Storia di una ladra di libri

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Opera asciutta e delicata, mossa da una sincera urgenza didattica più che dalla grandeur del blockbuster, convince per la prova calibrata dei protagonisti. Su tutti, la giovanissima Sophie Nélisse, portatrice di una curiosità infantile mai stucchevole, di un pudico respiro meraviglioso. Dal bestseller di Markus Zusak
Liesel ha dodici anni, i riccioli biondi sporcati dal viaggio che l’ha separata dalla madre, arrestata perché comunista. Trasferita in un piccolo paesino della Germania all’alba della Seconda guerra mondiale, viene accolta da una coppia di coniugi male assortita, genitori affidatari che si guadagnano col tempo la sua fiducia e successivamente addirittura l’affetto. Il conflitto esplode prima nei roghi di libri in piazza, quindi nelle case dove gli uomini vengono reclutati per andare al fronte e le cantine perquisite in cerca di ebrei scampati alla Notte dei cristalli e soffitti abbastanza alti da farne rifugi antiaereo. Letta sui giornali e ascoltata nel sibilo delle bombe, la guerra riempie gli angoli della pellicola: filtrata dagli occhi della bambina, più lucidi di quelli dei suoi coetanei e sempre più concentrati sulle pagine scritte che pian piano impara a decifrare, scoprendo le parole per pensare il tempo atmosferico in modo che anche Max, l’ospite segreto della casa, possa figurarsi il sole opaco invernale.
Dal bestseller di Markus Zusak, Brian Percival trae un film didascalico eppure toccante: non si preoccupa di condensare gli eventi in una confezione che renda giustizia al tempo cinematografico (se la durata eccede indubbiamente la tensione, l’arco di trasformazione di Liesel non è mai teso verso un lampante gesto risolutore), piuttosto li mette uno in fila all’altro senza concedersi voli registici. Assottigliando la voce onnisciente della Morte che del romanzo era il punto di vista, non ha il coraggio di accantonarla – creando intermezzi stranianti che suonano come una forzata riduzione in capitoli – ma compie la scelta di dare la parola ai maestri di carne e sangue (il padre putativo, interpretato con cuore, misura e armonica da Geoffrey Rush, e Max, il ragazzo che insegna a Liesel la forza di una personale ri-lettura del mondo).
Opera asciutta e delicata, mossa da una sincera urgenza didattica più che dalla grandeur del blockbuster (che pure è, come il materiale letterario cui attinge), convince per la prova calibrata dei protagonisti. Su tutti, la giovanissima Sophie Nélisse, portatrice di una curiosità infantile mai stucchevole, di un pudico respiro meraviglioso, ed Emily Watson, che nel vestire i panni doppi della mamma adottiva – autoritaria e amorevole, tagliente e apprensiva – sa sbrigliarsi dal cliché della strega come dall’effigie di rara e pregevole umanità.
Chiara Bruno, da “sentieriselvaggi.it”

Germania, 1939. Liesel Meminger è una ragazzina di pochi anni che ha perduto un fratellino e rubato un libro che non può leggere perché non sa leggere. Abbandonata dalla madre, costretta a lasciare la Germania per le sue idee politiche, e adottata da Rosa e Hans Hubermann, Liesel apprende molto presto a leggere e ad amare la sua nuova famiglia. Generosi e profondamente umani gli Hubermann decidono di nascondere in casa Max Vandenburg, un giovane ebreo sfuggito ai rastrellamenti tedeschi. Colto e sensibile, Max completa la formazione di Liesel, invitandola a trovare le parole per dire il mondo e le sue manifestazioni. Perché le parole sono vita, alimentano la coscienza, aprono lo spazio all’immaginazione, rendono sopportabile la reclusione. Fuori dalla loro casa intanto la guerra incombe e la morte ha molto da fare, ricoverando pietosa le vittime di Hitler e dei suoi aguzzini, decisi a fare scempio degli uomini e dei loro libri.
Adattamento del romanzo di Markus Zusak, Storia di una ladra di libri è un racconto di formazione ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale in un piccolo villaggio della Germania. Nato da un’urgenza e dall’infanzia dell’autore, il libro di Zusak descrive una crescita forzata e indotta dalla crudeltà degli uomini. Ma la violenza della guerra e l’assurdità del mondo degli adulti vengono fiaccate dai libri e dalla letteratura, corsie preferenziali per la conoscenza. E attraverso i libri la giovane protagonista abbandona la superficialità tipica dell’età e impara a leggere (tra le righe), capendo quello che la circonda, scoprendo i misteri della vita e della sua assenza. Tradotto in trenta lingue, “La bambina che salvava i libri” è sceneggiato da Michael Petroni (Le Cronache di Narnia – Il viaggio del veliero) e diretto da Brian Percival (Downton Abbey), che decide per una regia classica e decisamente didascalica. Messa in scena che non rivoluziona il genere ma rende il film accessibile e concentrato sul suo soggetto: la dittatura dell’incultura. L’innocenza della protagonista si scontra presto coi terribili ‘uomini grigi’ di Hitler, che rubano ‘il tempo’ a chiunque osi contrariarli. E al fuoco della loro follia, la piccola Liesel sottrae i libri, unendo l’attenzione per gli altri alla forza di un sorriso. La speranza risiede nei suoi gesti e in quelli dei suoi genitori, nella loro voglia di libertà, nel loro bisogno comunitario, nel loro amore per il prossimo. Se Hitler ordina ai suoi ‘figli’ di bruciare i libri, un padre protegge sua figlia dall’orrore grazie alle parole di quei libri. Perché l’arte è una sorta di coscienza salutare, e in quegli anni bui provvidenziale a risollevare le persone dall’umiliazione e dall’ignominia subita. Racconto edificante, Storia di una ladra di libri partecipa a una tendenza attuale che mostra cittadini tedeschi irriducibili e resistenti contro lo stato delle cose. Impeccabilmente interpretato da Geoffrey Rush, Emily Watson e la giovane Sophie Nélisse, abile nell’esibire l’anima più genuina dell’infanzia e a far conoscere tutta la vulnerabilità della fase più delicata nello sviluppo di un individuo, Storia di una ladra di libri rivela una superficie liscia e una narrazione senza asperità. Il film ‘storico’ di Brian Percival ha tutte le caratteristiche ma anche i limiti di uno spettacolo familiare, che rinuncia alla (più) complessa costruzione del romanzo per una maggiore presa spettacolare. ‘Ricostruttore’, piuttosto che autore, il regista inglese pasticcia con la ‘mortale’ voce fuori campo, che dovrebbe essere il filtro tra gli accadimenti e il lettore e finisce invece per penalizzare la storia, intervenendo approssimativamente sullo svolgimento. Nella versione originale poi, in italiano il doppiaggio assorbe il garbuglio linguistico, intercala l’inglese col tedesco, impiegato come mero richiamo realistico ed elementare décor sonoro. Nondimeno Storia di una ladra di libri resta un film comunicativo, in grado di catturare lo spettatore e donargli un insegnamento veramente sentito. Perché per Brian Percival i libri hanno un valore rilevante, culturale e formativo. Insieme al cinema, possono veicolare contenuti importanti, farsi serbatoio dei capitoli della storia universale della formazione umana, nutrimento dell’immaginario, senza rinunciare ad emozionare.
Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

Appiccicare a Storia di una ladra di libri l’etichetta di terzo e più superficiale film sull’Olocausto di questo inizio 2014 significherebbe collocarlo all’interno di una competizione inutile, misconoscendone sia il messaggio che il significato più profondo.
Come il bel libro di Markus Zusak da cui è tratto e che ha venduto in tutto il mondo oltre sette milioni di copie, anche il film si rivolge principalmente a un pubblico di young adults, facendo della sua visione semplificata degli orrori della Germania del Fürher la sua arma migliore, il veicolo ottimale per farsi strada fra le menti inconsapevoli di chi della Shoah e del nazismo ne sa poco o niente.
Il secondo film da regista dell’inglese doc Brian Percival, a cui dobbiamo alcuni episodi di Downton Abbey, contiene anche un importante invito a lasciarsi andare all’incanto di un libro, ad assaporarne tutte le parole nella speranza di poterle combinare e riutilizzare nel futuro in un eventuale professione di scrittura.
Infine, raccontando un’abominevole dittatura affermatasi soprattutto grazie alla retorica di discorsi infarciti di superomismo, il film stimola a prestare il massimo ascolto a ciò che ci viene detto e dato per buono, soprattutto da chi ha la presunzione di indicare le strade giuste da percorrere.
Si perde invece, ed è un gran peccato, l’elemento per così dire rivoluzionario del romanzo di partenza: la scelta della morte come io narrante.
Capitolo dopo capitolo, il “triste mietitore” assurge da una parte a voce critica della storia, dall’altra diventa una specie di mamma chioccia che chiama a sè i suoi piccoli quando le atrocità della guerra e dei campi di sterminio diventano insostenibili.
Limitandosi a trasformarla in una voce fuori campo che interviene solo all’inizio e alla fine della lunga avventura terrena della protagonista, Percival e lo sceneggiatore Michael Petroni non si accorgono di privare la storia della sua anima, della colla che lega tutte le tessere del mosaico.
L’effetto è quello di un racconto spaesato e un po’ disarticolato in cui i personaggi sarebbero delle semplici figurine se a dare loro spessore non intervenissero cavalli di razza come Emily Watson e Geoffrey Rush.
Anche Sophie Nélisse, con la sua grazia mista a grinta, è brava, peccato che l’autenticità e la profondità di queste interpretazioni non trovino un corrispettivo nel realismo delle scenografie, in particolare della Himmelstrasse in cui ogni cosa si svolge, che sebbene ricostruita nei prestigiosi studi berlinesi di Babelsberg ha un’aria posticcia.
Ma, come succede in una pièce teatrale, non è detto che la verità di una storia debba trovarsi nell’esatta ricostruzione di un’ambiente e di un’epoca.
A volte basta una parete di fondo malamente dipinta a rendere sincera una vicenda umana.
Di sincerità Storia di una ladra di libri ne ha molta, basta solo saperla cogliere pur nella discontinuità di toni.
Carola Proto, da “comingsoon.it”

“La memoria è lo scriba dell’anima”
La storia di una bambina che, nel bel mezzo di una guerra, trova nei libri la sua oasi felice.
Nella Germania nel 1939, la piccola Liesel (Sophie Nélisse), dopo aver visto il suo fratellino morire ed essere stata abbandonata dalla madre, una comunista in fuga, viene adottata dalla famiglia Hubermann: Rosa (Emily Watson) e Hans (Geoffrey Rush), lei rigida e scostante e lui affettuoso e comprensivo, accoglieranno la bambina a braccia aperte. Spaesata e spaventata, Liesel troverà rifugio e conforto nei libri; grazie al padre, infatti, che le insegnerà a leggere e a scrivere, la piccola riuscirà ad uscire dalla sua impasse emotiva. Ma sarà l’incontro con Max (Ben Schnetzer), un giovane ebreo in fuga al quale gli Hubermann daranno asilo, a cambiare la vita di Liesel e a farle scoprire il meraviglioso potere delle parole. Adattamento del best seller La bambina che salvava i libri di Markus Zusak, Storia di una ladra di libri è un film che, nonostante le buone intenzioni, non convince fino in fondo. L’ultima fatica cinematografica di Brian Percival, infatti, risente di un grave problema di ritmo, imputabile ad un adattamento della storia originale forse fin troppo accurato. Ci si lamenta spesso che i film non riescano a ricreare le atmosfere intime dei libri e che quasi mai rendano giustizia alla bellezza di quelle pagine stampate, eppure, anche quando l’adattamento risulta molto fedele, la storia tende comunque a perdere di intensità: questo perché linguaggio letterario e cinematografico raramente coincidono. Il film, infatti, pur essendo esteticamente ineccepibile, risulta lento e fin troppo didascalisco; all’accuratezza quasi maniacale della sceneggiatura di Michael Petroni e all’esattezza storica degli avvenimenti della Seconda Guerra Mondiale, si contrappongono un ritmo incostante e la mancanza, in alcuni momenti fondamentali, di intensità drammatica. Buona la recitazione di Sophie Nélisse, la giovane protagonista, anche se a spiccare tra la folla di attori è Geoffrey Rush che, interpretando un affettuoso e bizzarro papà, si conferma come uno dei migliori in campo. Poco sfruttata – purtroppo – è la voce fuori campo, il narratore esterno che si identifica con La Morte, onnipresente invece nel libro di Zusak. In sostanza, pur non essendo un capolavoro, Storia di una ladra di libri è un film che tutti, e soprattutto i più giovani, dovrebbero vedere, non solo per la sua valenza storica ma, soprattutto, per l’importante messaggio che cerca di trasmettere: proprio come Liesel riesce a trovare nei libri la forza di combattere la sua guerra, la cultura è l’unico strumento che oggi abbiamo per sottrarci ad una vita di sottomissione e oscurità.
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Carolina Bonito, da “supergacinema.it”

Le parole sono vita
Quando Liesel arriva nel piccolo paese alle porte di Berlino per conoscere i suoi nuovi genitori, la vita le ha già mostrato la parte più orribile; nella lunga traversata verso la destinazione ha visto morire il fratellino, destinato come lei ad essere adottato, e si è dovuta separare repentinamente dalla madre, deportata per via delle sue idee politiche (è comunista). Hans e Rosa Hubermann, però, sono delle brave persone. Certo, Rosa è piuttosto rude, a volte fastidiosa, ma ha un cuore grande. Hans, poi, con i capelli spettinati, la fisarmonica sempre pronta a suonare e quella tenerezza speciale nel prenderla per mano, è davvero il re buono delle favole. Ma la guerra è spietata e continua a devastare tutto; Liesel lo comprende il primo giorno di scuola, quando viene aggredita dai compagni di classe perché è analfabeta. Le bandiere con la svastica coprono tutto l’edificio e il luogo che dovrebbe educare alla bellezza e proteggere la conoscenza diventa l’ennesimo territorio di conquista per gli adepti di Hitler. Liesel però ha l’amicizia di Rudi e tanto le basta per sopportare meglio quei giorni. Eppure tutto sta ancora per cambiare per la bimba, nel momento in cui in casa arriva Max, un giovane ebreo, fuggito ai rastrellamenti nazisti, che viene amorevolmente nascosto da Hans e Rosa. Quello sconosciuto dal volto emaciato instaura con lei un rapporto di grande amicizia; Liesel diventa i suoi occhi e inizia a scoprire il piacere di usare le parole apprese anche grazie a papà Hans per raccontare a Max le piccole e grandi novità della vita. La bimba fa tesoro di questo dono e lo sfrutta in altri momenti difficili, ad esempio quando Max si ammala gravemente; Liesel decide di curarlo (e guarirlo) leggendogli ogni giorno decine e decine di pagine di libri rubati dalla biblioteca del borgomastro. Se nelle parole, come l’amico le ha detto, è nascosto il segreto della vita, quel segreto la aiuterà a non far morire chi ama.
Liesel la ladra
Tratto dal best seller di Markus Zusak (La bambina che salvava i libri, ben otto milioni di copie vendute in tutto il mondo) il film di Brian Percival, Storia di una ladra di libri, è un’opera gradevole, in cui ricostruzione storica e gusto del racconto si intrecciano alla perfezione, per un risultato finale che, pur non essendo particolarmente originale, arriva al cuore. Noto per aver diretto numerosi episodi della serie televisiva di culto, Downton Abbey, Percival riesce a mantenersi in equilibrio nel raccontare la storia di questa piccola eroina, la brava Sophie Nélisse di Monsieur Lazhar, senza scadere nel patetico. E’ un merito grande in un’operazione del genere, in cui l’aspetto lacrimevole rischia di coprire i reali contenuti della narrazione. E’ un film lineare, quello di Percival, il cui intento è quasi pedagogico; esso raggiunge con facilità l’obiettivo che si prefigge, non solo esaltare il coraggio degli umili, ma anche sottolineare che è proprio la cultura (rappresentata qui dai libri e dal voler raccontare) l’unica roccaforte in grado di salvarci dalla malvagità. L’insopprimibile desiderio di imparare a leggere e scrivere è per Liesel la stessa spinta che la porta a vivere, ad andare avanti, a riscattare il dolore vissuto (la morte del fratellino, la separazione dalla madre) attraverso fantasia e creatività; subito si instaura un legame forte col suo nuovo papà, Hans (Geoffrey Rush, estremamente misurato). E’ lui a insegnarle a leggere il primo libro, a scrivere per lei un abbecedario sul muro del seminterrato. Ladra per necessità, quindi, e poi per passione, amore, voglia di vivere.
Questione di cultura
Dunque sono i libri da salvare e a salvare; il primo ‘furto’ è quello del romanzo di H.G. Wells, L’uomo invisibile, finito in uno dei tanti roghi voluto dal regime nazista per colpire oppositori politici e scrittori considerati immorali o sconvenienti. Per Liesel quel gesto irresponsabile diventa il primo atto di consapevolezza piena della sua diversità, rispetto all’avvilente realtà che la circonda. Diviene insomma un ‘no’ gridato contro Hitler; anche perché i vessilli nazisti sulla scuola e i canti dei bambini in uniforme (che Percival alterna efficacemente alle immagini delle rappresaglie contro gli ebrei) sono il segno più spaventoso di una barbarie galoppante, difficilmente arginabile, non da una bambina almeno. Ecco perché Liesel non è un personaggio eroico in senso classico, è solo una bambina che tenta di comprendere quanto sta avvenendo attorno a lei e che diventa grande, senza sacrificare gli affetti, anzi, ritrovando in ogni rapporto umano il movimento necessario per andare avanti. Leggere, scrivere, raccontare, questa è la vita, le parole hanno il potere di far vedere ciò che non si può e quando Max sbianchetta il Mein Kampf e lo trasforma in un diario in cui la ragazzina potrà appuntare la sua vita, rivedere momenti del passato, il cerchio si chiude.
Germania, anno zero
Lo scrittore Zusak nasce in Australia da madre tedesca e padre austriaco, è quindi il rappresentante di una ‘nuova generazione’, che ha fatto propria la tragica esperienza dei padri e dei nonni, modulandola in maniera diversa, proponendola sotto una luce differente. Tra gli aspetti più interessanti del film, infatti, c’è proprio la novità del punto di vista; la storia (anche quella con la S maiuscola) viene presentata cioè dalla prospettiva dei tedeschi e sono uomini e donne perbene. La moglie del borgomastro mette a disposizione di Liesel la sterminata biblioteca del figlio (che sarà poi saccheggiata per motivi di forza maggiore dalla bambina), Hans e sua moglie Rosa, malgrado i mugugni della donna, la bravissima Emily Watson, sono pronti a rischiare tutto pur di salvare Max e il piccolo Rudi, atleta sopraffino, si dipinge di nero per assomigliare all’idolo Jesse Owens, ‘l’uomo più veloce del mondo’. Pochissimi dunque i riferimenti alla popolazione silenziosamente accondiscendente o a chi appoggiava acriticamente i progetti del Fuhrer; questa scelta di campo nettissima non priva il film della sua drammaticità, ma certo lo trasforma più in una sorta di fiaba, seppur venata di nostalgia e dolore, che non nel resoconto di una società profondamente dilaniata. Eppure, è proprio questo slancio, questa fiducia negli esseri umani, che alla fine ci commuove. E ci regala un po’ di speranza in più.
Francesca Fiorentino, da “movieplayer.it”

Liesel ha undici anni, vive nella Germania che sotto la folle dittatura di Hitler sta per sprofondare nell’orribile baratro della Seconda guerra mondiale. Sua madre è comunista, perseguitata dal regime nazista cerca di dare un futuro alla figlia e al fratellino dandoli in adozione a una normale famiglia di un villaggio tedesco. Durante il viaggio in treno nel gelo dell’inverno il fratellino però muore e Liesel giunge da sola a casa di Hans Hubermann (Geoffrey Rush) e di sua moglie Rosa (Emily Watson), una coppia povera, con lui bonario e affettuoso, imbianchino disoccupato perché si è rifiutato di aderire al partito, e lei burbera ma dal cuore d’oro che fa di tutto per tenere a galla la famiglia. Il primo giorno di scuola si scopre che la bambina non sa leggere e diventa quindi lo zimbello di tutta la classe, tranne che del vicino di casa Rudy. Viste queste premesse,Storia di una ladra di libri avrebbe tutte le carte in regola per essere un film cupo, tragico, pessimista e poco originale. Invece è proprio il contrario. Grazie alla forza di tutti i personaggi e al tocco vellutato di un regista che finora aveva lavorato solo per la tv britannica, l’opera tratta dal bestseller dello scrittore australiano Markus Zusak (che si è ispirato ai racconti autobiografici dei genitori) rappresenta un esempio molto originale di film sulla memoria della Seconda guerra mondiale che non prende spunto dai grandi avvenimenti ma dalle semplici vicende della gente comune. Il personaggio di Liesel (la bravissima Sophie Nélisse, già vista nel film canadese Monsieur Lazhar) è eccezionale, poiché la sua curiosità e la sua apertura verso il mondo – simboleggiate dalla sua insaziabile sete di leggere – ne fanno l’eroina di un mondo libero, a tratti inimmaginabile nella realtà in cui vive ma che ritrova integro tra le pagine dei grandi romanzi che i nazisti bruciano sulle piazze. La piccola Liesel i libri li sottrae ai roghi, alla libreria della famiglia del borgomastro e ne parla soprattutto con Max, il giovane ebreo che per anni vive nascosto a casa sua, perché il buon Hans ha fatto una promessa al padre del ragazzo che non si sogna nemmeno di rompere. Narrato dalla Morte in persona (ma anche lei è ironica e non fa paura), Storia di una ladra di libri è un film sorprendentemente leggero, pieno di speranza e intelligenza, forse un po’ troppo classico ma capace di sedurre il pubblico di tutte le età.
Antonio Mariotti, da “cdt.ch”

Racconti sotto le bombe
Dal 27 marzo, sarà nelle sale cinematografiche italiane il nuovo film di Brian Percival Storia di una ladra di libri, tratto dal romanzo di Markus Zusak, La bambina che salvava i libri. Tra gli attori del cast Geoffrey Rush, Emily Watson e la giovanissima Sophie Nelisse.
La vicenda si svolge nella Germania nazista e percorre un arco di tempo che va dall’inizio alla fine della Seconda Guerra Mondiale. La giovane Liesel Memingel (Sophie Nelisse) è poco più di una bambina, ma ha già conosciuto la crudeltà di una vita che non ha avuto il tempo di scegliere. Dopo aver perso il fratellino ed essere stata abbandonata dalla madre per la sua stessa incolumità, la giovane viene adottata da Hans e Rosa Hubermann (Geoffrey Rush ed Emily Watson). Liesel viene emarginata sin dal primo giorno di scuola poiché analfabeta, ma troverà nel giovane Rudy (Nico Liersch) un amico dai capelli color limone leale e sincero, nonché segretamente innamorato di lei. Il rapporto tra Hans e la piccola si rivela sin da subito profondo e di vero affetto e verrà rafforzato ulteriormente quando padre e figlia si immergeranno nel magico mondo della lettura. Linsel si scopre una grande amante di libri e per il suo primo “furto” arriva addirittura a mettere a repentaglio la sua vita e dei suoi famigliari. Con l’arrivo di Max (Ben Schnetzer), un ebreo che gli Hubermann decidono di nascondere in casa, la vita della piccola casetta di Via del Paradiso (dove abita l’allegra famiglia), cambia per sempre. La guerra è arrivata e lo spettatore, insieme a Liesel, lentamente se ne accorge.
Storia di una ladra di libri, è un film poetico e delicato. Brian Percival, a cui si devono numerose puntate della serie cult Downton Abbey, riesce a descrivere le atrocità della guerra e delle persecuzioni naziste con gli occhi di una bambina, seppur disillusa, ancora innamorata della vita. Liesel, infatti, grazie a Max, impara l’arte di raccontare il mondo, di scrivere storie per non dimenticare e per far in modo che i suoi cari vivano per sempre al suo fianco. Eccezionale come sempre Geoffrey Rush. Difatti nei panni di Hans Hubermann, l’attore australiano rappresenta un rifugio sicuro nelle tragedie della guerra. Ogni sua espressione, ogni sua parola, ogni suo gesto, sono finalizzati a tranquillizzare amorevolmente la figlia. Egli è capace di tracciare con precisione ed efficacia un personaggio leale, coraggioso e incosciente, ma estremamente umano fino alla disperazione. La Rosa di Emily Watson, poi, è forse il personaggio più interessante del film. Rude ed egoista solo all’apparenza, la donna sarà capace di aprire il suo cuore a Liesel, diventando una madre amorevole e premurosa. Pragmatica e con i piedi per terra, è lei la colonna portante della casa, capace di prendere decisioni difficili a sangue freddo senza battere ciglio, ma anche di commuoversi fino alle lacrime. Sophie Nelisse descrive una Liesel efficace e mai patetica. La giovane attrice riesce a divertire e commuovere lo spettatore con grande naturalezza. Piacevole la sceneggiatura di Michael Petroni anche se, insieme al regista, avrebbe potuto dare più spazio alla figura della voce narrante: la Morte. Infatti non acquisisce nel film il rilievo necessario e questo fa sì che la storia perda di uniformità e di universalità, caratteristiche che avrebbero potuto e dovuto inserire questa fiaba all’interno della Storia ben più ampia di quel periodo. Infine, bellissima e commovente, la colonna sonora di John Williams.
Storia di una ladra di libri è semplicemente la storia di una bambina, è una fiaba narrata ai più piccoli per spiegare l’importanza della cultura e della letteratura soprattutto in un periodo difficile e tragico come quello della Seconda Guerra Mondiale. Una favola sussurrata all’orecchio, capace addirittura di far sperare lo spettatore in un lieto fine.
Martina Di Marcoberardino, da “persinsala.it”

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