TIR

TirLocandina

Una vita sulla strada
Fasulo ha dimostrato di avere le qualità necessarie per imporsi come un sofisticato illusionista. Il trucco con cui coinvolge gli spettatori è tra i più complessi, anche se realizzato solamente con la presenza di un unico interprete e della sua intimità, perché li porta a credere senza alcun tentennamento nella veridicità di ciò che si vede
Il successo de L’ultimo pastore di Marco Bonfanti aveva già mostrato una “nuova” tendenza del cinema italiano poi confermata dalla vittoria di Sacro Gra al Festival di Venezia. Il film di Gianfranco Rosi è riuscito nell’impresa di sbaragliare tutti i suoi contendenti evidenziando che il racconto del reale sta conoscendo una stagione di fermento e conquistando finalmente gli onori del grande schermo. Non stupisce, dunque, che anche un esperimento “misto” come Tir abbia sedotto la giuria del Festival di Roma aggiudicandosi il Marc’Aurelio d’Oro. In realtà il lavoro svolto in regia da Alberto Fasulo è il frutto di una commistione di linguaggi che, prendendo in prestito i moduli documentaristici, si avventura nel tentativo di rendere la finzione tangibile quanto la realtà. Così, dopo Rumore bianco in cui viene fotografata la realtà del nord est italiano seguendo il percorso del fiume Tagliamento, il regista questa volta s’introduce all’interno della cabina di un camion con rimorchio per raccontare l’esistenza fatta di strada, pause, tabelle da rispettare e lunghe telefonate per mantenere il contatto con una realtà famigliare lontana troppi chilometri. Protagonista unico di questa esperienza di vita estraniante è Branko che, nonostante un passato da insegnante a Rijeka e il suo amore per la letteratura, è costretto a inventarsi una nuova esistenza in nome di uno stipendio tre volte superiore a quello percepito nella sua veste di professore. Ma qual è il rovescio della medaglia? E siamo veramente sicuri che il lavoro, qualsiasi lavoro, nobiliti l’uomo?
Fasulo, seguendo questi interrogativi e andando oltre la semplice osservazione, si trasforma in uno spettatore alla ricerca di risposte reali. Per questo motivo s’insinua nel l’intimità della cabina di giuda in cui mette in scena in modo naturale la simbiosi tra l’uomo e il suo Tir, allo stesso tempo prolungamento necessario per una sopravvivenza migliore e prigione dalla quale sembra impossibile fuggire. Carico dopo carico, città dopo città, il protagonista è intrappolato all’interno di un’attività che non sembra lasciargli scelta allontanandolo sempre di più dal passato e da se stesso. Ed è in questo momento e nell’assenza di un mondo esterno che il linguaggio del reale prende il sopravvento sulla finzione, riuscendo a far dimenticare l’esistenza di una sceneggiatura e l’utilizzo di un attore protagonista. Perché se è vero che il cinema non è altro che un trucco narrativo, la migliore e più affascinante delle mistificazioni, Fasulo ha dimostrato di avere le qualità necessarie per imporsi come un sofisticato illusionista. “L’inganno” con cui coinvolge gli spettatori è tra i più complessi, anche se realizzato solamente con la presenza di un unico interprete e della sua intimità, perché li porta a credere senza alcun tentennamento nella veridicità di ciò che si vede.
Così, pur nella consapevolezza di trovarci di fronte ad un film di “scrittura”, Tir vive di un’anima potente figlia di una condizione sociale e umana facilmente rintracciabile in un popolo di invisibili che, giorno dopo giorno rinunciano alla propria identità, linguistica e non. Intorno a loro, come al protagonista Branko Zavrsan sottoposto alla dura quotidianità del camionista per tutta la durata delle riprese, non esiste nulla se non i rumori della strada, gli allarmi delle sveglie che scandiscono arrivi e partenze e le suonerie dei cellulari con cui l’esterno mostra ancora la sua sempre più sfocata esistenza. E Fasulo, seduto accanto al suo personaggio, non ha mai smesso di fotografare e testimoniare questa condizione del corpo e dell’anima. La sua unica arma è stata una telecamera e la disponibilità di un interprete nel mettersi alla prova, diventando strumento con cui vivere e non ricostruire fatica e sconfitta.
Tiziana Morganti, da “movieplayer.it”

Alberto Fasulo ci introduce con tocco delicato in una realtà sempre più diffusa, quella di uomini provenienti dall’Est che si separano dal loro paese per lavorare per ditte di trasporto italiane con la speranza di garantire alle loro famiglie una vita più dignitosa. Questa è anche la storia di Branko che lascia la Croazia, i suoi affetti e il suo lavoro d’insegnante, che a stento gli permette di mantenere a se stesso, per iniziare a lavorare come camionista. L’idea di questo film (vincitore del Marc’Aurelio d’Oro all’ottavo Festival del cinema di Roma) parte da un’esperienza personale del regista: durante un viaggio da Firenze a Napoli perde il treno che l’avrebbe portato a destinazione, rimasto a piedi, trova un passaggio a bordo di un Tir. Da quel giorno prova a penetrare questo mondo di chilometri infiniti, di lunghe ore rubate al sonno e di solitudine. Un mondo fatto di confini sempre più labili dove ogni cartello scritto in una lingua che non è la tua ti ricorda una sola cosa: sei lontano da casa. Fasulo lo frequenta per anni, ne vuole fare un documentario, ma poi cambia idea. Il documentarista friulano sa che ricercando un rapporto così intimo con il camionista rischia di violare la sua persona, rischia di renderlo vulnerabile con il datore di lavoro (con cui non sempre c’è un rapporto sereno), e rischia di comprometterne la relazione con la famiglia lontana, che non ha conoscenza diretta del mondo che sta affrontando. Alberto ha bisogno di un attore, ma non si abbandona a una storia di finzione, vuole che il suo personaggio senta quello che prova un vero camionista. Fa così prendere a Branko Zavrsan (No Man’s Land) la licenza di guida, lo fa vivere (e vive con lui) per quattro mesi su una cabina di un Tir. Questi ’85 minuti sono il risultato accurato e selezionato di quel lungo viaggio. Forse la scelta di questo ibrido al limite tra finzione e verosimile perde un po’ la poesia del documentario e quell’empatia di una “storia” raccontata, ma indubbiamente offre uno spaccato autentico di una realtà ad oggi poco conosciuta. Sono volutamente lasciate di sfondo le proteste dei lavoratori italiani che si oppongono a un sistema di sfruttamento, dove sopravvive chi, per miseria, è disposto a non dormire, a rinunciare a cambi di turni a discapito dei propri diritti e della sicurezza sulle strade. Fasulo non cerca un film di denuncia, almeno non questa volta. In primo piano ci sono uomini e il coraggio di vivere le loro scelte.
Clara Gipponi, da “cinema4stelle.it”

Non se l’aspettava nessuno che al festival di Roma battesse il bellissimo Her. Adesso TIR, del friulano Alberto Fasulo, arriva al cinema, e non bisogna perderlo. Un uomo che ha lasciato il suo lavoro di insegnante in Slovenia per fare da noi il camionista. Un mondo visto attraverso la cabina di un Tir e gli occhi di chi lo guida. Strade e luoghi anonimi e seriali. Un cinema ipnotico e straniante. Un grande risultato. Voto tra il 7 e l’8.
Certo che all’ultimo festival di Roma, lo scorso novembre, tutti pensavamo vincesse Her di Spike Jonze, un incanto di film, giustamente poi molto nominato agli Oscar. Invece – botto che nessuno si aspettava – la giuria presieduta da James Gray (che tra lui e Jonze non sian mai passati flussi di simpatia reciproca? chissà) ha deciso diversamente dando il Marc’Aurelio d’oro, che poi è il premio massimo della manifestazione, a questo piccolo e indipendentissimo film italiano venuto dal Nord-est, da quella marca di confine e di incroci e passaggi che è il Friuli. TIR batte clamorosamente Her, e non è un calembour. Adesso lo possiamo vedere al cinema, non in moltissime sale per la verità (qui sopra la lista), distribuito dalla meritoria Tucker che, essendo basata a Udine, giustamente ha un occhio di riguardo per i film del territorio, girati dalle sue parti, e ultimamente ce n’è più d’uno nel suo listino. Non solo TIR, prima è toccato a Zoran, il mio nipote scemo – quasi 600mila euro incassati, non male -, tra poco sarà il turno di The Special Need, già visto a Locarno a Cineasti del presente. Dico subito che questo di Alberto Fasulo è tra le cose migliori del cinema italiano dell’ultimo anno e mezzo/due, insieme a Salvo di Piazza-Grassadonia e al pur molto discusso e spesso odiato La grande bellezza. Film anomalo fino alla inclassificabilità di genere, e per più ragioni. Film di finzione – e Fasulo, visto e sentito a Milano qualche giorno fa all’anteprima di TIR, lo ribadisce con forza – , anche se molti lo inseriscono insieme a Sacro GRA e altri titoli in quella documentary renaissance che è stata uno dei tratti forti del cinema 2013. Però. Però con la natura del documentario TIR ci gioca parecchio e arditamente, mutuandone quella registrazione del reale così-com’è che ne è il segno e il senso, e usandone codici e linguaggi per costruire una narrazione trompe-l’oeil in cui la storia, il racconto, simulano assai bene il vero e l’oggettività fattuale. Certo, non è il caso di scannarsi ancora su cosa sia doc e cosa fiction, e sul quanto e il come in molto cinema d’oggi i due livelli ambiguamente si mescolino e confondano. Finzione, allora, questo TIR. Che nasce però da un precedente progetto di Fasulo di raccontare con un doc il sistema dei grandi camion e di chi ci sta al volante e se ne sta chiuso per giorni, settimane, in cabina, a contemplare un mondo che è fatto di asfalto, aree di sosta, cartelli segnaletici, scali, luoghi di carico e scarico e paesaggi anonimi e seriali che scorrono dietro al finestrino. Quattro anni passati, grazie anche all’appoggio di un’azienda veronese di trasporti su strada, dentro l’universo abbastanza a parte dei supercamion di nuova generazione che percorrono l’Europa spostando incessantemente merci da un punto all’altro. Interessato soprattutto, Fasulo, a chi quei mostri li guida, a quei driver che una cattiva mitologia ha sempre descritto come uomini rozzi e assai machos, dai forti appetiti alimentari e sessuali. Cliché. Il regista si è reso conto però che attraverso il documentario non avrebbe mai potuto restituire quelle vite, i sogni e i bisogni e le ansie e le sofferenze – in primis quella della lontananza continua e a tratti lancinante dalla famiglia – se non violentandole, entrando troppo, e voyeuristicamente, nell’intimità dei suoi soggetti. Così, dopo anni di preparazione e lavoro sul campo di documentazione, dietrofront, e la decisione di passare a una storia di finzione. Per potenziare e portare al limite estremo la verosimiglianza ha ingaggiato un attore dalla ex Jugoslavia, Branko Završan (stava nel mitologico film bosniaco No Man’s Land vincitore una decina di anni fa di un Oscar), gli ha chiesto di prendersi la patente per camion e di imparare a guidarli e poi – dopo regolare assunzione di quattro mesi da parte della dita veronese di cui sopra – l’ha piazzato al volante di un Tir e l’ha pedinato con la macchina da presa. Il risultato è questo che vediamo, ed è un risultato notevolissimo, a tratti straordinario.
Branko Završan è Branko (ecco, un altro clamoroso sconfinamento tra realtà e finzione-rappresentazione), insegnante sloveno che per guadagnare di più e meglio molla la scuola, sicché eccolo da intellettuale trasformarsi in muscolare driver di Tir su e giù per l’Europa, ma preferibilmente lungo l’asse est-ovest Spagna-Francia-Nord Italia-Slovenia-Ungheria. Lo conosciamo mentre in cabina fa coppia con il copilota, il connazionale Maki, e son brandelli di conversazione, e soste che si trasformano in piccoli accampamenti, parcheggi lungo muri graffitati dove ci si lava a pezzi con quel po’ d’acqua dei serbatoi e si cucina acrobaticamente su minuscoli fuochi, e si pensa con malinconia a quelli che stanno a casa, la moglie, i figli. Poi, per ordini superiori del boss – gli ordini arrivano impersonalmente attraverso telefonate e messaggi in codice – i due son costretti a separararsi, ognuno da solo sul suo camion: “da oggi non siamo più marito e moglie”, commenta Branko. La moglie, quella verà, c’è, e si fa sentire per voce, per telefono, e vorrebbe che lui tornasse a casa, tornasse a insegnare, che importa prendere meno soldi (B. da camionista in Italia guadagna tre-quattro volte che da prof in una scuola slovena), l’importante è stare insieme, e insomma siamo al solito bovarismo di molte mogli che si senton sole e trascurate. Fasulo è abile nel tessere una narrazione attraverso la pur evidente scarsità di elementi, non ci annoia mai, riesce miracolosamente a inghiottirci nel flusso, nello scorrere dei giorni, delle ore, del suo protagonista. Ci scaglia con lui nella cabina, il centro di tutto il film, astronave da cui il solitario Branko osserva quel cosmo strano, apparentemente anonimo e sterile e asettico eppure percorso da infinite vibrazioni, che è il mondo dei driver. Strade e strade, aree di servizio, camion su camion, container, e quei non luoghi che sono i luoghi della logistica, in un panorama di macchine e uomini-robot addetti al carico-scarico fascinosamente straniante, come in uno sci-fi on the road. Con un che, anzi molto, che pare venuto dallo spettrale Deserto rosso di Antonioni. Il mondo visto da un finestrino, dove la geografia perde di senso e si fa astratta, anonima, inafferrabile, fungibile, puro geroglifico sputato da un navigatore, dove Francia Italia Spagna Ungheria si confondono in giorni e notti inesorabilmente uguali. La suggestione, la meraviglia di TIR, è che ci fa entrare nei percorsi e anche nelle fredde logiche delle merci, nei flussi incessanti di beni che alimentano e soddisfano i nostri bisogni, ma dei quali niente sappiamo. Scivoliamo con Branko in compagnia di pomodori patate mele maiali e intanto ci ritroviamo immersi in un costante delirio, in una percezione alterata, nella veglia febbrile di chi afferra e perde e ritrova brandelli di realtà, di chi non ha più radici ed è perennemente in circolo e movimento, anche se la sensazione è di muoversi in un labirinto e di non spostarsi mai davvero, in una sorta di coazione all’eterno ritorno. Con una sequenza formidabile che traduce questo senso di sperdimento, il passaggio di Branko attraverso il dedalo dei TIR ammassati dei camionisti in sciopero. Secondo Fasulo, Branko funge da metafora dell’uomo contemporaneo costretto a una continua transumanza, alla precarietà. Ma il protagonista di TIR credo abbia più a che fare con l’archetipo di Ulisse e con la sua odissea, con la sua lontananza coatta da Itaca e l’ossessione di tornarci. Branko vaga senza mai un vero approdo, e il sospetto (ce l’avevamo già con Ulisse, del resto) è che sia questo quanto davvero vuole e il senso del suo essere, lo sradicamento, il nomadismo, e che non abbia nessuna voglia di tornarsene a casa dalla sua Peneleope. TIR, non so quanto intenzionalmente da parte del suo autore, finisce con l’essere il gran ritratto di un uomo-monade che ama la solitudine, di un eremita del nostro tempo la cui cabina di pilotaggio diventa l’equivalente della colonna degli antichi stiliti. C’è un che di ascetico e di monacale in Branko, di volontaria rinuncia al mondo e alle sue pompe per immergersi, attraverso il ritiro e la separatezza, nella ricerca dell’assoluto. Un percorso zen o, se preferite, di santità, di depurazione dalle cose mondane e di immersione nel trascendente. Qualcosa che gli permette di sopportare anche quella moglie così pressante e quel figlio stronzo che, per comprarsi un nuovo appartamento, non si fa il minimo scrupolo a spogliarlo di tutti i risparmi. TIR funziona meglio nell’astrazione, quando meno ci dice di Branko e ce lo mostra solo come uomo vagante in quella galassia di asfalto e centri logistici, per così dire de-psicologizzato e anche de-narrativizzato (e son momenti che fan venire in mente sia il remoto Driver di Walter Hill che il Drive di Refn). La lontananza dalla famiglia e dagli affetti, tema che mi è parso stia molto a cuore al regista, finisce con l’essere il dato meno interessante del film, il più banalizzante, ed è questa zavorra psicologistica e sociologistica a impedire a TIR di ergersi a opera assoluta. Se Fasulo avesse ulteriormente scarnificato il suo racconto, se avesse accentuato l’impassibilità fenomenologica con cui registra i movimenti anche interiori del suo Branko, se solo si fosse liberato di ogni quisquilia familiar-sentimentale (compresa la figura del collega Maki che molla tutto pur di tornare a casa dal figlio malato), avremmo avuto qualcosa di molto vicino al capolavoro. Non è così, ma va bene lo stesso. Qualche parola sull’attore, su Branko Završan, meraviglioso nel cancellare ogni confine tra vita e finzione e nel trasmetterci la mitezza e insieme la resistenza del suo personaggio, e il suo strano percorso ascetico per mezzo delle ruote di un camion. Di una bellezza e una luminosità, anche, da vero santo popolare. (“Ma questo Branko è un santo!”, ha esclamato difatti Tatti Sanguineti durante il Q&A col regista seguito alla proiezione.)
Luigi Locatelli, da “nuovocinemalocatelli.com”

Tir è un film di confine. Un confine di genere, tra documentario e fiction. Un confine di luoghi, attraversati e ripercorsi, fino a perderne la delimitazione. Ma anche espressione di confine tra stasi e movimento, tra attese e aspettative, tra sogno e realtà, tra vita e morte. Tir è tutto e niente. Un film di un frastornante silenzio. Un modo per dar corpo ad una voce silente.
Seppur labile è il confine di genere, il film di Alberto Fasulo è indubbiamente annoverabile in quell’universo che è il “cinema del reale”. Un approccio documentaristico di osservazione partecipante, ma non nel pieno senso del concetto malinowskiano. Una partecipazione che porta ad una efficace resa del punto di vista del protagonista, ma che passa attraverso un intervento attivo dell’autore sul mondo raccontato, tramite quei mezzi mediali propri del filmaker.
Sembrerebbe che tale rappresentazione della realtà debba necessariamente passare attraverso una particolare rielaborazione estetica. Trovare una nuova forma, condensata in quel prodotto finito fruito dal pubblico, e che come fine ultimo abbia il raggiungimento dell’essenza emozionale. Tir ha tutto questo, e ancor di più. Nella sua essenzialità e nel suo rigore nasconde una forza tensiva costantemente prossima alla deflagrazione, ma che resta sopita, in attesa, come il camionista Branko. Tir ci riesce, arriva a quell’essenza dell’emozione, al pubblico in sala. A quello stesso pubblico che consuma quelle mele, quelle patate e quella carne di maiale che il tir di Branko trasporta, e che per quest’ultimo acquistano un valore altro. Nella costruzione narrativa ed estetica di Fasulo, infatti, quei prodotti diventano altro. Ed ecco che il punto di vista del protagonista emerge. Perché quella stessa merce, stipata nel container, assurge a valore simbolico, a riflesso di una condizione esistenziale del camionista, ex insegnate croato costretto a lasciare lavoro, famiglia e casa.
Il riflesso della profilo di Branko si staglia sul finestrino del tir, sovrapponendosi all’elemento all’esterno della cabina di guida: un carico di maiali stipati a forza in un container. È una sovrapposizione di immagini, una sorta di dissolvenza incrociata, che crea una forte costruzione di senso. Un’immagine allegorica che mette in connessione la condizione di Branko con quella del carico suino. Ma è solo il principio di un’immedesimazione sempre più progressiva. «Il capo tiene più al carico di bestiame che alle persone» dice Lucka, il camionista che fa coppia con Branko. Lucka, controparte di Branko, che stufo di quella vita decide di mollare tutto, lasciando al collega un ultimo carico da consegnare: maiali. Una sovrapposizione, un montaggio alternato e il definitivo ingresso nel container dei maiali, mette sempre più in relazione Branko (nomen omen) al branco di maiali. Un emblematico silenzio segue alla consegna del carico animale. Un silenzio di rassegnata accettazione, espressione di solitudine, di abbandono e di interante condanna. I maiali saranno uccisi, mentre Branko ripulisce il tir dal letame, fino a svuotarlo. Vuoto, come il vuoto che lo affligge. Forse come i maiali anche Branko si avvia verso una morte, che sia di un sogno, di una speranza o di un bisogno, poco conta. È pur sempre morte.
Quello di Fasulo è quindi un lavoro di riplasmazione. Un’adozione di codici estetici e narratologici allo scopo di affondare al cuore dell’emozione, ad un’immedesimazione quanto più fedele col punto di vista dell’attore. Soluzioni estetiche ed espressive sono adottate a scandire i momenti tensivi. La libera variazione del suono in presa diretta, accentuato o eliminato del tutto in postproduzione, concorrere alla costruzione di una dimensione più mentale che reale. Un distacco dalle basilari norme documentaristiche, pur restandone nel territorio concettuale. Ma come detto, Tir è un film di confine. Spesso claustrofobico, negli angusti spazi della cabina/prigione dove vivono i personaggi. Una prigione mobile, ma conchiusa in un tragitto impacciante. L’asfissiante luogo dell’abitacolo come metafora di una condizione, come in Dieci di Kiarostami, in cui, non a caso, la suddetta linea di divisione tra cinema sceneggiato e cinema “dal vivo” è altrettanto sottile. Innovazioni di un cinema che deve molto all’agilità del digitale.
Andrea Schiavone, da “indie-eye.it”

Il cinema italiano del reale è in un buon momento.
Negli ultimi mesi le dimostrazioni di ciò si stanno facendo molteplici. Dopo la vittoria del Leone d’oro di Sacro GRA, un altro sguardo lungo il mondo d’asfalto arriva a imporsi. Sarebbe facile ironia definire TIR uno spin-off del primo, ma in fondo neanche troppo. Se nel film di Gianfranco Rosi la strada era solo un limes, che si valicava per conoscere gli abitanti che vivevano oltre, qui tutto quello che c’è intorno alla strada non interessa al documentarista Alberto Fasulo, che si concentra piuttosto su quello che succede all’interno della cabina di guida di un camion. Per farlo assume il punto di osservazione di un uomo sloveno di mezza età, attore che si è finto per mesi camionista, che fa 800 chilometri per andare a lavorare per quattro settimane consecutive.
La fatica di un lavoro massacrante si confonde con la solitudine di chi è angustiato ogni giorno dalla domanda: meglio un lavoro lontano da casa ben pagato, tre volte tanto rispetto al suo precedente come insegnante, o guadagnare meno stando vicino ai propri affetti? Un focolare allora cerca di costruirselo parcheggiando in disparte. Un fornelletto per cucinare, una tanica per lavarsi e magari, nella scena più emozionante del film, una doccia di notte, simbolica, purificatrice, con l’autostrada illuminata in lontananza.
Fasulo si è documentato per anni, finendo per realizzare un film on the road al negativo, filtrato attraverso i vetri del camion, che va avanti nonostante tutto: con la pioggia o col sole, trasportando mele, prodotti alimentari deperibili o maiali. Poco importa. A imporre i ritmi dei camionisti, come fosse una navicella spaziale di un futuro immaginato negli anni ’60, un piccolo computer che decide quando fermarsi o se farsi dare il cambio nei viaggi più lunghi. TIR è un film che racconta chi c’è all’interno di quei minacciosi mostri della strada, che di solito ci suscitano indifferenza o al massimo irritazione quando ci rallentano mentre andiamo in vacanza.
Un film apolide, in cui la delocalizzazione è arrivata fin dentro i confini di Schengen, con i vecchi contratti dei “ricchi” camionisti dell’Europa dell’ovest che si stanno ormai allineando a quelli meno ambiziosi dei “poveri” dell’est. TIR apre uno sguardo di verità sugli abitanti stanchi delle nosre autostrade e dimostra come i confini fra documentario e finzione abbiano sempre meno senso. In un momento in cui il cinema mainstream è sempre più alla ricerca di storie vere per renderle finte, il cinema del reale diventa sempre più importante.
Mauro Donzelli, da “comingsoon.it”

Da qualche mese, Branko, di nazionalità croata, fa il camionista per una ditta di trasporti italiana. Prima era un insegnante, ma il suo nuovo lavoro riesce ad assicurargli uno stipendio tre volte superiore. Guida per le strade di mezza Europa da solo oppure insieme al copilota Maki, un trentenne con un bambino piccolo ad aspettarlo a casa, sempre più indeciso se continuare o meno a fare quella vita. Le telefonate con la moglie o con il figlio sono l’unico contatto che Branko ha con la famiglia.
Frutto di cinque anni di ricerche sul campo, Tir ha una base di partenza fortemente documentaristica. Con una macchina da presa leggera, settata dal posto del passeggero, sempre vicino ai corpi, Alberto Fasulo mostra la vita “on the road” del suo protagonista, l’attore professionista Branko Zavrsan, che ha davvero conseguito la patente di guida prevista dal codice della strada. All’iniziale ricerca della verità si specchia dunque l’anima di finzione del progetto, quella di una costruzione narrativa certamente aperta, ma precisamente indirizzata a raccontare un’occupazione alienante attraverso una vicenda in certo modo esemplare. Tra strade, autostrade, svincoli, magazzini dove caricare la merce, si delinea un tracciato fatto di non luoghi, tutti uguali, ma separati da una distanza geografica che nasconde il peso della fatica, in cui Branko pare voler sfidare la sua stessa resistenza. Lasciando le sequenze andare oltre il tempo necessario, il respiro dato dal montaggio ambisce a far sentire il palpito della condizione di un uomo che mangia e si lava nei modi in cui meglio può e soprattutto vive la sua famiglia soltanto attraverso conversazioni telefoniche: una lunga sequenza in cui la moglie racconta di una serata trascorsa con alcuni amici accende una fiamma di gelosia, così come alla richiesta del figlio di denaro per acquistare un appartamento corrisponde una decisione forse troppo affrettata. Il contesto che si vuole ritrarre è forse quello dell’esilio, di una lontananza sì dolorosa, ma vissuta con caparbia tenacia da chi porta avanti un’esistenza di fatiche e rinunce per dare stabilità a quelle stesse persone che, più o meno velatamente, lamentano la sua mancanza. Il film di Fasulo non è soltanto una riflessione sulle limitazioni e le difficoltà vissute dai trasportatori, tuttavia messe in evidenza (la richiesta dell’azienda di guidare oltre le ore consentire, le proteste di alcuni colleghi), ma anche un esercizio su alcuni modelli di racconto e sulle possibilità che la commistione dei vari linguaggi può offrire. Molto credibile il rapporto tra l’attore professionista Zavrsan e Marijan Sestak, di professione camionista, che interpreta Maki.
Marco Chiani, da “mymovies.it”

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