Principessa Mononoke

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In seguito allo scontro con un animale posseduto da un demone il principe Ashitaka viene contaminato da una maledizione mortale. Si mette dunque in viaggio per scoprirne l’origine e chiedere una cura al grande Dio Bestia, l’unico in grado di guarirlo. Arrivato nelle regioni da cui proveniva la bestia scopre una guerra tra uomini e una forma primitiva di animali della foresta, giganti, senzienti e aiutati da quella che chiamano la Principessa Spettro, una ragazza cresciuta dai lupi che ha rinnegato gli uomini. Dall’altra parte gli uomini, capitanati da Lady Eboshi che gestisce con amore, giustizia e pietà il suo villaggio di fabbri, vogliono lavorare la montagna e abbattere gli alberi per poter estrarre il ferro (fonte di ricchezza). In mezzo un gruppo di monaci cerca di fomentare gli uomini ad uccidere il Dio Bestia e rubarne la testa perchè, si dice, fornisca l’eterna giovinezza.
Il più avventuroso e apparentemente il più canonico film di Hayao Miyazaki è stato quello che l’ha reso definitivamente famoso in Occidente anche presso il grande pubblico, il primo distribuito in America da una grande major. Arrivò in Italia in un’edizione tradotta molto male che ne modificava il senso, la lingua e alcune frasi semplificandolo per renderlo più comprensibile ai bambini. Ora che i diritti li ha acquisiti la Lucky Red ritorna al cinema ritradotto e ridoppiato. Il risultato è oltre ogni immaginazione e si può parlare per molti versi di un altro film, lontano da molte cose che pensiamo appartenere a Miyazaki (certi dialoghi impressionano per efferatezza) e dotato di un’aulicità nel registro parlato che ne modifica l’aria generale.
Anche in italiano dunque possiamo finalmente apprezzare questo film d’avventura in cui la morte sembra essere continuamente pronta ad arrivare per colpire con grande violenza e nel quale il concetto di conflitto viene declinato in tutte le sue possibilità (uomini contro uomini, uomini contro natura, animali contro animali).
Però là dove La principessa Mononoke impressiona è nella maniera in cui si allontana da tanti luoghi comuni dell’animazione stessa (gli animali parlano ma senza essere antropomorfi, non hanno espressioni umane nè muovono la bocca come farebbero in un film Disney, mantengono la dignità dei loro veri movimenti), travalicando la propria endemica immaterialità e riuscendo a donare pesantezza e concretezza ad ogni persona, come si capisce quando San è colpita da un fucile sulla maschera o vedendo la massa in movimento dei cani selvatici o infine dalla spettrale leggerezza dei guerrieri travestiti da cinghiali. Si tratta a tutti gli effetti dell’equivalente animato del miglior uso possibile dei corpi nel cinema dal vero. Ma ancora più fuori dai canoni in questa storia ci sono due protagonisti uniti da un sentimento strano, intenso ed improvviso eppure diverso e superiore al consueto “amore da film” cui siamo abituati.
San e Ashitaka potrebbero unirsi (come suggerisce a lei la madre-lupo) ma non è mai chiaro se accadrà, perchè uno rappresenta la razza umana e l’altra è la natura, il loro rapporto è di inevitabile amore ma di difficile unione.
Più in profondità però La principessa Mononoke fonde mitologie differenti tra loro cercando di mettere a frutto ad un livello superiore di scrittura l’importanza che il contesto esotico ha nel cinema d’avventura. In questa grande storia di un conflitto epico nel quale due individui si incontrano e cercano disperatamente di rimanere uniti, la natura di luoghi remoti (fondamentale nei racconti avventurosi) è parte in causa, diventa una fazione con sue volontà e sue idiosincrasie (si veda la follia dei cinghiali che mette in pericolo tutti). Dall’altra parte Ashitaka è un eroe solitario che viene dalla tradizione americana e western (ampiamente imparentata con quella giapponese del cinema di samurai): arriva da un altro luogo e cerca di risolvere tutto senza parteggiare per nessuno. Sono quindi profondamente diversi tra loro i due protagonisti e il film non ne fa mistero, sembra volerli unire rendendosi conto però della loro intima lontananza, risultato che forse è la più profonda e clamorosa conquista della narrazione audiovisiva miyazakiana. È infatti a partire dalle immagini che il film li avvicina (la rivelazione dell’amore da parte di Ashitaka in fin di vita) e li allontana (mostrandoli sempre ad una certa distanza l’uno dall’altro).
Capace come suo solito di non parteggiare per nessuno, spiazzando nella maniera in cui nega le consuete contrapposizioni granitiche che conosciamo tra buoni e cattivi, questa volta l’unione di un dinamismo non comune nell’animazione (la vera conquista e lo specifico irripetibile del cinema di Hayao Miyazaki sono i movimenti dei suoi personaggi) e di una narrazione che rifiuta di dare allo spettatore ciò che si aspetta è così travolgente da riuscire nell’ardua impresa di empatizzare con tutte le parti in causa senza peccare mai in coerenza.
Gabriele Niola, da “mymovies.it”

Le vicende di Principessa Mononoke prendono vita nel periodo Muromachi, probabilmente attorno al 1500 d.C.. Ashitaka, giovane e valoroso principe di una tribù Emishi, rimane ferito e maledetto durante un combattimento durante il quale tenta di proteggere il proprio villaggio dall’attacco di un Tatari-gami, un demone cinghiale fuori controllo. L’incidente sviluppa in lui poteri che acuiscono i suoi sensi e la sua forza, rendendolo un formidabile guerriero, ma al contempo lo rende preda di dolori lancinanti destinati ad ucciderlo, man mano che la piaga che gli ha infettato il braccio si diffonde su tutto il corpo. L’unica speranza è un viaggio verso ovest, in cerca di qualcosa o qualcuno in grado di compiere il miracolo e guarirlo, come ad esempio lo Shishigami, il grande Spirito cervo della foresta, in grado di dare e togliere la vita. Ma il ragazzo, durante il suo cammino, è destinato ad incontrare diverse altre creature, più o meno ostili, tra cui gli abitanti di un villaggio-fonderia e la loro leader, la caparbia Eboshi, e una misteriosa e selvaggia ragazza in cerca di vendetta, San, sempre accompagnata da alcuni lupi giganti. Ashitaka si troverà, dunque, nel centro di un conflitto in cui è in gioco, oltre alla sua vita, l’esistenza stessa dell’ecosistema in cui abita.
Puzza di umani
L’importanza di Mononoke Hime nella cinematografia mondiale non va data per scontata: è uno dei più grandi successi di tutti i tempi in patria, ha ispirato dozzine di cineasti ed è stato, probabilmente, il primo film di Hayao Miyazaki ad essere visto dal grande pubblico mondiale e non solo da addetti ai lavori e appassionati dell’animazione giapponese. Lucky Red, a quasi quindici anni di distanza dalla prima uscita nelle sale italiane del film, avvenuta a suo tempo per Buena Vista, ripropone ora, con nuovo doppiaggio e nuovo adattamento, questo classico moderno dello Studio Ghibli.
Un’opera sfaccettata, che unisce la tradizione (il disegno su cell) ad un utilizzo ancora pionieristico della CGI (mai invadente, ad ogni modo) per un risultato di grande realismo e impatto scenico. Quello che colpisce più di tutto, ad ogni modo, è il contesto della storia e la storia stessa, probabilmente la più violenta, inquietante e disperata tra quelle narrate dal grande cineasta giapponese. Il sottotesto ecologista e da romanzo di formazione tipico delle epopee ghibliane è sempre presente, ma il senso di meraviglia, stupore, avventura di opere come Laputa viene sovrastato da quello di terrore, di impotenza di fronte alla Forza della natura e alla pochezza della miseria della condizione umana, che deve compiere sforzi sovrumani per innalzarsi sopra l’egoismo, la barbarie e l’odio, veleni che corrompono e portano solo morte e distruzione. Che sia tramite lo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali, la guerra o il risentimento personale poco importa: il risultato è catastrofico e quel che conta, alla fine, è solo il rispetto per la vita altrui, umana o animale che sia.
Tutti concetti espressi benissimo tramite mille metafore visive veicolate da personaggi, bestie e spiriti presenti nell’opera.
Complesso, forte, ostico. E imperdibile.
Un’opera oltretutto coraggiosa, dato che le belle scene d’azione sono intervallate da molte altre più ragionate e discorsive, significative ma al contempo un po’ ostiche e lunghe, soprattutto per il pubblico non avvezzo al periodo storico di cui si parla. Miyazaki avrebbe difatti potuto ambientare una storia simile in un contesto più conosciuto al grande pubblico (e intendiamo anche a quello nipponico) come quello Tokugawa, o anche nel popolare periodo Meiji, inserendo anche un facile confronto/scontro tra oriente e occidente. E invece no, il grande Hayao decide di rendere eroe della sua storia un Emishi, un appartenente a un popolo originariamente diverso dai giapponesi Yamato che andavano espandendo la loro influenza verso gli estremi dell’arcipelago. Qui non vediamo i classici samurai cortigiani, ninja, bonzi, e tutte le figure “classiche” che siamo abituati a incontrare nei film in costume giapponesi. Anzi, anche le creature leggendarie non sono “le solite” andando piuttosto a scomodare Kami e Youkai locali, dal grande significato allegorico. Per questo il film è a tratti ‘poco digeribile’, ma la soddisfazione è garantita. Del resto, a Miyazaki non è mai piaciuto vincere facile. Ma vincere alla grande, sì.
Quale migliore occasione della Festa del Cinema per godersi in sala un’opera dall’incredibile potere immaginifico quale Principessa Mononoke? Grazie ad un nuovo doppiaggio e a un nuovo adattamento, più fedele a quello originale giapponese di quello di quindici anni fa, possiamo tutti rivedere (o scoprire) un classico dell’animazione mondiale che ha dato grande lustro al suo creatore, Hayao Miyazaki, e a tutto lo staff dello Studio Ghibli. Certamente non è una visione da intraprendere a cuor leggero, dato che si tratta di un film di contenuto, più che di intrattenimento, ma rimane un appuntamento obbligato per chi ama il cinema di qualità.
VOTOGLOBALE7.5
Marco Lucio Papaleo, da “everyeye.it”

“La filosofia di Miyazaki unisce romanticismo e umanesimo a un piglio di epico, una cifra di fantastico visionario che lascia sbalorditi. Il senso di meraviglia che i suoi film trasmettono risveglia il fanciullo che c’è in noi.” (Marco Müller)
“Talvolta lo paragonano a me; mi dispiace per lui perché lo abbassano di livello.”(Akira Kurosawa)
Fatidica domanda: “L’animazione è cinema?”. Risposta: se il cinema è espressione artistica, mimica dell’uomo; non sarebbe più opportuno chiedersi: “Perché non dovrebbe esserlo?”
E’, infatti, tipico della mentalità occidentale considerare il genere animato come un surrogato del cinema stesso, quel concetto di “intrattenimento puerile senza pretese” ormai entrato a far parte dell’immaginario collettivo. In effetti, come affermava a ragione il grande commediografo Jean-Baptiste Poquelin, tutelandosi da coloro i quali lo accusavano di non rispettare le unità aristoteliche, “la grande règle de toutes les règles est de plaire au public”. Parole sante, per carità, ma che espongono un concetto incompleto, poiché, al contrario di quanto alcuni potrebbero credere, il cinema è ben lungi dall’essere esclusivamente componente commerciale e quindi intrattenimento.
Lo sa bene il Giappone, che da anni riversa in occidente solo il peggio della propria produzione, mentre i suoi gioielli più raffinati e preziosi sono inspiegabilmente misconosciuti nel panorama internazionale. La Disney, regina incontrastata dell’animazione mondiale, ha furbescamente acquisito i diritti di distribuzione in occidente dei film firmati Studio Ghibli, celebre laboratorio cinematografico giapponese fondato da Miyazaki e Takahata nel 1985, facendosi però sospettosamente promotrice di deboli campagne di marketing: si potrebbe maliziosamente pensare che voglia subordinare i prodotti dello Studio Ghibli ai propri. E’, questo, il caso di “Principessa Mononoke”, edito sotto “silenzio stampa” in Italia il 19 maggio 2000, e miracolosamente scampato alla nobile campagna del “taglio Disney style”, che avrebbe senza ombra di dubbio trasfigurato – “come d’incanto” – un prodotto di tale magnificenza in una scialba fiabetta hollywoodiana, corredata di lieto fine e appestata dal solito campionario di retorica e buoni sentimenti. Sottrattasi alle magiche sforbiciate Disney, l’opera ha però patito un inappropriato adattamento in lingua italiana, con l’utilizzazione di uno stile riconducibile allo stucchevole doppiaggio di “Nausicaa della valle del vento”, responsabile dell’esaurimento nervoso di alcuni accaniti fan dell’incolpevole maestro giapponese.
Per la realizzazione di “Mononoke Hime”, lo Studio Ghibli ha impiegato tre anni di duro lavoro e si è avvalso di un budget di 2,4 miliardi di yen. Il numero totale delle immagini è di circa 144.000, tutte rigorosamente disegnate a mano, delle quali solo il 10% è stato ritoccato con l’utilizzo della computer graphic. La qualità delle animazioni, la regia del maestro e l’attenzione quasi maniacale verso ogni minimo particolare sullo sfondo sono stupefacenti. Il risultato ottenuto è il concretizzarsi della bellezza nella sua espressione più alta e perfetta: un mistico fluire d’immagini e musiche (Joe Hisaishi) quanto mai evocative, un realismo che lascia interdetti. Il vasto consenso di pubblico e critica riscosso in patria, spinse Miyazaki a continuare la sua carriera, e a cimentarsi in due nuovi progetti: “La città incantata”, giustamente trionfatrice nella notte degli oscar del 2003, e “Il castello errante di Howl”.
“Principessa Mononoke” è la dimostrazione tangibile della diversa concezione di cartone animato in oriente; nel paese del Sol Levante questo è semplicemente un modo come un altro di fare cinema con un pubblico prevalentemente adulto. Miyazaki è stato più volte definito il “Disney d’oriente”, sebbene una tale descrizione risulti assolutamente non conforme alla realtà. “Mononoke Hime” stupisce per originalità e profondità nei contenuti; è un fiume in piena che trasporta e stordisce lo spettatore per poi ricondurlo nuovamente a una realtà ora stranamente diversa.
La vicenda è ambientata nel periodo Muromachi (dal nome del quartiere di Kyoto dove risiedeva, 1336/1573, lo shogun), un’epoca storica confusa di grandi sconvolgimenti politici, economici e sociali; un’era che vede il tramonto del medioevo giapponese, con il conseguente crollo dei pilastri di una società prettamente agricola e di stampo feudale.
Ashitaka, giovane principe Emishi, antico popolo sterminato dall’imperatore, nel tentativo di salvaguardare il proprio villaggio da una misteriosa creatura, è colpito da una maledizione; dovrà recarsi verso occidente e “andare in contro il proprio destino”. Qui s’imbatterà negli abitanti della “Città del Ferro”, capitanati dall’ambigua personalità di Eboshi, in perenne lotta contro i custodi millenari della foresta, alla cui causa si è unita San, umana allevata da una tribù di lupi. Ashitaka finirà per innamorarsi di Mononoke (San), ma l’arrivo di Jiko-Bou, emissario dell’imperatore giunto per reclamare la testa del Dio della foresta, destabilizzerà un equilibrio già precario.
La firma del maestro è perfettamente individuabile in tre punti cardine: il personaggio tipico, l’impavida e bellissima ragazza dal carattere forte e volitivo; l’impossibilità di compiere una netta distinzione fra buoni e cattivi, caratteristica ricorrente in svariate altre opere dell’autore giapponese; l’indefinibile tocco di magia e poesia in perfetta simbiosi con l’inesauribile amore nei confronti dell’ambiente, che si traduce in quelle splendide liriche sequenze raffiguranti il paesaggio incontaminato e “illimitato” del Giappone, in un’epoca in cui la tecnologia muoveva solo i primi passi.
“Principessa Mononoke” è un dramma atipico, che abbraccia alcuni stilemi caratterizzanti il romanzo cortese-cavalleresco, per poi discostarsene bruscamente.
Il termine romanzo deriva da “romanz”, che in origine acquisiva il significato di “parlare in lingua romanza” (loqui romanice); in seguito venne a identificare una particolare tipologia di discorso in volgare, la narrazione di amori e argomenti avventurosi.
Le fondamenta di “Mononoke Hime” sono ricercabili in questa particolare tipologia letteraria in relazione a quattro delle caratteristiche portanti del suddetto romanzo cortese- cavalleresco: il ruolo preponderante dell’amore, l’avventura, la materia leggendaria (con particolare riferimento all’assenza di veri e propri “personaggi storici”), l’elemento sovrannaturale e fiabesco. La fusione di queste componenti con lo “Studio Ghibli’s style” è un’opera unica in relazione alle precedenti creazioni di stampo più “classico” (“Laputa: il castello nel cielo”), lontana da ogni sorta di stereotipo o cliché.
Ciò che Miyazaki ci propone è una rilettura in chiave “psicoanalitica” dell’epoca Muromachi, che vede una profonda caratterizzazione di ogni singolo personaggio al fine di evidenziarne le contraddizioni, i desideri, le aspirazioni, le motivazioni, i sentimenti. Una sorta di ritratto dell’uomo, delle sue mille sfaccettature con l’obiettivo di individuarne quell’essenza immutabile che ancora oggi lo caratterizza.
Un sovrapporsi, dunque, di due periodi (età contemporanea avviata verso il ventunesimo secolo, ed età Muromachi, che spazia il “viale del tramonto medioevale “) distanti anni luce sul piano temporale, ciò nonostante incredibilmente adiacenti su quello sociale e spaziale. Due ere differenti che attraversano un medesimo intervallo dominato dal mutamento, dal divenire eracliteo (tutto scorre); lasso di tempo destinato a ristabilire un nuovo equilibrio in relazione ai suddetti cambiamenti. Miyazaki non ci presenta “le Imprese de Prencipi e Potentati”, quei personaggi tipo dei classici drammi storici, signori e grandi samurai, ma focalizza l’attenzione sulla natura e sui veri protagonisti, quella “gente meccanica e di piccol affare” che vive in prima persona i cambiamenti della società e il conseguente mutamento del rapporto con l’ambiente stesso.
Tematica di centrale importanza è, infatti, il rapporto uomo-natura, la sua evoluzione riguardo agli sconvolgimenti “dell’età del ferro”. “Principessa Mononoke” è stato definito un anime ambientalista, sebbene una tale definizione rischi di racchiuderlo in schemi impropri. Nelle sue opere precedenti, Miyazaki ha sempre ricercato la poesia nella bellezza del creato, in liriche inquadrature alle mirabolanti evoluzioni degli aerei nell’aria (ne sono esempi “Luputa: il castello nel cielo”, “Porco Rosso” e “Kiki, consegne a domicilio”), come a voler porre l’accento sull’incantevole fascino dell’incontaminato.
Quello fra uomo e natura è, ora, una sorta di “pseudo – conflitto”, in quanto, e se ne ha la consapevolezza, non ci potranno essere né vincitori né vinti. Una posizione di campo simile ma più matura rispetto ad opere quali “Nausicaa della valle del vento”, perché racchiude in sé quell’irrisolvibile contrasto fra natura e progresso, vecchio e nuovo. Non a caso l’autore stempera un tocco di antropomorfismo nella raffigurazione degli animali-custodi, ponendo in tal maniera una netta diversificazione tra la rappresentazione dei primi e il ritratto del dio della foresta. E’ proprio questa la chiave di volta che permette allo spettatore di parafrasare il vero significato dell’opera, identificando nei “guardiani dell’ecosistema” quegli uomini che sempre si batteranno a difesa di esso e nella divinità il respiro stesso del pianeta, della natura: arcano, imperscrutabile, poi inaspettatamente ingenuo, capace di distruggere tutto e tutti, ciò nonostante sempre predisposto ad una nuova rinascita; “vita stessa”. La dimensione leggendaria-fiabesca, caratterizzante il romanzo cortese-cavalleresco, è, dunque, una sorta di “non – cosmo” che cela lo straordinario realismo dell’opera, rendendola accessibile ad un vasto spettro di pubblico. Non esiste, come vedremo, una vera e propria polemica ambientalista, perché fuori luogo e totalmente inutile ai fini della reale contemplazione filosofica. Quella di Hayao Miyazaki non è una denuncia, ma una profonda e dettagliata descrizione: egli dipinge l’odio, la guerra, la stupidità e la cupidigia dell’essere umano, per dare risalto a ciò che è veramente importante, a ciò che ci spinge “a voltare pagina, ad andare avanti”.
Fulcro della speculazione miyazakiana è, appunto, il concetto di vita, sia questa realtà positiva o negativa. La vita accomuna tutte le creature viventi e l’ecosistema stesso, racchiude in sé la classica dicotomia bene-male; essa è emozioni, sentimenti, quotidianità.
Liricità e poesia non vengono ricercate esclusivamente nell’estatica e silenziosa contemplazione della genuinità della natura (cfr. “Il mio vicino Totoro”), ma anche e soprattutto nella semplicità di un gesto, un’espressione, una parola. Premesse, queste, che ci portano inevitabilmente ad una sola e unica conclusione: “Principessa Mononoke” è una tragedia senza un lieto fine, ciò nonostante sprovvista di un cattivo vero e proprio; una danza di situazioni all’apparenza confuse, un imponente mosaico di personaggi indimenticabili. Ognuno di essi è mosso da propri interessi e convinzioni, in altre parole ogni personaggio vive. Tale multiformità di soggetti e personalità si traduce in un livello di realismo che ha dell’incredibile: Miyazaki non si arena sulle candide spiagge della superficialità, ma fornisce allo spettatore una visione d’insieme libera da ogni tipo di veduta parziale. Sono proprio lo spessore di ogni singolo protagonista e la filosofia di vita intesa come elemento catalizzatore di bene e male, che provocano inevitabilmente la caduta della classica e impropria schematizzazione “buono-cattivo”, tipica dell’animazione occidentale. Nessuna cappa plumbea, occhio guercio o ghigno satanico, nessun “il bene alla fine trionferà, perché così deve essere”, ma più semplicemente un inno alla vita, sia questa guerra, dolore o distruzione. Vita che, nonostante la “kieslowskiana” catarsi finale, deve essere sempre e comunque vissuta, in quanto “chi prima, chi dopo la morte ci prenderà tutti”.
La fine non è, quindi, bella o brutta, bianca o nera, è una fine. Essa è anche l’unico epilogo che sarebbe potuto essere raggiunto: la ricomposizione di un mosaico, il ristabilimento di un nuovo seppur precario equilibrio, il trionfo della vita, è inesorabilmente guidato dall’invisibile mano del destino. Non vi sono giudizi morali, non vi sono vincitori né vinti perché morte, bene e male sono parte del vivere stesso. “Mononoke Hime” racconta, filtrando il tutto attraverso gli occhi “non velati dall’odio” di Ashitaka, uno spaccato di un’era confusa e dominata dal cambiamento della morale e dall’avvento delle nuove tecnologie; “Mononoke Hime” descrive, osserva. Non c’è pessimismo ma solo realismo, la consapevolezza dell’impossibilità di trovare una soluzione all’eterno conflitto natura-uomo, vecchio-nuovo, perché esso è vita stessa, contrasto ed eterno divenire. Una presa di coscienza da parte dell’autore di quella che è l’essenza immutabile dell’essere umano, destinato, in quanto egli stesso “impotente”, a ripetersi. Un realismo, una quotidianità, un’universalità onnipresenti; un pragmatismo che raramente ritroviamo in un’opera cinematografica, meno che mai in un film d’animazione.
Che fare, dunque? Continuare a vivere, ancora; e non pensare, “da stupidi”, di poter cambiare il mondo. Questa la filosofia.
“Ti amo, ma non posso perdonare agli umani le cose orribili che hanno fatto.”
“Lo so…”
da “filmscoop.it”

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