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Perez

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La cartolina di Napoli. Il Vesuvio sullo sfondo e il golfo immobile e scontroso, ma alla cartolina presto si sostituisce l’ampio scenario del Centro Direzionale, un cuore industriale, residenziale e metallico, un quartiere alieno rispetto al resto della città, incompleto come molte cose a Napoli. La macchina da presa di Edoardo De Angelis, alla sua opera seconda, si insinua in questo piccolo “universo”, mostrandoci le ampie vetrate dei palazzi, il tribunale e un uomo alle prese con una corsetta scaccia fantasmi di prima mattina. È Demetrio Perez (Luca Zingaretti), avvocato d’ufficio, “un passacarte” come si definisce, un uomo solo e triste. Perez vive con sua figlia (l’esordiente Simona Tabasco), innamorata di un giovane camorrista (Marco D’Amore), che per lui sarebbe disposta ad umiliare e rinnegare suo padre. Perez soffre e non reagisce, non è artefice del suo destino, è fermo nella sua palude. Dietro la solitudine e la sofferenza di Perez si cela un profondo amore paterno, che lo porterà a muoversi, a scegliere di combattere la sua lotta in difesa di sua figlia, che definisce “tecnicamente e spiritualmente tutta la mia vita”.

Dopo l’esordio del 2011 con Mozzarella Stories, Edoardo De Angelis dimostra di essere maturato. Propone un cinema di alta fattura tecnica, e un racconto ben articolato e profondo, con dei personaggi forti e allo stesso tempo ben sfumati. Lontano dalle esuberanze visionarie (e un po’ confusionarie) che avevano caratterizzato il suo primo lavoro, con Perez. De Angelis asciuga il suo cinema, lo rende essenziale e minimale, ma si lascia andare sporadicamente, e fa bene, a tonalità più colorate nei dialoghi e nelle azioni dei personaggi, barlumi di esuberanza e di ironia nera che smarcano Perez. dalla semplice e riduttiva definizione di film di genere noir.

Con un sapiente uso del mezzo cinematografico e degli strumenti del genere, Perez.racconta una storia privata ma universale, regionale ma con un linguaggio e un’ambizione internazionale, segno che nonostante tutte le difficoltà, il cinema italiano è in forte crescita, le idee vengono raccontate con coraggio e competenza, e sicuramente De Angelis fa parte di una schiera di giovani autori che hanno qualcosa da dire, e sanno come farlo.

Agostino Devastato, da “close-up.it”

 

Perez è un avvocato d’ufficio. Perez vive a Napoli. Perez è il classico uomo per bene, che vuole fare la cosa giusta, ma sbaglia sempre la tempistica. Perez si è talmente abituato alla mediocrità da usarla come scudo, e ora non sa più cosa sia la gioia. La sua esistenza prevede la difesa di uomini con cui nessuno vuole avere a che fare ma, anche in questo caso, i suoi silenzi vengono spesso male interpretati e il cliente lo molla. L’uomo tira a campare e subisce gli eventi sino al giorno in cui un pentito fa il suo nome e vuole averlo come difensore.

Basta un attimo e la tua vita cambia. Ce lo siamo sentiti dire molte volte e spesso ci è capitato, non è quindi difficile credere agli eventi che si susseguono nelle prime scene del nuovo lavoro di Edoardo De Angelis. Il regista, al secondo lungometraggio, dopo la commedia, decide di darsi al dramma, e ambienta un noir in una città come Napoli. Non contento, debutta in una corniche dal forte charme come è la Mostra del Cinema di Venezia, con il suo pubblico esigentissimo, e… esce vincente. Viene applaudito e sul web iniziano a circolare le voci sulla presenza di una piccola opera nostrana con una gran bella performance di Luca Zingaretti.

La curiosità era tanta, l’aspettativa era altissima (anche perché le altre opere approdate al Lido quest’anno, erano di ottimo livello), e la tensione era palpabile ma, anche questa volta, il film ha avuto la meglio nonostante il genere scelto sia spesso traditore. Il noir può essere lentuccio, fatto di attese, lunghe inquadrature e molto non detto, talvolta quindi strema lo spettatore, gli annebbia la vista e non gli permette di percepire ciò che di buono c’è nella pellicola.

Ma “Perez” punta su tre elementi: un protagonista convincente, così reale da farci credere di essere uno di noi e riuscire a portarci in pochi minuti a Napoli. Sullo sfondo una città mostrata da una prospettiva inconsueta, moderna nei palazzi dei grandi architetti, ma antica nelle sue problematiche irrisolte. E una fotografia accurata, attenta, impeccabile, che coadiuva le sempre azzeccate inquadrature.

Il legame con lo spettatore avviene rapidamente, in modo indissolubile e è emotivamente coinvolgente. Si prova tristezza per quegli ambienti, nervosismo per quelle situazioni e pietas per quei personaggi che assomigliano tanto a quelli che popolano le notizie di cronaca. E quel disagio che si impossessa di noi, unito all’improvvisa voglia di trovare i punti deboli dell’opera, non fa altro che dimostrare quanto il film funzioni e quanto talento abbia il regista.

Perez per la figlia sarà pronto a rivoluzionare la sua esistenza, a rivedere le priorità e la scala dei valori. Come ogni padre si butterebbe in un fosso per la piccola, ma quando si è a Napoli e si ha a che fare con giudici, criminali e pentiti di mafia ogni giorno, le cose potrebbero andare diversamente dalle proprie attese e/o speranze.
“Perez” è incentrato sull’uomo, sul padre, su un Paese che va a suo modo, fotografa e romanza la realtà usando un mix di suspense e dramma. Bravo!

Vissia Menza, da “masedomani.com”

 

Demetrio Perez fa l’avvocato d’ufficio a Napoli. La sua non è una vita felice, a cominciare dal disastro matrimoniale che l’ha portato al divorzio e a crescere una figlia che ora si è innamorata di Francesco Corvino, figlio di un noto camorrista. Un giorno si presenta a Perez l’occasione di difendere Luca Buglione, capo di un clan criminale che ha scelto di collaborare con la giustizia. Ma Buglione ha uno scopo ben preciso: recuperare una partita di diamanti che sono stati nascosti nello stomaco di un toro. Per riuscire nella sua impresa, il criminale decide di fare un patto con il suo avvocato: incastrerà l’odiato Corvino in cambio di aiuto nel recupero dei diamanti.

Questa è la trama di Perez., il secondo lungometraggio scritto e diretto daEdoardo De Angelis dopo la commedia Mozzarella Stories. E stavolta si cambia decisamente registro, cavalcando l’onda anomala (e piacevolissima) del thriller criminale (camorristico, nello specifico) che sembra aver trovato il suo exploit in Italia proprio in questi ultimi mesi.

Presentato durante la 71° edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Perez. si mostra come un solidissimo dramma che si tinge di quei connotati da film di genere che ne fanno un’opera davvero riuscita e avvincente.

Tutto ruota attorno alla figura dell’avvocato Demetrio Perez, interpretato da un magnifico Luca Zingaretti; un perdente a cui la vita sembra voltare le spalle di continuo. L’unica consolazione per Perez è sua figlia Tea, ciò che gli rimane dal suo matrimonio fallito, tanto cara quanto problematica e infatti la sua relazione con il figlio del boss Corvino è l’ennesima sconfitta per l’avvocato, uomo di legge che si ritrova a stretto contatto con uno dei peggiori criminali della zona.

Inquadrato il personaggio, che è caratterizzato benissimo ed è senza dubbio il vero punto forte dello script, si procede nello snodare le sue avventure che si colorano presto di nero e di rosso sangue. I personaggi di contorno sembrano non avere connotazioni positive, forse ad eccezione di Tea (interpretata da una convincente Simona Tabasco), che comunque è il vero motore che porta alla complicazione della vicenda. Dal collega e amico di Perez al pentito Buglione, passando doverosamente per il viscido Francesco Corvino, che ha il volto diMarco D’Amore di Gomorra – La serie, tutti hanno colpe, anche piuttosto gravi, tanto che il quadro della situazione è composto quasi esclusivamente da personaggi negativi.

Oltre al susseguirsi avvincente degli eventi, che inserisce Perez. nel cinema di genere pur navigando in territori più “alti”, è un po’ tutto a convincere in questo film, a cominciare dalla buona prova di regia di De Angelis che, una volta tanto per l’Italia, non ha il sapore della fiction tv. Qui c’è una cura formale generale, dalla messa in scena, che inquadra una Napoli assolutamente lontana dai paesaggi folkloristici che solitamente il cinema ci offre, alla bella fotografia che vira spesso e volentieri in tonalità dark.

Qualcuno ha lamentato la poca credibilità del plot, qualcun altro ha rimproverato a Zingaretti il suo fare che ricorderebbe quello di Montalbano (ma quando?). Non credete a nessuno di loro: Perez. è un ottimo film, quelli di cui il fiacco panorama Italiano avrebbe bisogno con più frequenza.

Roberto Giacomelli, da “darksidecinema.it”

 

 
Demetrio Perez è un avvocato d’ufficio che difende i delinquenti, i dimenticati, i perdenti. La sua carriera è sfumata con il suo matrimonio, di cui Tea, la figlia, è l’unico bagliore. Rassegnato e inerte, si trascina nella vita, lasciando che siano gli altri a scegliere per lui. In un giorno come tanti a Napoli assiste Luca Buglione, capo camorrista che ha deciso di collaborare con la Giustizia ma alle sue regole. Determinato a recuperare una partita di preziosi diamanti nascosti nella pancia di un toro, Buglione propone a Perez uno scambio. Se l’avvocato lo aiuterà nell’impresa, lui troverà modo e occasione per incastrare Francesco Corvino, giovane camorrista rivale che ha una relazione con Tea. L’amore per la figlia lo esorterà finalmente all’azione, cambiando il suo destino di ignavo.
Opera seconda di Edoardo De Angelis, Perez. bussa alla porta come la polizia e rovescia l’ideologia tranquillizzante del cinema italiano. Due almeno i motivi di interesse nel noir sceneggiato e diretto dal regista napoletano. Il primo è di ordine tematico. Perez ci mostra la difficoltà di riscatto di chi è caduto una volta nella vita e, per quanto resista, è destinato a cadere ancora più giù. Tuttavia la caduta viene affrontata in una prospettiva rovesciata, il punto di vista di un avvocato minacciato dalla violenza del mondo a cui appartiene e della società criminale che lo assedia. Il secondo argomento riguarda la fotografia. Il film è ambientato quasi interamente di notte e dentro giorni senza sole, proiezioni dell’angoscia interiore del protagonista. La città fuori è un enorme ingranaggio, un gigantesco organismo insieme vitale e oppressivo, che domina l’esistenza di Perez e circonda il suo tentativo di serrarsi in una tranquilla dimensione domestica.
Ambientato nel Centro Direzionale di Napoli, un aggregato di grattacieli progettato dall’architetto giapponese Kenzo Tange, Perez. è abitato da un personaggio braccato da entrambi i lati della legge, da una parte i camorristi, che arriveranno addirittura a installarsi a casa sua sequestrandolo con la figlia, dall’altra i giudici e i poliziotti nevrotici che lo sospettano e lambiscono la sua facciata borghese. L’ambiguo tormento dell’avvocato Perez, al tempo stesso eccitato e disgustato dai cattivissimi della storia, è incarnato da Luca Zingaretti, credibile nel ruolo di genitore timido e inibito che regia e sceneggiatura spingeranno verso il punto di massima intensità, là dove ogni rapporto si fa oscuro e tortuoso. A sfidarlo dall’altra parte della legge il camorrista navigato di Massimiliano Gallo, dal volto duro e la strisciante inafferrabilità, e quello imprudente di Marco D’Amore, con il viso d’angelo e il destino segnato. Tra di loro, sorpreso e inquadrato di spalle, sopravvive il protagonista di Zingaretti, che prova a tirarsi fuori dal suo fallimento personale e dalla sua disperata solitudine. Solitudine riflessa nella vita trascinata di Ignazio Merolla, collega arreso e amico caduto.
Lo sguardo di De Angelis si pone nel mezzo dell’azione e gli interpreti avanzano fino ai primissimi piani, rivelando le loro pulsioni più oscure. Nero, freddo e lucente, Perez. relaziona straordinariamente il personaggio con l’ambiente, di cui l’imponente nettezza volumetrica, quasi astratta, interpreta l’identità smarrita e problematica. Il Centro Direzionale, costruito sulla foce del Sebeto, fiume misterioso e sotterraneo che spinge dal basso per riemergere e tornare al mare, è la nuova terra di nessuno dell’alienazione dove Perez si giocherà a dadi la vita, determinandone la svolta.
Nell’intimità delle camere o di un abitacolo, si rivela invece la dark lady di Simona Tabasco, tentatrice che seduce il camorrista, condannandolo poi alla rovina. Tentatrice ma pure woman in distress, Tea Perez è la donna da salvare e insieme colei che salverà l’uomo della vita, il primo nella sua personale classifica degli affetti, suo padre, che per lei smetterà di essere usato dall’universo di potere di cui fa parte.

Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

 

Demetrio Perez (Luca Zingaretti) è un uomo già finito, Edoardo De Angelis ce lo mostra mentre vaga tra il metallo del Centro Direzionale di Napoli e il suo ambiente famigliare; come avvocato d’ufficio accetta gli incarichi più infimi, i rifiuti di un’area criminale che permea tutta la città. Di fronte ai suoi clienti, Perez mostra una dolorosa impotenza, l’assimilazione di una prassi che si tramuta in routine terribile e che lo schiaccia sullo sfondo, come un personaggio grottesco e tragico che non ha più controllo sulla propria vita. Un fallimento matrimoniale alle spalle, il difficile rapporto con la figlia Tea, unica ragione di vita per Perez ma allo stesso tempo legata a lui da un rapporto di amore-odio; la posizione inerte del padre spinge la ragazza ad una ribellione più attiva, alla ricerca di una maggiore felicità e di un’identità più specifica, ma che irrimediabilmente trova spazio e confronto nello stesso contesto criminale che corrompe tutto e tutti. Tea si innamorerà di Francesco Corvino, figlio di un pregiudicato, uomo dalla doppia faccia, apparente vittima di un sistema prima antropologico poi famigliare e allo stesso tempo carnefice consapevole. Ed è proprio sul continuo oscillare tra desiderio e realtà che De Angelis costruisce il suo film dopo la forma commedia di Mozzarella Stories. Di quel film, Perez, conserva alcuni momenti in bilico tra racconto picaresco e tragicità grottesca, come per esempio la sequenza di estrazione degli ovuli pieni di droga dallo stomaco del toro, condotta sul labile confine tra performance di bravura (Zingaretti e Giampaolo Fabrizio insieme), abiezione e comicità amara, ma sceglie in modo più netto la strada oscura del racconto criminale, con quella voce fuori campo affidata allo stesso Perez che commenta la realtà con un grado di disillusione molto vicino al cinismo della cultura letteraria hard boiled. La commistione indistinguibile tra crimine e legge attraversa tutti i personaggi di Perez, non solo con le scelte difficili e radicali di Demetrio, ma anche in quell’ansia di riscatto che Ignazio Merolla ricerca per tutto il film, quasi fosse un criminale che sogna il paradiso dal girone infernale di un carcere, perchè la Napoli di Perez accomuna tutti all’interno di uno spazio angusto dal quale è impossibile uscire, in un abbraccio complesso e doloroso che non si risolve con quella rappresentazione binaria che contrappone il magistrato buono al contesto mafioso. Pur risentendo di un andamento forse ancora troppo ancorato alla funzionalità del racconto televisivo, la forza di Perez risiede nella libertà performativa lasciata ai suoi attori, non solo un notevolissimo Luca Zingaretti, capace di gestire la complessità morale del suo personaggio con un cambiamento radicale di registro, tra l’indolenza, la fierezza e la furia, ma anche il forte senso di tragica disperazione che arriva dal personaggio interpretato da Giampaolo Fabrizio, anima nera esplicita dello stesso Zingaretti, figura eccessiva, volgare, estrema ma legata all’amico avvocato da un affetto incondizionato proprio nella condivisione dello stesso male di vivere. De Angelis lavora molto su questo contrasto, inserendo veri e propri squarci che spezzano il velo della realtà data, come l’inizio in medias res, con Merolla che si schianta sull’asfalto, introducendo da subito un’atmosfera plumbea e terribile, oppure attraverso tutto il processo di disillusione di Tea, che dall’amore incondizionato e passionale per Francesco passa al disprezzo e all’assimilazione di una prassi criminale, unica via d’uscita per non farsi schiacciare da un potere pervasivo che ha già corrotto tutto.

Roberta Petrachi, da “indie-eye.it”

 

Dalla bufala al toro, dalla commedia al noir. Edoardo De Angelis si allontana dalle atmosfere del suo film d’esordio, Mozzarella Stories, pur confermando anche in Perez. la sua attenzione per la caratterizzazione dei luoghi. Non più le campagne casertane, ma il lunare Centro direzionale di Napoli. Simbolo di ambizioni frustrate, di gigantismo smentito dalla realtà, è un luogo profondamente cinematografico, con le sue imponenti verticalità di uffici e abitazioni, spettrali, desolate, ma affascinanti.

Un film costruito su misura per Luca Zingaretti, qui anche produttore, per superare la sua immagine pubblica da simpatico muscolare. Qui interpreta un uomo che ha rinunciato a lottare per essere felice, oltre a una carriera di successo come avvocato di clienti facoltosi per rifugiarsi nell’anonimato dei difensori d’ufficio, fra casi disperati che nessuno vuole in cui il suo ruolo è di imbratta carte. La moglie è andata via da anni e la figlia si innamora del figlio di un boss della camorra. Un giorno un mafioso lo ingaggia per difenderlo e provocarlo, mettendo a dura prova le sue capacità di reagire e uscire dalla buca in cui si è ficcato. Perez si crogiola nel suo guscio di normalità marginale, rifugio contro l’infelicità dovuta a un nuovo fallimento. Allora meglio la mediocrità.

La legge è un accessorio, così come gli ideali non fanno parte della sua vita, guidata dalla paura. De Angelis applica gli stilemi del genere raccontando un percorso di caduta e rinascita, di personaggi arroccati in alto, in case che sembrano castelli, soffocanti nonostante le viste spinte all’orizzonte. Un film grigio, come i palazzi di una Napoli inedita e come le zone in cui si muovono i personaggi, fra criminali raccomandabili e integerrimi paladini della legge pronti a rinnegarla alla prima tentazione.

La costruzione di questo noir richiede una cura attenta che De Angelis si concede senza fretta e stratificando la vicenda del debole avvocato, insonne e dal whisky facile, della figlia che si ribella innamorandosi dell’uomo sbagliato e dell’affascinante criminale in cerca di redenzione. Non si notano troppo alcune sfilacciature della sceneggiatura, superate dal ritmo sinuoso di un film che si avvale di buone interpretazioni – da segnalare il talento febbrile dell’esordiente Simona Tabasco – e di una conclusione in linea con una storia di marginalità, senza eroi né vincitori, ma al massimo con personaggi che si difendono e facendolo si scoprono incassatori di livello e forse anche attaccanti, di rimessa.

Mauro Donzelli, da “comingsoon.it”

 

 

Demetrio Perez (Luca Zingaretti) è un avvocato d’ufficio. Dopo la separazione dalla moglie vive solo con la figlia Tea (Simona Tabasco) in un grattacielo di fronte il palazzo di giustizia. Conduce un’esistenza appartata sia dai pericoli che dagli affetti. Recluso nell’intervento architettonico estruso dalla Napoli che lo circonda si troverà costretto ad affrontare demoni personali e collettivo/culturali cercando di difendere se stesso ed il proprio mondo dall’unheimlichdella Camorra e della sua depressione tutt’altro che sicura.
La seconda opera di Roberto De Angelis è un noir davvero classico, nel linguaggio, fotografia e topoi. E come in ogni noir lo scontro col crimine (da leggere il male) ripiega sull’individuale, cristallizzandone essenza ed ubicazione, tematizzando la psiche ed il fantasma, mostrandoci come coessenti e compossibili universi morali antitetici. Questo è il punto di partenza di ogni noir, e ogni noir può divergerne. Ecco Perez. ricalca fedelmente il genere, usando anche la voice-over del protagonista come ricapitolazione ed elaborazione degli eventi, anche se rimane debolissima in queste fasi la sceneggiatura.

L’avversario è la Camorra, ma la scelta di De Angelis è quella di desumerla quasi completamente nella figura del pentito Buglione (Massimiliano Gallo), che si scontra sul terreno dialettico con Perez (vedi Silence of the Lambs) rivelando il carattere fallace e friabile dell’edificio morale dell’avvocato. Insomma la lotta alla Camorra, che non è chiaramente l’orizzonte del film, si gioca spesso in un intervista one-to-one il cui tema è sempre “Chi ti dice che siamo così diversi?” e “E’ vero io non ti piaccio ma hai il coraggio di combattermi per togliermi dal tuo mondo?”.

La nota d’interesse, ma forse si finisce sempre qui, è che Buglione arriva ad avere un ruolo pedagogico per il protagonista, lo tenta si a compiere gesti criminosi, anche da un punto di vista simbolico sull’asse Uomo-Natura (nella pancia del toro ci sono dei diamanti..), ma la sua posizione di pentito, quindi laterale agli interessi della cosca, lo porta a spronare Perez dal torpore e dall’isolamento, che a questo punto si può traslare, sempre esagerando, sulla Napoli non affiliata, a togliersi il topo di torno, il boss di cui la figlia è innamorata, che mangia al proprio tavolo, per Perez, il mafioso più vicino per Napoli.

L’elaborazione del lutto è la forza che fa lavorare lo scheletro appena accennato. Di fronte all’assurdo della morte e della scomparsa, della moglie per Perez, del figlio per Ignazio (Gianpaolo Fabrizio alias Bruno Vespa di Striscia), della madre ma anche del padre per Tea, dell’intera famiglia per Buglione, si gioca la partita tra il mondo in cui viviamo e il mondo in cui vorremmo vivere. E se è troppo tardi per Buglione e per Ignazio forse per Perez, Tea e Corvino(Marco D’Amore), il figlio del boss diviso fra Tea e la dinastia, una speranza c’è.

Gianluca Bonanno, da “storiadeifilm.it”

 

 

 

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