Pride

Pride_poster_ufficiale_italiano
Londra, 1984. Joe partecipa tra mille timidezze e ritrosie al Gay Pride e si unisce alla frangia più politicizzata del corteo, già proiettata sulla successiva battaglia in difesa dei minatori in sciopero contro i tagli della Thatcher. Guidati dal giovane Mark, i LGSM (Lesbians and Gays Support The Miners) cominciano il loro difficile percorso di protesta, che li conduce in Galles, nella remota comunità di Dulais. Superata l’iniziale ritrosia, tra attivisti gay e minatori nascerà una sincera amicizia e un’incrollabile solidarietà umana.
Uno spunto narrativo dal potenziale micidiale che ha sorprendentemente atteso trent’anni prima di essere trasposto su grande schermo. Matthew Warchus – il sottovalutato Simpatico e un notevole curriculum teatrale alle spalle – raccoglie la sfida, forzando la verità storica (la solidarietà era molto più articolata e diversificata, non coinvolgeva solo una comunità gallese e un gruppo di attivsti londinese) quel tanto che basta per rendere Pride un possibile campione d’incassi. Di quelli destinati in egual misura a essere amati e detestati, per la capacità di concentrare cliché e situazioni già viste in anni di cinema popolare britannico, con in mente solo il grande pubblico privo di pretese intellettuali.
Chi ha adorato i balletti di Full Monty, il sogno di Billy Elliot e le tragicomiche vicende di Trainspotting si ritroverà tra mura amiche, dove il cinico e smaliziato cinefilo difficilmente arriverà ai titoli di coda di Pride. Warchus rinuncia da subito allo stupore, sceglie l’alveo confortevole del genere codificato e lo sfrutta al massimo, puntando su un cast adeguatamente variegato (il Dominic West di The Wire a fianco di un sorprendente Paddy Considine) e giocando la propria vis comica, così come i climax drammatici, sull’accettazione della “diversità”, sia essa abitudine sessuale, estrazione proletaria o semplice provenienza gallese.
Una sceneggiatura accorta, che inserisce quasi subito il pilota automatico e pigia i tasti emozionalmente giusti, senza concedersi sorprese: i traumi, i punti di svolta del plot, sono quelli ampiamente previsti. La diffidenza iniziale degli operai si tramuta in accoglienza gioiosa, specie quando i gay rivelano la loro naturale attitudine al ballo (cliché quasi imperdonabile, di cui Warchus si nutre abbondantemente), e i percorsi individuali dei protagonisti seguono il loro iter naturale, con l’immancabile figlio che trova il coraggio di fare coming out con i propri genitori e pagarne le conseguenze. Minimo lo spazio dedicato alla contestualizzazione storica nell’era Thatcher – l’inizio della fine per il Secondario e per la classe operaia – benché lo spettro dell’Aids incomba come un inquietante monito contro la libertà dei costumi sessuali.
Astutamente tenuta in secondo piano la disfatta dei minatori, in favore di una marcia comune in occasione del gay pride che sa di utopia rivoluzionaria consolatoria almeno quanto l’epilogo recente de I miserabili.

Emanuele Sacchi, da “mymovies.it”

 

 

Nel 1984, in Inghilterra, il governo conservatore guidato dalla Lady di Ferro Margaret Thatcherannuncia la chiusura di una miniera di carbone nello Yorkshire, primo atto di una serie di smantellamenti di siti minerari che porteranno alla perdita di 20.000 posti di lavoro. Arthur Cargill, capo del sindacato della categoria, proclama uno sciopero che durerà, in condizione durissime, per un anno intero. I lavoratori delle miniere di tutto il paese, affamati e in lotta per i propri diritti, diventano il nemico pubblico numero uno, vengono dipinti come criminali e attaccati con violenza dalla polizia (con 2 morti e moltissimi feriti durante le manifestazioni). Per indebolire ulteriormente la protesta vengono anche sequestrati i fondi del sindacato, rendendo impossibili donazioni dirette. Solo un’altra minoranza, quella omosessuale, la cui storia è colma di violenze e discriminazioni, si interroga su quello che sta accadendo. E’ per questo che un gruppo di giovani attivisti gay londinesi, organizzati dal ventiduenne Mark Ashford e facenti capo alla libreria Gay’s The World, si ribattezza LGSM (“Lesbiche e gay a sostegno dei minatori”) e decide di mostrare concretamente la propria solidarietà alla causa dei lavoratori delle miniere. Grazie alla passione del gruppo vengono raccolti soldi e beni di prima necessità. Resta il problema di farli accettare ai sindacati e ai minatori, abitanti di zone rurali, con i loro bravi pregiudizi sull’omosessualità. Ma per fortuna i membri del LGSM incontrano Dai Donovan, sindacalista dei minatori di Dulais nel Galles, che va a trovarli e dà il via a una conoscenza reciproca e un’unione senza precedenti in tema di diritti condivisi.

E’ questa la storia vera raccontata nel film Pride, una storia di trent’anni fa poco conosciuta anche in Inghilterra, se non tra chi quelle battaglie le ha combattute e ha spesso continuato a farlo, in nome di chi non ha voce in una società sempre più indifferente alla sofferenza altrui. E’ una storia bellissima che ha dato vita ad un film altrettanto bello, mai ricattatorio, emozionante senza essere sdolcinato, in cui anche il momento più smaccatamente buonista è stemperato dall’autoironia. Certo, nell’Inghilterra degli anni Ottanta avere di fronte un leader terribile come (l’ingiustamente rivalutata) Margaret Thatcher era uno stimolo alla coalizione di forze ed esperienze sulla carta agli antipodi.

Quando sai chi ti fa del male, insomma, è più facile creare un’alleanza coi nemici del tuo nemico. Oggi che il male è diffuso in mille rivoli nella politica mafiosa e nello sfruttamento dei grandi poteri economici, i movimenti si sfogano spesso soltanto nella realtà virtuale ed è più difficile scendere in piazza contro un nemico proteiforme e irriconoscibile come individuo. Un film come Pride, coi suoi personaggi reali e le sue storie vere, esprime anche una necessità oggi dimenticata: quella, come esseri umani, di essere solidali con chi ha meno di noi, con chi soffre per colpe non sue. Dovrebbe essere un dovere e venire naturale a tutti, e in più ha anche un vantaggio: il giorno in cui avremo bisogno degli altri, gli altri risponderanno.

Sono tante le lezioni che Pride impartisce sotto le spoglie di una riuscitissima commedia, con la sola forza della storia che racconta: se ti offendono prendi l’insulto, adottalo e fanne la tua bandiera. E’ così che quella che i tabloid definirono un incontro tra “Pits – pozzi – e perverts – pervertiti” diventa il nome di un concerto in cui si esibiscono i Bronski Beat di Jimmy Sommerville e che frutta alla causa l’equivalente di 20.000 sterline odierne. L’orgoglio di sfidare un nemico tanto più grande motiva i militanti, che superano se stessi in una gara di generosità che verrà alla fine ripagata. Tutto questo, Pride lo fa senza mettersi in cattedra, ma raccontando – sulla base di un copione praticamente perfetto e della passione di attori etero e gay, famosi e sconosciuti – la storia di due mondi in apparente rotta di collisione, che conoscendosi si arricchiscono a vicenda.

Non finì bene, dopo un anno, la lotta dei minatori, ma nel 1985 le unioni sindacali della categoria marciarono in prima fila al Gay Pride, in un’unione senza precedenti tra lavoratori e persone in lotta per la parità di diritti, proprio prima che il cosiddetto riflusso – accennato nel personaggio che vuole una festa e non un corteo – spazzasse via il sogno. Di più, della storia e dei personaggi, non vi diciamo, per lasciarvi il gusto di scoprirli da soli. Il bello di Pride è proprio quello di essere una storia umana e universale rivolta a tutti, di quelle che ti riconciliano col mondo e ti fanno pensare che in fondo nell’essere umano c’è anche del buono. Lo consigliamo come film di Natale: fatevi un regalo e andatelo a vedere.

Se poi riuscite a restare impassibili quando le donne cantano “Vogliamo il pane e le rose”, a non divertirvi durante il ballo scatenato di Dominic West sulle note disco di Shame Shame Shame, a non ridere di gusto alle battute di un copione ricco e brillante e a non emozionarvi di fronte alle performance di un cast corale in cui isolare un attore farebbe torto a tutti gli altri e non sieteFrank Underwood, allora Margaret Thatcher vi sarebbe decisamente piaciuta.

Daniela Catelli, da”comingsoon.it”

 

Correva l’anno 1984, in Gran Bretagna l’omosessualità, dal 1967, non era più un reato per i maggiorenni ma l’omofobia imperava. Negli anni plumbei del governo Thatcher la variopinta sfilata del Gay Pride faceva il rumore di uno schiaffo sul volto inclemente della Lady di ferro ma la sua eco andò ben oltre la manifestazione per il riconoscimento dei diritti di una corposa comunità, acquisendo la forza di un vero e proprio atto politico.

Nello stesso anno nel sud del Galles i minatori iniziarono uno dei più drammatici scioperi della storia del paese che durò un anno intero. Nel progetto thatcheriano dello smantellamento dei siti minerari oltre 20.000 persone persero il lavoro e nella valle di Dulais gli scioperanti furono messi a dura prova: affamati, vessati e trattati come criminali dalla polizia. Contro i lavoratori che difendevano il proprio posto di lavoro, nonché la loro unica fonte di sostentamento, il governo applicò misure estreme arrivando a tagliare non soltanto il gas ma anche i fondi sindacali, impedendo le donazioni dirette.

A Londra, uno dei gruppi che abitualmente si raccoglieva attorno alla libreria Gay’s The World, In Marchmont Street, segue con trepidazione e naturale empatia la difficile situazione gallese e il giovane Mark Ashton, infiammato d’entusiasmo, coinvolge i suoi compagni nell’intenzione di portare un aiuto concreto agli scioperanti. Nasce LGSM (Lesbiche e gay a sostegno dei minatori) che, non senza difficoltà, riesce a raccogliere denaro e generi di conforto. Nonostante l’iniziativa sia più che lodevole, l’incontro con i sindacati e con i rappresentati della comunità gallese non avverrà sotto i migliori auspici poiché, in quei villaggi rurali superare il pregiudizio non sarà cosa da poco e porterà ad uno scontro tra due mondi che, seppur uniti da un comune destino di minoranza angariata, non troverà facilmente un punto di contatto.

Matthew Warchus raccontando la storia (vera) di uno degli scontri operai più significativi dell’era Thatcher trasla, in realtà, un dramma del passato nel nostro angusto presente di crisi. La perdita del lavoro è, in sé, una perdita di identità, di personale dignità con la quale affrontare il mondo e la vita stessa. La lotta strenua dei minatori si fa, più universalmente, una battaglia contro il sopruso del potere e una politica che ignora l’individuo, che smembra la società e ne fa carne da macello per la fagocitante ideologia dell’interesse. La comunità omosessuale che coraggiosamente, all’epoca, si espose in prima persona si fa anche simbolo di volontà e di autoaffermazione in barba alla grettezza dei benpensanti e dimostrò, di fatto, una concreta lungimiranza.

Descrivendo il confronto/scontro tra i sei ragazzi londinesi (nella realtà furono 26) e i minatori gallesi, Warchus sceglie, con intelligenza, il registro dell’ironia dosando sapientemente comicità e commozione, rifuggendo ogni escamotage ricattatorio e restituendo, intatta, l’atmosfera di un periodo attraverso quella musica che racchiudeva in sé il peculiare mood degli anni Ottanta, un misto di edonismo e inquietudine, tra la leggerezza pop che minò alle fondamenta il moralismo più trito –  liberando la sessualità da ogni giogo conformista –  e la paura dell’ombra oscura dell’Aids che avanzava.

La ricerca del regista, che per realizzare il film ha attinto dai materiali di repertorio e dalle testimonianze di chi partecipò a quella lotta,  ha quindi il sapore di un lavoro sul campo che si ispira al reale per convertirlo, con le adeguate licenze artistiche, in una narrazione che mette al centro un valore autentico e fondante, quello della solidarietà, come unica forma di coesione possibile di qualsivoglia battaglia.

Un film corale, sostenuto da un cast in perfetta sintonia, una “commedia politica” in cui ad ogni voce (la lotta dei minatori) corrisponde un controcanto (il sostegno del’LGSM) nell’insieme di un coro unanime contro la sopraffazione. Si vogliono giustizia, “il pane e le rose” ma anche la libertà di espressione, di rivendicare se stessi e vincere il pregiudizio.

Di quel tempo restano, ad oggi, non solo il ricordo di una lotta ma quello di un eroe della vita quotidiana (Mark Ashton morì a 27 anni di Aids), di chi non ha smesso di combattere (Jonathan Blake, ora 65enne, è uno dei primi sieropositivi inglesi) e di chi lo fa ancora da “dentro” (Siān James è membro del Parlamento per i Labouristi).

Pride è davvero un film dell’orgoglio, inteso come fierezza, forza di volontà, amor proprio ma anche uno spaccato intenso e mai ammicante  di umana fragilità. Si ride, sì, ma non senza ricordare il prezzo pagato per quella lotta e quello che, in piena crisi globale, ancora ci costerà come risultante di una somma che, sartrianamente, è la totalità “di quello che non si ha ancora, di quello che si potrebbe avere”.

Eleonora Saracino, da “cultframe.com”

Dopo dieci giorni di festival, è ormai una tradizione della Quinzaine des Réalisateursquella di programmare un finale elettrizzante per il pubblico di Cannes, un film che lo sommerga di gioia ed emozione e che lo faccia alzare a fine proiezione per una lungastanding ovation. Questa bella esperienza cinematografica è stata offerta quest’anno dal film britannico Pride [+], di Matthew Warchus, un’opera che è un grido di battaglia e che racconta la solidarietà improbabile che ha riunito negli anni 80, nella Gran Bretagna di Margaret Thatcher, la comunità gay di Londra e i minatori gallesi.

Tutto nasce da un sentimento di compassione: guardando il telegiornale, Mark (Ben Schnetzer) rimane colpito dalla sorte dei minatori che perdono il loro lavoro mano a mano che il governo britannico chiude le miniere, un episodio storico fondante per il cinema sociale britannico. Con la sua allegra banda di amici, Mark decide allora di organizzare una missione per queste ulteriori vittime del partito conservatore, perché alla fine, “battersi per i diritti dei gay non serve a niente se non ci si batte per i diritti di tutti”. Ed è così che nasce il movimento LGSM (Lesbians & Gays Support the Miners), anche se la punk del gruppo non trova molto attraente questo nome composto da quattro iniziali…

Gli abitanti di questa piccola città di minatori del profondo Galles si mettono sulla difensiva quando vedono arrivare in minivan questo gruppo variopinto, che include un esuberante festaiolo con la capigliatura alla Patrick Swayze, portatore del terribile virus che comincia a diffondersi a quell’epoca, il suo discreto partner di lunga data allontanato dalla sua famiglia bigotta, delle lesbiche vegane, un giovane uomo che non ha ancora fatto coming out… Ma la diffidenza di questi provinciali dai look impossibili che illustrano il peggio degli anni 80, e che formano anch’essi una simpatica comunità (guidata da un Paddy Considine e una Imelda Staunton formidabili, affiancati da un Bill Nighy di una raffinatezza rara in questa borgata gallese…), non può che venir meno (ad eccezione di Maureen, modello di grettezza e ingratitudine) davanti alla generosità di questi stravaganti londinesi che si preoccupano per loro, nell’indifferenza generale.

Uno dei grandi pregi del film è proprio il simpatico candore con cui due mondi separati dall’ignoranza, più che dai pregiudizi, si scoprono e trovano interessi comuni, tra vecchie signore che si scambiano ricette con le giovani lesbiche e gli imbranati uomini locali che si rendono conto che andare sulla pista da ballo dà loro un’aria ben più virile agli occhi delle ragazze piuttosto che restare inchiodati al bar a scolare pinte… Lo scambio è tanto più ravvivante in quanto la curiosità degli uni e degli altri non è orientata sulle loro differenze più evidenti, e queste due comunità sono composte da gente semplice, le cui vite sono già sufficientemente difficili per privarsi anche di un po’ d’umorismo.

Il tono disinibito, follemente simpatico, del film è dovuto ovviamente alla natura della battaglia di questa gente, che cerca di affermarsi nella Gran Bretagna chiusa della Thatcher e ha troppi ostacoli da superare per dubitare di se stessa durante il proprio cammino. Così, quando quella di Mark viene qualificata come banda di “pervertiti”, lui sottolinea che dinanzi agli insulti, la strategia della sua comunità è sempre stata di quella non indignarsi, bensì di prendere questi insulti e trasformarli in slogan. E non si tratta solo di cinema: nel dicembre 1984, LGSM organizzò a Camden un concerto intitolato orgogliosamente “Pits and Perverts” (lett. “miniere e pervertiti”), dove si esibì la band Bronski Beat di Jimmy Somerville, e l’anno successivo, al grande Gay Pride di Londra, pullman pieni di minatori vennero in sostegno dei loro amici, per marciare insieme, in testa al corteo.

di Bénédicte Prot, da “cineuropa.org”

 

 

Londra, 1984. Seguendo al telegiornale le manifestazioni e gli scioperi con i quali i minatori si oppongono alla politica restrittiva di Margharet Thatcher, Mark (Ben Schnetzer), attivista nel neo-nato movimento per i diritti degli omosessuali, ha un’illuminazione: perchè non unire la sua lotta con quella dei minatori? Non sono tutti vittime del sistema iper-liberista e conservatore? Vinta un’iniziale diffidenza dei compagni e amici del mondo gay, Mark riesce nel suo intento e, contattata una piccola comunità di minatori gallesi, inizierà questa stravagante collaborazione.

Matthew Warchus, regista teatrale molto affermato su entrambe le sponde dell’oceano, firma il suo secondo lungometraggio dirigendo questo Pride, esilarante e a tratti toccante commedia basata su una storia realmente accaduta.

Pride è un film che racconta come il movimento per i diritti degli omosessuali sia riuscito a sensibilizzare parte dell’opinione pubblica ma soprattutto il mondo della politica. Più che il risultato, stupisce e sorprende il come si sia arrivato ad esso, attraverso un’improbabile quanto incredibile collaborazione con il movimento di protesta dei minatori britannici. Il film affronta, con ironia e delicatezza, temi diversi ma alla cui base si esalta la forza del dialogo, della comprensione, della solidarietà e della tolleranza, in un susseguirsi di sequenze ora esilaranti e ora commoventi ma mai retoriche o ipocrite. Un film sul rispetto dell’uomo in quanto individuo, che egli sia un omosessuale o una lesbica oppure un minatore cui, tolto il lavoro, si nega la dignità di essere umano.

Pride è soprattutto uno straordinario quadro che illustra il mondo, quello dei primi anni ’80, nel quale si muovevano, spesso nascosti e dileggiati, coloro che per primi ebbero il coraggio di esprimere e mostrare la propria vera natura sessuale. Un film che parla dei primi casi di Aids, popolato da personaggi che rappresentano tutte le sfaccettature del complesso mondo degli omosessuali: da coloro che non hanno mai avuto il coraggio di dichiararsi come Cliff, interpretato da uno straordinario Bill Nighy, al giovane di famiglia borghese come Joe (George Mackay) che invece trova il coraggio di sfidare le rigide convenzioni familiari, sino alla coppia di gay ormai navigata come Johnathan (Dominic West) e Gethin (Andrew Scott).Pride è un film bellissimo che eccelle in tutto: sceneggiatura, un cast validissimo di attori giovani e meno giovani, oltre a Nighy ci teniamo a sottolineare l’interpretazione pazzesca di una grandissima Imelda Staunton ed una colonna sonora incredibile che ci delizia con grandissimi pezzi dell’epoca, immortali, dei vari Cure, Clash.

Pride uscirà nelle sale a partire dal prossimo 11 dicembre, e noi ci permettiamo di consigliare vivamente la sua visione perchè in questa commedia c’è un racconto che è storia, una storia che, a distanza di trent’anni, ha ancora molto da insegnarci.

Gianluca Chianello, da “cinefilos.it”

 

 

Premiato come miglior film ai “British Indipendent Film Awards” e lungamente applaudito al Festival di Cannes (evento di chiusura della “Quinzaine des Réalisateurs” e vincitore della “Queer Palm”) “Pride” esce in Italia distribuito da “Teodora Film” e si propone come intelligente alternativa al cinepanettone.
Per intelligente intendo “impegnato” senza essere impegnativo. Che diverte e commuove, con una buona dose di autoironia che gli permette di trattare con leggerezza anche i momenti più drammatici. E non scade mai in volgarità gratuite, anzi mantiene costante fino alla fine un garbo tutto inglese.

E’ il 1984 e i minatori gallesi sono in sciopero per difendere il loro diritto al lavoro contro il governo della Tatcher. Un gruppo di giovani militanti gay di Londra capitanati da Mark Ashton (Ben Schnetzer) forma il movimento LGSM (“Lesbians and Gay Support the Miners”) proponendosi di raccogliere fondi per sostenere la causa dei minatori. Chi più di un minatore può essere lontano dall’ idea di accettazione della diversità, di emancipazione culturale e sessuale? Nessuno. Eppure, proprio l’alleanza fra queste due minoranze così distanti fra loro sarà la dimostrazione che non esistono soltanto gli individui e la famiglia (Tatcher docebat).

I ragazzi del Lgsm, aggirano l’opposizione dei sindacati e si rivolgono direttamente ai minatori di Delais, un piccolo paese del Galles. L’entusiasmo degli attivisti gay trascina gli operai che si aprono a una collaborazione imprevedibile e senza precedenti e che sarà sancita simbolicamente nel corteo del “Gay Pride” del 1985.

Le riprese del film si svolgono nel sud del Galles, negli stessi luoghi dove i fatti sono avvenuti. La sceneggiatura è affidata a Stephen Beresford, autore perlopiù televisivo, che si è scrupolosamente documentato, incontrando persino alcuni membri che furono del movimento e recuperando un video da loro prodotto al tempo del LGSM. Beresford ha così ricostruito le basi storiche per un film che ha tutti i presupposti per essere educativo e – cosa rara – avere anche un buon successo di pubblico, sulla falsariga di altre opere inglesi di che uniscono all’impegno sociale la favola personale (vedi “Full Monty” o “Billy Elliot”).

Matthew Warchus, regista teatrale alla sua seconda opera cinematografica, dirige un cast tutto britannico di attori più (Bill Nighy, Paddy Considine, Imelda Staunton, Dominic West) o meno noti (George MacKay, Andrew Scott, Joseph Gilgun) ma tutti felicemente ispirati. E’ semmai da appuntare la sovrabbondanza di personaggi che fraziona l’attenzione e finisce per sfilacciare la sceneggiatura. Un abbondanza che si riscontra anche nelle tematiche affrontate: molto meglio ad esempio sarebbe stato non parlare proprio della diffusione dell’Aids, anziché accennarla appena, come fosse solo un dettaglio storico autenticante.

Nel complesso il film si mantiene piacevole e si lascia apprezzare, soprattutto nell’intenzione di ricolorare a tinte vivaci un momento storico circoscritto, ma dai contenuti universali. Culture diverse e diverse generazioni si mettono a confronto per superare il pregiudizio e trovare una direzione comune. Il mondo omofobico incontra il mondo omossessuale, i vecchi operai o contadini si lasciano trascinare dall’energia dei giovani attivisti e insieme fecondano una nuova idea di mondo, basata proprio sulla diversità.

Lorenzo Taddei, da “ondacinema.it”

 

 

 

Condividi!

Leave a reply

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Fondazione Gabbiano, in quanto ente religioso, non deve ottemperare a quanto disposto
dall'art. 9 comma 2 del D.L. 8 agosto 2013 n.91, convertito con Legge 7 ottobre 2013 n. 112.
Sviluppato da NextMovie Italia Blog