Monuments men

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Mentre le forze alleate stanno sferrando il loro attacco alla Germania lo storico dell’arte Frank Stokes ottiene l’autorizzazione da Roosevelt in persona per mettere insieme un gruppo di esperti che cerchi di recuperare le opera d’arte che Hitler ha fatto portare via e nascondere in previsione della costruzione del mastodontico Museo del Fuhrer. In caso di sconfitta del Reich l’ordine è di distruggerle. Si viene così a creare una compagnia formata da due storici e un esperto d’arte, un architetto, uno scultore, un mercante, un pilota britannico e un soldato ebreo tedesco per le traduzioni. Escluso quest’ultimo i componenti del gruppo non hanno certo l’età dei combattenti ma la loro missione non è priva di pericoli.
Chi cerca in questo film il Clooney regista di Good Night, & Good Luck. e di Le Idi di marzo rimarrà deluso mentre chi ricorda l’acuto e divertito rivisitatore di generi di In amore niente regole avrà l’occasione per godere di un film che non si vuole limitare però alla ricostruzione filologica innervata da riferimenti alla realtà storica. Perché la memoria corre a Il treno di John Frankenheimer ma anche, per la struttura di un gruppo costituito da personalità molto diverse tra di loro, a film che hanno ne La grande fuga il loro vertice. Clooney però ha un obiettivo diverso in questi tempi di omologazione di massa: ci vuole ricordare il valore dell’arte come elemento che va oltre le generazioni ed alimenta la stessa esistenza di ognuno di noi. Anche di coloro che ne sono ignari. Per questo sorge il sospetto che alcuni interventi di Stokes (che in realtà era il conservatore di Harvard Gerorge Stout) risultino didascalici ma siano finalizzati a fornire qualche elemento di base a spettatori a cui la scuola non li ha offerti. La scuola americana in primis ma non solo se, come ci ricordano Lodoli e Piccioni in Il rosso e il bluci sono studenti che chiedono se Piero della Francesca fosse un uomo o una donna (e non è una battuta di sceneggiatura). La pattuglia di uomini inadatti alla guerra ma pronti a rischiare la vita per delle opere d’arte non è formata da attempati Indiana Jones (anche se non mancano i carrelli della miniera e la Madonna di Bruges e il polittico di Ghent prendono il posto dell’Arca dell’Alleanza). Sono uomini (e una donna bollata dal marchio del collaborazionismo) che Clooney ci presenta nella loro umanità pur non rinunciando a qualche stereotipizzazione di troppo.
L’onestà del regista e sceneggiatore emerge comunque sin dall’apertura quando Stokes mostra una diapositiva dell’Abbazia di Montecassino distrutta da un bombardamento. Che non fu opera dei nazisti ma delle forze alleate. In quel preciso momento riemergono nella mente le immagini del Museo Archeologico di Bagdad saccheggiato senza che nessuno degli occupanti facesse nulla per impedirlo. La storia si ripeteva. Film come questo ci invitano a riflettere. Non rinunciando allo spettacolo.
Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

L’ironia del gruppo fa pensare a “Ocean’s Eleven”, l’odio profondo per i nazisti richiama qualcosa di “Indiana Jones” e in alcuni tratti fa pensare a “Bastardi senza gloria”. La squadra capitanata e diretta da George Clooney affronta in realtà una storia realmente accaduta, quella di un gruppo di storici che si sono lanciati nell’impresa di salvare le opere d’arte dalla furia distruttrice di un Hitler vicino alla sconfitta. Il film di George Clooney non è ambizioso o intenso come “Good Night & Good Luck” e “Le idi di marzo”, tende piuttosto a prendersi poco sul serio, ad affrontare l’avventura con leggerezza, seppur inserendosi in un contesto decisamente drammatico. Non si potrebbe ottenere un risultato diverso, quando inserisci nella Seconda Guerra Mondiale i volti di Bill Murray, John Goodman e Bob Balaban, e soprattutto quando Matt Damon, Jean Dujardin e lo stesso Clooney tirano fuori il loro lato più brillante.
Un gruppo di sette uomini scelti (critici ed esperti d’arte, curatori di musei, architetti, restauratori) viene mandato da Roosevelt nella Germania nazista con l’obiettivo di rintracciare le opere d’arte trafugate da Hitler per poterle restituire ai legittimi proprietari. Soldati per caso, i “monuments men” dovranno combattere anche contro il tempo: la caduta del Reich è vicina, e Hitler ha dato disposizione di distruggere tutte le opere d’arte in suo possesso.
Brillante, ma dal retrogusto epico, il film di Clooney a tratti potrebbe anche apparire didascalico, ma di questi tempi in cui la cultura sembra diventata uno spreco, un simile elogio alla storia dell’arte è un messaggio di cui sentiamo sempre più bisogno, anche perché, come afferma il protagonista: “puoi sterminare un’intera generazione, bruciare le loro case, e troveranno una via di ritorno, ma se distruggi la loro storia, la loro cultura, è come se non fossero mai esistiti”. Divertente senza mai essere forzato, riflessivo e a tratti drammatico, senza però scadere mai nel patetico, “Monuments men” rappresenta il grande ritorno di Hollywood all’avventura e alla guerra, raccontate in maniera brillante ma al tempo stesso interessante. Bravo Clooney.
Alessio Trerotoli, da “unavitadacinefilo.wordpress.com”

Era impossibile che in un film in cui gli americani salvano migliaia di opere d’arte europee dalle grinfie di Hitler ci fosse un po’ di trionfalismo e autocompiacimento, ma l’avevamo messo in conto. Siccome non dà troppo fastidio, possiamo parlare di quello che succede, anche in questo caso “based on a true story”: una squadra di critici ed esperti d’arte deve appunto recuperare tutti i dipinti, le sculture che i nazisti rubano dalle città che conquistano, per restituirli ai musei, ai privati o più in generale ai luoghi cui appartenevano. Prima che i vertici del regime si rendano conto che la guerra è persa. L’iniziativa, partita dal presidente Roosevelt, si propone di evitare uno dei tanti effetti nefasti della guerra: non solo la morte di essere umani, la distruzione delle loro dimore e dell’economia di un’intera nazione, ma anche il desiderio – di quelli che confidano di vincere – di appropriarsi o cancellare la storia e l’idendità di una civiltà, che passa anche per l’arte. Anche gli americani conoscono bene questo sentimento (chi ha bruciato gran parte del Giappone, come racconta Robert McNamara nel documentario The fog of war?), sebbene in quest’occasione recitino un ruolo diverso. Ecco perché lo spettacolo, basato su una cronaca di intenti pregevoli e ottimi risultati, sarebbe stato ancora più gradevole senza quella tensione ad autocelebrarsi, accompagnata da una colonna musicale sempre in bilico tra l’armonia con la narrazione e la lacrima facile. La struttura narrativa solida e la caratterizzazione dei personaggi, comunque, si prendono – per fortuna – la maggior parte della scena: tutti paiono sinceramente combattuti tra la necessità di preservare l’origine della nostra civiltà, e anche della loro, e il conseguente sacrificio umano che potrebbe derivarne. “Vale la pena che un uomo muoia per salvare un quadro?”, è la domanda più dolorosa che ricorre. Con le parole e le azioni, ognuno darà la propria risposta – purtroppo prevedibile – dopo aver attraversato una sequela di collaborazioni negate e scelte difficili, punteggiate dal generale clima disteso e spesso comico del film. E dalle interpretazioni degli attori molto convincenti.
Paolo Ottomano, da “cinema4stelle.it”

George Clooney torna alla regia firmando questo progetto dal chiaro intento didattico “il passato è l’unica nostra radice”. Il film è discreto e godibile e in alcuni tratti gode di alcuni scambi di battute davvero apprezzabili, grazie alla grande recitazione e al grande cast dal quale è sorretto.
Si scorge un puro talento da parte di Clooney al di là della macchina da presa anche se questo deve ancora maturare ed essere messo alla prova, è infatti troppo forte l’impressione di una costruzione didascalica della storia, di un indirizzamento voluto dello spettatore verso certi concetti e immagini.
Se il film, che dal trailer sembrava più una commedia farsesca e comica, regala emozioni nei suoi momenti drammatici è proprio nella parte più leggera che fatica di più nonostante l’inserimento di Jean Dujardin e del sempre bravissimo Bill Murray, autore di un paio di sequenze (la scena della doccia nel campo militare e la scena della sigaretta con fucile spianato con un soldato tedesco) che faranno storia.
In sostanza “Monuments men” è un film discreto e sopra la sufficienza che parla della guerra senza mai mostrarla veramente, se ne sente la presenza ma questa rimane invisibile, come un’entità senza mai entrar veramente in scena. Il film s’interroga piuttosto sul prezzo della vita in favore delle nostre radici. La pellicola, da un lato, sancisce un passo in avanti da parte di Clooney dopo le “Idi di Marzo” sotto un profilo autoriale ma al contempo, sempre in confronto a quel film, sottolinea ancora alcuni limiti come l’eccessiva anima didascalica e la mancanza di pathos in alcuni momenti chiave. Il tempo e i progetti futuri dell’artista americano spiegheranno se il suo percorso sia in crescita, in calo o stazionario.
Nota di merito per Matt Damon (sua una delle scene più spassose) e Cate Blanchett sempre magnifica e imperiosa.
Insomma: Un film discreto che tiene meglio nella sua parte drammatica piuttosto che in quella comica. Ottimo cast e recitazione. Ci aspettiamo un ulteriore balzo in avanti, dal punto di vista autoriale, da parte di Clooney.
Mi piace: Il cast, la recitazione, il tocco visivo in alcune sequenze. L’alchimia tra gli interpreti e alcune scene particolarmente azzeccate.
Non mi piace: L’eccessivo tocco didascalico con cui la storia viene condotta e la superficialità in alcune parti che invece avrebbe fornito spunti per approfondimenti.
Jacopo Landi, da “italiapost.info”

Il nuovo film interpretato – ma anche diretto, cosceneggiato e coprodotto – da George Clooney porta alla luce una pagina storica poco nota, nonostante i protagonisti siano stati eroici nello scriverla. Com’era avvenuto nel caso di Argo di Ben Affleck, anche stavolta ci si trova di fronte a una realtà che supera la fantasia per le difficoltà e le modalità con le quali la vicenda si è svolta. Ne è nato un film che tratta la guerra da un’angolazione insolita, senza mettere necessariamente al centro la sua violenza e i suoi orrori che comunque non trascura.
Cate Blanchett in Monuments MenNon si risparmiano le morti, ancora più assurde, avvenute durante le imboscate e nemmeno la pena, non solo fisica, degli ospedali da campo. Non si omette il dolore per la perdita di un compagno di missione ormai diventato un amico, ma neppure l’umana nostalgia della propria casa e della propria famiglia. Tuttavia, ciò viene narrato mantenendo il giusto equilibrio, che non scade nel sentimentalismo scontato, e senza compromettere la valenza storica del soggetto. Anzi, il film assume un proprio spessore specie riflettendo la vera tematica attorno alla quale ruota: l’arte. I protagonisti provengono da questo mondo e il loro scopo non è quello di combattere, ma recuperare le opere. Ed è in questa maniera che, esteticamente, il film è stato reso.
Matt Damon e George Clooney in Monuments MenLe tonalità cromatiche; la fotografia degli interni e degli esterni; i prevalenti contrasti di chiaro-scuro sottolineati specie dall’uso di torce e lampade; un paesaggio montuoso e, per questo poetico, scelto come sfondo al dialogo dei protagonisti durante una sosta in auto. Tutto ciò è in linea con un certo stile artistico, peraltro rintracciabile nelle opere che compaiono nel film stesso e anche negli ambienti che le accolgono, come la cattedrale di Nostra Signora a Bruges.
Matt Damon e George Clooney con Hugh Bonnebille, John Goodman e Bob Balaban sullo sfondo in Monuments MenÈ in questo contesto che si consuma una delle sequenze migliori, perché in essa se ne evidenzia meglio l’anima. La commozione dell’amante dell’arte di fronte alla Madonna col Bambino di Michelangelo contrapposta alla freddezza dei nazisti; le modalità differenti di ingresso nella cattedrale del primo contrapposte a quelle bieche dei secondi; lo spirito di sacrificio che nasce dall’amore per l’arte contrapposto al dovere senz’anima. Ciò dimostra, tra l’altro, che l’accuratezza estetica delle immagini non è fine a se stessa e nemmeno superficiale, dato che esse riescono a emozionare in diverse occasioni.
Jean Dujardin in Monuments MenLa forza estetica si trova anche nella capacità di connotare con pochi elementi le nazioni nelle quali via via i protagonisti si trovano. Infatti sono sempre le immagini a restituire con realismo e arte al contempo l’atmosfera britannica con i suoi tipici cottage, oppure ancora quella delle vie parigine. Perfino le varie miniere, nelle quali verrà rinvenuta la gran parte dei diversi milioni delle opere rubate, rendono un’atmosfera in linea con l’estetica di tutto il film. C’è un limite forse nella stereotipizzazione dei nazisti, eppure nel finale questa certezza verrà messa in dubbio dalla velata reazione di uno di loro arrivato tardi, rispetto ai Monuments Men, presso una di queste miniere.
Le diapositive finali si ricollegano a quelle iniziali, insieme ad altre immagini in bianco e nero altrettanto attinte dai documenti reali. Vengono così mostrati alcuni dei veri Monuments Men e alcuni dei veri ritrovamenti delle opere, sottolineando maggiormente l’importanza storica, oltre che artistica, del loro straordinario operato.
Tiziana Cappellini, da “cinefile.biz”

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