Skin è un film perturbante in cui all’angoscia umana si sostituisce in modo inedito una inattesa tristezza. Ovviamente “aliena”.

Gabriele Capolino, da “cineblog.it”

 

 

Il re e’ nudo. O la regina. O forse nessuno di essi. Forse messa a nudo e’ la nostra curiosita’ morbosa di vedere ‘smascherata’ una delle icone femminili moderne, quella Scarlett Johansson – tanto desiderata e mai completamente posseduta, spesso promessa, rubata, ma sempre ritratta – che solo con l’annuncio della sua nudita’ completa ha reso famoso l’Under the Skin di Jonathan Glazer, visto a Toronto e Venezia circa un anno fa e finalmente nelle sale italiane.

Una curiosita’ che portera’ molti a ritrovarsi nel mezzo del film senza ricordarsi come vi erano entrati. Ulteriori vittime della aliena muta, Scarlett. ‘Un ET per adulti’ lo hanno definito alcuni, e tutto sommato e’ una definizione che potrebbe aiutare a capire di cosa si stia parlando; anche se mai abbastanza.

Non sorprende troppo che il regista di Sexy Beast e Birth – Io sono Sean (e di molti spot e videoclip) abbia aggiunto un proprio tocco serioso e ponderoso al romanzo satirico originale di Michel Faber, e forse abbia esagerato in questo senso, ma riuscendo ad andare al di la’ della veste estetica scelta e della prolissita’ visiva messa in scena ci si potrebbe trovare ad apprezzarne l’originalita’.



Merito anche della ‘marionetta’ Scarlett, che nell’ultimo anno ha sicuramente saputo dare il meglio di se’ nei due film che l’han vista dividersi tra voce (Her) e presenza (Under the Skin, appunto) e che qui attraversa silente un film che si rivela essere della fantascienza piu’ interessante vista recentemente, grazie anche a una capacita’ di persistenza, data da alcune sue scene, che non ci si aspetterebbe a priori.

La raccolta di cibo, la spontanea (e ben nota) crudelta’ nei confronti di bestiame destinato alla soddisfazione di esigenze primarie, la comunicazione non verbale e i limiti della stessa, la scoperta – anche forzata e accelerata dai tempi scelti per la narrazione – della diversita’ attraverso la quale sentirsi diversi sono tutti elementi costitutivi e coinvolgenti. Non in maniera lucida e consapevole, magari, ma al tirare delle somme – e al netto di una certa fatica nel partecipare al ‘viaggio’ – il merito migliore di questo film sara’ proprio quello di averci fatto scoprire meno eccitati per la tanto attesa ‘rivelazione’.

Mattia Pasquini, da “film.it”

 

Jonathan Glazer ha una ridotta filmografia alle spalle, Sexy Beast, pulp post-moderno di discreta fattura, e il più interessante Birth, noir metafisico interpretato nel 2004 da Nicole Kidman; e un numero più nutrito di videoclip, diretti nell’arco di una quindicina d’anni, dal 1995 in poi. Tra i numerosi promo musicali diretti per lo più per notissimi artisti britannici, ci interessa quello di Karma police, girato nel 1997; ci interessa perchè Under The skin, il difficile e accidentato adattamento che Glazer ha realizzato a partire dal noto romanzo di fantascienza scritto da Michel Faber all’inizio del secondo millennio, è forse il film più vicino alla sua attività come autore di videoclip, la cui sintesi espressiva è probabilmente ben rappresentata da quello girato per i Radiohead. Introdotto dal lungo viaggio di allineamento di una retina e da alcuni elementi auditivi che sembrano alludere ad una pratica di apprendimento del linguaggio, Under the skin irrompe quasi subito dopo in un limbo bianco, dove il cadavere di una donna appena recuperato da un fosso, viene spogliato da una Scarlett Johansson completamente nuda, pronta a vestirsi con gli indumenti della defunta. Anche se rispetto al romanzo di Faber, Glazer procede per sottrazione, eliminando molti dei riferimenti iconici, simbolici e narrativi presenti, sceglie comunque, in questi primi quindici minuti, il tono di una certa fantascienza filosofica degli anni ’70 (Kubrick, Roeg, Lucas, Trumbull, Saul Bass) che in qualche modo definisce il contesto attraverso una riconoscibilità specifica; ovvero mentre toglie informazioni narrative, riducendo praticamente i dialoghi a zero, sceglie un’introduzione forse più visiva che visionaria, immediatamente riconducibile ad un decòr science-fiction. Da qui in poi, i lunghissimi peregrinaggi di Scarlett Johansson  in macchina, per le strade di Glasgow, e in contesti urbani isolati, alla ricerca di uomini soli da adescare e condurre in un ennesimo spazio-limbo dove verranno misteriosamente assorbiti e annientati, probabilmente allo scopo di mantenere viva una struttura molecolare “aliena”, vengono ripetuti in forma ossessiva e frequentativa, come fossero un lungo, ideale piano sequenza alla ricerca di un’esperienza fenomenologica “primaria”. Più vicina alla necessità del tagliatore di teste di John McNaughton che non al Bowie-alieno di Tevis/Roeg, Scarlett esplora una realtà empirica estranea, con la pupilla dilatata di chi osserva stupito, una nuova realtà al microscopio; dimostrando una mancanza di empatia con il mondo osservato che verrà sostituita progressivamente da un senso ancestrale di paura e di perdita. Se la visione paranoide di Karma Police era a sua volta un viaggio dell’occhio in due direzioni; una esplorativa, la seconda in fuga dalla propria soggettiva, in un semplice quanto sorprendente slittamento di senso; Under the Skin mantiene questi due movimenti palindromi nelle due metà del film; quando Scarlett Johansson si perderà in un viaggio conoscitivo non previsto, non solo dovrà fare i conti con una violenza esterna inaspettata, ma guarderà se stessa staccandosi letteralmente di dosso il simulacro umano come se fosse qualcosa in più di una seconda pelle. Il film in fondo risente di questa duplicità della visione; un primo percorso più selvaggio ed empirico, suggestivamente allineato sulla linea della scoperta del mondo, in una direzione non necessariamente elegiaca, ma sicuramente più vitale e vicina per certi versi alla fantascienza dell’unico film di Saul Bass nel suo approccio documentaristico, o pensando a qualcosa di più recente, al Benedek Fliegauf di “Womb” nella relazione tra corpi e ambiente, senza la stessa forza acusmatica, tanto che sul piano musicale, Glazer ricerca un algido e astratto lirismo espressionista attraverso la musica originale composta dalla giovanissima producer e Dj Mica Levi, che abbandonate le suggestioni “club”, lavora per Glazer su una partitura più classicamente legata all’uso del quartetto d’archi per le immagini in movimento (vari riferimenti, da Bartok a Penderecki); l’altra direzione invece più artificialmente costruita sui modelli di una fantascienza “simbolica” che arena il film in una dimensione meno misteriosa di quel che sembra. Fatte queste riserve, Glazer rimane un autore da tenere assolutamente d’occhio, ed è interessante come di tutto il film, alla fine, sopravviva con più forza la parte più essenziale, che da un punto di vista emotivo ci riconduce dalle parti di quella relazione primigenia del corpo con l’ambiente, nella sua versione più estrema e  “survivalista”.

Michele Faggi, da “indie-eye.it”

 

Condividi!

Leave a reply

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Fondazione Gabbiano, in quanto ente religioso, non deve ottemperare a quanto disposto
dall'art. 9 comma 2 del D.L. 8 agosto 2013 n.91, convertito con Legge 7 ottobre 2013 n. 112.
Sviluppato da NextMovie Italia Blog