Salvo

Salvo_locandina

Salvo è lo scagnozzo di un boss locale. Gli fa da autista, guardia del corpo e “ripulitore”. Proprio durante una di queste pulizie, penetra in casa della sua vittima e nell’attendere il suo arrivo scopre la sorella di questo, una non vedente che non avrà il coraggio (o la volontà) di uccidere, anche perchè si rende conto che proprio in durante la colluttazione le è successo qualcosa di clamoroso. Decide così di rapirla e nasconderla al mondo sostenendo di averla fatta fuori. Ma nel mondo della malavita morire è tanto facile quanto è difficile amare.
La semaine de la critique di Cannes l’ha accettato “all’unanimità”. L’opera prima di Antonio Piazza e Fabio Grassadonia è un poliziesco che rifiuta ogni tono noir e preferisce sporcarsi le mani nel gangster movie all’americana (e all’occorrenza anche nel western), completamente desaturato non di colori ma di parole, espressioni e linguaggio verbale.
Salvo non parla praticamente mai e la sua prigioniera non è che sia da meno, parlano semmai tutti quelli che gli sono intorno da cui, come ogni buon criminale in cerca di redenzione, Salvo tenta di fuggire.
I silenzi sono l’arma a doppio taglio di questo film. Da una parte Piazza e Grassadonia dimostrano una capacità di lavorare sull’immagine e sul sonoro come nessun altro cineasta emergente si sogna anche solo di sperare, dall’altra al procedere della storia si lasciano ammaliare dalla propria abilità, finendo per confidare troppo nel fatto che non detti, sguardi e silenzi contemplativi riescano a mandare avanti il film.
Quando non sono troppo innamorati della loro tecnica però i due cineasti riempiono il loro Salvo di idee e di uno sguardo sulle “cose” (la Sicilia, gli esseri umani, i protagonisti, le auto, le armi) che orbita dalle parti di quello di Matteo Garrone, per come va a lavorare su luoghi reali e corpi locali per trasfigurarli e farli apparire altro (una fabbrica in disuso che pare una galera, la campagna sicula che pare il Texas). Soprattutto, in più rispetto a qualsiasi contemporaneo italiano, i due registi dimostrano una padronanza di tempi e spazi che è impressionante. Basterebbe anche solo il lungo pianosequenza iniziale (più di 20 minuti) in cui la ragazza non vedente si muove in casa prima ignorando la presenza di un estraneo poi, scopertala, cercando con la calma e la finta routine di celare i propri tentativi di fuga, per dimostrare quanto il nostro cinema si stia perdendo in questi anni. Suspense, tensione, sfruttamento degli ambienti, ricerca di un linguaggio diverso, contaminazione con il cinema di altri paesi (America ma soprattutto Asia) e un lavoro maniacale sul rumore ambientale. Tutto Salvo è infatti letteralmente martellato di rombi di motorini, metallo che sbatte, urla, pianti, sgommate, canzoni che escono dalle radio e altri rumori che provengono da lontano e danno la dimensione dei luoghi in cui si svolge la storia, anche quando non li vediamo. In questo modo pure le scene d’azione che avvengono quasi sempre fuori campo sembrano naturali, anche le terribili colluttazioni, di cui sentiamo solo i gemiti, sono digerite con il raccapriccio che meritano.
Gabriele Niola, da “mymovies.it”

L’inizio è qualcosa che non t’aspetti. Davanti a noi un killer fa strage di uomini con assoluta freddezza e feroce determinazione. Alcuni sono vittime inconsapevoli di un piano stabilito, altre la sfortunata conseguenza del tentativo di impedirlo. Tutto avviene in maniera repentina, inseguimenti, sparatorie, uccisioni a sangue freddo. Da togliere il fiato ma senza levare gli occhi dallo schermo. E sono proprio gli occhi dell’uomo che sta compiendo la sua missione, e successivamente quelli della ragazza che incontrerà nel corso dell’azione, a costituire il segno dominante di questa prima, lunga sequenza. Perchè “Salvo” il film d’esordio di Fabio Grassadonia ed Antonio Piazza collegandosi ad una resa dei conti di stampo mafioso, con il protagonista a funzionare come arma contundente utilizzata dal boss del quartiere per leggittimare il suo potere, è certamente un film di genere, soprattutto nell’estetica di una violenza tutta giocata sul ritmo, la tensione ed anche una buona dose di spettacolarità. Ma in questo caso tutto questo non basta ad esaurire i significati di quell’inizio che getta le basi di un anomalia che rende “Salvo” diverso dagli omologhi film a sfondo mafioso. Esiste infatti un’altro piano di lettura che si innesta nella storia senza distrarla dall’obiettivo di raccontare la dimensione di un mondo atavico ed ancestrale, regolato da formule e strutture arcaiche, continuamente ribadite dalla presenza della gerarchia mafiosa, ed è il sottotraccia che coincide con lo sguardo di Salvo e Rita. Lui ha una vista da sparviero, lei è cieca. Lui si affida a quella per tenere sotto controllo gli uomini, lei forse l’adopera per proteggersi da loro. Durante la convulsa azione che apre il film la telecamera di Piazza e Grassadonia intercetta quello di Salvo ad intermittenza, ma in modo costante, come a stabilire un legame inscindibile tra la capacità di vedere e la superiorità sugli avversari. Poi in maniera paradossale tutto viene rovesciato, con Rita e la sua condizione di non vedente a scrivere le regole. Ancora una volta è la vista, seppur nella sua mancanza, a farla da padrone. Un primato stabilito dalle immagini prima ancora che dalla storia, con le morti sparate in “primo piano” quando la vicenda è collocata nella terra di nessuno di un paesaggio siciliano modello far west di cui Salvo, angelo sterminatore al soldo di Satana è il protagonista assoluto, e successivamente rese invisibili e lasciate “fuori campo”, quando Rita entra in scena portando con se l’impossibilità tutta fisica di osservare quanto accade.

Piazza e Grassadonia inquadrano l’intrusione di Salvo nello spazio esistenziale di Rita su più livelli: quello esclusivamente narrativo che porterà all’incontro/scontro tra due realtà antitetiche, eppure destinate a compenetrarsi fino al punto di scambiarsi i ruoli, con Salvo a farsi carico del dolore e della sofferenza di Rita, dapprima liberata dal giogo della malattia, e poi, con un drammatico escalation, sottratta alla condanna inflittale da chi vorrebbe farle pagare il tradimento del fratello che Salvo ha ucciso di fronte a lei dopo essere entrato furtivamente nella loro casa. Quello metacinematografico, con Salvo, occhio che guarda senza essere visto – in un primo momento vediamo Salvo non rivelarsi a Rita ma seguirla silente nei suoi spostamenti nei vari ambienti della casa- ad impersonare il progressivo scivolamento dello spettatore all’interno della storia e della cornice filmica, coinvolto in prima persona con i fatti ed i personaggi attraverso un transfert che il film fa coincide con l’empatia di Salvo, talmente immedesimato dalla visione di quella sfortunata ragazza da risparmiarle la vita, mettendola al sicuro da chi la vuole morta.

E ancora mentre “Salvo” da una parte racconterà gli sviluppi di questa scelta, con il boss che ad un certo punto scoprirà il segreto ed intimerà al killer di completare il lavoro con l’uccisione della ragazza, il film di Piazza e Grassadonia continua il suo detour mettendo in scena il miracolo della guarigione di Rita ad opera di Salvo, a quel punto chiamato dalla storia ad un cammino di sacrificio e di martirio che sull’esempio del Cristo percorre le tappe di un calvario rappresentato con immagini che prendono in prestito l’iconografia sacra; valga per tutti quella che ritrae il corpo del protagonista adagiato su un divano con il braccio allungato e pendente alla maniera della pietà michelangiolesca, oppure ripercorrendo con progressione paradigmatica i passaggi più importanti, l’imposizione delle mani che fa tornare la vista alla ragazza, e poi cena condivisa e consumata dai due fuggiaschi mentre fuori ad aspettarli ci sono gli sgherri, e con loro la prospettiva di un convito che alla pari di quello pasquale potrebbe essere anche l’ultimo.

Grassadonia e Piazza con l’aiuto di un grande Daniele Ciprì, autore di una fotografia contrastata e densa di richiami, cinematografici e non – il western soprattutto, ma anche pittorici e caravaggeschi, per la qualità della luce che illumina i corpi, e quello di Salvo in particolare, in maniera estetizzante e sensuale – lavorano sulle forme del genere, qui utilizzate per mettere in risalto le contraddizioni delle proprie radici culturali. In questo modo la predominanza maschile messa in mostra dal film attraverso le imprese di Salvo e dei suoi compagni ha come contraltare il sodalizio matrimoniale che si prende cura di Salvo, e che, nella schiacciante supremazia della moglie/madre nei confronti del consorte/figlio (Luigi Lo Cascio), ma anche nella fascinazione di quest’ultimo nei riguardi di Salvo, sembra quasi volerci dire che la violenza maschile altro non è che la frustrazione per l’onnipotenza dell’essenza femminile. Ragguardevole ed inusuale per il nostro cinema è anche l’utilizzo del paesaggio e degli ambienti, ripresi soprattutto in interni e concentrati nello spazio chiuso di un edificio industriale abbandonato (come peraltro accadeva ne “L’intervallo” dell’esordiente Di Costanzo). Lungi dall’essere semplice accessorio, lo sfondo in cui si muovono i personaggi diventa parte integrante di una dialettica capace di approfondire i vari passaggi della storia: basti pensare all’inquadratura finale, con la linea del mare inquadrata a stento dalla telecamera posizionata dietro ai due protagonisti, seduti in attesa di fronte a quella vista. Il panorama spezzato ed in parte coperto dalle linee dei muri si sostituisce ai volti di Salvo e Rita, diventando l’espressione della precarietà di quellunione. E se anche “Salvo” nella seconda parte non è in grado di tenere testa alla potenza della sequenze d’apertura, il risultato finale è comunque positivo e da annettere a quel tipo di esordi che lasciano intravedere un futuro fatto di buon cinema . “Salvo” ha vinto la Semaine de la Critique all’ultima edizione del festival di Cannes. Unico film italiano quest’anno a portarsi via un premio dalla prestigiosa rassegna.
Carlo Cerofolini, da “ondacinema.it”

Vogliamo cominciare la nostra recensione con un ringraziamento ai festival del cinema – nella fattispecie a Cannes 2013 – perché ci consentono di conoscere film che altrimenti finirebbero nel dimenticatoio e perché, aprendo le porte del mercato internazionale ai nostri prodotti esplicitamente non mainstream, li aiutano a trovare una distribuzione nazionale.
Grazie all’inserimento nella sezione cinefila della Semaine de la Critique (e grazie a due premi vinti), Salvo può uscire nelle nostre sale preceduto da un’ottima pubblicità e dalla giusta nomea di film felicemente e sorprendentemente diverso dagli altri.
Frutto di un lungo lavoro che ha portato a versioni sempre più dettagliate di una sceneggiatura in cui venivano annotati anche i minimi movimenti di macchina, Salvo racconta una storia di Mafia parlando il linguaggio dei grandi generi cinematografici e incrociando la tradizione francese e americana all’epicità e all’ampio respiro del cinema orientale più rarefatto.
Dal noir alla Jean-Pierre Melville agli spaghetti western, da Kitano alla black comedy, l’opera prima di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza si libera di quell’immagine obsoleta rimandata da tante fiction e da vari b-movie ambientati in Sicilia per ridare ai luoghi colonizzati da arabi e greci secoli e secoli fa la loro dignità di terre che sono state culla di cultura e di filosofia, quella filosofia che ancora oggi permea il linguaggio aulico dei malavitosi, incarnazione di una malvaglità imperscrutabile e malata che in Salvo si fa paradossale.
A questa comunità ben descritta e regolata da gerarchie e rituali che si muove in una Palermo dove l’esigenza di un tiranno è primordiale, si oppone il prodigio dell’incontro fra due cecità: quella fisica di una ragazza di nome Rita e quella morale del killer dagli occhi di ghiaccio Salvo, che innamorandosi cominciano ad accorgersi dell’orrore che li circonda.
E’ un film di corpi aggrediti dallo spazio Salvo, di mani che toccano superfici che non conoscono, di teste martellate da discorsi assurdi e da rumori amplificati che finiscono per assordare.
Se non ci fosse una chiara idea di regia a supportare il film, questo senso di oppressione non verrebbe fuori, ma Piazza e Grassadonia hanno prestato un’attenzione maniacale al suono e alla fisicità dei loro attori, che premono contro i bordi di inquadrature claustrofobiche con una ribellione dapprima sommessa e poi potente, rabbiosa.
Anche se i personaggi sembrano destinati al fallimento in nome di una hybris che ha portato lontano dal seminato quelli che li hanno preceduti, per loro è possibile un doppio miracolo: riacquistare la vista e cominciare a vedere veramente, perché solo vedendo in profondità si può intervenire sulla realtà. O almeno immaginare di farlo.
Una nota di merito, infine, va agli attori di Salvo: a Saleh Bakri, che non essendo siciliano rende il suo personaggio archetipico e nello stesso tempo straniante, e a Sara Serraiocco, che negli occhi accecati da lenti oscurate ha saputo esprimere l’angoscia di un animale braccato.
Carola Proto, da “comingsoon.it”

Si sale in corsa a bordo di Salvo, che inizia in medias res, subito azione forsennata senza nemmeno l’agio di un titolo di testa, forse perché a Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, esordienti quarantenni, prudevano le mani per l’impazienza, dopo un’attesa di cinque anni perché la loro creatura vedesse la luce. E allora siamo subito nel mezzo di una sparatoria, secca e brutale come l’esistenza dell’eponimo protagonista, monolitico killer dagli occhi di ghiaccio che non conosce pietà per le sue vittime, poco male se inermi: una mano posata sulla fronte e giù il grilletto.
Nemmeno il tempo di prendere fiato e siamo altrove, ma di nuovo con l’alito sul collo di Salvo – ancora non gli abbiamo visto il volto, ancora non gli abbiamo visto gli occhi – pronto a uccidere di nuovo, e poi a caccia di Rita, la cieca. Una caccia magnifica, tutta in pianosequenza, su e giù per le scale, saranno 15 minuti, scanditi scaltramente da un pezzaccio pop (Arriverà dei Modà) diegetico, che si rivelerà più avanti metonimia da manuale; una caccia drammatica ma epifanica in cui i due stabiliscono il primo, animalesco e brutale contatto con l’Altro che la vita abbia loro destinato. Ecco finalmente il controcampo sullo sguardo di Salvo, che non può che appartenere alla soggettiva di Rita. Salvo – storia di mafia in cui la mafia, mai nominata, è scenario in cui ambientare un racconto di formazione e d’amore – può avere inizio.
In Salvo non si mangia né si dorme, perché a Palermo fanno 40 gradi all’ombra e i condizionatori sono scassati. Ma soprattutto perché i sensi (la vista in primis, a seguire l’udito, il tatto, l’olfatto) sono tutti esposti e protesi, troppo preponderanti perché si possa trovare la quiete. Il film si è intanto assestato dopo il furioso prologo in tempo reale, ma non si è seduto. Salvo, dopo l’incontro con Rita, è attanagliato dalla paura ma soprattutto è sconvolto dalla speranza. Rita, dopo l’incontro con Salvo, sa del mondo, che però le è precluso. La psicologia al cinema sta a zero, molto meglio i miracoli: improvvisamente entrambi vedono, ora, per la prima volta.
È un cinema sicuro di sé e infrangibile quello di Grassadonia e Piazza, perché anche quando ammicca alla teoria (Rita che si guarda per la prima volta allo specchio, consapevole immagine primaria), anche quando lambisce la poesia (le mani dei due protagonisti che si sfiorano timide e analfabete) non schioda mai i piedi da terra, una terra polverosa qual è quella dell’entroterra siciliano, ma potrebbe essere la Frontiera di un western morale di Anthony Mann. I due registi/sceneggiatori rivendicano un immaginario di genere tra western, appunto, e noir d’autore (venerano J.P. Melville, dicono), senza disdegnare il cinema sociale americano (la radio annuncia che il caldo torrido non darà scampo per giorni, come in Fa’ la cosa giusta di Spike Lee), l’action orientale (la colomba di John Woo) e addirittura il muscolare (il palestinese Saleh Bakri, figlio del grande attore Mohammad, è un incrocio tra Arnold Schwarzenegger e Alain Delon).
Un cinema semplice, nell’accezione più alta, che forte anche di alcuni fuoriclasse nel reparto tecnico (Ciprì alla fotografia, il veterano Marco Dentici alla scenografia, Guillame Sciama, già collaboratore di Haneke, al suono) sa utilizzare il linguaggio nelle mille opportunità che gli offre. Sa quindi tenere un duello fuoricampo per esaltarne la suspense, sa costruire una sequenza intorno all’abbaio di un cane, sa risparmiare sul dialogo per guadagnarne mistero, sa allentare la tensione della storia con due figurine grottesche di contorno (Lo Cascio e Giuditta Perriera) che contemporaneamente alludono però anche a un discorso molto molto serio sull’omertà mafiosa. Un cinema semplice, anche per dimensioni produttive (un milione di euro di budget, niente tv a supporto), ma ciò nondimeno, ogni volta che se ne ritrova traccia, pare di vedere per la prima volta.
Armando Andria, da “schermaglie.it”

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