Spaghetti story

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Valerio è un aspirante attore ventinovenne che non riesce a sbarcare il lunario e nei momenti di sconforto fissa il suo trenino elettrico. L’amico d’infanzia Christian è un pusher (ma lui precisa: “rivenditore al dettaglio”) che fa affari con la mala cinese. Valerio vive con Serena, che persegue un dottorato grazie ad una borsa di studio e comincia a sentir ticchettare l’orologio biologico. Christian invece vive con la nonna che ha visioni della Madonna e aggredisce chiunque entri in casa. Infine Giovanna, sorella di Valerio, fa la fisioterapista e mantiene il fratello, invitandolo ripetutamente a crescere e a prendersi le sue responsabilità nei confronti di Serena. Cosa che, a modo suo, fa anche il pragmatico Christian, convinto che le donne non vadano capite ma protette.
Nel panorama della commedia italiana contemporanea, in cui hanno la meglio (produttivamente e distributivamente parlando) le messinscene paratelevisive popolate da giovani gaudenti e senza un problema al mondo, l’esordiente trentenne Ciro De Caro racconta il mondo dei suoi coetanei in modo totalmente realistico, a cominciare dai dettagli di ambiente e dalla descrizione della realtà (non) lavorativa dei giovani.
De Caro descrive con precisione anatomica il mix di umiliazione e apatia che la crisi economica genera nella sua generazione, e che ha per corollario l’immobilismo sognatore (Valerio) o il pragmatismo bieco (Christian), nessuno dei due intrinseco alla personalità del singolo, ma conseguenza di una situazione surreale e straniante per tutto un Paese. Perché Valerio e Christian, come Serena e Giovanna, sono persone perbene che reagiscono come possono all’iniquità delle loro circostanze.
La cura che De Caro mette nella messinscena non è solo nella scrittura ma anche nelle scelte di ambientazione, nelle inquadrature sempre ingombre e spesso bloccate alla vista, nell’attenzione alle luci (anche quelle naturali), nell’utilizzo del fuori fuoco, e in un montaggio creativo e brusco che velocizza la narrazione o, in alternativa, simula il tempo intercorso senza riprodurne la noia (e la fatica produttiva). Ad aiutare il regista-sceneggiatore nella costruzione di una commedia autentica e autenticamente divertente (si ride davvero qui, e amaro, come nella miglior tradizione italiana) è un cast perfetto capitanato da Valerio Di Benedetto e Christian Di Sante che hanno tempi comici impeccabili, l’uno nelle vesti di prim’attore, l’altro in quelle di caratterista, entrambi uniti dalla capacità di inserire al momento giusto una dose di umanità riconoscibile nei rispettivi personaggi. Perfette anche Sara Tosti e Rossella D’Andrea, che del film è cosceneggiatrice: e si sente, perché Spaghetti Story ha il pregio di raccontare le donne di oggi in modo altrettanto credibile degli uomini, cosa ancor più rara nel cinema italiano contemporaneo. Il che permette di gettare luce su quella che è la dimensione veramente originale di questa commedia: il racconto di come la crisi economica metta alla prova la virilità di maschi catapultati fuori dal loro ruolo di capofamiglia, mentre le loro donne – nonne, sorelle, fidanzate – si rimboccano le maniche con concretezza tutta femminile e fanno ciò che serve per portare avanti un progetto di vita, e magari anche di famiglia.
Nessuno in Spaghetti Story ha totalmente ragione perché tutti procedono a tentoni, il che riflette esattamente la situazione della maggior parte degli italiani di fronte alla crisi. Ma l’età dei protagonisti rende più drammatico il loro vagare senza prospettive, perché, come ricorda Valerio, “mio padre a 29 anni aveva già due figli e un lavoro sicuro”. Due sole pecche per questo ottimo esordio: il titolo del film, che non ha nulla a che vedere con la trama e ne sminuisce il valore in termini di critica sociale, e il finale, che non riveliamo ma che, pur mantenendo giustamente il registro della vaghezza, perde l’occasione di assestare un calcio in corner di quelli per cui la grande commedia all’italiana è famosa nel mondo (vedi la scena conclusiva di Divorzio all’italiana).
Ma sono osservazioni minori davanti a questo piccolo film coraggioso e veramente indipendente che verrà distribuito attraverso un circuito di sale costruito con il Lego e si promuoverà attraverso i social network. Gli auguriamo lunga vita, e molte altre occasioni a tutta la sua squadra.
Paola Casella, da “mymovies.it”

La vera forza di un’opera come Spaghetti Story, esordio alla regia di Ciro De Caro, risiede nella risposta che, a suo modo, dà alle infinite speculazioni sul cosiddetto “cinema della crisi”. Lavorando praticamente senza budget, De Caro e la sua troupe mostrano una delle vie possibili per evitare di rimanere intrappolati nell’aura mediocritas di una nazione cinematograficamente imberbe, incapace oramai di ragionare e analizzare sul senso dell’inquadratura, sul perché si gira prima ancora che sul cosa si gira. Se preso come esperimento (im)possibile di sradicamento delle più bieche e turpi abitudini della Settima Arte nostrana, Spaghetti Story non può non essere considerato il paradigma salvifico di un cinema ancora vivo, pulsante, perfino “resistente”: un atto perfino scellerato, condotto con una passione che è possibile respirare a pieni polmoni durante la visione del film.
Non fosse stato infatti per l’irruzione in scena di Distribuzione Indipendente, che lo ha scelto come ideale punto di partenza del listino 2013-2014, con ogni probabilità Spaghetti Story sarebbe scomparso con una certa rapidità dai radar critici della penisola: ben poco, infatti, contano i successi, gli applausi e le belle parole raccolte durante la peregrinazione di festival in festival in giro per il mondo. Nemo propheta in patria, dopotutto, è un detto che va di moda nel mondo occidentale da quasi duemila anni…
Al di là di quanto appena affermato, Spaghetti Story non è un film perfetto, e sarebbe sbagliato e ingiusto cercare in lui le soluzioni adatte, il grimaldello indispensabile per scardinare gli ingranaggi del sistema-cinema in Italia. Ciro De Caro, in collaborazione con Rossella D’Andrea (anche tra le interpreti del film nel ruolo di Giovanna, sorella di Valerio, attore alla ricerca disperata di una parte), si dimostra penna arguta, in grado di costruire una serie di dialoghi al fulmicotone tutti puntuali nel centrare il bersaglio. Magari non sempre stabile nel gestire la sottotrama legata all’ambiente cinese, con ogni probabilità il punto debole dell’intera architettura narrativa studiata da De Caro e D’Andrea, la sceneggiatura ha il coraggio di puntare l’occhio su una descrizione della romanità piuttosto apprezzabile. A colpire è soprattutto la naturalezza quasi priva di artificio con cui il cast scelto per la bisogna si cala nei panni dei propri personaggi: a rubare la scena è in particolar modo Cristian Di Sante, giovane spacciatore che rappresenta l’anima più lirica, romantica eppur terracea di Spaghetti Story.
Laddove i nodi vengono maggiormente al pettine, invece, è nella messa in scena studiata da De Caro: prediligendo, come già accennato per quel che concerne la recitazione, uno stile mai palesemente artefatto e in grado di riprodurre la “natura” intrinseca di ciò che si sta raccontando, il giovane regista opta per una messa in scena frontale, in cui la macchina non riesce però a donare maggiore spessore alla percezione di “verità”. Anche l’utilizzo del taglio in asse, che spezza il ritmo dei piani sequenza, finisce per far rimpiangere una dilatazione del tempo irrimediabilmente perduta.
A risentirne è l’immaginario, che risulta inevitabilmente depauperato, eccessivamente trattenuto, volutamente ingabbiato in una confezione che fa di un’asciuttezza in alcuni frangenti anche troppo esibita il proprio tratto distintivo. Avrebbe potuto ergersi al livello di un’anomalia profonda rispetto al resto del panorama cinematografico italiano – indipendente e non –, e invece Spaghetti Story rimane “solo” un interessante esperimento, opera prima da non sottostimare e che con coraggio va a fronteggiare i colossi che si daranno battaglia sotto le feste.
Anche per questo viene in ogni caso naturale difendere lo spirito indomito, orgogliosamente indipendente (nel senso più intimo e profondo del termine), che ammanta e riveste Spaghetti Story. Se tra una corsa in centro per comprare i regali e una cena pre-natalizia vi venisse la voglia di andare al cinema, non snobbate questo piccolo e divertente film, anche e soprattutto con i suoi difetti. Perché la perfezione non è di questo mondo, ma il coraggio sì, anche se sempre più raro. Anche al cinema.
Raffaele Meale, da “quinlan.it”

Valerio (Valerio di Benedetto) è un attore non ancora affermato che cerca di arrotondare con mestieri di fortuna, mentre il suo migliore amico Scheggia (Christian Di Sante) raccimola discretamente come pusher per loschi giri cinesi. Serena (Sara Tosti), vorrebbe avere un bambino ma tra l’immaturità del ragazzo Valerio e la sua situazione economica di studentessa non sa come fare, mentre Giovanna (Rossella D’Andrea) ha un buon lavoro ma le sue passioni sembrano andare in tutt’altra direzione. Un incontro speciale, quello con la dolce prostituta in difficoltà Mei Mei, segnerà il loro cammino.
Valerio, Scheggia, Serena, Giovanna: quattro giovani che si affacciano al mondo degli adulti e che cercano di vivere con leggerezza, finché è possibile, le vicissitudini e le difficoltà che caratterizzano tutti coloro che vogliono imboccare la propria strada ma che si ritrovano a fare i conti con la “precaria” situazione italiana.
Dopo aver girato per diversi festival internazionali (Islanda e Russia) Spaghetti Story, esordio al lungometraggio di Ciro De Caro, regala una ventata di freschezza alle nostre sale. E tutto questo nasce in maniera spontanea. Il basso budget qui non diventa una costrizione imposta che trasforma un film che si vuol fare in qualcosa di ridotto, ma è esattamente il contrario: una storia semplice (nel senso migliore del termine) ha bisogno di mezzi semplici per essere raccontata, o meglio non ne richiede di altri.
Infatti grazie alle ottime prove attoriali, alla solare fotografia del bravo Davide Manca e all’essenzialità della regia, possiamo tranquillamente affermare che il risultato finale non ha assolutamente nulla da invidiare a film che sono costati trenta o quaranta volte tanto.
Spaghetty Story è l’esperimento cinematografico che in questo momento dimostra che nell’era digitale l’idea di un film può trasformarsi in qualcosa di concreto senza dover passare a tutti i costi attraverso cavilli e imposizioni produttive che ci accorgiamo quanto siano ridondanti e spesso anche fallimentari, dedite a giustificare un sistema di produzione stantìo e ingombro. Spaghetty Story questa verità ce la piazza davanti agli occhi, non possiamo far finta di non vederla.
Qualcosa si sta muovendo sempre più nel cinema indipendente e questa ne è una evidente prova.
A. Graziosi, da “storiadeifilm.it”

La generazione dei trentenni disillusi, la generazione Y senza futuro, che fatica a sbarcare il lunario, ma che non spegne quel lumino di speranza, grazie alle cose vere e importanti della vita come l’amicizia e l’amore. Questo è “Spaghetti Story” interessantissimo dramedy di Ciro De Caro che ci porta sullo schermo dei personaggi reali, così simili a noi, con i quali è impossibile non rapportarsi.
Valerio (Valerio Di Benedetto) sogna di fare l’attore, ma i ruoli faticano ad arrivare, così si arrangia con qualche lavoretto part-time, mentre il suo migliore amico Scheggia (Christian Di Sante), che vive ancora con sua nonna, ha trovato un modo tutto suo per crearsi una posizione nel mondo. Serena (Sara Tosti), studia grazie ad una borsa di studio, e sogna di mettere su famiglia proprio con Valerio la cui sorella, Giovanna (Rossella D’Andrea), sogna di diventare chef di cucina cinese. Quattro amici che si confrontano con la vita che verrà stravolta quando una prostituta cinese, Mei Mei, entrerà nella loro esistenza.
Costruito in maniera molto naturale con una serie insistita di jump cut che danno l’idea di un’esistenza a singhiozzo come quella di Valerio, “Spaghetti Story” è il ritratto dell’Italia contemporanea e dei trentenni di adesso, più giovani che adulti. E’ una storia fatta di sogni e di illusioni e disillusioni quella che ci racconta De Caro e lo fa nella maniera più onesta e diretta possibile.
Il romanaccio con cui il cast di attori recita, per la prima volta in una pellicola diventa assolutamente funzionale per dar vita ad un cinema verità, che si radica profondamente nella società attuale e che permette allo spettatore di sentirsi tra amici, magari in situazioni che, volente o nolente, conosce fin troppo bene.
Crescere a 30 anni e diventare uomini e questo non solo attraverso il farsi una posizione nel mondo del lavoro, ma nei rapporti con gli altri, nell’essere disposti ad aiutare il prossimo anche quando siamo i primi ad aver bisogno.
Ma “Spaghetti Story è anche un film sulla speranza. Gli amici diventano il fulcro su cui contare anche quando non ci si comprende, anche quando è più facile fuggire: sono loro la luce in fondo al tunnel che permette ad ogni persona, nonostante tutto, di andare avanti. L’amore con cui il cineasta cura i propri personaggi, è l’amore di una madre (o di una nonna) nel curare i propri eredi sperando che questi imparino la lezione.
Spaghetti, una delle cose più semplici ed economiche del nostro paese, così come è semplice, diretto, ma coinvolgente questo film che sorprende nella sua capacità di ritrarre, con un’opera, come ha definito lo stesso regista, a no budget e totalmente indipendente, quei giovani talmente complicati da raccontare che il cinema contemporaneo nostrano ha evitato di affrontare… almeno fino ad oggi.
Sara Prian, da “voto10.it”

Classe 1975, romano, Ciro De Caro esordisce nel lungometraggio con una pellicola totalmente indipendente, in cui si raccontano i trentenni di oggi con ironia e forte senso critico, senza scivolare negli stereotipi delle commedie giovanili che tanto successo hanno presso il grande pubblico. Girato in soli 11 giorni, con un’attrezzatura che, a detta del regista, poteva essere inserita nel bagagliaio di un’auto, Spaghetti Story colpisce per il suo linguaggio semplice ed innovativo al tempo stesso. Degna di nota anche l’interpretazione del cast composto da Valerio Di Benedetto, Cristian Di Sante, Sara Tosti e Rossella D’Andrea.
Valerio (Valerio Di Benedetto), ventinove anni, vorrebbe fare l’attore di professione, ma per ora deve accontentarsi di piccoli impieghi part-time non molto remunerativi. Scheggia (Cristian Di Sante) è un pusher che intrattiene loschi rapporti con un criminale cinese. Sicuro di sé e sempre padrone della situazione, vive con la nonna ed è ottimista riguardo il futuro. Giovanna (Rossella D’Andrea), la sorella di Valerio e sempre pronta a dargli una mano economicamente, lavora come massoterapista, ma il suo sogno è quello di diventare una cuoca esperta in cucina cinese. Serena (Sara Tosti) studia ancora. Fidanzata con Valerio, vorrebbe costruire con lui una famiglia, ma al momento i problemi finanziari stanno facendo vacillare il loro rapporto di coppia. Le storie dei quattro protagonisti, già complicate, entrano in rotta di collisione quando nella loro vita irrompe Mei Mei, una giovane prostituta cinese che Valerio vuole salvare a tutti i costi.
Finalmente un prodotto italiano capace di descrivere la realtà lavorativa di oggi con sincerità: non più il centro patinato della Capitale, coi suoi salotti e le terrazze frequentate (inspiegabilmente) da giovani squattrinati, ma la periferia romana, nuda e cruda, coi suoi abitanti. Che si voglia riproporre il più possibile la realtà lo si capisce sin dalle prime inquadrature che prediligono l’uso della macchina a mano. Grazie ad un montaggio veloce e creativo, e agli incredibili tempi comici dei due protagonisti maschili, la pellicola di De Caro non annoia, nonostante una parte centrale di “assestamento” che risente di un calo di ritmo poco prima che la storia prenda una svolta decisiva. Giova alla narrazione il lavoro svolto da Rossella D’Andrea in corso di sceneggiatura insieme al regista. Il suo punto di vista femminile ci regala due personaggi, quelli di Serena e Giovanna, bene ancorati alla realtà: entrambe devono far fronte ad una situazione economica sfavorevole che mina seriamente ogni loro sogno nel cassetto, e sono affiancate da uomini fragili ed inaffidabili che non fanno altro che peggiorare le cose. Spaghetti Story è la risposta del buon cinema indipendente al grigiore della nostra filmografia contemporanea. Il ritorno alla vera commedia italiana, quella che faceva ridere di un riso amaro e lasciava nello spettatore un retrogusto piacevole e malinconico.
Gabriele Di Grazia, da “silenzio-in-sala.com”

Qualche mese fa con Universitari di Federico Moccia aveva tentato di raccontare, anche se molto male, la realtà dei giovani d’oggi di quei ragazzi che alle prese ancora con lo studio si barcamenano tra presente e futuro. Quella generazione in bilico che invece che arrabbiata sembrava, vista dalla camera dello scritto-autore-regista, gioiosa nonostante i protagonisti della pellicola avessero un passato, un presente e delle famiglie più o meno burrascosi alle spalle. Un lungometraggio tanto debole di un clima talmente favolistico, retorico e distante dalla realtà dei coetanei descritti, da non riuscire a creare complicità tra attore e spettatore né tantomeno immedesimazione.
A dare un vero volto, forse più neorealista ai ragazzi di oggi ci pensa Ciro De Caro con il suo Spaghetti story, dramedy generazionale off con i piedi piantati bene a terra e consapevole della realtà che racconta.
Valerio e Cristian (Scheggia) si conoscono da una vita il primo, con il sogno di lavorare come attore e un agente che non si da abbastanza da fare per realizzarlo, tira avanti con sporadici lavoretti mentre il secondo campa attraverso affari illegali redditizi ma che comunque non lo spronano a lasciare la casa nella quale abita con la nonna. Scheggia riesce a portare Valerio sulla sua cattiva strada fino a che l’incontro con Mei Mei, una ragazza cinese segregata in un appartamento e costretta a prostituirsi cambierà la vita dei due amici.
La regia sporca e la naturalezza della recitazione degli attori che non danno a Spaghetti story alcun pregio estetico sono però in grado di creare un legame molto forte tra i protagonisti e il pubblico che, nel bene e nel male, in qualche modo si lega alle personalità, ben trattate, e di conseguenza si appassiona alle vicende raccontate in cui anche la spregevolezza di alcuni atti diventa emozione per chi ne è testimone al di là dello schermo.
Il finale è aperto e non lascia spazio alle spiegazioni e se in molti casi questa scelta narrativa può infastidire lo spettatore abituato come un bambino a una fine lieta o quantomeno al contentino di sapere che fine faranno gli interpreti delle vicende seguite, questa volta l’inconsapevolezza di cosa accadrà è perfettamente nelle corde di un lungometraggio che somiglia alla realtà tanto da rendere sopportabile la conclusione dal futuro incerto dei suoi protagonisti.
Sandra Martone, da “filmforlife.org”

Unico film italiano presente al Moscow International Film Festival, approda nelle sale “Spaghetti Story”, esordio no budget del pubblicitario Ciro De Caro, coraggiosamente proposto in poche copie da una distribuzione indipendente (di nome e di fatto).
In una Roma verace e popolana, il trentenne Valerio, aspirante attore impegnato in lavoretti saltuari di ogni tipo, condivide l’appartamento con la fidanzata Sara, dottoranda spiantata che accarezza il sogno di un figlio. Nella loro guerra quotidiana con le bollette e i conti da pagare, hanno spazio anche la sorella Giovanna, massaggiatrice un po’ repressa dalla vita apparentemente disciplinata e grigia, e l’amico Scheggia, pusher di borgata che millanta uno smaliziato cinismo negli affari ma vive ancora con la nonna. L’incontro, quasi casuale, con la giovane prostituta cinese Mei Mei, sconvolgerà gli instabili equilibri dei quattro protagonisti, costringendoli ad affrontare le proprie responsabilità e ad affacciarsi al futuro da una nuova prospettiva.
I titoli di coda ci informano, con una punta d’orgoglio, che il film è stato girato in soli 11 giorni con una macchina digitale corredata di un’unica ottica (50 mm), un microfono, due luci d’ambiente e poco più. Realizzato all’insegna dell’economia, “Spaghetti Story” non è però un film povero.
La pellicola può contare innanzitutto su una sceneggiatura solida e brillante, ad opera dello stesso regista e della compagna (anche interprete) Rossella D’Andrea: animato da un’urgenza vitalistica, ma senza pretese sociologiche, De Caro è riuscito a mettere a fuoco il ritratto complesso e sincero di una generazione allo sbando, in bilico tra le difficoltà di una quotidianità ostile e le (dis)illusioni di un futuro assai poco accattivante. L’autore affonda la lama nella piaga della nostra contemporaneità: questi suoi adulti bambini, insicuri e mai del tutto risolti, che si affannano invano per sconfiggere una precarietà (emotiva ed economica) quasi inappellabile, raccontano molto della nostra società: sono lo specchio di una generazione data per spacciata in troppi telegiornali e statistiche percentuali.
Eppure “Spaghetti Story” riesce a non perdere mai il sorriso, sorprendendo lo spettatore con un’ironia sferzante e una garbata leggerezza, mai sinonimo di superficialità. Merito soprattutto di dialoghi scoppiettanti e di sfacciata onestà, messi in bocca a un affiatato gruppo di attori debuttanti o semi-sconosciuti, “pasoliniani proprio” direbbe Scheggia, tutti efficacissimi e di ammirevole naturalezza nel rimbalzarsi con sagacia insulti e tenerezze, rimproveri e consigli.
Il vero motore della pellicola sono le loro performance, ora toccanti, ora esilaranti, servite con pratica compostezza da una regia essenziale e piana, che privilegia la camera a mano e i lunghi piani fissi ravvivati da un montaggio dinamico e giocoso. Grazie al loro brio spregiudicato, non privo di garbo, lo spettatore si lascia condurre mansueto tra siparietti di avvincente familiarità e gag genuinamente divertenti, verso un finale aperto convenzionale e conciliatorio. È il Neorealismo 2.0, che fotografa con schiettezza la realtà, ma non rinuncia a coccolare lo spettatore.
Tra i cinepanettoni e le numerose commedie che saturano il periodo natalizio, “Spaghetti Story” si distingue per vivacità e freschezza. Una gradevolissima sorpresa che, anche se al box office giocherà il ruolo della Cenerentola, ha senz’altro il merito di aver rivelato una nuova firma del cinema italiano.
Stefano Guerini Rocco, da “ondacinema.it”

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