Quando c’era Berlinguer

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Qualcuno era comunista
Veltroni ha composto non una elegia né una commemorazione, ma un album di ricordi che, a metà strada tra la ricostruzione storica e quella affettiva, appartiene ad una parte numerosa di Italiani disillusi.
“Qualcuno era comunista perché il cinema lo esigeva, il teatro lo esigeva, la pittura lo esigeva, la letteratura anche: lo esigevano tutti. Qualcuno era comunista perché glielo avevano detto. Qualcuno era comunista perché non gli avevano detto tutto. Qualcuno era comunista perché prima (prima, prima…) era fascista. Qualcuno era comunista perché aveva capito che la Russia andava piano, ma lontano… Qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona.” Così Giorgio Gaber recitava nel suo teatro canzone descrivendo un’Italia piccola, affannata che, pur non fingendo di esser sana, poteva ancora farsi vanto dell’amore e della riconoscibilità in un politico insolito come Enrico Berlinguer. E di quel paese, che oggi ha assunto un aspetto quasi nostalgico visto l’ultimo ventennio vissuto, Walter Veltroni ha fatto parte vestendone e abbracciando difetti e ingenuità, ma soprattutto il rimpianto per la perdita di un uomo perbene come il Segretario dell’ormai scomparso Partito Comunista. Così, a trent’anni dalla morte di Berlinguer, avvenuta l’11 luglio 1982 a Padova, l’ex Sindaco di Roma trasforma quei suoi ricordi da ragazzo affascinato da un uomo piccolo piccolo capace di guidare il paese verso dei no fondamentali, prima nel libro Quando c’era Berlinguer e poi in un documentario omonimo. In questo modo non solo utilizza finalmente il linguaggio cinematografico per cui ha avuto sempre una passione, ma cerca di consegnare alle generazioni più giovani l’immagine di una politica morale, quasi poetica, il cui scopo era quello di progredire costruendo e non certo distruggendo.
Chi era Enrico Berlinguer?
Con questa domanda Veltroni inizia la sua narrazione e mostra allo spettatore quanta necessario sia non dimenticarsi mai di nutrire la memoria. Perché negli occhi e nella generazione dei più giovani, fatta eccezione per alcuni personalmente interessati all’attività politica, il sorriso timido, quasi infantile, con cui Berlinguer affrontava il confronto dialettico non ha alcun significato. Come non ne ha la vittoria nel Referendum sul divorzio o quel senso del dovere che lo portò ad accettare un governo completamente in linea con la Democrazia Cristiana pur di salvare il paese da una guerra civile. Il fatto è che Berlinguer, portando il Partito Comunista a risultati mai ottenuti prima e trasformandolo in altro rispetto alla realtà russa, non ha mai smesso di rispondere per un solo momento al senso di responsabilità e alla necessità di legittimazione democratica. Elementi non da poco conosciuti perfettamente da quelle generazioni che si unirono per salutarlo con dolore famigliare durante i funerali di massa tenutesi a San Giovanni. E anche per loro, e riconoscendosi in questi, Veltroni ha composto non una elegia né una commemorazione, ma un album di ricordi che, a metà strada tra la ricostruzione storica e quella affettiva, appartiene ad una parte numerosa di Italiani disillusi per cui quel giorno, tornando a citare Gaber, il sogno si era rattrappito.
Il linguaggio emotivo del documentario
Spesso si è portati a credere che per far nascere o veicolare un’emozione attraverso delle immagini si abbia comunque bisogno di una narrazione di stampo letterario. Come se, alla fine, la realtà non riuscisse mai ad essere poetica tanto quanto la costruzione della finzione. Ci sono dei casi, però, come questo documentario in cui ogni regola della cronaca viene quasi stravolta, non potendo far altro che cedere il passo all’emozione. Il merito va alla voglia da parte del regista/scrittore di mettere in gioco dei ricordi personali, alla sua furbizia di orchestratore capace d’inserire l’enfasi al momento giusto, alle testimonianze di chi c’era a vedere tutto con i propri occhi ma, soprattutto, al protagonista assoluto di questa storia. Perché dopo l’interrogativo iniziale sulla sua identità, l’autore lascia che a rispondere sia il diretto interessato attraverso quell’etica d’altri tempi, l’ormai desueta morale della politica, la gioia trattenuta delle vittorie, lo sconforto dignitoso delle sconfitte fino all’ultimo affaticato comizio tenutosi a Padova. Così, accanto ad un uso moderato delle interviste alla figlia Bianca Berlinguer, al Presidente Giorgio Napolitano, Pietro Ingrao, Eugenio Scalfari e il capo della scorta Alberto Menichelli, un largo spazio viene concesso alle immagini di repertorio che nella loro “nudità” sembrano aver immortalato e custodito per oltre trent’anni l’essenza di un uomo perbene. E visto quello che è successo dopo di lui, non è certo poco.
Tiziana Morganti, da “movieplayer.it”

Ci sono personaggi che hanno segnato la storia d’Italia e che, per svariate ragioni, sono purtroppo dimenticati o ignorati dalle generazioni attuali. Enrico Berlinguer, segretario del PCI a cavallo tra gli anni ’70 e gli anni ’80, è una di queste figure, e Walter Veltroni ha deciso di omaggiarlo con un documentario dal sapore nostalgico, ma che, senza dubbio, costituisce un ottimo tentativo di divulgare la conoscenza di un uomo fondamentale nella storia politica italiana.
Veltroni decide di partire in maniera molto diretta nel suo documentario, girando per le città d’Italia e domandando chi sia Berliguer: agghiacciante il livello delle risposte ottenute, che vanno dal più semplice “non lo so” ai peggiori “un cantante”, per arrivare ad ipotizzare un improbabile leader coreano o francese. Questa prima parte resta abbastanza sconcertante, ma è semplicemente lo specchio della realtà odierna, dove un politico come Berliguer non esiste più, dove un uomo come Berlinguer nella politica di oggi non avrebbe spazio, e che, questo è vero, resta oscuro alle generazioni moderne perché i programmi scolastici dei licei si fermano ormai troppo presto per conoscere questi eventi di storia italiana. Ecco allora che Veltroni si serve di bellissime immagini di repertorio e di un montaggio stimolante per raccontare quegli anni, costellati da personalità importanti come Aldo Moro, dalla nascita delle Brigate Rosse e dalla morte del comunismo italiano l’11 giugno 1984, con la scomparsa di Enrico Berlinguer. Veltroni non ripercorre pedissequamente ogni tappa, ma cerca di raccontare gli eventi più significativi, anche attraverso le voci e le testimonianze di chi Berlinguer lo ha conosciuto, sostenuto e che ora lo ricorda con affetto estremo. Se c’è una critica che si più muovere nei confronti di questo prodotto è che forse è troppo emotivo, carico del sentimento di ammirazione che Veltroni nutre nei confronti di chi, per lui, è stato un esempio e un modello, perdendo a tratti la lucidità e soffermandosi forse troppo su alcuni eventi. Ma del resto si potrebbe guardare Quando c’era Berlinguer come una dichiarazione d’amore, dove la razionalità e l’ordine hanno solo un ruolo marginale.
Quando c’era Berlinguer, indipendentemente dal valore artistico del documentario, resta un racconto di un modo di fare politica lontano anni luce dalla situazione attuale, e che varrebbe la pena di vedere, anche solo per conoscere. E non è poco.
Lorenzo Bianchi, da “persinsala.it”

A trent’anni dalla sua comparsa, la vita di un importante personaggio del panorama politico italiano raccontata tramite immagini di repertorio, interviste e testimonianze, ricostruita nel documentario Quando c’era Berlinguer diretto da Walter Veltroni e prodotto da Sky.
Tra le prime scene, la panoramica suggestiva su Piazza San Giovanni nel 1984 in occasione dei funerali di Berlinguer mostra il grande seguito di persone che il Segretario del Partito Comunista italiano aveva saputo attirare a sé, conquistando la stima anche dei suoi rivali politici.
Nato a Sassari nel 1922, nel 1958 Enrico Berlinguer entra a far parte della Segreteria nazionale del Partito Comunista italiano; nel 1983 diventa Segretario generale del Pci. Gira l’Italia e parla agli italiani convinto dei suoi ideali, facendo trasparire competenza, integrità ed onestà, procurando al Pci una partecipazione popolare tale da far votare il suo partito da un cittadino su tre.
Sullo sfondo della sua vita scorrono fatti storici come l’uccisione dell’onorevole Aldo Moro da parte delle Brigate rosse (1978) e l’ultimo comizio di Padova dove Berlinguer accusò il malore dal quale non si riprese più.
A parlare di questo personaggio timido, riservato e coraggioso, intervengono le persone che lo hanno conosciuto e che lo hanno avuto vicino: la figlia Bianca Berlinguer, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, Michael Gorbaciov, Eugenio Scalfari, Sergio Segre, Aldo Tortorella, Lorenzo Cherubini (Jovanotti), che all’epoca aveva appena diciotto anni.
Ideata e diretta da Walter Veltroni, dalla biografia di Berlinguer traspare l’impronta e l’influenza del suo regista, di come Veltroni, da giovane, ha vissuto e recepito gli anni in cui Berlinguer è stato coraggioso protagonista della politica nazionale ed internazionale.
Nonostante il sentimentalismo in cui il documentario scade a tratti, attraverso le lacrime e il coinvolgimento emotivo dei personaggi intervistati (per esempio, il capo scorta Alberto Menichelli e l’operaio Silvio Finesso, i quali ricordano con grande commozione gli ultimi attimi in cui hanno assistito il loro leader prima della sua morte), il documentario arriva allo spettatore nel suo intento di ricostruire e far conoscere la storia e la politica italiana tra gli anni ’50 e ’80 tramite le interviste RAI e i vecchi filmati di comizi.
Se pensiamo alla domanda iniziale “Chi era Berlinguer?” rivolta a italiani di tutte le età (da giovani universitari freschi di studi a uomini in carriera), dalla quale scaturiscono risposte errate e vaghe, l’ignoranza dilagante di un popolo di nuova generazione che probabilmente ha bisogno di studiare ancora un po’, documentarsi, leggere e vedere per capire meglio la politica e la storia passata e attuale del nostro Paese, allora, al di là di ogni schieramento politico, questo documentario è un progetto che serve, utile per ciò che rappresenta e per ciò che racconta.
Elisa Cuozzo, da “voto10.it”

Qualche anno fa, in una delle sue canzoni, Francesco De Gregori gli aveva consigliato di andare in Africa chiamandolo non per nome ma Celestino. Walter Veltroni non l’ha fatto ma si è allontanato dalla politica e ha deciso di darsi alla scrittura per poi tornare al suo sogno di ragazzo, ammesso più volte: diventare un regista.
Conoscendo la sua carriera non c’è da stupirsi che l’opera prima del’ex Sindaco di Roma sia un omaggio a una delle figure politiche più carismatiche della nostra Repubblica e più vicine a quegli ideali che Veltroni ha cercato – spesso in maniera errata e incoerente – di perseguire, Enrico Berlinguer: quasi trent’anni dalla sua scomparsa, infatti, Walter Veltroni dirige Quando c’era Berlinguer un docufilm affatto retorico (e qui , invece, c’è da stupirsi) che fa un ritratto moderno, affidabile e accorato dell’ex leader del PCI.
Cattiva e leale è la parte iniziale del lavoro dove vengono intervistati studenti universitari e professori che non sanno chi sia quel Berlinguer che oggi vive nel ricordo degli ex compagni a lui più o meno coetanei e nei non-ricordi di alcuni giovani di sinistra che scrivono e urlano il suo nome senza conoscere per mancanza di vissuto, realmente, cosa abbia fatto quell’Enrico la cui foto è in bella mostra in molte delle sezione del Partito Democratico, corrosa dal tempo, come un ossimoro.
Quando c’era Berlinguer è un documentario emotivo, nostalgico, sincero e sicuramente di parte, com’è giusto che sia. È un documentario che ripercorre la vita di una figura portatrice di grande carisma e delle sue morti – Veltroni sottolinea l’idea che Berlinguer, in realtà, morì due volte – quella in seguito al sequestro Moro e la seconda a Padova, esattamente quattro giorni dopo quel discorso in cui si sentì male, tra gli applausi, gli ultimi, della gente che lui potè sentire.
Negli anni raccontati della vita di Enrico Berlinguer c’è anche la narrazione dei cambiamenti del nostro Paese, dell’avvento di Craxi, della speranza che il comunismo potesse fare del bene, della capacità di poter creare un vero dialogo tra fazioni ben distinte sottolineate dal carteggio che rese pubblico con Monsignore di Ivrea e Luigi Bettazzi e che palesò la possibilità dell’esistenza di un dialogo tra Partito Comunista e Democristiani.
Tanti i ricordi e tante anche le testimonianze dei soliti e insoliti noti, il tutto reso ancora più affascinante dalle musiche originali di Danilo Rea, da un brano inedito di Gino Paoli e dai camei vocali di Toni Servillo e Sergio Rubini.
Quando c’era Berlinguer, oltre ad essere un’opera prima profonda dell’esordiente sorpresa Walter Veltroni, è un omaggio non solo all’uomo che fu ma anche ai tempi andati e volati via, inesorabili. Tempi che lo stesso Veltroni sembra, attraverso il suo documentario, ammettere di non aver saputo far ritornare. Tempi rosso utopia.
Sandra Martone, da “filmforlife.org”

L’11 giugno 1984 moriva Enrico Berlinguer. A trent’anni di distanza Walter Veltroni rende omaggio allo storico segretario del PCI con il docu-film Quando c’era Berlinguer, prodotto da Sky in collaborazione con Palomar, che raccoglie testimonianze, video e immagini di quello che è stato uno dei personaggi più importanti e amati della politica italiana.
Chi è Enrico Berlinguer? Le risposte della gente comune aprono e giustificano l’opera prima da regista di Veltroni, dedicata all’ex leader comunista, il cui ricordo si rivela una vecchia polaroid, tristemente sbiadita dal tempo. Un presente, vuoto e in bianco e nero, nel campo lunghissimo su Piazza San Giovanni, che muta, in un repentino flashback, nella moltitudine rossa giunta a commemorare Berlinguer il giorno dei suoi funerali. Significativo ossimoro visivo e cromatico, tra modernità e passato. Questa una delle immagini più suggestive del documentario che omaggia la figura di Enrico Berlinguer, in un collage di filmati privati, trasmissioni televisive, tribune politiche, comizi, telegiornali. quando c’èera berilinguer recensione posterNon è la biografia completa che interessa mostrare, ma l’uomo e il leader di partito, attraverso i passaggi più importanti della sua politica. Dal colpo di stato in Cile del 1973, che segnerà profondamente le scelte del PCI, al compromesso storico prima dell’omicidio Moro, momento spartiacque della politica riformista di Berlinguer, fino al tragico comizio di Padova. Il regista non si nasconde mostrandosi in prima persona testimone degli avvenimenti e narratore. Sua la voce fuoricampo e le interviste a figure istituzionali come Giorgio Napolitano e Mikhail Gorbaciov, i cui interventi si accompagnano, tra gli altri, a quelli di Bianca Berlinguer, del capo scorta Alberto Menichelli, passando dal fondatore delle BR Franceschini, a Eugenio Scalfari e Jovanotti. Impreziosiscono l’opera Toni Servillo e Sergio Rubini, le cui voci sostituiscono quelle di Berlinguer e Pasolini, oltre al brano inedito di Gino Paoli “Un Addio”. Veltroni miscela in modo sapiente elementi di puro documentarismo con spezzoni più leggeri e comici di film e trasmissioni, collocati opportunamente a legare sequenze successive, con lo scopo di abbassare il tono di un documentario che le quasi due ore di durata potevano rendere poco digeribile.
Quando c’era Berlinguer si apre con i sorrisi e si chiude con momenti di commozione autentica. Walter Veltroni, all’esordio dietro la macchina da presa, riesce a tratteggiare un ritratto appassionato e storicamente corretto del segretario comunista, senza scadere nella facile retorica. Il risultato è un documentario ben riuscito e toccante, sicuramente aiutato da una personalità come quella di Enrico Berlinguer, il cui ricordo emozionerà i nostalgici, ma anche i giovani pronti ad approfondirne la figura.
Filippo Mastroianni, da “cinefilos.it”

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