SUGAR MAN


sugar

Nella storia della società dello spettacolo sono conservate pagine di vicende straordinarie, giustamente celebri o eccessivamente sovrastimate. Poi ci sono pagine strappate o quelle che, sfortunatamente, non hanno mai trovato il proprio biografo di fiducia. Forse più di ogni altra arte, il cinema è in grado di redigere degli albi per quest’ultime vicende. Con l’avvento della tv e della sovraesposizione delle immagini – e, cosa più preoccupante: di relativi, indicibili, sentimenti – sembra che le uniche insolite storie che valga la pena di essere mostrate/raccontate siano diventate quelle di fenomeni da baraccone, non a caso spesso protagonisti di squallidi programmi televisivi.
“Searching for Sugar Man” parte dal basso, dalla passione di due fan sudafricani, Stephen “Sugar” Segerman e Craig Bartholomew-Strydrom, alla ricerca di Sixto Rodriguez, meglio conosciuto come Rodriguez. Già, “e chi sarebbe questo Rodriguez?” si chieranno i più. Un musicista sconosciuto in patria ma celebre in Sudafrica. Basterebbe questa aliena anomalia per rendere imperdibile il film, che però ha molti altri assi nella manica.
Rodriguez saliva sul palco nei primi anni ’70. Randagio vagabondo, si aggirava in piccoli locali della sua Detroit con poche aspettative. Non bastavano spazi raccolti e un modesto numero di spettatori: il nostro uomo se andava bene si esibiva di spalle, con un anti-divismo lesivo e non senza un po’ di scontrosità. Due album – “Cold Fact” e “Coming From Reality” – in due anni (1970 – 1971). Poi il nulla. Leggende (per la verità a loro volta nascoste) lo volevano morto sul palco: “si diede fuoco”, disse qualcuno. “no, si sparò un colpo di pistola dopo aver eseguito un’ultima canzone”, affermò qualcun altro. Nel frattempo in Sudafrica, non esattemente dietro casa, accadeva l’incredibile: per una serie di ragioni – e come quasi sempre per storie fuori dall’ordinario non spiegabili del tutto – le canzoni di “Cold Fact” si facevano inni di protesta contro l’apartheid. Rodriguez si erigeva a sua insaputa a simbolo anti-oppressione. Famoso e controverso – lì e soltanto lì – quanto Bob Dylan e i Rolling Stones.
Il regista svedese di origini algerine Malik Bendjelloul fece un corto documentario dedicato a Rodriguez durante un soggiorno a Cape Town. Ma la storia era troppo preziosa per lasciarla a un prodotto destinato a pochi. Il tragitto è stato lunghissimo e ha avuto come capolinea un indiscutibile Oscar come miglior documentario dell’anno.
Nella prima metà del lungometraggio il regista si affida a varie interviste: agli ammiratori-detective (vedi sopra), a musicisti sudafricani che hanno molto investito in musica contro il potente establishment, a critici musicali, alle figlie di Rodriguez ma anche a colleghi di umili lavori recenti. Le interviste si alternano a riprese delle città simbolo di questo inconsueto percorso: Cape Town e Detroit. Immagini d’epoca e contemporanee, vecchie foto e le canzoni di Rodriguez che si aggirano, rabbiose e innocenti, taglienti e delicate, come un fantasma ponendo domande sullo specifico personaggio, sul ruolo della musica (e l’arte in generale), sulle imprendibili e imprevedibili traiettorie del destino.
“Searching for Sugar Man” si apre però ad un’ulteriore dimensione, sfiorando l’impianto da thriller, ma con procedura meno manipolatoria di un documentario pur ottimo come “Man on Wire” di James Marsch; forse la sola omissione, una fugace celebrità in Australia tra la fine dei ‘70 e l’inizio degli ‘80, è dovuta ad una ricerca di maggiore fluidità narrativa.
Qui, affidandosi esclusivamente alle immagini, alle parole, alla storia ancor più che al montaggio, anche se si conoscono i risolvolti della vicenda, alcuni ribaltamenti di prospettiva lasciano davvero a bocca aperta: addirittura in un’occasione, scorgendo gli autori delle canzoni su vecchi vinili, si arriva a mettere in dubbio l’esistenza stessa di un concreto e unico Rodriguez! E sorprende il noto produttore Clarence Avant che in merito al denaro ricavato dalle vendite dal Sudafrica, storce il naso sentendosi in evidente imbarazzo.
Nella seconda parte irrompe Rodriguez, il suo corpo e la sua voce, e la chiusura del cerchio di questa bellissima storia è affidata al conclusivo tour sudafricano, uno dei momenti più emozionanti del film. L’introverso raggomitolarsi sul palco di inizio carriera si libera in una misurata foga di chi ha finalmente trovato, anche soltanto per poche tappe, una propria naturale estrazione.
Sixto Rodriguez non sarà stato un altro Bob Dylan. La riscoperta non sarà comparabile a quella di artisti come Tim Buckley e Nick Drake. Ma è comunque autore di musica ottima, sincera ed emozionante che, accostata alla sua strabiliante storia, rende “Searching for Sugar Man” imperdibile non solo per gli appassionati di musica.
Di Diego Capuano, da ondacinema.it

È notte, e fuori nevica. Camminando per le vie di una strada come ce ne sono tante, ecco materializzarsi una sagoma alquanto insolita. Servendoci della luce fioca che s’infrange su quella figura, capiamo che l’atipicità di quella forma sta nel fatto che porta con sé una chitarra; è un uomo, non c’è dubbio. Anzi, è un musicista. No, è un poeta. Qualche istante prima non avevamo idea di cosa indicassero quelle ombre, ora siamo certi che si tratta di un artista. Scherzi della vista.
In fondo, però, l’intera esistenza di Sixto Rodriguez è stata contrassegnata da un buio accecante, di quelli che non ti permettono di scorgere anche fosse vagamente l’impronta di un uomo nient’affatto straordinario; di certo non quanto la sua storia. Storia che ancora si dimena e che cerca in tutti i modi di venir fuori dalle nostre mani mentre maciniamo caratteri su una tastiera; anche se non cederemo, state tranquilli.
Searching for Sugar Man è il documentario che si è aggiudicato il Premio Oscar nella sua categoria in occasione dell’ultima rassegna, nonostante da parecchi mesi qua e là se ne parlasse con una certa enfasi. Un progetto che ha senz’altro suscitato interesse nell’ambito dei musicofili, avvicinando anzitutto loro, che di Sixto Rodriguez conoscevano la storia meglio di tanti altri. Ma chi è Sixto Díaz, o Jesús? Fino a nemmeno quindici anni fa, buona parte di coloro-che-se-ne-intendono di musica avrebbero distolto lo sguardo altrove, aggrottando le ciglia nel tentativo di tirar fuori quel fascicolo dal proprio archivio mentale. Per poi scoprire, tristemente, che a tale nome non corrispondeva alcun file.
La carriera di Rodriguez ebbe inizio sul finire degli anni ‘60: scovato in un locale di Detroit, il Sewer, due produttori restano ammaliati dalla voce, dalla musica e dai testi di quest’artista davvero particolare. I suoi brani erano intrisi di una quotidianità disarmante, esposti in una forma singolare, tanto che quel tenore non lasciava semplicemente ricordare un ben più fortunato figlio di quell’America dei bassifondi, ossia Bob Dylan; per alcuni Rodriguez era addirittura meglio, no question about it. Il frutto di quella neonata e fulminea collaborazione fu costituito da due album pubblicati in sequenza: Cold Fact (1970) e Coming from Reality (1971).
Siamo in Sudafrica, sempre in quegli anni, vale a dire ai primi dei ‘70. Vige ancora il più rigido apartheid, tale per cui il Paese più a sud dell’Africa vive una costante situazione d’instabilità. Tolto il fulcro della ben nota vicenda, all’epoca il dissenso si estendeva al di là della questione razziale. In ambito musicale, per esempio, nessun cantante sudafricano poteva varcare i confini del proprio Paese, senza contare che tutti quei dischi considerati contrari al regime vigente venivano messi al bando. Cold Fact fu uno di questi.
In realtà c’è di più. In un contesto di rivolte sempre più crescenti, sia in termini di numero che di incisività, in quel pezzo di terra isolato dal resto del mondo, le canzoni di Sixto Rodriguez ricoprirono un ruolo davvero importante. Quei testi parlavano di ribellione al sistema, di insurrezione verso chi imponeva dittature di qualunque tipo. E per lo più venivano dall’America, quel luogo già divenuto mitico, il cui nome a quel tempo faceva ancora rima con libertà. Ecco, era proprio questo che le parole di Rodriguez spronavano a ricercare ed in parte probabilmente donavano, cioè libertà; un anelito molto vicino a chi in quel tempo viveva la propria condizione come una segregazione perpetua. D’altronde l’epoca era quella dei grandi sismi sociali, di quelle rivoluzioni grandi e piccole che hanno profondamente inciso ed in parte stravolto la società così per com’era fino a qualche anno prima.
Insomma, la fama di Sixto Rodriguez toccò vette incredibili: secondo molti, in Sudafrica, era addirittura più famoso di Elvis Priestley. Ma come spesso accade, niente alimenta la curiosità e la leggenda più del mistero. Mentre di molti acclamati musicisti si riuscivano a reperire svariate notizie, anche di carattere personale, di Rodriguez non si sapeva assolutamente nulla. E nulla se ne seppe per molto tempo. Qui ha concretamente inizio il film, che dopo un’introduzione simile a quella appena esposta (ma che noi abbiamo di molto sintetizzato per ovvi motivi) ci illustra proprio ciò che accadde in seguito a quegli anni di tumulti, scanditi dalla musica folk di un artista sconosciuto in patria ma iconizzato dall’altra parte del pianeta.
Il regista, Malik Bendjelloul, sa di doversi rivolgere anzitutto ad una buona fetta di pubblico che con ogni probabilità ignora la storia che ha scelto di raccontare. Dunque adotta un registro votato all’investigazione, esponendola così come farebbe un detective che ha appena risolto un suo caso. Anzitutto la contestualizzazione del soggetto, partendo esattamente dai luoghi in cui il protagonista mosse i primi passi. Lavora bene già in questa fase Bendjelloul, certamente aiutato da un personaggio che esercita un suo fascino, ma la cui vicenda andava somministrata con cura, rilasciandone episodi un po’ per volta. Muovendosi da una parte all’altra del mondo, tale alternanza ci consente di entrare in quella duplice esistenza di Rodriguez, sconosciuto in patria e all’apice del successo in Sudafrica.
Per una buona metà del film, la presenza di Sixto aleggia in maniera quasi mistica su quanto vediamo, alone corroborato da tutta una serie di aneddoti che per lo più nemmeno lo toccano direttamente. Sì perché fino ad un certo punto la storia non riguarda solo il personaggio in sé, bensì l’impatto che ebbe la sua opera. Travolgente, inspiegabile in entrambi i casi: un fallimento epocale negli USA; un successo straripante in Sudafrica.
Non è un caso se il diretto interessato ha avuto modo di dire di aver vissuto ben due vite, da cui come pochi è entrato ed uscito con la medesima nonchalance, scaraventato da una dimensione all’altra da forze che non ha mai potuto (e forse anche voluto) controllare. «American zero, South African hero», titolò un articolo pubblicato sul finire degli anni ‘90, quando Sixto Rodriguez venne letteralmente riesumato, dopo aver trascorso quasi trent’anni nel più completo anonimato; mentre altrove l’aura leggendaria attorno alla sua imperscrutabile esistenza cresceva a dismisura.
Non pochi sono gli spunti offerti da Sugar Man (che è poi il titolo del primo brano del suo primo album). Soffermandosi su una storia in cui realtà trascende di molto la finzione, non possiamo far altro che lasciar sedimentare l’assurdità di una vicenda davvero inusuale. In maniera intelligente, Bendjelloul ci avvicina a Rodriguez, con discrezione, senza sensazionalismi di sorta, laddove l’intero racconto ha un che di sensazionale. L’impressione, ad un certo punto, è quello di una vita rubata, di un successo negato. Dalla sorte, magari. Oppure da chi, intenzionalmente o meno, ha forzato un fallimento che sembra il vero colpo di scena in questo scenario a tratti commovente. Perché il destino, se ne esiste uno, parlava chiaro: ad attendere Sixto Rodriguez c’era un avvenire di successi e riconoscimenti. Certo, il flop di quei suoi esordi tende piuttosto a farci sospettare il contrario; eppure, per la piega che prese anni dopo la sua non-carriera, in maniera peraltro così repentina, viene da chiedersi se in realtà quanto avvenuto a quasi tre decenni di distanza non sia più veritiero di quel primo, nefasto responso.
Sta di fatto che Sixto affrontò il tutto come forse sa e può fare soltanto un vero artista. Privato di un abito, se ne cucì un altro, completamente diverso, ma non meno adatto ad esprimere ciò che ogni poeta coltiva al proprio interno. Non avendo più modo di riversare la propria interiorità sulle sue canzoni, su tutte quelle che non ascolteremo mai, Sixto decise che la sua esistenza dovesse essere espressione di un’Arte da perfezionare giorno dopo giorno. Nelle piccole cose, in quelle che non si vedono e che solo l’artigiano conosce. Nel buio della stanza dove crea. Mentre agli altri è dato risalire a quel costante ed indefesso lavoro, nel migliore dei casi, attraverso i più minuscoli dettagli della sua opera conclusa. E chissà cosa avrebbero da dire le sue figlie riguardo a quest’ultima considerazione.
Di Antonio Maria Abate, da cineblog.it

Vincitore di un premio Oscar come miglior documentario in occasione dell’ottantacinquesimo Accademy Award di Hollywood (2013), il premio BAFTA come miglior documentario al sessantaseiesimo Accademy Film Award di Londra (2013), DGA Award come miglior documentario, assegnato dal Directors Guild of America, sempre nel 2013 e WGA Award come miglior documentario assegnato dalla Writers Guild of America nello stesso anno, ACE Eddie award come miglior documentario, che è stato scelto anche come apertura del Sundance festival 2012, dove ha vinto Premio Speciale della Giuria e il Premio del Pubblico per il miglior documentario e la lista potrebbe continuare ancora.
Le credenziali con cui ci si presenta il bel documentario di Malik Bendjelloul (che da bambino aveva recitato nella serie tv Ebba och Didrik, una serie tv creata da Christina Herrstrom e trasmessa dalla tv svedese nel1990) e che in Italia si è visto in anteprima nazionale durante la conferenza stampa di presentazione del Biografilm Festival 2013, non lasciano dubbi sulla qualità di un prodotto filmico che, come vedremo, ha la capacità di coniugare il rigore documentario con una forte carica emozionale e affettiva.
Ma andiamo con ordine.
Dal nero iniziale si leva un suggestivo giro di accordi di chitarra acustica e una manciata di secondi dopo una voce ruvida ma stranamente ammorbidita da un portamento quasi soul intona una melodia struggente e insolita che parla dell‘uomo dello zucchero (sugar man in inglese).
«Ho preso il mio soprannome da questa canzone» Ci avverte Stephen Sugar Segerman, proprietario di un negozio di dischi di Cape Town, In Sudafrica.
È così che facciamo la conoscenza di Sugar Man, il singolo più amato di Rodriguez, sconosciuto profeta musicale degli anni settanta, scomparso dalle scene in misteriose circostanze che questo documentario intende chiarire.
E mentre Stephen continua a raccontarci di come questo singolo e l’album che lo contiene siano stati per molti giovani sudafricani una vera e propria leggenda, un culto musicale che per popolarità e diffusione ha surclassato Elvis, i Beatles e gli Stones, dal finestrino dell’auto che sta guidando si susseguono scorci spettacolari di mare incendiato dal tramonto, scogliere magicamente ambrate di luce riflessa, cieli arancioni e saturi.
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La bella tecnica espositiva di Bendjelloul è già tutta presente in questo incipit: un intreccio continuo di testimonianze riprese con stile documentaristico e aderente al reale, a cui si alternano suggestioni visive dotate di una forte carica evocativa, paesaggi naturali e metropolitani che recano il segno di una poeticità intima e un po’ decadente, fatta di cromatismi emozionali e valori luministici che scavano nell’interiore. Il tutto legato insieme da queste ballate ruvide e vagamente lisergiche, dai blues metropolitani ed elettrificati, da certi pezzi pop destrutturati, tutti impreziositi dalla bella voce di Rodriguez.
Sugar Man Sixto seduto
Il racconto di Stephen ci porta sino al leggendario suicidio pubblico del musicista che, durante un tour in Australia, salito sul palco, di fronte a un pubblico adorante, si cosparge di benzina e si da alle fiamme, in un supremo ed esasperato gesto di protesta. Altri narrano che si sia sparato (sempre sul palco).
Altri ancora lo vogliono morto di overdose, come ogni leggenda del rock che si rispetti.
Da qui prende il via l’indagine di questo fan accanito, alla quale, nel corso del film, si unisce anche il giornalista-musicologo Craig Bartholomew-Strydom. Insieme cercheranno di chiarire una volta per tutte i vari misteri che circondano questa leggendaria figura delle sette note.
E così via via che molteplici testimonianze di musicisti, produttori discografici e fan si intrecciano con immagini d’epoca ci ritorna gradualmente la figura di Sixto Rodriguez, che alla fine degli anni sessanta (siamo nel 1968, ci avverte una didascalia in sovraimpressione) è un cantante-song writer pieno di fascino, occhiali e vestiti neri alla Lou Reed, lunghi capelli corvini e un volto chicano, dal sorriso bianchissimo.
Suona una musica sognante e socialmente impegnata, a cavallo tra un profetismo illuminato di marca Dylaniana (il nome d’arte per esteso era Jesus Rodriguez, più profeta di così…), e certi accenti più scuri e psichedelici alla Velvet Underground del periodo di Nico, anche se a volte gli arrangiamenti sembrano risentire di vaghe influenze soul e blues.
Sugar man Sixto a Londra
Permea queste canzoni una tristezza poetica che mai diventa resa, una consapevolezza del dolore e della durezza della vita che veicola l’imperativo alla resistenza sociale e culturale.
Prendono la parola i due discografici che lo scovano durante una delle sue esibizioni in un locale periferico della Detroit ruvida di quegli anni. E’ una vera e propria epifania quella che sperimentano, di quelle che ti capitano una volta sola nella vita, e parliamo di gente che in seguito ha lavorato con fenomeni del calibro di Marvin Gaye, Stevie Wonder e Ringo Star, per intenderci.
Sentono di aver trovato il nuovo eroe del rock, «un nuovo Bob Dylan», dissero ai tempi, uno capace di galvanizzare l’immaginario giovanile e di creare capolavori imperituri.
Il primo disco è, a detta di discografici musicisti e critici, un vero gioiello, da cui ci si aspetta il grande salto, quello che fa di un rocker una rock star…eppure qualcosa non va per il verso giusto…il pubblico americano non risponde come dovrebbe, non capisce e, sopratutto, non compra il disco, che si trasforma in un clamoroso flop commerciale.
Destino, questo, che toccherà anche alla seconda e splendida prova di studio di Rodriguez, Coming From Reality, sulla quale ci rende una toccante testimonianza Steve Rowland, produttore del disco che a quei tempi aveva già lavorato con Jerry Lee Lewis e che più tardi avrebbe prodotto Gloria Gaynor, The Cure e molti altri artisti di fama internazionale, il quale di fronte alla macchina da presa di Bendjelloul, parlando di Rodriguez, dichiara senza mezzi termini:« He was my most memorable artist» (è stato il più memorabile tra i miei artisti) e parlando a più di trent’anni di dstanza di Cold Fact, il primo album, dice :« I can’t belive that this album didn’t do anything!» (non posso credere che questo album non abbia realizzato nulla!).
E’ una vera e propria pletora di racconti ammirati e commossi quella che ci sciorina questo film e che, un pezzetto dopo l’altro, ricostruisce l’immenso puzzle di un profilo umano, oltre che artistico, di grande levatura ma definitivamente condannato all’oblio, a un anonimato che non trova spiegazioni nelle congetture di alcuno degli interpellati.
Dì lì a poco, nel tentativo di rilanciare questo talento misconosciuto, sarebbe partito il tour fatale in giro per l’Australia durante il quale avrebbe trovato quella morte misteriosa su cui il documentario intende fare luce.
Fine della storia. Perlomeno in America (e conseguentemente anche in Europa).
Ma le testimonianze raccolte nel documentario ci dicono di un’altra verità, di un’altra terra, di una storia diversa.
La musica di Sixto-Jesus Rodriguez, seguendo traiettorie poco note e su cui i nostri detective del rock non rinunciano ad indagare, sbarca nel Sud Africa insanguinato dell’apartheid (che in lingua afrikaans significa, letteralmente, “separazione”) e succede qualcosa di imprevisto.
Sugar Man consegna oscar
Il messaggio fortemente egualitario e militante veicolato da quella musica, quel fare e quel dire dal tono profetico che negli States erano passati sotto silenzio, nella terra della discriminazione più feroce piantano solide radici nelle anime e nelle coscienze, sia di quei nativi africani vessati e continuamente sconfitti, sia in quelle dei più progressisti e sensibili membri della gioventù bianca e borghese.
A dispetto della vera e propria persecuzione censoria cui Rodriguez va incontro (miglia le copie sequestrate, incursioni della polizia di regime nei negozi di dischi per rigare con punteruoli e chiodi i vinili) i giovani ne fanno un simbolo di rivolta e riscatto trasversale, capace di mandare in frantumi i rigidi limes di casta su cui si reggeva tutto il sistema nazionale. Le sue canzoni divengono la colonna sonora di una vera e propria rivoluzione culturale, sociale e politica, e ancora oggi godono di una popolarità che supera di gran lunga quella di miti come Elvis Presley o i Rolling Stones (lo si diceva in apertura).
Solo che questo, Sixto Rodriguez non lo ha saputo mai, e nemmeno i suoi discografici, a quanto pare.
La narrazione investigativa procede a ritmo serrato tra testimonianze in prima persona e bei momenti di pura visione e ascolto, sino al momento in cui arriva la classica svolta nelle indagini, si rivela il famoso tassello mancante che determina il risolutivo cambio di prospettiva e che ogni investigatore di celluloide ricerca per tutto il film.
Tuttavia, onde evitare incresciosi spoileramenti che potrebbero diminuire il piacere della visione di alcuni potenziali spettatori, sospendo qui la mia ricognizione sul film e invito tutti a godersi per intero questa bella pellicola.
Al di là dell’elevato valore documentario implicito nella minuziosa indagine condotta dai due fan, emerge con forza tutta la bellezza dell’onestà, della caratura morale di questa musica e del suo autore.
Guardando il film si ha come la sensazione che per una volta le cose vadano per il verso giusto, e che almeno in questo caso il vero talento, la faccia pulita che ha il rock quando non accetta compromessi, abbia trovato il suo giusto riconoscimento, seppure tardivo.
Bendjelloul seduce con il suo lirismo visivo ma non visionario, che spennella il testo di una poeticità dal tocco lieve, che non si ostenta mai e non autoindulge a sé stessa. Di assoluto pregio il lavoro sui supporti, che nel passaggio tra frammenti contemporanei, girati in digitale e quelli d’epoca girati in 8mm, ci restituisce uno spazio del ricordo segnato da forte emotività e certamente lontano anni luce dall’atteggiamento distaccato e puramente informativo che ci si potrebbe aspettare da un film documentario.
Nota conclusiva per gli appassionati di tecnica cinematografica: Bendjelloul, aveva iniziato le riprese con una fotocamera professionale super8, la cui pellicola come sappiamo è estremamente costosa e avendo esaurito il budget disponibile prima del previsto, ad opera non conclusa cioè, ha terminato il suo lavoro utilizzando un normalissimo iPhone dotato di una particolare App che simula gli effetti del super8, ottenendo risultati difficilmente distinguibili da quelli dell’attrezzatura professionale.
Viva la creatività e la voglia di raccontare!!
Di Giulio Vicinelli, da cinemacritico.itcinemacritico.it

American Zero – South African Hero con questa frase può essere riassunta la vicenda di Sixto Rodriguez, cantante folk di Detroit, ma originario del Messico, che all’inizio degli anni70 provò a sfondare nel mondo della canzone d’autore ma senza risultati, almeno negli Stati Uniti. Perché, mentre i produttori americani pur impressionati dal suo talento lasciavano perdere l’ardua impresa di farlo piacere al pubblico yankee, in Sud Africa Rodriguez guidava con le sue canzoni (e a sua insaputa) il vivace movimento giovanile che in quel periodo lottava contro l’apartheid. Canzoni come Estabilishing Blues o I Wonder diventarono manifesto di un intera generazione senza però che i fan sapessero nulla del loro cantante preferito e viceversa. La storia raccontata dal documentario Searching for Sugarman di Malik Bendjelloul parte da questo mistero. I due album registrati da Rodriguez infatti diventarono con gli anni patrimonio di ogni Sudafricano: “In ogni casa c’era una disco dei Beatles, uno degli Stones e poi Rodriguez. Ma nessuno di noi sapeva davvero chi lui fosse”. Questo il racconto di Stephen Segermen, fan e proprietario di uno dei negozi di dischi di Cape Town che contribuì alla diffusione di quelle canzoni così ispiranti per lui e i suoi coetanei. E da questi misteri inizia la sua ricerca sulle tracce dello sconosciuto Sugarman. Studiando i testi delle canzoni, osservando minuziosamente le copertine dei dischi, inondando di lettere e telefonate redazioni di giornali, case di produzione e tv americane.
Il documentario, uscito negli Stati Uniti nel 2012 e vincitore dell’Academy Award nell’anno successivo, è in Italia solo da pochi mesi e resiste imperterrito in poche ma tenaci sale cinematografiche che ogni sera si riempiono di curiosi, attratti dall’enorme passaparola che è circolato intorno a questo piccolo gioiello del cinema documentario. Trasmesso qualche settimana fa dalla piattaforma satellitare Sky (non a caso sul canale Sky Arte) ha registrato un ottimo seguito. Ciò che forse attrae di più di questa storia, oltre alla colonna sonora stupefacente e al mistero che per la maggior parte del film aleggia intorno alla figura di Rodriguez, è la visione nuova e controcorrente che l’autore riesce a dare dell’artista. Molte infatti erano le leggende che circolavano su di lui, che in quanto artista doveva necessariamente essere problematico, e per questo irraggiungibile. “Si è ucciso con un colpo di pistola” oppure “Si è dato fuoco durante un concerto, ed è morto di fronte al pubblico. Per questo non fa più dischi”. L’immagine collettiva lo voleva “pazzo come tutti i geni” e invece questa storia (e soprattutto il suo finale, che non sveleremo) ridà una nuova dignità alla figura dell’artista: sereno, impegnato, intelligente soprattutto quando sicuro di sé e del proprio valore.
Di Marianovella Bucelli, da cinefilos.it

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