The act of killing

The-Act-Of-Killing

Sumatra, Indonesia. Tra il 1965 e il 1966, quando un tentato golpe andato male segnò l’inizio della fine per il presidente riformatore Sukarno, si scatenò un’ondata di violenza contro i presunti comunisti. Uomini, donne e bambini furono massacrati indiscriminatamente per una cifra che si stima oltre il milione di vittime. Oggi, i membri della Pancasila Youth e responsabili dele stragi, vivono ancora a cielo aperto e impuniti.
A volte guardare un film può essere un’esperienza tutt’altro che piacevole. E’ una reticenza istintiva che non deriva da una scarsa qualità dell’opera, bensì dalla nostra mancanza di coraggio per affrontare e accettare ciò che ci viene mostrato sullo schermo. E come succedeva spesso con Michael Haneke (sfido chiunque a dirmi di non aver pensato di interrompere la visione di fronte alla scena madre di Benny’s Video), succede oggi con l’incredibile e sconvolgente capolavoro di Joshua Oppenheimer The Act of Killing. Ma si tratta di una reticenza molto diversa. The Act of Killing è un documentario in cui alcuni paramilitari indonesiani della Pancasilla, colpevoli di avere ucciso dopo il colpo di stato del 1965 almeno un milione di presunti/accusati comunisti tra uomini, donne e bambini, vengono esortati a rimettere in scena per un film le uccisioni dell’epoca con una vera troupe cinematografica, con tanto di costumi e numerose comparse. Questi “gangster” (loro dicono che la parola significhi “free man” e si fanno chiamare così) sono tutti vivi e vegeti, alcuni di loro ancora in posizioni di potere, altri in pensione e tutti pieni di soldi fino al midollo. L’impatto per uno spettatore medio occidentale è prima di tutto culturale. Quello che infatti ci viene mostrato sin dall’inizio con naturalezza e spontaneità non smette mai per un attimo di essere insostenibile e scioccante. Perchè sebbene temi come la corruzione e l’omicidio appartengano alla nostra cultura allo stesso modo di tutte le altre è senz’altro sconvolgente il vedere con i propri occhi un mondo di malavita e ingiustizie sociali che, al contrario di ciò che succede da noi, non si nasconde sottoterra per far trasudare e marcire il terreno sovrastante, ma al contrario vive a pieni polmoni e a cielo aperto, facendo delle minacce e delle violenze quotidiane un metodo di controllo e di giurisdizione. Si rimane come paralizzati dal profondo paradosso che sta alla base di una realtà che non accettiamo per i nostri principi morali. Gli intervistati ridono, sono ricchi, felici, conducono una vita normale e vantano un carisma notevole. E ne siamo quasi affascinati quando ci sfugge di mente che hanno ucciso quasi un milione di persone. Ma rimane uno scontro culturale. Perchè appena vi è la possibilità di destabilizzare questo mondo di normalizzazione del crimine e dell’assurdo ecco che succede qualcosa che non solo è cinematograficamente straordinario, ma è soprattutto concettualmente rivoluzionario. Con la scusa di un film che metta in scena lo sterminio dei comunisti avvenuto tra il ’65 e il ’68 si è riusciti a coinvolgere nella ricostruzione dei metodi e delle tecniche utilizzate durante gli interrogatori e le uccisioni gli stessi carnefici, ormai vecchi, che si macchiarono di quei crimini. E Oppenheimer, in un modo o nell’altro, di fronte a uomini ormai salvi da ogni responsabilità e da qualsiasi sentimento che non sia la pietà o l’affetto che si prova per le persone anziane e, quindi, inerti, è riuscito nell’intento di far rendere loro conto, probabilmente per la prima volta nella loro vita, di quello che avevano fatto. E il valore sociale di un’operazione di cinema di questo livello è enorme. Non solo perchè evidenzia con orgoglio la vera potenza risolutrice (e distruttrice) del cinema negli equilibri del mondo, ma soprattutto perchè respira, ricerca e vive come un animale affamato di verità, di giustizia e di parità, senza però mai mettere in discussione il rispetto della dignità umana, anche di fronte agli assassini. Tra i produttori figurano pure i nomi di Werner Herzog e Erroll Morriss, due dei più grandi documentaristi viventi. Ma forse nemmeno Herzog avrebbe mai osato tanto.
Victor Musetti, da “storiadeifilm.it”

Sotto l’egida di Werner Herzog e Errol Morris, Joshua Oppenheimer predispone uno dei dispositivi documentaristici più scardinanti, violenti, pericolosi e profondi si siano mai visti. In Indonesia l’autore non solo raccoglie le testimonianze di assassini di lungo corso, paramilitari che, dal colpo di stato nel 1965 in poi, si sono dedicati all’omicidio di sospetti comunisti, ma fa loro ricostruire le scene di tortura con orgoglio, lasciando che discorrano della propria eroica mitologia. Li guarda dunque inscriversi da sé nell’olimpo cinematografico, vede sedimentarsi distorsioni del linguaggio (gangster significa uomo libero, dunque essere gangster è condizione nobile) che parlano delle distorsioni della società, registra le impalcature (pubbliche, persino televisive) che reggono questi miti e li assolvono da qualsiasi peccato, ridefinendo l’etica, il confine tra il bene e il male. Loro usano Oppenheimer per assecondare la propria benevola immagine. E Oppenheimer, come Morris insegna, esaspera la costruzione di questo immaginario abietto e per loro confortante, invitandoli a mettere in scena, come in un film che ammicca al cinema – che raramente è stato così chiaramente imperialista – americano, i loro sadici atti. Stralci di gangster movie pauperistico, goffo, devastante, in cui gli assassini calibrano le loro interpretazioni, i loro gesti, sulle immagini che hanno visto in sala e non solo su quelle che hanno vissuto. Recitando le parti non solo dei carnefici, ma anche, per la prima volta, delle vittime. E poi riguardandosi, in tv, con accanto a sé un nipotino chiamato ad ammirare le gesta dell’eroico avo. Ovviamente questo gioco dei ruoli, questa riattualizzazione cinematografica della Storia, questo confronto con la rappresentazione delle proprie azioni, induce i torturatori a un ripensamento coatto di sé, teso tra la posata nonchalance e la coscienza che s’esprime tramite il dolore del fisico, tra l’ottusità e il tentativo retorico di comprensione dell’altro. Ma quando il capo dei massacratori dice di comprendere la tragedia delle proprie vittime, dopo essersi guardato in scena, Oppenheimer interviene: «quella era la realtà, questa è la finzione». Ed è un gesto herzoghiano, a garanzia della morale di un’operazione che sonda la voragine umana, le deformazioni a effetto domino dell’immaginario, il coacervo pornografico dell’exploitation politica.
Giulio Sangiorgio
Voto: 9
da “spietati.it”

Se si pensa di aver visto tutto, cinematograficamente parlando, e se si ritiene che i documentari siano didascalici, poco appassionanti e incapaci di un linguaggio estetico originale, allora è proprio il caso di vedere The Act of Killing. Non stupisce che, dopo aver visto il premontato, Werner Herzog sia stato talmente entusiasta del lavoro da volerne essere il produttore esecutivo.
Una citazione di Voltaire appare sui titoli di testa: “E’ vietato uccidere. Percio’ tutti gli assassini vengono puniti a meno che non uccidano in massa e al suono delle trombe”.
Quanto spesso la storia interroga le vittime? Molto, e giustamente, e così i documentari, che ricorrono quasi sempre alla voce dei sopravvissuti alle tragedie, le guerre, gli stermini i genocidi. Quando si ha l’occasione di sentire le voci dei carnefici? Quasi mai, dato che sono stati puniti, o sono nascosti, o non hanno interesse a parlare. Tranne quando sono ancora al potere e sono praticamente delle star, come accade ancora oggi nella corrotta e spaventosa dittatura indonesiana: il regista Joshua Oppenheimer a lungo ha cercato di intervistare parenti e sopravvissuti del genocidio di comunisti, veri o presunti, seguito alla presa di potere dei militari nel 1965, ma veniva regolarmente arrestato e i suoi testimoni finivano seriamente nei guai. Allora si è accorto che i carnefici non solo erano liberi, ricchi e potenti, ma che avevano anche una gran voglia di raccontare orgogliosamente le loro gesta: in particolare dei personaggi ai margini, gansgster si chiamano e li chiamano (anzi rivendicano fieramente che il significato della parola è free men), cresciuti nel mito del cinema americano, che si vestivano come De Niro e Al Pacino, che sentivano Elvis, danzavano sognando i musical hollywoodiani, e ancora a passo di danza e canticchiando attraversavano la strada per andare a massacrare centinaia di migliaia di persone senza rimorso. In particolare uno dei più efferati è Anwar Congo, oggi un anziano ed elegante signore, ancora molto amante del mito cinematografico, tanto che il regista fa a lui e altri suoi ex collaboratori una proposta singolare, ovvero mettere in scena come se fossero un film, le violenze sanguinarie da loro perpetrate. Ed è qui che il documentario (definizione peraltro riduttiva) assume un tono che va oltre il grottesco e l’incredibile, perchè i free men prendono il loro compito incredibilmente sul serio e la loro ricostruzione, con tanto di troupe, truccatori, accuratissime scelte sul vestiario e gli accessori, diviene sempre più veritiera e agghiacciante, tanto che una spaventosa scena di strangolamento viene improvvisamente interrotta come niente fosse dalla preghiera chiamata dal muezzin.
Deliranti intermezzi musical, con tanto di ballerine e uno dei gangster truccato come una spaventosa drag queen, si alternano alle scene di ricostruzione della verità che hanno il loro culmine nella riproduzione della distruzione di un villaggio, incredibilmente autentica e spaventosa, malgrado lo spettatore veda la troupe dei gangster e sappia che la troupe di Oppenheimer sta filmando contemporaneamente. Subito prima delle riprese vediamo infatti gli esponenti della sanguinaria guardia paramilitare Gioventù Pancasila (nata dagli squadroni della morte che collaborarono al colpo di stato militare, che conta tra i suoi membri anche il vice presidente del paese, orgogliosamente in visita sul set) vantarsi di stragi, omicidi, stupri di bambine. A riprese finite, una donna svenuta non riesce a rialzarsi e le bambine non riescono a smettere di piangere.
Oppenheimer, che ha lavorato a questo progetto per sette anni, non si accontenta solo di un primo livello cinematografico, ma sottopone il materiale realizzato alla visione dei suoi autori/protagonisti, filmando le loro reazioni, di solito di grande soddisfazione, o di disappunto per qualche dettaglio non riuscito, qualche errore di recitazione. Nessuno di loro pensa alle conseguenze di quello che ha fatto dal punto di vista morale, umano, legale. Una delle comparse racconta tra le lacrime la storia della tragica uccisione di suo padre quando era bambino, precisando di “non voler criticare, ma solo di voler fornire materiale per la sceneggiatura”, ma il racconto viene accolto con la più totale indifferenza, per consolarlo, comunque gli viene detto che “può essere usato per motivare gli attori”. Cosa attendersi di peggio? Addirittura una scena di musical in cui i carnefici compaiono come religiosi e le vittime, con tanto di corde al collo, li ringraziano per averli mandati in paradiso.
Solo Anwar, che decide di interpretare nel loro film una delle vittime, ha qualcosa come uno scatto di coscienza, credendo di aver potuto finalmente capire che cosa hanno provato le persone da lui uccise, dando voce ai fantasmi che, si scopre, lo tormentano ogni notte. Ma di fatto confondendo ormai definitivamente la realtà con la finzione.
Giovanella Rendi, da “close-up.it”

Born free, as free as the wind blows / As free as the grass grows

Da un recente studio delle Nazioni Unite, basato su vari parametri, è emerso che la Danimarca è il paese al mondo in cui si vive meglio. Come fa notare una mia cara amica, non è sicuramente un caso che è anche uno stato che vanta una delle cinematografie più interessanti. Poco conta che i vari Lars Von Trier, Nicolas Winding Refn, Thomas Vinterberg e Susan Bier (tanto per citare i più noti) abbiano anche dei convinti detrattori; in Europa al momento in pochi possono tenere testa ai danesi. A contribuire a questo stato ottimale si aggiunge adesso questo durissimo documentario, realizzato da Joshua Oppenheimer, insieme a Chrystine Cyn e ad un non meglio identificato Anonymous (del resto buona parte del cast tecnico ha preferito mantenere segreta la propria identità) e dedicato ai massacri indonesiani di metà anni sessanta. Il film dopo essere passato con successo a Berlino e ad altri festival, dove ha suscitato l’entusiasmo della critica e qualche prevedibile reazione scioccata, ora potrebbe anche aspirare alla nomination all’Oscar come Miglior Documentario (ed è stato anche in predicato per essere designato per la gara al Miglior Film in Lingua Straniera, anche se gli è stato preferito il lungometraggio di finzione “Il sospetto”).
Prodotto, tra gli altri, da Werner Herzog ed Errol Morris, il documentario, se appunto rende un bel servizio alla nazione scandinava, non si può dire faccia altrettanto con l’Indonesia, visto che del più popoloso paese a religione musulmana viene ricordata non solo una pagina nera e sanguinaria (l’esecuzione di quasi un milione di “comunisti”, termine con cui di fatto venivano indicati genericamente gli oppositori al regime di Suharto) ma anche il fatto che i responsabili, così come gli esecutori, di tale pagina non solo non abbiano mai pagato per i loro crimini ma ancora oggi sono considerati delle persone stimate. Oppenheimer e i suoi compagni di avventura scelgono come figura simbolo di questa tragica storia Anwar Congo, criminale di basso profilo che ai tempi del colpo di stato del “30 settembre” cominciò una resistibilissima scalata sociale, divenendo uno dei più micidiali assassini per conto della dittatura. Si dice che abbia ucciso più di mille persone (lo strangolamento con un fil di ferro era il suo metodo prediletto) e al giorno d’oggi è riverito per essere stato fra i fondatori dell’influente organizzazione paramilitare destrorsa Pemuda Pancasilla. “The Act of Killing” non è però un documentario di repertorio e non si limita a mostrare scene di quei drammatici momenti ma opta per una soluzione insolita: cercano Anwar e altri suoi compagni di crimini, illustrano la loro quotidianità odierna ma li coinvolgono anche in un’inedita operazione. Dovranno infatti rappresentare di fronte alle telecamere i crimini che hanno commesso, interpretando stavolta anche le vittime e non solo i carnefici. Una mise en abime dove si pescherà a piene mani nell’immaginario popolar cinefilo con cui i criminali sono cresciuti (non a caso il bagarinaggio di biglietti cinematografici era stata una delle loro prime attività illegali). Quindi un “atto di uccidere” che terrà conto degli stilemi del cinema gangster, dei western, del fantasy, naturalmente dell’horror e pure del musical. Congo, che oggi appare come un bonario signore anziano vagamente rassomigliante a Nelson Mandela, si lancia con entusiasmo in questa rivisitazione di un passato per lui e i suoi compagni apparentemente neanche troppo scomodo. Lui e i suoi “amici” vengono mostrati coi familiari, mentre mostrano le proprie abitazioni di fronte alle telecamere, oppure seguiti nei loro impegni politici o nello svolgimento delle loro attività criminali (eh, sì, perché certe abitudini evidentemente sono dure a passare); e poi ci sono le esperienze sul set, dove, insieme ai suoi complici (grande spazio ha la figura dell’esuberante Herman Koto ma appaiono anche l’editore Ibrahim Sinik e il ministro Sakhyan Asmara), si sottopone a lunghe sedute di trucco, spiega come una scena debba sembrare più realistica, sperimenta i look più inattesi (Koto in molte situazioni si presenta in abiti femminili) e dà pure consigli alle comparse.
Qualcuno potrebbe vedere nella trovata di Oppenheimer una provocazione in stile Michael Moore ma “The Act of Killing”, nonostante le immagini forti, è molto più asciutto. Gli autori-intervistatori restano in disparte lasciando i “protagonisti”, criminali mai pentiti (e mai puniti) liberi di esprimere le loro opinioni sui loro delitti passati, adducendo ragioni ben poco plausibili (da notare anche il discutibile significato di “uomo libero” attribuito alla parola gangster). Eppure durante le lunghe sequenze in cui le varie uccisioni vengono riprodotte ci sono anche momenti rivelatori in cui Congo mostra vero disagio nel trovarsi “dall’altra parte”, come se non ci avesse mai riflettuto più di tanto (col regista che pazientemente, comunque, gli ricorda che le vere vittime non stavano recitando e quindi non venivano aiutate dallo stop del regista).
Il risultato è un film che mette sicuramente a dura prova lo spettatore, decisamente innovativo nella sua ricerca di nuovi percorsi per raccontare ciò che molto spesso si presenta come irraccontabile.
Mirko Salvini, da “ondacinema.it”

Indonesia, 1965. Un colpo di stato militare mette fino al governo indonesiano, instaurando una vera e propria dittatura. Viene iniziata la caccia al comunista, per la quale i nuovi organi di potere si affidano alla Gioventù di Pancasila e a dei gangster, che uccidono senza pietà gli oppositori del potere. I cinesi, ma anche coloro appartenenti agli ambienti poveri e contadini, vengono trucidati senza pietà da questi uomini della malavita che agiscono con la piena sicurezza di non subire conseguenze. Oggi quegli uomini, ricchi e benestanti, raccontano la loro storia.
Un documentario che non si dimentica facilmente questo The act of killing, diretto dal texano (ma danese di adozione cinefila) Joshua Oppenheimer, e vincitore di diversi riconoscimenti a vari festival sparsi per il globo. Oggi, grazie alla neonata realtà di I Wonder Pictures (nata da una costola del Biografia film festival di Bologna), casa di distribuzione che intende portare in sala i doc più interessanti realizzati al giorno d’oggi, il film arriva anche nelle nostre sale.
Verità e finzione
Un’opera preziosa, tesa, importante. Oltre 150 minuti per un viaggio nella follia della violenza a quasi mezzo secolo da quando quella stessa violenza ebbe luogo. Oppenheimer, per avvicinare questi uomini, ora boss potenti e temuti, ha utilizzato un espediente tanto intelligente quanto coraggioso. Il regista ha infatti proposto loro di offrirsi come attori per rievocare il loro passato, raccontare attraverso il mezzo cinematografico le atrocità di cui si macchiarono. Ma oltre alle, brevi, scene di finzione che sono state realizzate appositamente, lo spazio maggiore è dedicato alle interviste con i diretti interessati, ad un viaggio nella vita loro e di un paese incapace di reagire, in cui anche i maggiori organi politici continuano un’incessante “caccia al comunista”, un regime paramilitare che comanda ogni mezzo di comunicazione e riesce, tramite il terrore e il denaro, ad avere con sé il sostegno della maggior parte della popolazione. Interessante notare le diverse reazioni dei diretti interessati, alcuni arsi dal rimorso, altri ancor oggi incuranti di quanto commesso perché “era lo stato a chiedercelo, agivamo secondo la legge”. Il doc si concentra maggiormente su due personaggi chiave, l’ex gangster Anwar Congo (oggi felice nonno di famiglia) e il suo fido amico Herman Koto, leader dei paramilitari che decide di candidarsi alle future elezioni per avere più potere verso la povera gente. La tranquillità con la quale questi due personaggi raccontano le torture da loro inflitte, le spietate esecuzioni, lascia in un primo tempo allibiti e scioccati, nonostante qualche sprazzo di umanità, soprattutto nella parte finale, traspari ogni tanto nella figura di Congo, ossessionato dagli incubi per quanto commesso in passato. Rimorsi accentuati dalla scelta del regista di far interpretare proprio a Congo il ruolo di una delle sue tante vittime in uno spezzone del film, sequenza che turberà non poco l’ormai anziano assassino e lo metterà di fronte alle sue peggiori paure. Una scelta catalizzatrice che scava nella psiche dei novelli “attori” improvvisati, in un’analisi lucida e brutale che attraverso l’inquietante leggerezza racconta pagine disturbanti di un paese ancor oggi oppresso dalla paura.
Opera preziosa, dura da digerire, ma assolutamente coraggiosa e fondamentale per comprendere lo stato di un paese come l’Indonesia, ancor oggi oppresso da tensioni e politiche dittatoriali. Un documentario intenso e bruciante, che attraverso le interviste di ex-gangster e assassini si propone come veicolo catartico, trovando però solo in alcuni un pentimento che appare sincero, per quanto le gesta commesse rimangano comunque imperdonabili. Geniale nella scelta di far interpretare agli stessi autori delle violenze il ruolo delle loro vittime di un tempo, Oppenheimer costruisce un film aspro e doloroso ma fondamentale nel cinema documentaristico odierno.
VOTOGLOBALE8.5
Maurizio Encari, da “everyeye.it”

Nel 1965, con un colpo di stato, l’esercito depone il governo indonesiano. In meno di un anno chiunque si opponga alla dittatura militare viene accusato di comunismo e trucidato con l’appoggio della Gioventù di Pancasila. Appartenenti ai sindacati e alla minoranza etnica cinese, contadini privati della propria terra e intellettuali sono giustiziati dai paramilitari e da piccoli fuorilegge dediti al bagarinaggio di biglietti del cinema presto elevati allo stato di killer spietati. Gli assassini di ieri oggi sono uomini benestanti che hanno accettato di ricreare le scene delle loro torture e esecuzioni, adattandole ai generi cinematografici preferiti: western, musical e gangster movie.
È un varco sul mondo del negativo quello aperto dallo sconvolgente documentario diretto da Joshua Oppenheimer, una breccia verso un male assoluto incredibilmente restituito da una macchina da presa che sceglie di non commentare. Rinunciando alla voce fuori campo, a ragione sostituita da poche didascalie iniziali che introducono lo scenario storico, The Act of Killing ha come protagonisti Anwar Congo, carnefice nel 1965, e Herman Koto, gangster e leader dei paramilitari, disposti a raccontarsi in tutta la loro oscena sincerità. Con dovizie di particolari, un po’ di agghiacciante nostalgia e una sicurezza che è tutt’uno con la follia. Dopo aver mostrato le tecniche attraverso cui giustiziavano gli oppositori, accettano, insieme ad altri componenti degli squadroni della morte, di recitare in un film che servirà a ricordare ai giovani la loro storia, interpretando anche i ruoli delle vittime. Proprio in questa scelta, probabilmente, si nasconde il meccanismo capace di far affiorare in loro la reale percezione di ciò che è stato. Oppenheimer diventa allora il “direttore del gioco” in grado di canalizzare e sviluppare l’oscura interiorità degli assassini in quello che può definirsi un vero psicodramma: guardandosi nello schermo televisivo, mentre interpreta il ruolo di una vittima, Anwar Congo per la prima volta mostra un cedimento e riconosce di non poter accettare il peso di se stesso. Sconvolge e indigna quest’esempio estremo di cinema-verità, una visita tetra e senza via di scampo nella follia e nella crudeltà in cui si intravede un solo barlume di speranza. Difficile da guardare e da dimenticare.
Tra i moltissimi riconoscimenti raccolti in giro per il mondo, segnaliamo il Premio come miglior documentario all’European Film Award 2013, il Premio della giuria ecumenica al Festival di Berlino 2013, nella sezione Panorama Dokumente, e quello per la miglior produzione internazionale al Biografilm Festival dello stesso anno. Tra i produttori esecutivi figurano Werner Herzog e Errol Morris.
Marco Chiani, da “mymovies.it”

L’altra sera ho visto uno di quei rari film che prima ti distrugge e poi ti rimette in piedi. The act of killing è un documentario del regista statunitense Joshua Oppenheimer sui massacri avvenuti in Indonesia tra il 1965 e il 1966, quando un tentato golpe andato male segnò l’inizio della fine per il presidente riformatore Sukarno, scatenando un’ondata di violenza contro i comunisti, i presunti tali e (già che c’erano) la locale comunità cinese, anche se la maggior parte dei cinesi in Indonesia erano dei piccoli imprenditori fuggiti dalla Cina comunista.
Non sapremo mai le cifre esatte, ma si stima che in sei mesi siano morti circa mezzo milione di persone, uccise in modo più o meno barbaro dalle squadre della morte sotto gli occhi compiaciuti dell’esercito e delle autorità locali, che ormai erano quasi tutte in mano al furbo e carismatico generale Suharto, che da lì a poco sarebbe riuscito a estromettere Sukarno e farsi eleggere presidente.
Siamo così abituati al meccanismo che prevede l’assunzione di una colpa collettiva (come la Germania dopo la guerra) oppure dei tribunali per la pace e la riconciliazione (Sudafrica, Ruanda) come iter necessario per una purificazione nazionale, che fa una certa impressione confrontarsi con una società che, almeno nel racconto di Oppenheimer, non ammette nessuna colpa per quello che è successo quasi cinquant’anni fa e ancora tratta gli aguzzini di allora come eroi.
Invece di scagliarsi contro questa cecità nazionale, Oppenheimer ha fatto una cosa intelligente. Ha fatto finta di essere un regista di fiction che vuole fare un film d’azione sugli eventi di quegli anni. E ha chiesto a due piccoli gangster di strada, vicini alle forze paramilitari responsabili di molti massacri, di interpretare se stessi. Da cui il titolo del documentario: in inglese, the act of killing significa sia “l’atto di uccidere” sia “la recita del massacro”.
Davanti a una tale richiesta a chiunque verrebbe spontanea la domanda: perché un regista americano vuole girare in Indonesia un film d’azione nel quale un ultrasessantenne interpreta un uomo di vent’anni? Ma forse il fatto che i suoi “attori” abbiano accettato senza farsi troppe domande dà la misura della mancanza di complessi nell’Indonesia contemporanea verso quei fatti di sangue.
Il protagonista, Anwar Congo, è un uomo vispo di carattere apparentemente bonario. Ma non ha problemi nel far vedere al regista (in sequenze che immagino siano state presentate agli attori come il making of del finto film d’azione) come ha strangolato le sue vittime con il fil di ferro perché con altri metodi “c’era troppo sangue da ripulire”. Un altro assassino, veterano di quegli anni, ricorda scherzosamente, come se raccontasse una barzelletta, che un giorno si era messo in testa di uccidere tuti i cinesi che incontrava per strada. Il fatto che uno di loro fosse il patrigno della sua ragazza di allora non l’ha fermato.
I gruppi paramilitari sono ancora vivi e vegeti in Indonesia, e per le autorità sono ancora utili al mantenimento dell’ordine nazionale: lo dice nientedimeno che il viceprimo ministro del paese a un comizio del Pemuda Pancasila, il maggiore di questi eserciti paralleli.
Ma la grandezza del film di Oppenheimer sta anche nel fatto che non è una semplice presa di coscienza imposta dal dio-analista-regista. A un certo punto parte per una tangente inaspettata: il regista comincia a dare forma scenica agli incubi di Congo, arrivando a regalarci delle scene surreali (un pesce gigante di cartapesta, ragazze danzanti, un collega-assassino di Congo che si traveste da donna…) che sembrano uscite da un musical diretto da un Dalì indonesiano.
The act of killing ha debuttato al festival di Toronto l’anno scorso. Finora l’unica proiezione ufficiale in Italia, che io sappia, è stata al Biografilm Festival di Bologna. È un peccato che questo film importante, straziante, originale, non abbia ancora un distributore italiano, perché meriterebbe di essere visto da tutti.
Lee Marshall, da “internazionale.it”

Nel 1965 le forze armate indonesiane rovesciarono il governo del presidente Sukarno con un colpo di Stato. Gli oppositori alla dittatura militare, accusati di comunismo, furono uccisi a migliaia dall’esercito e dagli squadroni della morte guidati da gangster come Anwar Congo e Adi Zulkadry. The Act of Killing presenta quell’eccidio dal punto di vista degli esecutori, in una straordinaria riflessione meta-cinematografica sul concetto di “potere”.
Presentato in anteprima italiana al Biografilm Festival 2013 (dove ha vinto il Lancia Award) e proiettato nella versione Director’s cut (159 min) al Milano Film Festival 2013, esce nelle sale italiane The act of killing, la nuova opera dell’autore di The Entire History of the Louisiana Purchase (1997) e Several Consequences of the Decline of Industry in the Industrialised World (2008).
È difficile classificare The act of killing come appartenente ad un genere specifico perché questo film mina alla base la distinzione tra fiction e documentario.
E’ vero che questa è una tendenza che il cinema contemporaneo sta manifestando sempre più spesso, ma abitualmente è la fiction a cercare di rendere il più realistico possibile lo spettacolo che mostra. Ciò accade soprattutto nel genere horror, dove tale soluzione è usata per accrescere gli aspetti terrificanti allo scopo di rendere più giustificata quella “sospensione dell’incredulità” che costituisce il patto fondamentale tra l’opera cinematografica e il suo spettatore. Gli esempi a supporto sono numerosi: bastino in questa sede la saga di Paranormal Activity (dal capostipite di Oren Peli del 2007 al quarto capitolo del 2012 di Ariel Schulman e Henry Joost) e i film della serie Rec (quattro capitoli diretti da Jaume Balagueró e/o Paco Plaza tra il 2007 e il 2012).
Oppenheimer compie l’operazione opposta, spettacolarizzando la realtà nel senso letterale del termine.
I protagonisti del film
Partendo dall’idea base di avvalersi delle dirette testimonianze dei carnefici, secondo una logica narrativa presente anche nel film Camp 14 – Total control zone di Marc Wiese (2012), Oppenheimer si spinge oltre e azzarda qualcosa di veramente innovativo. Non solo rende dicibile l’indicibile ma anche visibile l’invisibile (e il non-mostrabile): l’autore racconta l’orrore del massacro indonesiano inscenando davanti ai nostri occhi quell’orrenda realtà che è così poco nota in occidente. Gli aguzzini stessi, Anwar Congo e Adi Zulkadry, ricreano per il regista e per noi spettatori i loro efferati delitti, le atroci torture a cui sottoponevano gli oppositori al regime. Il delitto vero e proprio non si vede mai, ma il regista e i suoi attori (attori di una messa in scena nella messa in scena, geniale creazione di Hoppenheimer) si spingono così vicini alla sua mostrazione che allo spettatore sembra di vederlo.
L’incredibile, assurda (ma solo apparente) complicità tra i performer e il regista si inserisce perfettamente nell’ottica e nella filosofia del regime, dove la tendenza alla glorificazione dei leader è fondamentale e attuata con ogni mezzo. Essa inoltre è il mezzo ideale per rispondere anche alle domande che il regista si è posto nella realizzazione del film: come vedono sé stessi questi assassini? Come vedono il loro agìto e le loro vittime? Come vogliono essere visti?
Oppenheimer ha ottenuto la collaborazione dei protagonisti presentando il film come un ritratto pubblico delle gerarchie militari al potere. Non era una menzogna, ma era inevitabile che alla visione del prodotto finito Anwar e compagni manifestassero qualche dubbio in merito alla ricezione del documentario presso il pubblico indonesiano e internazionale. Se l’intento che li aveva guidati nelle loro messe in scena era quello di glorificare sé stessi e le loro azioni passate perché avevano liberato il Paese dal pericolo comunista, rivedendo le sequenze in cui simulano i propri crimini non possono non percepire un che di disforico quando il film di Hoppenheimer compie un ulteriore passo nel delirio, ovvero quando gli assassini giungono ad impersonare le loro vittime. E’ rivedendosi in questa veste che Anwar si sente male, mostrando un dubbio sul proprio operato, quasi un tormento, un ripensamento, un senso di colpa non completamente riscattato dalle insensate giustificazioni politiche.
La ricostruzione di un omicidio
Questo film di Oppenheimer è straordinario, ricchissimo di implicazioni etiche, non soltanto perché esso colpisce così radicalmente lo spettatore da sconvolgerlo, ma per due ragioni assai più importanti.
La prima è di natura artistica e cinematografica.
Anwar e compagni, prima di essere reclutati come capi degli squadroni della morte, vendevano biglietti del cinema nel mercato nero. Hoppenheimer fa leva sulla loro passione cinefila in modo da spingerli a ricostruire gli omicidi secondo i canoni dei film gangster o western che a loro piacevano. The act of killing riflette così sull’essenza primaria del cinema come possibilità di visualizzare l’immaginazione e sul suo potere di ricreare la storia e le ideologie, nonché sulla sua capacità di influenzare la percezione del passato in chi di quella storia è stato primario artefice.
La seconda è di natura filosofica e morale.
The act of killing richiama le riflessioni di Hannah Arendt sulla banalità del male sia per la somiglianza della situazione che le ha originate (il processo Eichmann e il genocidio degli Ebrei durante la seconda guerra mondiale) con lo sterminio degli oppositori politici in Indonesia, sia soprattutto per la freddezza, l’asetticità e il distacco che emergono dalle parole dei carnefici. Essi sono solo parzialmente lucidi nel giudicare le proprie azioni nel momento in cui le rivedono attraverso uno schermo, diventando loro stessi, come noi spettatori, ennesimi testimoni di quella banalità del male che il cinema, per fortuna, riesce ancora a metterci davanti agli occhi.
Alessandro Guatti, da “cinemacritico.it”

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